No, il cretino non prevarrà (forse)

P.S. (Pre Scriptum): solo dopo che ho scritto di mia più spontanea riflessione il testo sottostante, ho letto dell’ultimo “Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese”, pubblicato oggi 03 dicembre (dal quale è tratta la tabella qui sotto riprodotta), che fotografa una società italiana per troppa parte impregnata di “irrazionalismo” – un bel termine per definire la cretinaggine nelle sue varie forme. Una coincidenza, insomma, di quelle che tuttavia non appaiono poi così casuali.

Comunque, uno dei problemi fondamentali di questo nostro mondo resta quello per cui le persone capaci, competenti, talentuose e argomentative vengono ancora troppo spesso messe a tacere o in ombra da persone incompetenti, ignoranti, incapaci di far tutto fuorché alzare la voce e farsi sentire, e ciò con la disdicevole complicità dei media contemporanei sempre pronti a dare eco alla banalità, più facile da trasmettere e comprendere senza usare il cervello, che alla complessità con la quale agevolare il pensiero intellettuale. In tal modo si alimenta la “rotazione” del relativo circolo vizioso il cui moto spinge sempre più in basso il livello di cognizione generale diffuso, al contempo indebolendo l’efficacia degli strumenti culturali che potrebbero contrastare questo degrado.

Di contro, quei media contribuiscono pure a ingigantire il problema: in realtà gli incompetenti restano in minoranza, la «prevalenza del cretino» evocata dai mirabili Fruttero & Lucentini in tempi non sospetti, ovvero quando non c’era ancora la cassa di risonanza “perfetta” dei social network, non è affatto soverchiante. Solo che, appunto, i competenti e i talentuosi, consci delle loro doti, fanno e dicono cose senza aver bisogno di urlarle e di doversi “realizzare” attraverso la pubblica compiacenza, mentre gli incompetenti a volte fanno notizia anche per l’entità dei danni che compiono o delle stupidaggini che proferiscono – danni e stupidaggini poi mitigate e risolte proprio dagli altri, in silenzio e lontano dalle luci della ribalta mediatica. D’altronde, se non andasse così, la civiltà umana si sarebbe estinta già da un bel po’.

C’è da essere fiduciosi e pazienti, insomma, coltivare le personali capacità, competenze, cognizioni e doti (o lavorare sodo per formarle e renderle sempre più valide), aumentare gli strumenti culturali a disposizione personale e nel frattempo aspettare che gli inetti si estinguano da soli, facilmente con le proprie mani. Il cretino pensa sempre che i cretini siano gli altri e di non dover imparare nulla perché crede di sapere già tutto: in forza di ciò, prima o poi subisce le conseguenze delle sue azioni senza nemmeno rendersene conto (e continuando a incolpare altri, ma tant’è). Bisogna solo osservare l’unica accortezza di starsene lontani, da quelli, e di contenere le loro azioni affinché le conseguenti reazioni dannose non coinvolgano niente e nessun altro, ecco.

P.S. (Post Scriptum): anche se, ammetto, leggere dal rapporto Censis sopra citato che più di tre milioni e mezzo di italiani, anche con livello di istruzione elevato, crede che la Terra sia piatta non mi rende affatto tranquillo, riguardo il buon futuro – almeno di quello prossimo – del nostro mondo.

Persone belle, forse

[Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer), 1818, Amburgo, Hamburger Kunsthalle.]
Ci sono persone a questo mondo che, lo ammetto, non esiterei un istante a infilare sul primo volo sperimentale di Space X per Marte – “sperimentale” perché di quelli con possibilità di successo pressoché nulle – per quanto siano becere. Tuttavia spero di sopravvalutarne il numero e, di contro, sono certo che alcune di esse, diciamo quelle non troppo becere (delle quali mi auguro di non sottovalutare il numero), in realtà se “riequilibrate” con se stesse in primis e subito dopo con il mondo che hanno intorno e col quale interagiscono, saprebbero tirar fuori cose notevolmente apprezzabili, sensibilità pregevoli, pensieri propri tanto sensati quanto interessanti. Solo che purtroppo, per scelta o per forza (entrambi comunque indotte), queste persone trascorrono la loro esistenza quotidiana nella parte più bassa della nostra società, quella più deviata, corrotta e degradata dalle immani stupidaggini che vomitano a spron battuto la TV e i media generalisti, molte pagine social, tanti personaggi pubblici di infima specie – che tuttavia quella stessa parte degradata della società, grazie a un circolo vizioso autoalimentato, pone ai propri vertici e ritiene modelli da imitare – e per tale motivo si comportano in modi così beceri.

Invece, forse, oso credere che, come detto, se si trovasse il modo di staccarle da quella tossica “biosfera” così degradata e nociva e, ribadisco, si riuscisse a riarmonizzare la loro relazione con il mondo, facendola il più possibile consapevole, rapidamente la crosta impura che li avvolge fuori e dentro si sgretolerebbe e parimenti tornerebbe alla luce un animo ben più virtuoso, almeno in potenza. Bene, ma come fare? – vi chiederete. Chissà, può essere che alla fine basti poco, e che ancor più che attraverso forme strutturate e prolungate di “rieducazione civica”, per così dire, potrebbero bastare pillole di bellezza e di armonia minime ma potenti: il fascino di un bosco all’alba, la meraviglia del cielo stellato, l’orizzonte infinito dei monti nella luce del tramonto, lo sguardo prolungato di un animale… Cose così, insomma, piccole ma capaci di condensare manifestazioni di equilibrio alquanto evidenti e suggestive, da vivere pienamente al contempo distaccandosi sempre più da quegli elementi di degrado prima citati, purtroppo ancora così diffusi e influenti.

Voglio sperare tutto ciò, voglio crederci nonostante a volte lo sconforto per come appaia sempre più soverchiante quella parte umana così becera si faccia intenso. Ma se è (purtroppo) vero che essa si autoalimenta, è altrettanto vero che appena il suo circolo vizioso si interrompe o si spezza rapidamente crolla, così priva di logica concretezza come è. Dunque io ci spero, appunto. In caso contrario, se a pensare tutto questo mi stia clamorosamente sbagliando, be’, Space X avrà a disposizione numerosi equipaggi per i lanci dei prototipi sperimentali delle sue astronavi, ecco.

Quelli che parlano di se stessi in terza persona (reload)

Uno dei comportamenti che sovente riscontro in numerosi individui e che trovo alquanto bizzarro – con tutto il rispetto, ma tant’è! – è il parlare di se stessi in terza persona. Ci facevo di nuovo caso qualche giorno fa, quando m’è toccato parlare con un tizio il quale, per sottolineare certe sue (presunte) doti professionali e cert’altre conseguenti attività, non faceva che riferirsi a se stesso con cognome e nome. Intuivo e immagino che fosse e sia un sintomo di egocentrismo e irrefrenabile arroganza da un lato o di grande insicurezza e indeterminatezza identitaria dall’altro – in fondo le due facce di una stessa medaglia – ma non arrivavo a supporre che sia addirittura il segno evidente della presenza di una patologia anche molto grave ovvero di una personalità alquanto frammentata che l’individuo adulto si trascina fin dall’infanzia, quando la patologia si genera restando evidentemente irrisolta – guarda caso il tizio suddetto parlava di sé con il cognome-nome, come si usa a scuola.

Ciò mi dice molto sulla mancanza di cognizione e consapevolezza identitaria così evidente nella nostra società, nella quale l’identità antropologica originaria – sempre ammettendo che ve ne sia una – viene corrotta e trasformata in mero etnocentrismo che si manifesta poi come identitarismo (il quale non è affatto una rivendicazione di identità alla massima potenza ma l’esatto opposto, è la prova della sua sostanziale assenza), posto poi alla base di fenomeni antisociali e anticulturali come la carenza di senso civico o la xenofobia. Ancor più mi dice, quanto sopra, leggendo che il parlare di se stessi in terza persona è pure uno dei sintomi della Sindrome di Hubris, conosciuta come disturbo di personalità dei potenti, in grado di compromettere la capacità di prendere decisioni: “Chi soffre della sindrome spesso compie azioni al fine di ottenere un rinforzo per la propria immagine, dando ad essa un’importanza esagerata, quindi si perdono di vista gli obiettivi del proprio ruolo. Si perde il contatto con la realtà, si segue un impulso imprudente e nervoso che alla fine conduce all’incompetenza.” – vedi qui.

Be’, se dopo ciò torno a pensare a quel vecchio e sempre più saggio adagio, ogni popolo ha i governanti che si merita, direi che il cerchio si (ri)chiude. Per l’ennesima volta.

Cieli inquietanti, ma intriganti

[Immagini di (dall’alto e da sinistra a destra): Daoudi Aissa, Tom Barrett, Egor Yakushkin, Laura B, tutte tratte da unsplash.com.]
Se non fosse così foriero di maltempo e di possibili, conseguenti danni – posta la “tropicalizzazione” (termine invero fuorviante, anche se rende l’idea) dei fenomeni meteorologici cagionata dal cambiamento climatico – il cielo ingombro di nubi temporalesche in costante movimento, con tutte le sfumature possibili del grigio che presenta, così ribollente di nembi gonfi e poi sfilacciati e poi ancora addensati l’uno addosso all’altro, possiederebbe (e possiede, salvo quanto sopra) un fascino insuperabile, quasi ipnotico seppur per certi versi inquietante, appunto. Sembra di osservare un orizzonte sospeso in cielo fatto di morfologie poliformi, poderose, soverchianti, monti e valli e conche e colline nebulose dai contorni a volte netti, altre volte sfrangiati, capaci di generare nell’osservatore la percezione di un inopinato paesaggio, possente e definito nell’istante della visione ma che, solo pochi attimi dopo, ha già cambiato aspetto, forme, consistenze, tonalità, suscitando così ulteriori e diverse percezioni che regalano sensazioni tanto particolari quanto effimere, dato che bastano solo pochi altri secondi perché nuovamente tutto muti e assuma ancora altre sembianze e variazioni acromatiche. È uno spettacolo dei più affascinanti, senza alcun dubbio ma con molto paradosso: in fondo, nel mentre lo si ammira incantati tocca sperare che non metta in atto ciò che di meteorologico così vistosamente e tenebrosamente minaccia! Ma il cielo azzurro, in tutta la sua purezza a volte insuperabile e sempre così incantevole e tranquillizzante, non saprà mai essere parimenti fascinoso. La bellezza, a volte, è tale perché è drammatica, già.

P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.

I meta-lamentatori

Tempo fa ho pubblicato qui un articolo nel quale dissertavo su una categoria di persone sempre più diffusa: i lamentatori seriali. Quelli che si lamentano di tutto, sempre e comunque, già.

L’articolo è uno di quelli più letti, qui sul blog. Chissà come mai!

Fatto sta che esiste un’altra categoria di persone parecchio diffusa, apparentemente antitetica alla suddetta ma in verità del tutto affine: quelli che dicono di non lamentarsi mai. Si potrebbero denominare antilamentatori, non-lamentatori oppure, forse in modo più significativo, meta-lamentatori.

In pratica, sono quegli individui che, di solito lamentandosi di quelli che si lamentano sempre, dicono di non lamentarsi mai di nulla e lo dicono con un tono talmente lamentoso e spesso così accorato da provocare, nel loro ascoltatore, lo stesso disagio generato dagli altri se non peggiore.

«Ah, avevo quasi 40 di febbre stanotte ma non sono uno di quelli che con 37 e 1 ne fanno una tragedia, sono stato zitto e sono andato a lavorare!» è un esempio di affermazione tipica di quegli individui, spesso ripetuta più volte anche allo stesso interlocutore e con risolutezza vocale crescente con intenti platealmente enfatizzanti. Altrettanto spesso tali affermazioni vengono adattate alla volontà di enfatizzare il proprio metalamento: «Ah, mica sono come quelli che ad ogni occasione si lamentano che hanno avuto la febbre e sono stati male, io!» che i soggetti in questione ribadiscono a ogni persona si trovi sulla loro strada, anche senza che ve ne sia un motivo, una domanda diretta o un qualche interesse.

Come è facile intuire, queste attestazioni pubbliche in verità devono comprendere il lamento verso gli altri, altrimenti l’enfatizzazione a cui mirano ne uscirebbe radicalmente ridimensionata. Si basano su una elementarissima antitesi: “io sono / essi non sono”, o viceversa, nella quale peraltro il soggetto di riferimento è sempre plurale, così da dare ancora maggiore forza al singolare affermante e opposto. Dunque, «Ah, avevo quasi 40 di febbre stanotte ma non sono uno di quelli che con 37 e 1 ne fanno una tragedia, sono stato zitto e sono andato a lavorare!» propone e impone una ben maggiore enfatizzazione di «Ah, avevo quasi 40 di febbre stanotte ma sono andato a lavorare!» che tutt’al più potrebbe generare qualche apprezzamento per lo stoicismo dimostrato e nulla più. Invece la prima formula contiene l’accorata richiesta di attenzione da parte dell’interlocutore (esattamente come per i lamentatori seriali), l’autocelebrazione, la manifestazione dell’ego, la sfida con gli altri che presuppone l’inevitabile vittoria (sennò non vale), la pseudo-critica sociale nonché, ultima ma non ultima, l’eccitante possibilità di lamentarsi senza lamentarsi ovvero l’autoconvincimento che ciò sia possibile e creduto dagli altri: una convinzione totalmente falsa ma, per quanto sopra detto, assolutamente incompresa in tale sua realtà da chi ne è fonte.

Comunque, rimarcare a questa categoria di individui il loro atteggiamento metalamentoso è inutile, esattamente come per gli altri, opposti e sodali. Essendo pienamente convinti di non proferire lamentazioni, non capirebbero le vostre rimostranze e, anzi, finireste per essere inglobati nelle loro prossime attestazioni del genere – come quelli che si lamentano sempre, voi, mentre loro mai, ovviamente.