Alberto Saibene, “Milano fine Novecento. Storie, luoghi e personaggi di una città che non c’è più”

Col passare del tempo, il mio rapporto di amore/odio con Milano si sta elaborando in modi sempre più antitetici ma, obiettivamente, con la parte negativa che sta gioco forza diventando preponderante rispetto all’altra. Chiunque viva in Lombardia – ma la cosa può valere un po’ per tutto il Nord Italia, se non per l’intero paese – è ben consapevole di come Milano sia il fulcro di questa parte di mondo, e che lo sia nel bene e nel male: la città ha “salvato la vita” a tanti – nel senso più variegato dell’espressione -, ha costruito i loro destini, li ha resi gradevoli e confortevoli, a volte li ha fatti ricchi, ma la vita l’ha pure rovinata ad altrettanti che da Milano sono dovuti fuggire, per vari motivi. D’altro canto le città sono entità che vivono una vita propria a volte non così correlata a quella di chi ci vive, e il cui destino può anche prendere strade differenti da quello che vorrebbero per se stessi i suoi abitanti, magari non tutti ma tanti sì. In tal senso anche Milano, uscita semidistrutta dal secondo conflitto mondiale, è divenuta in pochi anni la capitale economica e culturale dell’Italia, il motore del boom economico, la “Milano da bere” in costante euforia consumistica degli anni Ottanta, per poi inevitabilmente deprimersi nei Novanta, perdere molta della sua identità negli anni a cavallo tra vecchio e nuovo secolo, smarrirsi vivendo una crisi di identità piuttosto forte. Quindi, ritrovando nuovo slancio con l’Expo e ora con le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 ma al contempo generando in se stessa fenomenologie politiche, sociali e culturali che sembrano quelle degli anni Ottanta coniugate con le caratteristiche liquide e “post-un po’ tutto” del ventunesimo secolo: gentrificazione esasperata ovvero cementificazione incontrollata, greenwashing spinto, cosmopolitismo mal gestito, l’esasperazione estrema della forma e dell’immagine – adeguatamente brandizzate – a scapito della sostanza, l’happy hour come monocultura urbana imperante… di contro, Milano s’è fornita di nuovi luoghi preziosi, musei prestigiosi, spazi urbani innovativi, servizi di alto livello, ma con tutto quanto che pare messo più al servizio del successo e dell’immagine della città, non dei suoi cittadini. I quali infatti la stanno abbandonando, essendo ormai il centro pressoché in mano a multinazionali, grandi brand commerciali e holding immobiliari legati a fondi d’investimento esteri, per andare ad abitare sempre più in periferia se non nelle città dell’hinterland, vicine al centro della metropoli ma già al di fuori della sua centrifuga urbana e dunque più vivibili (seppur a rischio costante di fagocitazione metropolitana, posta la citata cementificazione tentacolare su ogni residuo spazio libero al di fuori del centro).

Una città totalmente diversa da quella di solo pochi anni fa, insomma, di un passato che per alcuni lustri è stato veramente eccezionale, assimilabile forse solo a quello di Londra per manifestazione di talento, genialità e produzione di variegate arti e cose sublimi, oltre che profondamente identificanti l’anima della città stessa – di quella città che non c’è più. Proprio come evidenzia il sottotitolo del libro di Alberto Saibene, Milano fine Novecento. Storie, luoghi e personaggi di una città che non c’è più (Edizioni Casagrande, 2021), nel quale l’autore ripercorre quel periodo veramente aureo per il capoluogo lombardo che va dal primo dopoguerra agli anni Ottanta, quando un numero spropositato di talenti, appunto, girava per le sue vie e ne animava la vita con “invenzioni” in tutti i campi che hanno fatto epoca []

(Potete leggere la recensione completa di Milano fine Novecento cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Milano-Cortina 2026: le Olimpiadi dello spreco?

Un progetto che inizialmente era stimato in 60 milioni di Euro, ora è preventivato a oltre 120 milioni di Euro e chissà quanto ancora aumenterà. Da spendere per cosa? Un nuovo ospedale? Scuole, centri culturali, infrastrutture e servizi a favore della comunità? No, per la nuova pista di bob olimpica di Cortina. E non è che uno, e nemmeno il più sconcertante, dei tanti emblematici esempi del modo con il quale si stanno organizzando i giochi olimpici di Milano-Cortina 2026 e di vi si vogliono spendere più di cinque miliardi (!) di soldi pubblici.

Hanno ancora senso questi mega-eventi sportivi sulle montagne, quando vengano gestiti nei suddetti modi? Sono ancora logici, ammissibili, sostenibili, vantaggiosi per i territori e le comunità alle quali vengono imposti, per di più senza che queste vengano coinvolte nei relativi processi decisionali? È questo il miglior modo di sviluppare socioeconomicamente le nostre montagne?

Per trovare le risposte più consone, consapevoli e razionali a tali domande, potete leggere il libro Ombre sulla neve – la mia “recensione” al volume la trovate qui – e/o ascoltare il suo autore, Luigi Casanova, in uno dei prossimi incontri pubblici: sabato 10 giugno a Bergamo e lunedì 12 a Bolzano. Credo sia molto importante farlo: per noi stessi e per le nostre montagne. Trovate altri dettagli circa i due eventi sulla pagina Facebook di Luigi Casanova, qui.

(Cliccate sulle immagini per ingrandirle e leggerne meglio i contenuti.)

Ciclocrimini alpini

Continua la distruzione della storia e dell’identità delle Alpi, inscritte sul terreno da segni antropici secolari che hanno consentito agli uomini del passato di trovare un equilibrio vitale ancorché duro – ma onesto, leale – con le montagne, per far posto e spazio agli uomini del presente che, in sella alle loro fiammanti ebike sempre più simili a motociclette con i pedali, pretendono di imporre la loro identità e inscrivere delle storie – anzi, stories, per come nella sostanza assomiglino a quelle fugacissime e banalizzanti dei social – aggressive, bieche, prepotenti, che chissà quanto dureranno prima di dover far posto ad un’ennesima nuova moda. Ciò con la compiacenza di amministratori locali ai quali tutto interessa fuorché amministrare con buon senso il proprio territorio verso il quale non perdono occasione per dimostrare tutto il loro disprezzo, evidentemente.

Ma dimenticano, questi amministratori scriteriati, che il disprezzo dimostrato verso le loro montagne, ovvero la mancanza di cura e di conseguente buon governo di esse, vi resta inesorabilmente inscritto proprio grazie a ciò che avvallano, come ferite infette vergognosamente inflitte a colpi di escavatori sul corpo della montagna umiliata per correr dietro alle sirene del turismo massificato e a quelle della propria autoreferenzialità. Ferite così evidenti da non poter e non dover essere dimenticate: ancor più se messe nero su bianco su una possibile denuncia, sperando che ve ne siano i margini – e purtroppo non sempre è così, quando si è costretti ad agire dopo l’inizio dei lavori.

Tuttavia, ribadisco, la vergogna verso tali opere non abbisogna di alcun avvallo giuridico.

Nella foto, di Michele Comi: la distruzione a colpi di escavatore dell’antica Cavallera del Muretto, in Valmalenco, per livellarne la superficie ad uso meramente cicloturistico. Che le mie parole qui espresse servano anche a rendere ancora più chiare quelle espresse da Comi a corredo dell’immagine.

P.S.: ovviamente – ma serve dirlo? Forse sì, ai poveri di spirito – personalmente non sono contro tutte le opere dedicate alla pratica del cicloturismo in quota, se fatte con criterio, buon senso, rispetto per le montagne e, ancor più, senza ignorare o derogare norme giuridiche vigenti. Ma anche per questo vorrei che ci fossero molti più controlli, e ben più rigorosi, attorno a tali lavori. Al momento non mi pare che ve ne siano a sufficienza, al netto di rarissimi casi – come scrivevo ieri qui.

La NON politica per la montagna

Premessa (inutile per chi mi conosce): niente di specifico contro nessuno. Chi pensasse il contrario è in totale malafede. Punto.

Detto ciò: un partito politico che organizza un incontro sulle politiche per la montagna invitando come relatori esclusivamente propri rappresentanti, senza nessun altro di altre parti politiche (nemmeno della loro stessa area) ovvero che apporti un’idea differente dunque senza possibilità di confronto, di contradditorio, di dibattito autentico. Nulla di tutto ciò: se le cantano e se le suonano da soli, si danno gran pacche vicendevoli sulle spalle, si dicono «bravi!», si danno ragione evitando accuratamente che qualcuno possa dar loro torto.

Cosa può uscirne di buono per la montagna e per il suo futuro da un “fare” politico del genere?

La domanda è retorica, ovviamente. Anche perché, fosse che da un incontro del genere venissero idee, osservazioni, proposte potenzialmente buone, il loro valore verrebbe da subito inficiato dalla parzialità esclusiva e faziosa del contesto, deprivato non solo di qualsiasi possibile confronto ma pure, di conseguenza, della necessaria condivisione. Come se si volessero cambiare le regole del campionato di calcio e ne discutessero i funzionari di una sola squadra: sarebbero comunque proposte sterili e prive di valore, inevitabilmente. D’altro canto, l’autoreferenzialità polarizzante della politica contemporanea è cosa ormai assodata: non si producono più cose utili ma slogan funzionali al solo scopo di farsi e dirsi “belli” (mediaticamente, innanzi tutto). Tutto il resto è noia, per lorsignori.

Una circostanza emblematica tanto quanto deprimente, già. Povera montagna, quando venga costretta a tali realtà!

P.S.: la locandina dell’evento l’ho convenientemente resa illeggibile. Perché, ribadisco, non conta a chi si riferisca nello specifico. D’altro canto la politica si mostra da tempo bipartisanamente lontanissima, quando non avversa e perniciosa, alla realtà della montagna.

Piani Resinelli: un sondaggio “particolare”

Un “sondaggio”, sì, sulla meravigliosa località prealpina sopra Lecco e ai piedi della Grignetta, una delle vette più spettacolari delle Alpi italiane sulle cui pareti si è scritta una parte fondamentale della storia dell’alpinismo.

Ma è un sondaggio diverso dai soliti, riguardante quello che, a prescindere da tutto ciò che di negativo si è portato appresso negli anni, è diventato un “simbolo” dei Piani Resinelli: il famigerato grattacielo di Piazzale delle Miniere, costruito negli anni Sessanta ovvero quando c’era il boom economico, lassù nevicava, si sciava regolarmente e, qui come altrove sui monti, ci si era convinti di poter fare ovunque qualunque cosa, senza pensarci troppo sopra se non a come generare tornaconti. Quindici piani fuori terra più sottotetto (come vedete lì sopra) a ridosso delle bellissime abetaie del Parco Valentino e con la Grignetta sullo sfondo, un edificio dal disegno architettonico obiettivamente interessante ma certo non lì dove è stato piazzato, autentico ecomostro (post)turistico oggi abitato solo in minima parte e comunque occasionalmente, percepito come alieno ormai da chiunque sia sensibile al territorio dei Resinelli e al suo paesaggio.

Dunque, ecco il sondaggio. Nessuna domanda ma tre immagini, dalle quali la domanda scaturisce da sé:

Ecco.

Cosa scegliete?

P.S.: al proposito, domenica 28 maggio, dalle ore 17.00 alle ore 19.00, nello Spazio “Le Cose” in via Antonio Corti 12/14 a Lecco, nell’ambito del Festival della Sostenibilità e grazie a Resinelli Tourism Lab, sarà presentato il  project work realizzato dall’MTSM Master in Tourism Strategy & Management (nona edizione) dell’Università di Milano-Bicocca, con il quale gli studenti hanno provato e stanno provando a valorizzare la destinazione dei Resinelli, con proposte turistiche integrate e rispettose dell’ambiente. Per saperne di più, date un occhio qui.