GeographicArt #1

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#1: Abraham Oertel, Theatrum Orbis Terrarum, 1570.

Il mappamondo del Theatrum Orbis Terrarum (“Teatro del mondo”), redatto da Abraham Oertel nel 1570 e considerato il primo vero atlante moderno, è una delle più antiche raffigurazioni cartografiche delle terre emerse nelle fattezze geomorfologiche reali, salvo che per il continente sudamericano, ai tempi ancora in gran parte ignoto, e per le terre polari, ancor più sconosciute.

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Opreno, o della quiete

Se mi fosse chiesto di associare alla parola “quiete” – o a un’altra affine – un certo luogo, una delle prime risposte che mi verrebbe in mente sarebbe sicuramente «Opreno», minuscolo borgo rurale nel territorio comunale di Caprino Bergamasco che, per starsene tranquillo e lontano dal caos della Lombardia iperantropizzata, pare rintanarsi tra i boschi delle amene colline di questa parte della Val San Martino, una zona paesaggisticamente così piacevole da ricordarmi per molti versi la campagna toscana.

Sarà che a Opreno vi sono sempre giunto a piedi e mai con mezzi motorizzati, dunque portandomi appresso una dimensione di tranquillità che forse avrà influenzato la mia relazione con il luogo, ma trovo il piccolo villaggio sempre assorto in una meravigliosa placidità generale, che ne esalta il fascino delicato e d’altro canto agevola l’ascolto dei suoni – o del silenzio – provenienti dall’ambiente naturale d’intorno. Eppure Opreno (il cui toponimo è certamente molto antico e per questo di origine incerta: sembra presupponga una forma Eporenum Eporenus, riconducibile ad omonimi gentilizi ma che forse è solo un aggettivo di ebur-, -oris, “avorio” che tuttavia mi pare una correlazione bislacca; di contro la mia sensazione di “toscanità” per il borgo trova un’inopinata sponda nel toponimo toscano Oprena, di origine etrusca), dicevo, Opreno non è certamente un posto fuori dal mondo: il centro di Caprino dista poco più di 3 km e la statale Bergamo-Lecco, una delle strade più trafficate d’Italia, è a soli 5 km, eppure sembra che a Opreno i rumori sovente fastidiosi della civiltà non giungano, come se fossero schermati dalle ondulazioni collinari e dai folti castagneti che circondano il pugno di case; persino il piccolo parcheggio all’ingresso del borgo, dove termina la strada asfaltata, pare un elemento di disturbo – acustico e visivo – quantunque non si possa certo dire che generi traffico molesto.

Ma pur con il rumoreggiare di qualche mezzo a motore, Opreno non vede intaccata la sua particolare dimensione di quiete e di sospensione nel tempo, distesa tanto da riportare atmosfere di secoli addietro ai giorni nostri: d’altro canto il borgo è almeno trecentesco, anche se compare per la prima volta nella celebre Descrizione di Bergamo e suo territorio di Giovanni da Lezze nel 1596, che così descrive il luogo:

La terra di Opreno è al monte sparsa dietro alla strada, lontana da Bergomo milia XII et dal Adda, Brevi milanese milia sei. Vi sono fogi o case n. 21, anime n.113 cioè: vecchi n. 4, homini da fatione n. 42, il resto donne et putte. In questi sono descritti soldati dell’ordinanze: archibusieri n.2, pichieri n. 2, moschetieri niuno et galeotti n. 2. […] Questi della terra vivono quasi tutti del suo et hanno raccolto per il loro viver aiutati massime dalle castagne, che ne sono in quantità et vino abbondantamente, valendoli le terre fino scudi 20 la pertica. Ha per la Misericordia stara doi et mezzo di formento che si fa in pane et dai sindici si dispensa a poveri.

Per la cronaca, dopo più di quattro secoli dalle osservazioni di Giovanni da Lezze Opreno non è cambiato granché: le case restano una ventina, gli abitanti certamente sono molti meno e di castagneti ve ne sono ancora tanti, seppur la raccolta delle castagne non è più una necessità così sussistenziale (e nemmeno una pratica popolare che gioverebbe alla cura del bosco, purtroppo). Ma che Opreno sia più antico di quella data cinquecentesca lo segnala un fatto di sangue accaduto nel 1373, quando Ambrogio Visconti, figlio del signore di Milano Bernabò Visconti, dopo aver sedato ferocemente una rivolta guelfa nella valle, prima cadde in un’imboscata ordita da contadini locali e poi, cercando di fuggire, morì per un colpo di lancia proprio a Opreno, dove cercava di nascondersi intuendo già allora – mi viene da congetturare – la posizione appartata e tranquilla del luogo nella speranza che tali peculiarità lo salvassero.

Comunque, fatti d’arme storici a parte, le caratteristiche di luogo appartato e quieto Opreno le conserva pienamente anche oggi, ancor più rare e preziose d’un tempo. È un piccolo/grande prodigio, a ben vedere, che ogni visitatore ha il dovere di non guastare: l’armonia tra uomo e ambiente che si respira qui sarà pur vetusta ma agevola la relazione con tutto il mondo che abitiamo, anche con quello più antropizzato e apparentemente disarmonico, che in luoghi come Opreno trova un indispensabile contraltare antropologico e emozionale. Per questo consiglio – come faccio sempre io, ribadisco – di arrivarci a piedi, sfruttando i tanti percorsi belli e facili che si snodano nel territorio circostante i quali a loro volta aiutano ad apprezzare e godere dell’amenità di questa zona: è una scoperta, per chi non vi sia mai stato, ovvero una visita ogni volta ritemprante, come quando si ha la fortuna di scoprire che qualcosa che si crede dotato di scarso interesse offre invece meraviglie cospicue e fascini abbondanti – a patto di saperli cogliere e comprendere: basta un minimo di curiosità, di sensibilità e di riguardo, verso luoghi così particolari nonché, ancor più, verso se stessi.

Tenderini & Tenderini

Ribadisco: non parlo spesso di libri altrui non ancora letti, ma in certi casi trovo necessario eccepire. Come in questa occasione, perché le autrici di cui sto per dirvi ho l’onore e il piacere di conoscerle personalmente (più o meno) e di apprezzarle molto sia umanamente che letterariamente, avendo già letto altre loro opere, perché i loro nuovi libri – pubblicati a poca distanza l’uno dall’altro – lo meritano, e per un altro motivo speciale che vi dirò dopo.

Coincidenze. Piccole storie straordinarie in assenza di causa, è l’ultimo libro di Mirella Tenderini, che di volumi meravigliosi ne ha pubblicati tanti – di montagna, esplorazione e non solo – nel corso di una vita professionale e privata ricca di cose altrettanto meravigliose. In questo breve libro Mirella Tenderini racconta la storia incredibile ma assolutamente vera di stranissime coincidenze occorse nella sua vita, spolverando la memoria di viaggi in luoghi lontani durante anni nei quali non era facile visitare paesi come la Russia di Breznev, il Sudan sconosciuto e l’Algeria francese in lotta con il Marocco. Vecchie storie in un mondo ormai dimenticato con dei personaggi ancora viventi… Ma quante e quali sono le probabilità in cui sono nate le coincidenze raccontate in questo libro? – si domanda nella presentazione del libro. Conoscendo Mirella e tutto quanto ha saputo fare nella sua vita, non posso che pensare a una risposta, anzi, a innumerevoli risposte sorprendenti!

Vie di contrabbando. Sui sentieri ai confini del Lario è invece la nuova pubblicazione di Silvia Tenderini, nei cui libri di viaggio confluisce pienamente il suo spirito di viaggiatrice autentica, appassionata e sensibile, che si tratti di cammini sui monti delle Alpi o di avventure in terre lontane e insolite. In quest’ultima opera l’autrice si concentra su un territorio prealpino tanto poco conosciuto dai più quanto insolitamente affascinante, anche in forza della relativamente scarsa frequentazione turistica, se paragonata a molti dei monti vicini e alla prossimità degli affollati e celebrati laghi di Como e di Lugano: la Valsolda, che si affaccia sul lago di Porlezza e mette in connessione i due laghi citati. Per secoli è stato territorio di frontiera tra Italia e Svizzera e per molto tempo uomini, merci, notizie e idee hanno attraversato il confine percorrendo itinerari più o meno ufficiali, antichi sentieri a cavallo delle montagne. È così che Silvia Tenderini si muove alla scoperta dell’ottocentesca ferrovia dei Tre Laghi, delle officine della Val Senagra e della villa di Fogazzaro, tra l’arte romanica e quella popolare, ma soprattutto ascolta i lontani racconti dei contrabbandieri e la fuga di tanti verso la salvezza durante la guerra. La Valsolda e le sue valli laterali sono oggi meta di un turismo lento, riflessivo, attento alle piccole cose e lontano dai rumori delle più famose località lacustri: per esse questo libro non fa da mera guida turistica ma da intrigante spunto per costruirsi i propri itinerari e andare alla ricerca di storie e di personaggi che hanno animato questi luoghi.

Due libri caldamente consigliati, inutile dirlo – cliccate sulle immagini delle copertine per saperne di più. Ah, sì, vi dicevo dell’ulteriore e speciale motivo per il quale ve li sto consigliando (magari qualcuno lo avrà già intuito): Mirella e Silvia Tenderini sono madre e figlia! Una sorta di prestigiosa “officina letteraria familiare” – e al femminile: un altro valore aggiunto per molti versi – che non smette di regalare ottimi motivi di lettura e di avventure!

Il Lago Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo lo si potrebbe quasi considerare un “mare di montagna” senza nemmeno il bisogno di togliere la sua acqua: in effetti il suo bacino è per tre quarti abbondanti circondato da catene montuose. In pratica solo la sponda afferente ai territori libici ed egiziani non presenta rilievi importanti mentre, per la restante circonferenza, non serve allontanarsi di molto dalle sue acque per cominciare a salire di quota. Se i mari e gli oceani del pianeta sono montagne coperte dall’acqua, il Mediterraneo è un mare d’acqua nel mezzo d’un mare di alte montagne.
Di più: non ricordo più chi abbia scritto che, in fin dei conti, lo si potrebbe considerare un grande lago d’acqua salata il quale, come tutti i laghi, è geograficamente determinato anche dalla presenza di rive montuose, appunto. E basterebbe chiudere il collegamento con l’Oceano Atlantico, come avvenne per ragioni geologiche milioni di anni fa, per fare del nostro mare un bacino a tutti gli effetti chiuso. Un lago, enorme, vastissimo, salato, ma non dissimile rispetto ad altri bacini chiusi, come il Mar Caspio, “tecnicamente” considerato il più grande lago del pianeta. In fondo lo conferma anche il suo nome: è Medi-terranĕus, sta “in mezzo alle terre” e non sono le terre che vi stanno ai lati nel modo che concerne i grandi bacini oceanici. Come i laghi, appunto.

Questo è un brano tratto dal mio saggio intitolato Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Nella cartina qui sopra, ho evidenziato con il tratto rosso le sponde di natura montuosa del Mediterraneo (ovvero dei territori con rilievi montuosi prossimi ai litorali), e con il tratto giallo quelle sostanzialmente pianeggianti. Oltre alle prime vanno considerate anche le montagne interne al bacino, ovvero quelle della penisola italiana (gli Appennini, in pratica) e delle principali isole, che hanno rilievi che sovente superano i 2000 m di quota e i 3000 m in Sicilia, con l’Etna. In tal modo comprenderete meglio quanto ho affermato nel brano sopra riportato.

L’evidenza che il Mar Mediterraneo sia un bacino quasi chiuso, come fosse un enorme lago appunto, non rappresenta affatto una mera curiosità geografica ma è forse la peculiarità principale che ha influenzato la storia sulle sue sponde, dai tempi antichi fino ai giorni nostri. Gli stessi fenomeni migratori che da anni si registrano lungo le rotte e le sponde del Mediterraneo dipendono anche da questa geografia. Ne disquisisco – provo, almeno, a farlo – nel saggio suddetto, che peraltro è parte di un volume tanto bello quanto particolare e per molti versi prezioso. Conoscetelo meglio, ne vale la pena.

Il grande “gioco” della scoperta del paesaggio

[Il paesaggio dell’alta Val San Giacomo, o Valle Spluga, uno di quelli che ho più esplorato e “scoperto”, fin da piccolo. Foto di Siro Scuffi, tratta dalla pagina Facebook “Sei dell’Alpe Motta…“.]
Quando qualche anno fa cominciai il lungo lavoro di stesura di un testo per il Club Alpino Italiano che racconta la storia di una sezione del sodalizio alpinistico nazionale attraverso quella dei suoi soci in azione lungo i sentieri, le pareti e gli ambiti montani in genere nei quali la sezione è stata attiva nel tempo, dunque narrando la storia del territorio stesso e della sua frequentazione (ricreativa ma non solo), ho iniziato a rendermi vividamente conto di come quegli itinerari di cui dovevo scrivere, di qualsiasi tipo essi fossero, non erano e non sono mere tracce di un passaggio di convenienza nel territorio, e tanto meno semplici itinerari ludici nella forma e nella sostanza – anche se in tal modo oggi dai più legittimamente concepiti. Certo, il loro scopo primario contestualizzato al presente è quello, ma diventa unicamente quello soltanto se si ignora e si dimentica il moto delle genti lungo di essi nel tempo quale concreta presenza e sussistenza nel territorio attraversato, cioè l’interazione dell’uomo con il paesaggio d’intorno, qualsiasi scopo essa avesse nel passato e abbia oggi.

È stata una percezione, questa, assolutamente affascinante ma affatto inedita per me. Ho avuto la fortuna fin dalla più giovane età della vicinanza familiare di persone che mi hanno abituato al girovagare consapevole nel paesaggio (soprattutto montano), anche attraverso le più elementari camminate in luoghi apparentemente quotidiani e ovvi, la cui storia geografica mi veniva però raccontata quasi favolisticamente ma, senza dubbio, suggestivamente – almeno per la curiosità d’un bambino che si trova di fronte un mondo intero da scoprire, per il quale un semplice sentiero nel bosco diventa scenografia di infinite bizzarre creazioni della fantasia e stimolo all’esplorazione e alla scoperta di cosa ci possa essere dietro ogni svolta, ogni albero, ogni masso. Uno stimolo spesso ben rifornito di suggestioni proprio grazie alle letture dei libri che, potrei dire, divenivano esercizio per la generazione di un primario, indiretto legame tra narrazione letteraria e narrazione geografica. E se in un punto particolarmente ombroso del bosco non trovavo, io bambino curioso e immaginoso, alcun ingresso d’una casa di gnomi o nessun raduno segreto di elfi poco male: in quei frangenti la curiosità era accesa, l’attenzione resa vigile, e la visione così sollecitata poteva cogliere dettagli altrimenti ignorati e ricavare da essi nozioni più o meno importanti, inevitabilmente ingenue, spesso, ma anche quando minime ed esigue mai insignificanti, mai superflue. Attraverso il moto esuberante seppur disorganico della mia fantasia, stavo imparando a capire che nel paesaggio ogni cosa poteva narrare una storia, tratteggiare una trama, rivelare una verità, magari un segreto – tutto quanto: non solo le creature viventi, anche le piante, le rocce, i più piccoli sassi che tuttavia luccicavano al Sole come (all’apparenza) esotiche pietre preziose… e poi i sentieri, il loro percorso, il fondo, l’ampiezza, i muri, le fontane, gli spiazzi nel bosco, i solchi nel terreno fino all’esiguo panorama visibile tra gli alberi o gli spazi sconfinati dell’orizzonte aperto. Tutto.

Inoltre, grazie a questa costante esplorazione e scoperta leggera e ludica del mondo in cui mi muovevo e fantasticavo, stavo seguendo, a mia insaputa ma con tanta passione, una sorta di corso di estetica del paesaggio, ove la materia più armoniosa era determinata non solo dalla sostanza delle suggestioni ricevute ma pure, se non soprattutto, dalla spontanea, infantile (ma autentica, per gli stessi motivi) percezione del “bello” correlata al ludico, al gioco e al conseguente divertimento, che ogni essere umano in età infantile possiede, e che purtroppo sovente smarrisce nell’età adulta – se non quando ci si ritrova in circostanze ricreative per certi aspetti simili nel principio: non a caso proprio il percorrere un sentiero in ambiente naturale predispone spontaneamente alla percezione sensibile della bellezza di esso e al relativo godimento ricreativo. In tali casi come per me allora, la forma del paesaggio era ed è bella perché osservata senza alcun fine utilitaristico e dunque puramente sollecitante la fantasia: un enorme, vastissimo campo giochi – a prescindere dall’età, a ben vedere – nel quale l’importante non era tanto giocarci effettivamente ma starci dentro. Peraltro, ciò mi fa venire in mente il titolo di una delle più famose opere di letteratura alpinistica dell’Ottocento, The Playground of Europe di Leslie Stephen, filosofo, critico letterario e alpinista tra i più celebri di quel tempo (nonché padre di Virginia Woolf): un libro pubblicato nel 1871 nel qual titolo il vocabolo playground, “terreno di gioco”, non richiama solo al teatro alpino quale ambito d’azione dell’alpinistico pioneristico di quei tempi ma anche (e per certi versi in opposizione a cert’altro alpinismo dall’atteggiamento maggiormente bellicoso e prodromico di quello prestazionale moderno) il senso ludico di tale azione, appunto, per la quale lo stimolo estetico alla conquista delle vette di montagne dalla bellezza meravigliosa, ancorché rude e pericolosa, risultava fondamentale per il successo delle ascensioni e per il godimento intellettuale e spirituale di esse.

Insomma, dicevo: un campo giochi nel quale l’importante è starci dentro e, magari, giocarci. Basta questo, alla fine: il senso del “bello” non abbisogna di molto altro (che è tantissimo, sia chiaro!), solo di poter essere goduto; e solo se goduto, il più possibile liberamente, può essere pienamente percepito con tutte sue forme, segni, scritture, oggettività. La sua comprensione, più o meno intellettuale e altrettanto piena, può semmai venire in un secondo momento, ma senza la percezione di esso, l’intendimento e il riconoscimento, non lo si potrà mai veramente comprendere. Al contrario, conseguendo questa percezione, ne potrà scaturire una comprensione che del valore estetico saprà cogliere tutta l’entità.

Credo sia stato anche da ciò che, già in quella giovane età e poi sempre di più, ho ricavato la mia passione per le carte geografiche: perdermi durante innumerevoli pomeriggi nel vagare in esse con lo sguardo era uno dei passatempi preferiti, cercando di immaginarmi nella maniera più vivida possibile ciò che quelle carte raffiguravano ma, prima, venendo semplicemente affascinato dalla loro grafia, dalla rappresentazione al tratto dell’orografia del territorio e degli elementi antropici, dal seguire le linee che lo percorrevano seguendo direzioni molteplici e a volte inspiegabili e che si intrecciavano, si allontanavano le une dalle altre, correvano parallele, si biforcavano e triforcavano, formavano crocevia o, a volte, finivano apparentemente col perdersi nel nulla. Non lo capivo consciamente, ma dimostravo ciò che le carte geografiche in fondo sono: uno specchio nel quale rifletterci e vederci (o immaginarci) nel territorio, esattamente come ci vediamo nello specchio di casa con attorno la parte di essa nella quale è piazzato. Anche solo in ciò la geografia, e la sua materializzazione più pratica e funzionale, la mappa, dimostra la propria importanza essenziale: per comprenderci nello spazio, dare un senso al nostro moto in esso e per comprendere il legame che ci congiunge al territorio, al paesaggio vissuto e vicendevolmente – tra di noi in quanto creature sociali – ai luoghi in esso. Un legame che ha in sé anche la dimensione del tempo, come sancì già un secolo e mezzo fa il grande geografo francese Élisée Reclus, inventore della “geografia sociale” – base dell’attuale geografia umana – e tra i primi a comprendere come non si potesse elaborare una corretta e completa rappresentazione geografica del mondo senza lo studio storico del moto in esso dei popoli e senza la considerazione degli effetti della loro presenza nei territori attraversati e vissuti, su grande scala tanto quanto in ambiti più piccoli e locali.

Ovviamente a quel tempo, da giovane (e di certo sconclusionato) appassionato di geografia e di lettura delle mappe che ero, non conoscevo Reclus e le sue rivoluzionarie intuizioni. Nel mio piccolissimo, tuttavia, ho continuato nel tempo a mantenere vivo l’interesse per l’esplorazione del territorio e del paesaggio, il che ha reso quella percezione di cui dicevo poco fa sul reale valore dei segni, dei transiti umani e della presenza antropica nel territorio niente affatto una novità: certamente il tempo e l’esperienza l’hanno strutturata, le hanno dato spessore e maggiore riconoscibilità, tuttavia ho dovuto trasformare la percezione in intuizione per dare a quello spessore non solo una forma ma pure una profondità, sì che l’idea finalmente si correlasse tanto allo spazio quanto al tempo – un passaggio “reclusiano” fondamentale, questo, per nulla trascendentale eppure trascurato. Ma, per dire, è come voler andare in bicicletta e trascurare la capacità di stare in equilibrio su due ruote: una capacità che tutti possediamo, peraltro, semplicemente attivandola.