Uno era un purista dell’italiano, che voleva difendere dall’invasione galoppante dell’inglese. La sua crociata si arenò al primo bar, quando nell’aprile del 1967 invece di un whisky chiese “Una bevanda fatta con orzo” e mezz’ora dopo gli fu servita una scodella colma di semolino fumante.
Loki, il mio segretario personale a forma di cane, devo ammettere che a volte non si dimostra estremamente professionale nelle sue mansioni come io gradirei: come qualche giorno fa, quando gli ho dato l’incarico di addetto stampa personale consegnandoli uno smartphone per gestire i vari media e lui, per tutta risposta, ha subito cercato di capire se fosse qualcosa di commestibile, danneggiandolo. Accidenti!
Tuttavia, a parte tali malintesi professionali, devo pure ammettere che in altri ambiti non smette di dimostrarmi le sue notevolissime doti di animalità. Animalità, sì.
Ad esempio – per dirvi d’un fatto recente in fondo assai banale ma, per me, certamente significativo: qualche giorno fa vaghiamo per boschi montani all’imbrunire, la luce diurna svanisce lentamente ma inesorabilmente, le ombre si allungano velando il paesaggio ma la neve sul terreno agevola la visibilità. Ad un tratto, presso una baita, noto qualcosa che si muove: è una piccola capretta, rannicchiata e tremante nell’angolo tra l’edificio e un basso muro di pietre. È ferita alle zampe posteriori che infatti tiene piegate in modo innaturale, forse per il morso di qualche altro cane poco o per nulla “educato”. Loki non la vede subito ma, appena gliela faccio notare, si agita come se non sapesse più stare nel pelo (si può dire così, per gli animali?), le si avvicina ma stando attento a non urtarla con troppa foga, la annusa, lecca la ferita, le dà piccoli colpetti col naso come a invitarla a rialzarsi, mi guarda, piagnucola, abbaia, corre intorno al punto in cui è ferma, abbaia ancora, mi guarda, le si sdraia davanti osservandola fissamente per qualche secondo e poi ricomincia il tutto come sopra.
«Razza di teppista peloso che non sei altro! – gli dico – se non avessi addentato quello smartphone potevi chiamare tu qualcuno in soccorso!» Così le faccio io un paio di telefonate, poi restiamo ancora per un po’ lì accanto alla capretta per farle compagnia e tentare di rassicurarla, cercando di placare la sua evidente agitazione. Alla fine l’amica veterinaria alla quale si affida anche Loki mi assicura che ci penserà lei a recuperare entro breve la piccolina ferita, ma per convincere Loki che ce ne possiamo tornare a casa – ormai è tardi e il buio è calato del tutto – ci metto un bel po’: non se ne vuole andare, mugola, punta le zampe a terra come se volesse rimanere lì a vegliarla.
Insomma, la storia fortunatamente ha un lieto fine, con la capretta recuperata e ora in degenza presso l’ambulatorio dell’amica veterinaria (che ringraziamo di cuore, Loki e io, per il salvataggio):
Ecco.
Storiella banale, lo ribadisco, eppure nella sua insignificanza importante, per me.
Ora: noi umani, sempre così terribilmente (e spesso ingiustificatamente) antropocentrici, parliamo di “umanità degli animali” quando ci pare che si comportino con altruismi e magnanimità che pensiamo essere doti manifestate unicamente dagli uomini. Dimostrando con ciò la nostra irrefrenabile boria, appunto, e parimenti dimenticando la storia stessa del genere umano, i cui atti nobili – inutile rimarcarlo – sono ben offuscati da fin troppa millenaria ignobiltà e senza che tale realtà storica appaia in miglioramento, per giunta – anzi. Però gli “animali” sono loro, non noi, e quando usiamo il termine “animalità”, per lo stesso principio irrazionalmente antropocentrico appena citato, lo decliniamo in accezioni negative e spregiative, contrapponendolo spesso proprio al senso che diamo al termine e al concetto di “umanità”. E se invece di parlare di “umanità degli animali” dovessimo imparare da essi e conseguire una nostra animalità umana? Insomma, siamo così certi di essere sempre noi quelli magnanimi, sensibili, altruisti, solidali, generosi, e di esserlo quando conta esserlo e non solo quando ci fa comodo manifestarlo, per poi diventare tutto l’opposto quando torniamo a barricarci nel nostro baluardo di antropocentrico egoismo per mere e a volte bieche ragioni di convenienza personale? In parole povere: e se noi uomini dovessimo tornare a essere “animali”, per diventare pienamente e autenticamente umani?
Be’, noterete che pure la “morale” della storiella è assai banale, in fondo. Eppure, di frequente, ci viene comodo pensare che certe cose siano banali e scontate sono per sentirci giustificati nel trascurarle e nell’evitare di meditarci sopra come dovremmo invece fare. Già.
Come scrivevo già qui, qualche giorno dopo la notizia della sua scomparsa, Barry Lopez è una figura della quale, e del cui pensiero, il futuro avrà sempre più bisogno, da oggi e per lunghissimo tempo. Il che comporta che nel futuro un pubblico sempre più vasto conoscerà (dovrà conoscere) e apprezzerà la sua opera intellettuale rispetto al presente. Purtroppo è accaduto spesso che le parole di certi pensatori particolarmente profondi e rivoluzionari venissero comprese dal grande pubblico dopo tanto tempo, ad anni dalla loro scomparsa, è un difetto perdurante nelle società umane, questo; ma l’incidenza del loro pensiero sulla realtà in divenire è comunque potente e inesorabile e, nel caso, abbisogna solo che nel corso del tempo venga il momento per la sua cognizione e per la maturazione della relativa consapevolezza culturale. Quanto mai importante, con Barry Lopez, vista l’assoluta attinenza alla realtà contemporanea del nostro mondo e al suo futuro prossimo.
Per tutto ciò, e per il pubblico italiano, risulta altrettanto importante l’opera di Davide Sapienza, colui che s’è fatto “mentore” di Lopez in Italia al cui pensiero ha affiancato il proprio, altrettanto alternativo, stra-ordinario, innovativo: dunque in veste di custode primario del retaggio filosofico e morale di Barry Lopez nonché, appunto, come prosecutore del cammino analitico del grande scrittore americano lungo sentieri che dal solco principale si sono irradiati, e continuano a farlo, ovunque nel paesaggio naturale e nelle geografie umane.
Dunque non poteva che essere Davide a scrivere l’omaggio più legittimo e sentito in ricordo di Barry Lopez, accompagnando con un suo breve ma intenso pezzo un testo inedito (bellissimo e al solito illuminante) dello scrittore americano su “Limina”, corredato dalle illustrazioni di Simona Piccolini (una la vedete in testa a questo post). Nel suo prologo, Davide scrive che
In Lopez, nulla è scontato; proprio come durante un viaggio, nella wilderness piuttosto che in una città, ogni parola è un evento che risuona di vastità e che richiede di essere meditata, prima di essere pronunciata. Me lo hanno insegnato i suoi libri, me lo ha insegnato lui: scrivere è raccontare, richiede dunque spazio e tempo. Leggere Barry Lopez significa ascoltare una voce ben distinta e trovare un ritmo ben preciso. Perché sapeva che il suo importante ruolo culturale poteva e doveva lasciare un segno utile e non a caso di sé diceva «voglio vivere una vita che sia stata utile». La sua opera è con noi e lo sarà per i prossimi secoli. Perché è formidabile, perché è necessaria.
Ecco: nel complesso (dei due testi, intendo dire), l’omaggio di Sapienza a Lopez è altrettanto formidabile e necessario. Leggetelo e meditatelo con mente e cuore aperti e con spirito libero, cliccando sull’immagine in testa al post – e ringrazio di cuore Davide per avermi concesso di linkarlo pure qui e di sottoporlo così alla vostra attenzione.
P.S.: il titolo del presente post è un ovvio richiamo a questo.
Credo che pochi onoreranno Barry Lopez, scomparso a Natale per un male incurabile – “pochi” rispetto a quanto meriterebbe, intendo dire – eppure ciò che ha visto, pensato, meditato, elaborato e scritto nei suoi libri in fondo interessa tutti quanti. Perché Lopez non è stato solo «il più importante scrittore di natura e paesaggio», definizione che lo accompagna da molto tempo, certamente significativa ma per molti versi, come tutte le definizioni, piuttosto limitante, è stato un grande narratore del genere umano nella Natura e nel paesaggio, ovvero della relazione vitale tra esseri umani e ambiente naturale (entrambi nella loro interezza) che, a ben vedere, sta alla base del nostro vivere su questo pianeta.
Come ha scritto tempo fa la scrittrice e viaggiatrice inglese Sara Wheeler sul “The Times”, «Lopez porta i lettori non solo fuori da se stessi in un altro luogo, ma anche in se stessi». Ecco: scriveva di natura e paesaggio per scrivere di umani, avendo perfettamente compreso che l’uno e l’altro ambito sono in realtà la stessa cosa. Un’evidenza tanto semplice e fondamentale quanto incompresa e trascurata da tanti: per questo ho iniziato questo articolo nel modo che avete letto. E per lo stesso motivo posso dire che è e sarà proprio il paesaggio a fare per Barry Lopez da elemento commemorativo imperituro, nel quale, quando e come vorremo, vedremo nitidamente ciò che abbiamo e avremo letto nei suoi libri.
Come noterete lì sopra, per omaggiare Barry Lopez ho scelto una foto “non istituzionale”, trovata nel suo sito web, che lo ritrae insieme al nipotino Owen mentre osservano la risalita dei salmoni lungo il fiume McKenzie, nei pressi della casa di Lopez in Oregon. Un altro modo per segnalare il valore imperituro, dunque anche e soprattutto proteso al futuro, del pensiero del grande scrittore americano. Qui invece trovate il ricordo dell’amico Davide Sapienza, “mentore” italiano di Lopez, con il quale curò il bellissimo Una geografia profonda e al quale devo la scoperta e la conoscenza di Lopez e dei suoi scritti.
Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.