Stupidità Progresso

La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé.

(Ennio Flaiano, Ombre grigie, elzeviro sul Corriere della Sera, 13 marzo 1969; riportato anche in La solitudine del satiro.)

Flaiano, inutile rimarcarlo, fu un intellettuale di intelligenza e sagacia più unica che rara nonché di lucidità forse tutt’oggi inimitabile. La citazione sopra riportata lo dimostra bene: pare scritta per i giorni nostri, perfetta nell’illustrare in breve quanto sta accadendo in ampia parte dell’opinione pubblica (assimilate “mezzi di comunicazione” ai contemporanei social media e il gioco è pressoché fatto – e il tutto anche a prescindere dalla situazione sanitaria in essere da un anno a questa parte) ma, come vedete, è di più di cinquant’anni fa. Perché la voce dei grandi intellettuali è sovente accomunata da due peculiarità: una, il saper prevedere come andrà il mondo (ovvero l’essere più avanti del mondo stesso); due, il non essere quasi mai realmente ascoltate e tanto meno comprese.
Ma forse è inevitabile che vada così. Come lo stesso Flaiano disse, in un altro dei suoi fulminanti aforismi:

Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso.

(Da Taccuino del Marziano, 1960.)

P.S.: il titolo di questo posto ovviamente cita questo.

Un popolo coeso

[Foto di Anastasia Gepp da Pixabay]
Ieri mi sono fatto una camminata in una località montana abitualmente assai frequentata da gitanti d’ogni sorta, grazie alla facilità dei percorsi, alla presenza di un grande rifugio e di una strada che lo raggiunge, seppur chiusa al traffico ordinario – e la giornata scorsa non ha fatto eccezione, con parecchie persone presenti nonostante qui non si fosse ancora in “zona gialla”, la quale comincia oggi.

Su dieci di esse – a voler fare una statistica a braccio eppure del tutto obiettiva – ce n’erano otto superfighe, allegre, atletiche, visibilmente sicure di sé che non indossavano la mascherina, nemmeno riposta al braccio o altrove, e due povere cretine, evidentemente sprovvedute, sfigate, giustamente scansate da tutti, con la mascherina indossata. Con tale proporzione generalmente estesa a tutti i presenti, ieri lì.

E io che osservavo la situazione con grande “ammirazione”, sorpreso da una così compatta consonanza d’intenti: tutta questa gente che si adopera per il ritorno più rapido possibile della zona rossa e del lockdown! Caspita, che partecipazione, che solidarietà: e poi dicono che gli italiani non sono un popolo coeso! Complimenti!

P.S.: se nel leggere ciò che avete appena letto vi è sorto il dubbio che quanto scritto manifestasse, pur in modo assolutamente flebile, del sarcasmo, sappiate che potrebbe non essere del tutto casuale.

 

Belle parole

[Foto di Steve Buissinne da Pixabay.]
Mi si consenta il seguente appunto.

Al summit virtuale sul clima convocato giovedì 22 aprile dal Presidente USA Joe Biden in occasione della Giornata della Terra, il leader del regime cinese Xi Jinping ha sostenuto che «Dobbiamo impegnarci per uno sviluppo verde, per un’economia sostenibile  per le future generazioni», dicendosi poi certo e ribadendo che «lasceremo un mondo verde alle generazioni future».

Belle parole, vero?

Peccato che nel 2020 in Cina la crescita del carbone, che ormai pure i sassi conoscono come un combustibile fossile tra i più inquinanti in assoluto, ha compensato le centrali spente nel resto del mondo, portando al primo aumento globale della potenza da carbone dal 2015. La Cina realizzato 38,4 GW di nuove centrali a carbone nel solo anno scorso, pari al 76% del totale globale (50,3 GW). Non solo: ha anche 88,1 GW di energia a carbone in costruzione, e altri 158,7 GW sono stati proposti per essere realizzati nei prossimi anni.

“Belle parole” quelle là, proprio vero!

Meditate, gente, meditate. Anche e soprattutto quando state/starete acquistando qualche prodotto e vedete stampigliata sopra la scritta “Made in China”, già.

Da Bergamo alla Roncola sulla DOL

La prima tappa della DOL dei Tre Signori parte dalla stazione ferroviaria della città di Bergamo e vi porta fino a Roncola San Bernardo, sulle pendici dell’Albenza a 850 m. Un itinerario inserito in un paesaggio fortemente antropizzato, ma che offre numerosissimi punti d’interesse storico, architettonico, artistico e culturale che vi inviteranno a rallentare il vostro cammino. A partire da Città Alta, con le sue Mura Venete Patrimonio UNESCO e i tesori che vi sorprenderanno a ogni svolta. Attraverserete poi il verde dei boschi del Parco dei Colli di Bergamo fino al Santuario della Madonna di Sombreno, che vi aprirà la vista all’intero percorso della tappa. Vi incamminerete sulla Ciclovia della Val Brembana, lungo il percorso tracciato fino agli anni ’60 dalla Ferrovia, scoprirete i gioielli più preziosi del romanico lombardo, come la Rotonda di San Tomè e la Chiesa di San Giorgio in Lemine, ma vi immergerete anche nel profumo dei vigneti di Almenno San Salvatore. Giungerete infine a Roncola, dove ad attendervi come premio ci sarà il Polittico di San Bernardo di Giovan Battista Moroni, uno dei maggiori pittori italiani del Cinquecento, e un’ampia vista panoramica sulla Pianura Padana.

🚩 Punto di partenza: Bergamo – Stazione Ferroviaria
🏁 Punto di arrivo: Roncola San Bernardo (BG)
 Dislivello positivo: 1.163 m
🥾 Distanza: 18,4 km
 Durata: 6 ore

Eccovi un riassunto, conciso ma mi auguro assai invitante, della prima tappa del trekking lungo la Dorsale Orobica Lecchese, che trovate narrata nella sua interezza e con generosa profusione di dettagli, suggestioni ed emozioni sulla guida Dol dei Tre Signori. Un libro che, come ho già affermato, dovete certamente leggere così che poi vorrete senza alcun dubbio camminare lungo le montagne, i paesaggi e lo spettacolare itinerario che li attraversa, e che noi autori abbiamo narrato nella guida.

Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra o visitate la pagina facebook I cammini di Orobie dalla quale ho tratto il testo sopra riportato.

Per qualsiasi altra informazione sulla guida e su come reperirla, potete consultare www.orobie.it/cammini/, scrivere un messaggio a redazione@orobie.it oppure telefonare al numero 035/240.666.

Castagni, ulivi, cultura, futuro

P.S. – Pre Scriptum: sempre per la serie «Post pubblicati anni addietro ma sempre assolutamente validi», ecco un altro post pubblicato anni addietro – 5 anni fa, per l’esattezza – ma sempre assolutamente valido (appunto), ritrovato scartabellando negli archivi del blog e valido tutt’oggi proprio per la particolarità del periodo pandemico e per quanto essa ha provocato nell’ambito culturale – in senso lato, dunque comprendendo anche la scuola. D’altro canto, molti dei problemi che giorno dopo giorno ci ritroviamo a vivere, grandi o piccoli che siano, sono di frequente il frutto di “mancate semine” di elementi vitali, fecondi, fruttuosi, nel terreno della nostra società: la pandemia da Covid-19 non fa eccezione, ribadisco. Dobbiamo piantarla di non piantare più buoni semi per il futuro: altrimenti il presente, ovvero il “qui e ora”, diventa (e diventerà) un momento di cronica, inesorabile decadenza verso il passato più sterile e antiquato.

[Immagine di Oberholster Venita da Pixabay.]

Castagni e ulivi hanno la stessa anima. E’ l’anima lungimirante dei montanari e dei contadini che li hanno piantati ben sapendo che non ne avrebbero goduto i frutti. Né loro né i loro figli. Solo la terza generazione, quella dei nipoti, avrebbero avuto in dono la spremitura d’oro delle olive o la ben più povera farina di castagne. Eppure li hanno piantati, hanno saputo guardare avanti.

E’ una citazione che ho tratto da un articolo del numero di novembre 2015 di Montagne360, il mensile del Club Alpino Italiano – e no, nessuna volontà di passatismo, sia chiaro, nemmeno di retorica del “si stava meglio quando si stava peggio” o altro del genere, anzi, tutto il contrario. Ma il futuro, qualsiasi futuro che si voglia migliore del presente e del passato nonché proficuo, non può non imparare da quanto s’è fatto di buono nel passato – cosa persino banale da dirsi eppure alquanto ignorata e trascurata, lo sapete bene.
In ogni caso, trovo quelle parole meravigliose anche per disquisire di cultura, ovvero di quale dovrebbe essere l’atteggiamento delle istituzioni nei confronti della cultura e, di contro, di quanto sia ottuso e irresponsabile l’atteggiamento che il più delle volte si deve constatare. Ancora più grave, tale irresponsabilità, perché il coltivare la buona cultura, a differenza di castagni e ulivi, permette di ottenere buoni raccolti fin da subito, i quali poi non potranno far altri che diventare sempre più abbondanti e fruttuosi col passare del tempo.
Se invece ciò non avviene, se chi di dovere continua a pensare alla cultura come a una spesa da sostenere e un fastidio del presente dal quale sfuggire e non a un investimento di importanza vitale (e di molteplici, crescenti tornaconti) per l’intera società, sarà responsabile ingiustificabile del futuro degrado sociale (dacché la cultura è la base dello sviluppo sociale, altra cosa inutile da rimarcare) e del relativo imbarbarimento collettivo. Ovvero di qualcosa che, proprio per quanto ho appena affermato, stiamo già oggi constatando in modo inequivocabile.
Eppure, nonostante la situazione lapalissiana, pare che non solo si continui a non piantare alcun buon germoglio culturale per le future generazioni, ma che pure si faccia di tutto per rendere ovunque il terreno sterile e infecondo per qualsiasi coltivazione, impedendo ogni futuro (da domani fino a quello più lontano) nutrimento intellettuale. Ovvero, in parole povere e più chiare, mandando la nostra società allo sfacelo. Ma anche questa cosa, credo, è tanto chiara e inesorabile che non avrebbe bisogno di essere rimarcata.