Toilet paper ski

A ben vedere gli inverni recenti – e non solo gli ultimissimi ma da qualche lustro a questa parte, salvo annate “normali” ormai sempre meno frequenti – ci sarebbe proprio da creare una nuova categoria turistico-sciistica di portata internazionale, per questo da identificare con una consona espressione anglofona (cosa d’altronde conveniente anche per attrarre nuovi turisti, soprattutto da certi paesi esotici che già vi si stanno abituando a queste “innovazioni”). Dunque, con l’alpine ski, il nordic ski, lo snowboard, il freestyle ski, lo ski mountaineering eccetera, ecco la novità di questi ultimi anni: il toilet paper ski!

Fantastico, vero?

Be’, sì, è evidente che una definizione come quella fa venire in mente cose poco nobili, ma in fondo anche per tale aspetto appare piuttosto consona alla propria realtà di fatto, non solo visiva. Già.

La corsa di massa verso la Natura

[Immagine tratta da questo articolo de “Il Dolomiti”.]

Che nessuno salti alla conclusione che il cittadino comune debba prendere un dottorato in ecologia prima di poter “vedere” il suo paese. Al contrario, lo specialista può diventare del tutto insensibile – proprio come un impresario di pompe funebri è insensibile ai misteri del suo ufficio. Come tutti i veri tesori della mente, la percezione può essere frazionata all’infinito senza perdere nessuna delle sue qualità. Le erbacce cresciute in città possono offrire la stessa lezione delle sequoie; il contadino può vedere nel suo pascolo di vacche ciò che forse non è concesso allo scienziato che si avventura fin nei mari del sud. La facoltà di percepire, in breve, non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la natura è futile, oltreché dannosa.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.182-183.)

Al di là del potente valore culturale atemporale di queste parole di Aldo Leopold, quell’ultima osservazione sulla corsa di massa alla Natura – così spesso “auspicata” e sostenuta dal marketing turistico nonostante lo sparlare di “sostenibilità”, “eco”, “green”, eccetera: il lago di Braies nelle immagini lì sopra è un luogo tra i più emblematici al riguardo, come già scrissi qui – potrebbe far credere a qualcuno che questo brano sia stato scritto ai giorni nostri, magari proprio negli ultimi anni per come sembra coglierne ispirazione. Invece A Sand County Almanac venne pubblicato nel 1949 raccogliendo testi scritti da Leopold antecedentemente, il che rende sorprendente e parecchio emblematica l’attinenza delle sue osservazioni con la realtà corrente. O, forse, con una realtà che tutt’oggi pesca da un immaginario diffuso nei confronti dell’ambiente naturale già distorto da tempo e che, nel corso degli anni, ha sempre più perso la relazione con la Natura trascurando ampiamente le facoltà percettive del “cittadino comune”. Quelle facoltà che consentono di osservare e non solo di vedere il mondo, di elaborarne il paesaggio, di comprenderne o quanto meno di meditare la realtà sistemica, di intessere quella relazione fondamentale tra uomini e paesaggi che genera identità reciproca, valore culturale, cognizione intellettuale e fa da base all’altrettanto reciproca e armonica salvaguardia: dell’uomo nei confronti della Natura (che invece la “corsa di massa” di matrice più o meno turistica mette a rischio) e viceversa. Una facoltà, la percezione, che come sostiene Leopold non può essere acquisita perché tutti quanti ce l’abbiamo già – ce l’avremmo già, se solo ricordassimo dove l’abbiamo smarrita, negli angoli più reconditi e bui della nostra mente e dell’animo. E, infatti, tale dimenticanza la si vede poi tutta, in molti luoghi – naturali e non solo – del mondo abitato e modificato dagli umani.

P.S.: tornerò a breve a disquisire di overtourism montano, una questione che va affrontata al meglio e quanto prima per evitare che degeneri causando danni irreparabili alle nostre montagne (e non solo a quelle).

Le Alpi e i cambiamenti climatici, in due minuti

Quali sono gli effetti del cambiamento climatico sulle Alpi? In che modo l’aumento delle temperature è legato ai pericoli naturali nella regione alpina? Lo spiega in meno di due minuti questo efficace video prodotto dall’Iniziativa delle Alpi, associazione svizzera che ha l’obiettivo di proteggere le Alpi come ecosistema ecologicamente sensibile e di salvaguardarle come spazio vitale. Inoltre, quale organizzazione ambientalista, appoggia una politica dei trasporti sostenibile e si impegna per sviluppare e promuovere le misure di protezione del clima. Peraltro di Alpen Initiative, il nome originale tedesco, avevo già scritto qui.

Ovviamente, il video è da vedere e meditare, cliccando lì sopra.

Sull’ordinanza altoatesina che da qualche giorno proibisce l’innevamento artificiale

Noto che sul web e sui social ha ricevuto parecchio risalto la notizia dell’ordinanza sul risparmio idrico a causa della siccità emessa dalla Provincia Autonoma di Bolzano la quale, tra le altre cose, proibisce qualsiasi tipo di «innevamento tecnico», ovvero la produzione di neve artificiale per le piste da sci. L’ordinanza è stata commentata in alcuni casi positivamente, come una presa di coscienza dell’ente provinciale altoatesino rispetto alla gravità dell’emergenza idrica in atto e contro le pretese dei gestori dei comprensori sciistici – nel sito di Mountain Wilderness Italia c’è un articolo che spiega bene la questione, firmato da Luigi Casanova.

A me invece, che invecchiando divento diffidente e acido, quello della provincia di Bolzano mi pare un ennesimo atto di mera sottomissione all’industria dello sci. Sì, perché l’ordinanza è stata emessa il 22 marzo scorso, ovvero quando ormai non ci sono più le condizioni climatiche, e nemmeno l’interesse economico, affinché nei comprensori sciistici si continui a produrre neve artificiale, quando di contro è da settimane che la situazione di grave carenza idrica viene rimarcata e denunciata, senza considerare il fatto che l’emergenza in corso non è che la continuazione di quella dello scorso anno, mai risolta viste la scarse precipitazioni autunnali e invernali. Un’ordinanza del genere avrebbe avuto ben diverso valore se emessa settimane fa, appunto, quando già era evidente che il deficit idrico fosse ingente e non recuperabile a breve e il risparmio di acqua sarebbe stato ben più significativo: ma si era ancora in inverno e c’era da imbiancare di neve artificiale le piste da sci, dunque promulgare un’ordinanza di gestione «parsimoniosa, sostenibile ed efficace» dell’acqua senza vietare l’innevamento artificiale sarebbe risultato un atto fin troppo ipocrita. Ora invece la cosa dà meno nell’occhio, probabilmente, ma per certi versi l’ipocrisia di fondo è anche maggiore; si può pensare che ciò sia giusto o sbagliato, che sia stato necessario dare priorità di salvaguardia al comparto turistico-sciistico più che a quello agricolo e che ciò sia legittimo e saggio oppure no ma, ribadisco, la sostanza della questione a mio modo di vedere non cambia. In pratica, si è deciso di chiudere il recinto quando ormai la maggior parte dei buoi sono già scappati e dentro ne restano molti meno di quelli originari.

Non credo che questa sia una condotta così virtuosa, in senso generale ovvero nella valutazione complessiva degli interessi e delle necessità dell’intero comparto economico locale – visto che non esiste solo il turismo, per nella sua importanza. Anzi, mi pare evidente che gli interessi di certi settori vengano ritenuti politicamente più salvaguardabili di altri ovvero dotato di maggiori diritti di altri: così mentre già prima agli agricoltori del fondovalle arrivava pochissima acqua (buona parte dei corsi d’acqua, con le relative derivazioni, sono a secco non da settimane ma da mesi) e ora ne avranno ancora meno da utilizzare, i comprensori sciistici sui monti hanno potuto utilizzare l’acqua a piacimento praticamente fino a fine stagione; e che il consumo idrico degli impianti di innevamento artificiale sia solo una piccola parte di quello generale o che si sia voluto avvantaggiare il comparto economico che a livello produce il PIL maggiore non cambia la questione, che è innanzi tutto di condotta amministrativa pubblica e di principio politico-economico; l’eventuale convenienza strategica semmai viene dopo. Ecco, da questo punto di vista io penso sia una questione piuttosto grave e per nulla virtuosa – parere personale, ripeto.

Sylvain Tesson, “La Pantera delle Nevi”

Come la precedente qui pubblicata, anche questa che state per leggere è una “recensione” sui generis. Questo perché qualche tempo fa ho letto La Pantera delle Nevi, il libro di Sylvain Tesson (Sellerio Editore, 2020, traduzione di Roberta Ferrara; orig. La panthère des neiges) per presentare l’omonimo film uscito nelle sale italiane lo scorso ottobre, dunque per diversi aspetti ciò che ne ho scritto rappresenta una “recensione” sia del libro che della pellicola – cosa che peraltro ci sta, vista la stretta correlazione narrativa, espressiva e artistica tra le due opere. Per lo stesso motivo, se quanto leggerete potrà interessarvi – come mi auguro – al libro, l’invito è comunque quello di vedere prima o poi anche il film, così da rendere completa e compiuta la conoscenza de La Pantera delle Nevi e l’importante esperienza che senza dubbio ne trarrete.

Ma partiamo dalla protagonista assoluta: la pantera delle nevi, o leopardo delle nevi / Panthera uncia: “uncia” deriva dal francese once (italianizzato in onza) inizialmente usato per indicare la lince europea e poi in generale i felini delle dimensioni della lince. Venne individuata per la prima volta nel 1775 da un naturalista tedesco, Johann Christian Daniel von Schreber. Nonostante il suo nome ordinario “leopardo”, è più imparentata con la tigre che con il leopardo propriamente detto.

La pantera delle nevi è uno degli animali più elusivi e misteriosi del mondo, al punto che non se ne conosce con precisione la quantità. Ce ne dovrebbero essere ancora 4-6.000 individui dei quali solo 2.500 in età riproduttiva, dunque è una specie sicuramente in pericolo. È stata a lungo cacciata per la sua pelliccia e solo dagli anni ’80 è protetta in modo ampio. Ma tutt’oggi deve affrontare numerose minacce antropiche: oltre al bracconaggio e alla caccia di frodo, la mancanza di salvaguardia dell’ambiente naturale e le attività industriali-minerarie che disturbano la vita della pantera e la allontanano da molte aree del suo habitat tipico. Il fotografo Vincent Munier e l’autore Sylvain Tesson partono nel 2018, con la regista Marie Amiguet e un collaboratore, per un viaggio di circa un mese negli altipiani tibetani, a quote tra i 4 e i 6000 metri e temperature raramente superiori ai -20° C, alla ricerca della misteriosa creatura… Perché proprio la pantera delle nevi? Perché la sua elusività e il mistero che l’accompagna, nel nostro mondo contemporaneo iperantropizzato, ultratecnologico e che pensiamo/crediamo di conoscere sotto ogni aspetto, simboleggia come poche altre cose ancora la natura selvaggia e un ambito vitale nel quale l’uomo è quasi del tutto assente, dunque un abito che preserva caratteristiche biologiche ma anche filosofiche intatte da decine di migliaia di anni []

[Sylvain Tesson, a destra, con Vincent Munier in una scena del film.]
(Potete leggere la recensione completa de La Pantera delle Nevi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)