Sono proprio contento di leggere del successo degli eventi di “ReImagine Winter”, la mobilitazione nazionale diffusa organizzata al fine di re-immaginare l’inverno e il sistema turistico ad esso collegato. Per motivi personali non ho potuto parteciparvi e dunque trovo ancor più belle le immagini che mi hanno inviato dai due raduni delle mie parti, al Monte San Primo (immagini sopra) e ai Piani di Artavaggio(sotto), meravigliose località montane ex sciistiche minacciate dalla progettazione di nuovi impianti di risalita il cui stato ambientale, con neve poca o assente e prati verdi come fosse maggio inoltrato, ne fa capire senza bisogno di parole l’assurdità e il potenziale (ennesimo) spreco di denaro pubblico.
Ribadisco: tutto ciò non rappresenta alcuna crociata contro lo sci su pista, ma la manifestazione della crescente presa di coscienza riguardo il miglior futuro possibile per le nostre montagne, per il loro paesaggio, l’ambiente e per le comunità che le abitano, al fine di svincolarle da qualsiasi sfruttamento non solo obsoleto ma pure palesemente degradante e di ridare loro la dignità politica, socioeconomica, culturale che le spetta, ovvero dimensione ideale per sviluppare un turismo finalmente al passo con i tempi e consono ai territori montani, a vantaggi di tutti, residenti e turisti.
Da tempo seguo sul web Alessandro Fort, psicologo, formatore e scrittore (l’ultimo libro edito è Ansia e stress, vedete la copertina qui sotto), per la mirabile capacità divulgativa attraverso la quale veicola la propria esperienza professionale e – dal mio punto di vista soprattutto – perché lo fa prendendo spesso come dimensione contestuale la montagna e l’ambiente naturale. In sostanza, Alessandro riprende a modo suo quel motteggio vecchio e, se mediato con eccessiva superficialità, fin troppo retorico che recita «La montagna è una scuola di vita» riportandolo con prezioso pragmatismo al presente e a quel valore generale di bene ecosistemico fondamentale, in senso materiale e immateriale, che la Natura possiede e offre a chiunque vi instauri una relazione culturale la quale, inevitabilmente, godrà anche dei benefici psicologici indotti dal quel valore. Che d’altro canto è attivo anche quando non si abbia la consapevolezza della sua sussistenza, come può accadere a chi viva e frequenti la Natura con fini meramente ludici o ricreativi, seppur comprenderne l’effetto ne accresce(rebbe) largamente i benefici.
Ho chiesto ad Alessandro di spiegarmi rapidamente come nasca la correlazione tra montagna e psicologia che propone, e così mi ha risposto:
La montagna è per me la natura senza alcuna gara con niente e nessuno, è il luogo in cui ignoro l’orologio e mi regolo con il giro del sole. La montagna dà spazio alla parte primitiva del mio essere dove bevo l’acqua del ruscello, osservo il cielo per sentire l’arrivo della pioggia o raccolgo il mugo. Lì ci sono cose vere come terra, acqua, aria, legno…tutti elementi che riporto nel mio lavoro quale strumento di contrasto dell’ansia e dello stress, ma più in generale per mantenere l’equilibrio interiore mio e delle persone che a me si affidano. Camminare sui sentieri è riscoprire quell’animo avventuriero in via di estinzione, sostituito dalla frenetica omologazione sportiva, ed è il modo migliore per contrastare la fretta che il mondo impone, spingendo a non vedere nulla di ciò che sta attorno. Una cosa che mi rattrista poiché chi non vede la natura e le sue creature non vede neppure gli esseri umani.
Posto tutto ciò, ho formulato ad Alessandro il desiderio di poter proporre a chi legge queste mie pagine qualche suo contributo sulle tematiche delle quali si occupa, e molto gentilmente mi ha concesso un articolo (sublime, ma è la mia opinione personale) che è stato originariamente pubblicato sul magazine “Treviso Città&Storie” – essendo lui trevigiano di adozione (e mestrino di nascita) – dall’intrigante titolo Cosa significa naturale?
Lo potete leggere di seguito, e ringrazio ancora Alessandro Fort per tale concessione e per la preziosa amicizia.
Cosa significa naturale?
Tutti si dicono amanti della natura, ma che cosa intendono esattamente per natura?
Per alcuni l’attraversare il giardinetto in città è già entrare nella natura selvaggia e pericolosa, comprensibile se li si immagina vivere al quarto piano di un condominio con ascensore che li porta su e giù ogni giorno. Mia madre quando vedeva un campo, un bosco o comunque un’area non edificata diceva che gli faceva tristezza.
La maggior parte delle persone la pensa come lei, nel senso che quando non c’è nessun oggetto, intervento o costruzione derivante dall’azione umana, ritiene non vi sia niente di bello da vedere e interessante da fare. Da tale prospettiva un bosco è solo un bosco, ma se ci si piazza un po’ di corde su cui arrampicarsi e una ventina di cartelli illustrativi, diventa un bellissimo parco in cui stare a contatto con la natura.
Sul primordiale conflitto uomo natura è cresciuta l’ingordigia commerciale a sua volta alimentata dalla rincorsa delle novità. Il mito della natura diventa pretesto per piazzare giostre di plastica, segnaletiche ridondanti, costruzioni di cemento e aggeggi in acciaio, ma anche strade e mezzi di trasporto (dal fuoristrada alla mountain bike) che rendono il transito veloce e distratto fino a trasformare il bosco, la spiaggia o la campagna sfondi appena percepiti. La cultura della semplice natura non è remunerativa rispetto al mercato di massa, una moltitudine di zombie attratti dai colori di rumorose giostre, che dicono di cercare i silenzi delle vallate e i riflessi delle onde, ma li guardano sulla carta patinata dei dépliant, non nella realtà.
La natura non ha bisogno dell’uomo per sopravvivere, a parte sopravvivere a un uomo predatorio quanto antropocentrico e convinto che l’universo esista in sua funzione e che senza di lui non avrebbe alcun significato. Quando si parla di investimenti per la valorizzazione dell’ambiente significa alimentare l’ingordigia di chi propone strade, costruzioni o parchi a tema, perché il vero modo per favorire la natura è non fare nulla e lasciarle esprimere le sue forme. Se proprio si vogliono spendere soldi, beh.. si potrebbero valutare interventi di deantropizzazione, eliminando qualche strada, qualche cartello e tanto altro. La natura non ha bisogno nemmeno dell’ossessionante smania di sportivizzare tutto, inquinando la natura di colori artificiali, di rumori artificiali, di odori artificiali, di materiali artificiali e di eventi agonistici a suon di fischietti, altoparlanti e classifiche.
Si sta perdendo sempre di più il vero concetto di naturale, fino a quando un giorno qualcuno proporrà di spianare le montagne, asfaltare i sentieri, cementificare gli oceani e pavimentare i deserti, per fare attività colorate, rumorose e protocollate da regole codificate in un rassicurante e omologato ambiente pieno di manufatti in plastica, acciaio, cemento e qualche altro materiale della futura voracità industriale.
Eccovi una rassegna stampa ad oggi (salvo mancanze di altre testate delle quali non ho riscontri, nel caso vi siano mi scuso della mancanza) della serata di venerdì scorso 10 marzo a Lecco per la presentazione del libro di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli Inverno Liquido (DeriveApprodi) e per il conseguente dibattito aperto sui temi trattati dal volume.
Personalmente ringrazio di cuore il folto pubblico che ha riempito la sala e gli amministratori locali che hanno presenziato all’incontro ed espresso le proprie opinioni: al di là della divergenza di vedute, spesso radicale, è importante promuovere un confronto costante e frequente sui temi della frequentazione turistica dei nostri monti, sullo sviluppo socio-economico delle comunità residenti, sulla salvaguardia ambientale reso ineludibile dai cambiamenti climatici e su ciò che a questi ambiti è connesso. Il tutto affinché finalmente le montagne, cuore e anima pulsanti dell’Italia ma per troppo tempo trascurate ovvero mal gestite, ritornino al centro dell’attenzione pubblica e ritrovino la loro naturale e imprescindibile dignità di interlocutori forti nel dibattito condiviso sul futuro del nostro paese.
Cliccando sulle immagini degli articoli troverete i link per leggere i relativi articoli originari.
L’incontro di questa sera a Lecco per la presentazione del libro di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli Inverno Liquido (DeriveApprodi) e per il conseguente dibattito aperto sui temi trattati dal volume si preannuncia quanto mai interessante e importante: per la presenza di relatori prestigiosi capaci di portare visioni illuminanti sulla montagna di oggi e di domani, per quella di numerosi amministratori pubblici, non scontata e per questo certamente apprezzabile, dunque per la possibilità di avviare, nei tempi e modi consentiti dall’evento, un prezioso confronto sulla frequentazione turistica dei territori montani e in generale sul futuro possibile delle comunità che li abitano.
Perché attraverso l’evoluzione del turismo, la gestione amministrativa locale o per qualsiasi altro fattore attivo, giunga finalmente l’ora che le montagne ritornino al centro dell’attenzione pubblica e ritrovino la loro naturale e imprescindibile dignità di interlocutori forti nel dibattito condiviso sul futuro del nostro paese. Che è fatto per la gran parte di montagne, è bene non dimenticarlo!
[Lecco e le sue montagne. Foto di Maurizio Moro5153, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
[Foto di Artturi Mäntysaari da Pixabay.]La geografia di un territorio, quella umana in primis ma pure quella fisica per certi aspetti ovvero lo spazio rappresentato da essa, è strettamente legata al tempo nel quale il territorio in oggetto è stato frequentato e ha subìto modificazioni antropiche, quindi la geografia e la storia non possono essere disgiunte nello studio del territorio e del paesaggio. Partendo da questi punti fermi, mi sono reso conto che ogni paesaggio che faccio oggetto delle mie ricerche e dei miei scritti rappresenta in tutto e per tutto una sorta di libro di storia, o diario, o cronaca o resoconto – oppure anche biografia, a ben vedere – che contiene in sé, letteralmente incisa sul terreno, la storia di chi fino a quel momento lo ha percorso, attraversato, modificato, vissuto, sfruttato e infine, nel caso, anche abbandonato. Le vicende storiche delle genti che lo hanno visitato e abitato sono lì inscritte, esattamente così. In questi casi, non faccio altro che osservare un vero e proprio libro, un paesaggio-libro nel quale le varie pagine sono, molto pragmaticamente, i versanti, i fianchi e le forme orografiche che ne caratterizzano la geomorfologia, la superficie tangibile di esse è il terreno, le rocce, le zone prative o boscate, le acque. In pratica il supporto, il media, il contenitore di una storia fatta di tante storie, tante narrazioni indipendenti eppure al tempo stesso rese coerenti dall’essere inscritte proprio in quel “libro”, in quella determinata geografia. E, tutto ciò, non con mera accezione metaforica: tutt’altro. Un libro reale e realmente scritto, compilato diffusamente, su certe “pagine” in maniera maggiore e su altre meno, in base a un ben determinato “alfabeto” composti da segni, da grafemi geografici – a volte pure identificabili come fonemi ambientali.
In fondo, se si rintraccia una definizione enciclopedica ordinaria di “libro” (quella che cito è tratta da Wikipedia), si può leggere che
Un libro è un insieme di fogli stampati oppure manoscritti delle stesse dimensioni, rilegati insieme in un certo ordine e racchiusi da una copertina. Il libro, usato per acquisire informazioni o anche per divertimento, è il veicolo più diffuso del sapere. L’ambito delle opere stampate inclusi i libri è detto letteratura. I libri sono pertanto opere letterarie e talvolta una stessa opera è divisa in più libri (o volumi).
Bene: parafrasando tale definizione, in fondo senza nemmeno troppa rielaborazione creativa, posso dire che anche il paesaggio-libro è un “insieme” dacché ogni paesaggio è tale, per definizione, quando è rappresentazione completa di una zona geografica sostanzialmente omogenea o di caratteristiche geografiche assimilabili e correlate; è “rilegato” dalla geomorfologia di esso, che ne determina l’uniformità geografica; può avere una “copertina” rappresentata dalla principale rilevanza geografica – fisica ma non solo – che ne è maggiormente identificante. Certamente esso può regalare situazioni di divertimento (ludico-ricreative) ma anche fornire informazioni (nel senso più ampio e culturale del termine) e veicola il sapere come nessun altra cosa. Il tutto alla fine genera una vera e propria letteratura del paesaggio, assolutamente: intesa non come insieme di opere che trattano del paesaggio ma, appunto, in quanto il paesaggio stesso opera narrante, il che rende a sua volta il paesaggio un’opera letteraria. Mi sono reso perfettamente conto di ciò in tanti lavori di scrittura di narrazioni geografiche e paesaggistiche compiuti nel tempo tanto quanto nella riflessione generale sulle personali esperienze di esplorazione del territorio. E chissà, forse anche voi che come me andate per territori e paesaggi con sguardo sensibile, cuore pulsante e animo aperto, ve ne sarete accorti e ne godrete il piacere raro e prezioso che ne deriva.