Fedaia, diga “emblematica”

La diga del lago di Fedaia, col suo andamento serpeggiante determinato dalla morfologia del terreno sul quale poggia, se osservata dal versante Nord della Marmolada ai cui piedi si sviluppa il bacino artificiale, ricorda le fattezze di un sinuoso ed elegante ponte sotto il quale per qualche motivo l’acqua resti bloccata, donando effettivamente una sensazione di “leggerezza” che rende merito alla nomenclatura tecnica di tali sbarramenti, detti appunto “a gravità alleggerita”. D’altro canto, quella di Fedaia è una diga affascinante in primis per il paesaggio che la circonda, tra i più “potenti” delle Dolomiti, nel quale si inserisce intessendovi a suo modo un dialogo particolare con il quale partecipa all’elaborazione geografica e estetica di esso assumendo connotazioni particolarmente referenziali per la sua identità culturale. Si potrebbe immaginare l’ampia sella del Passo di Fedaia senza più il lago, dunque senza la presenza della diga, rispetto al territorio d’intorno? Mi viene da pensare di no, ed è anche questo una sorta di “miracolo”, uno dei tanti attraverso i quali le dighe si manifestano nelle Alpi la cui realtà, e il senso che ne deriva, ho provato a raccontare nel mio ultimo libro Il miracolo delle dighe.

Ad esso e alla diga di Fedaia, della quale nel libro scrivo, è dedicato l’omaggio fotografico sopra pubblicato di Massimiliano Abboretti, che ringrazio veramente di cuore, il cui suggestivo e affascinante sguardo – sovente in bianconero – sulle montagne, le Dolomiti in particolar modo, ha saputo perfettamente relazionarsi ai contenuti del mio libro e alla narrazione che ho voluto offrire tra le sue pagine.

Per saperne di più sul libro, cliccate sull’immagine qui sotto:

Dovremmo (sempre più spesso) andare tutti quanti a piedi!

P.S. – Pre Scriptum: come a volte accade, mi è ricapitato per caso sotto gli occhi l’articolo qui sotto riprodotto. È del novembre 2018: prima del Covid, prima delle ultime conseguenze della crisi climatica, prima di tante disquisizioni in merito all’inquinamento delle nostre città e prima di molte altre cose nel frattempo accadute e cambiate – nell’era contemporanea pochi anni valgono come decenni del passato. Lo ripropongo senza modificare nulla: a prescindere dal tema attorno al quale lo scrissi, mi sembra che tutt’oggi sia assolutamente valido e che di buoni motivi a sostegno di quanto leggerete ve ne siano anche di più di allora.

Siccome credo molto poco alla reale volontà di chiudere i grandi centri commerciali la domenica* – al di là dei soliti toni da boutade sloganista, dei quali ormai si nutre tutta la politica, salterà fuori l’ennesimo escamotage che cambierà “tutto” e non cambierà nulla, vedrete, con gran gioia della massa di persone (votanti, peraltro) che pensano che passare le domeniche al centro commerciale sia “meraviglioso” – siccome ci credo molto poco, dicevo, allora invoco che venga almeno messo in atto un adeguato contraltare di natura (anche) socioculturale. Ad esempio, che in qualche modo si imponga che almeno per una domenica al mese tutti quanti si vada a piedi. Niente auto, nemmeno quelle elettriche e tanto meno ebike, solo bici tradizionali e mezzi pubblici non inquinanti: per il resto, tutti in cammino. Anche per andare al centro commerciale, se proprio uno vuole, ma a piedi.

Il bello della pratica del camminare è anche dato dal fatto che la sua natura profondamente filosofica – ma assolutamente spontanea – la può capire, e rapidamente, anche chi di filosofia non ci capisce nulla. Basta andare, muovere i piedi, possibilmente in ambiente naturale ma anche in quello urbano, se non troppo pesantemente inquinato dal traffico come ordinariamente accade, e vi assicuro che è un attimo capire come ogni altro tipo di movimento, al di là della sua mera e necessaria (ma di rado veramente tale) funzionalità, è sotto molti aspetti illogico, irrazionale, brutto, insalubre, scriteriato, in certi casi pure folle. Non solo: camminando, si capisce molto meglio anche l’intero mondo che si ha intorno, garantito.

È solo una simpatica utopia, questa mia? Forse, ma sempre meglio della spaventevole distopia che sta occupando la nostra realtà quotidiana e nella quale tutti quanti ci ritroviamo sempre più a vivere. Ecco.

*: per la cronaca, la mia posizione al riguardo l’ho già chiaramente espressa tempo fa, qui.

Ieri sera, al Filandone di Martinengo

Ringrazio di cuore i presenti alla serata di ieri sera al meraviglioso Filandone di Martinengo nella quale Francesco Garolfi e io abbiamo riproposto TALLINN BLUES, la performance musical-letteraria incentrata sul mio libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano (Historica Edizioni). Leggere alcuni brani del libro accompagnato dalla mirabile arte musicale di Garolfi in un luogo così speciale è stata un’esperienza assolutamente forte, che mi auguro di poter ripetere ancora, nel prossimo futuro. E già stiamo pensando al come riproporla…

Ringrazio di cuore anche Emanuela Zappalalio, attiva e sensibile responsabile della Biblioteca di Martinengo, che ha reso possibile l’evento (alcune delle foto lì sopra sono sue), e l’Officina Culturale Alpes con la sua presidente Cristina Busin, con la quale io e Francesco a vario titolo collaboriamo, per averci “costruito intorno” questa bella serata – nonché per alcune altre foto della galleria pubblicata.

Alla prossima! 😉

Questa sera a Martinengo… TALLINN BLUES!

Questa sera alle 20.45, al Filandone di Martinengo, avrò il piacere di riproporre insieme al mirabile Francesco Garolfi TALLINN BLUES, la performance musical-letteraria incentrata sul mio libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano (Historica Edizioni). Vi guideremo attraverso il cuore di una delle città più belle e particolari d’Europa, che diventa emblema dell’essenza del concetto di “viaggio” e dell’idea di “meta”, accompagnati da letture scelte del libro e dalle affascinanti note della chitarra di Garolfi. Il tutto in uno dei più bei luoghi recuperati alla cultura in Lombardia (e non solo): il Filandone di Martinengo.

Dunque vi aspettiamo, stasera a Martinengo, e vi assicuriamo che faremo di tutto per regalarvi una serata veramente emozionante. Garantito!

Un omaggio miracoloso a “Il miracolo delle dighe”

Il miracolo delle dighe ha ricevuto un altro prezioso omaggio da un altrettanto prezioso amico e straordinario fotografo, di quelli le cui immagini delle montagne ritratte, quando le si ammira, si ha la vivida sensazione che siano raffigurazioni speciali di un mondo alpestre onirico, di una visione, di un’idea spirituale che solo i più profondi appassionati di montagna sanno pensare ma che in quelle immagini diventa inopinatamente reale e tangibile pur restando “ideale”, suscitando così ulteriori vagabondaggi onirici montani che inevitabilmente diventeranno a loro volta esplorazioni reali e al contempo spirituali, su per i monti.

Insomma, è Alberto Bregani, e probabilmente le mie suggestioni sopra scritte non servono a presentare il personaggio: fotografo di grande fama, scrittore, comunicatore per professione, compositore e pianista per hobby, accademico del GISM – Gruppo Italiano Scrittori di Montagna nonché (dote che me lo rende ancora più sodale) ex discesista ad alto livello nello sci alpino.

Così ha scritto per accompagnare l’immagine che vedete lì sopra (fateci clic per ingrandirla):

Il mio omaggio fotografico all’amico di montagne Luca Rota e al suo nuovo libro “Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne” appena pubblicato per Fusta Editore, che mi arriverà a giorni. E che sarò felice di leggere.
La piccola diga di Campo Moro (Lanzada, SO) con a fianco il Rifugio Zoia e i suoi scuri rossi, nel mio contesto preferito: l’autunno. Un luogo al quale sono molto legato perché attraversata più e più volte nel corso della mia infanzia e adolescenza per seguire i passi di mio padre verso il Rifugio Carate, la “Marinelli”, la “Marco e Rosa”, e poi ancora verso le più alte montagne della Valmalenco. Sullo sfondo i piani dell’Alpe Palù e, dentro al cielo, il magnifico Monte Disgrazia (3.678 m).

Luoghi ai quali anch’io sono molto legato, frequentandoli – anzi, vagabondandoli da sempre – cosa, che con tutto il resto, rende l’omaggio di Alberto ancora più prezioso e emozionante. Grazie di cuore a lui, alla sua arte fotografica e a tutto quello che di ispirante sa offrire a quelli che come me salgono con gran passione sui monti per scendere sempre più nel profondo della loro anima.