La scomparsa delle Tre Cime di Lavaredo

[Foto di mingchen J da Pixabay.]

Le Tre Cime di Lavaredo, per chi cerca in montagna silenzio e solitudine, sono un posto da evitare dalla metà di luglio alla metà d’agosto. In questo periodo, nei dintorni del rifugio Locatelli c’è una calca insopportabile, con il sentiero che da qui raggiunge il rifugio Auronzo ridotto a una fila ininterrotta di turisti in abiti cittadini. Ne è responsabile la carrozzabile a pagamento che raggiunge il versante sud delle Tre Cime da Misurina: migliaia di visitatori vi vengono condotti ogni giorno dai pullman dei viaggi organizzati, senz’altro ostacolo che quello dell’esoso pedaggio per il transito. Le organizzazioni ambientaliste protestano, gli escursionisti s’indignano, ma pare non ci siano speranze per correggere, ai piedi del monumento naturale delle Tre Cime, questo monumento alla peggior forma di sfruttamento turistico delle Dolomiti. Tutti hanno il diritto di ammirare lo spettacolo delle Tre Cime, certo. Ma ammirare lo spettacolo delle Tre Cime in queste condizioni è come visitare la Gioconda in un supermercato, bere una birra stappata da due giorni, ascoltare Bach da una radio rotta.
Smarrendosi in questa folla, la cui contemplazione è ridotta ai clic di migliaia di macchine fotografiche, c’è da temere che un giorno anche il grande panorama delle Tre Cime si consumi. Forse un giorno, sviluppando i rullini, delle pareti nord non si vedrà più nulla, come se fossero diventate trasparenti. Così dal Locatelli si potrà avvistare il rifugio Auronzo, e il panorama del grande parcheggio pieno di auto e di pullman.

[Giovanni Cenacchi, Orrore nel paradiso delle Tre Cime, in Dolomiti cuore d’Europa, Hoepli Editore, 2021, postfazione e cura di Giuseppe Mendicino, pag.138. La mia “recensione” dei libro è qui.]

[Immagine tratta da qui.]
Questo è uno dei brani più belli e geniali di Cenacchi sulle “sue” Dolomiti e sul consumo scellerato che ne fa il turismo di massa – figlio legittimo del più sfrenato consumismo, appunto, che tutto “consuma” e esaurisce inclusi i beni immateriali come i panorami, e il paesaggio in genere. Se per giunta si considera che è uscito in origine nel 1998 – in Dolomiti di Sesto e di Braies e dintorni, Zanichelli – dunque venticinque anni fa, quando forse la pressione del turismo di massa su questi territori non aveva ancora raggiunto certi estremi contemporanei, capite bene quanto la denuncia di Cenacchi non sia solo attuale ma acquisisca forza e valore anche in ottica futura, e non solo per le Tre Cime o le Dolomiti ma in senso generale riguardo qualsiasi territorio montano eccessivamente turistificato. Tutti a rischio di scomparire, di svanire nella soverchiante banalizzazione a cui troppo spesso vengono soggetti, come soprappensieri trascurati e dimenticati oppure svenduti come beni da consumare al discount del turismo all inclusive. Ma speriamo che quel timore di Cenacchi non possa mai avverarsi ovvero, per meglio dire, speriamo di non diventare mai così scellerati da avverarlo. Ecco.

Giovanni Cenacchi, “Dolomiti cuore d’Europa”

Una delle cose delle quali ritengo di potermi dolere, vivendo dove vivo e facendo ciò che faccio, è quella di non poter frequentare come vorrei quelle meravigliose montagne che sono le Dolomiti. Ammetto di essere sempre stato attratto dalle alte quote e dai ghiacci delle maggiori vette presenti in altre regioni delle Alpi, ma ogni volta che mi sono recato tra i Monti Pallidi, o anche solo che li ammiro in qualche immagine fotografica, ne sono rimasto e ne rimango invariabilmente estasiato. Sono montagne dalla bellezza trascendente, magica, vere e proprie «forme dello spirito», come le ha definite qualche tempo fa Vito Mancuso; e se John Ruskin definì le montagne «le cattedrali della Terra», nelle Dolomiti si è veramente al cospetto di un territorio oltre modo basilicale, tra innumerevoli grandi templi gotici di roccia rosata la cui sacralità ancestrale celebra la più possente e “divina” natura alpina di questa parte di mondo.

Montagne così affascinanti ovviamente godono da sempre di una produzione editoriale e letteraria estremamente vasta e varia, che ne fa il soggetto principale delle narrazioni ovvero le protagoniste indirette ma comunque preponderanti – è il caso delle Dolomiti che fanno da sfondo a opere cinematografiche o televisive. Tuttavia raramente, in questa ingente produzione, si può trovare un amore tanto profondo e compiuto verso le montagne dolomitiche come quello che si percepisce vividamente negli scritti di Giovanni Cenacchi, numerosi dei quali sono raccolti in Dolomiti cuore d’Europa (Hoepli Editore, 2021, postfazione e cura di Giuseppe Mendicino), figura sublime di cittadino-montanaro (o viceversa?) che una sorte maledetta ha tolto troppo presto dal proscenio culturale alpino. Cenacchi era originario di Bologna ma nato “incidentalmente” a Cortina d’Ampezzo – dove la sua famiglia passava i propri periodi di villeggiatura – e in qualche modo quella genesi ampezzana gli ha “modificato” il Dna personale rendendolo del tutto contestuale al territorio ampezzano e alle sue fantastiche montagne, che per tutta la vita Cenacchi ha frequentato, esplorato, indagato, asceso, scalato, fino a conseguirne una conoscenza che, mi viene da pensare, nemmeno buona parte dei locali avrebbero potuto e potrebbero vantare []

[Giovanni Cenacchi con la figlia Viola. Immagine tratta dal libro.]
(Potete leggere la recensione completa di Dolomiti cuore d’Europa cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Ascensioni estive scritte a mano

«Posta di carta scritta a mano?» di sicuro qualcuno esclamerà con stupore leggendo il post di Michele Comi. E magari riterrà che «è rimasto indietro», come si dice in questi casi. E perché mai lo sarebbe? A volte, invece, si è molto più avanti “tornando indietro” nel tempo a cogliere ciò che c’era di buono per trasportarlo nel futuro, armonizzando la bontà di allora con l’abilità che il domani ci consente così da innovare le cose senza deformarle e, soprattutto, saltando a piè pari molta dell’illogicità, se non della stupidità, che purtroppo caratterizza il nostro nevrastenico presente, sempre più scollegato tanto dal se stesso passato dal quale proviene quanto da quello futuro verso il quale non sa proseguire.

In fondo il tempo non esiste se non come espressione di moto, il quale è il cambiamento di posizione di un corpo in relazione al tempo – ce lo insegna la fisica. E come possiamo restare in relazione con il tempo se non facciamo altro che correre sempre più velocemente, sovente pure di sbieco, anche negli ambiti in cui la lentezza non è affatto sinonimo di pigrizia ma di astuzia, di intelligenza, di sagacia? Forse, almeno in certe cose, è bene riallinearci e riarmonizzarci con un tempo e un moto più obiettivi, più proporzionati al nostro essere parte di un ecosistema complesso che abbisogna di ponderazione, più convenienti a viverci pienamente e non semplicemente a esisterci dentro.

Insomma, scrivete a Michele per scrivere qualche nuova e bella pagina del vostro andar per monti. Vedrete che ne sarete soddisfatti.

«E il Ghiacciaio della Marmolada, te lo ricordi?»

A proposito di ghiacciai che spariscono*, come quello dell’Adamello del quale ho scritto di recente qui, ho trovato le immagini di un altro “caso” assolutamente significativo al riguardo relative a un ghiacciaio divenuto tristemente celebre, la scorsa estate.

In quella sopra pubblicata, risalente agli anni a cavallo tra fine Ottocento e primi del Novecento, potete vedere la grotta-bivacco scavata sotto Punta Penia, la cima più alta della Marmolada, considerato il rifugio più antico delle Dolomiti e uno dei primi in assoluto delle Alpi. Il tizio in posa all’ingresso è Alfred von Radio-Radiis, alpinista e industriale austriaco, pioniere dell’industria automobilistica, discendente da un’antica famiglia nobile goriziana e all’epoca celebre frequentatore delle Dolomiti. Il bivacco venne realizzato tra il 1874 e il 1876 e vi si accedeva direttamente dal ghiacciaio, come si nota nell’immagine e come fu possibile fare fino agli anni Venti del secolo scorso.

[Cliccate sull’immagine per leggere un articolo che racconta la storia della grotta-bivacco.]
Oggi ovvero un secolo dopo la grotta-bivacco è posta oltre ottanta metri sopra il livello attuale del ghiacciaio della Marmolada (o di quel che ne resta), e vi si può accedere soltanto disarrampicando con manovre di corda dall’alto. Fosse pure ancora utilizzabile come alloggio di emergenza, risulterebbe pressoché inaccessibile.

Più di ottanta metri di spessore di ghiaccio, ovviamente esteso per la larghezza e la lunghezza di qualche chilometro e lì presente da chissà quanti secoli, svaniti in soli cento anni e con maggior rapidità negli ultimi tre decenni. Era come un grande serbatoio di acqua potabile, solidificato in loco da condizioni climatiche ora ugualmente svanite, una preziosa riserva idrica che non abbiamo più a disposizione e che nelle condizioni attuali non si potrà più ricostituire.

Ecco. Ognuno tragga pure le considerazioni e le conclusioni che preferisce.

N.B.: cliccando sull’immagine qui sopra, sulla quale ho evidenziato con la freccia la posizione della grotta-bivacco ad agosto 2020 – e si noti quanto è in alto rispetto al ghiacciaio attuale, la cui superficie nel frattempo si sarà ancora più abbassata – potrete vedere un video de “Il Corriere delle Alpi” che racconta la sua storia passata e presente.

*: «Ma come? Parli di ghiacciai che si sciolgono pure ora che siamo in pieno inverno?»
Secondo Arpa Lombardia, sabato prossimo, ultimo giorno dell’anno 2022, «lo zero termico sarà attorno a 3000 metri, in ulteriore risalita nella giornata. Attorno a 3600 metri in serata». Significa che ci sono le condizioni affinché pure in pieno inverno i ghiacciai si possano sciogliere e dunque sì, ne parlo anche ora.

Strade militari, incisioni rupestri, streghe e impiccati

[Lo zigzagante tracciato della strada militare del Legnone nel tratto sovrastante l’Alpe Campo e il Rifugio Griera. Foto di Ricky Testa, tratta da www.orobie.it.]

Nella Val Varrone degli inizi del Novecento esisteva unicamente il tratto di strada carrozzabile che da Casargo portava al ponte di Premana, il cui abitato solo nel 1913 venne finalmente raggiunto da una strada. Pochi anni dopo, i timori del generale Luigi Cadorna sulla possibilità che truppe nemiche potessero attaccare la Lombardia passando dalla Svizzera e confluendo nella Valtellina o nelle vallate bergamasche lo spinsero alla costruzione della linea di difesa montana poi intitolata a suo nome, della quale ti abbiamo già detto. La guerra è guerra, con le sue strategie e i diktat patriottici: per tali esigenze militari si costruì in fretta e furia una strada che collegava Dervio, sulle rive del Lago di Como, con i paesi della Val Varrone che sino ad allora erano rimasti isolati.
In un paio d’anni (1915-1916) la strada venne realizzata e i paesi della Val Varrone videro cambiare la loro vita. Dopo aver superato i villaggi di Tremenico ed Avano, nei pressi della località Gallino a 980 m di quota, un gran numero di soldati, prigionieri, operai della zona assoldati per l’impresa e donne di Pagnona che facevano da collegamento si staccarono dal nutrito gruppo di lavoratori che proseguì la costruzione della strada in direzione Pagnona e puntò in alto, realizzando un tracciato carrozzabile atto a giungere quasi in vetta al Legnone e poi scendere in Valtellina. Puoi immaginare la gran confusione e i cambiamenti, a pieno titolo “epocali”, che sconvolsero l’intera Val Varrone: tutti gli uomini abili al lavoro vennero assunti come sterratori o muratori, la strada che hai appena incrociato si arrampicò sempre di più sullo scosceso versante sudoccidentale della grande montagna assumendo via via le sembianze di un autentico capolavoro ingegneristico, fino a conquistare i 2395 m di quota della Bocchetta del Legnone, traversare sino alle citate gallerie scavate nella montagna, scollinare sul versante valtellinese e scendere per la Val Lesina fino a Delebio. In tutto vennero tracciati 44 tornanti e a ciascuno venne dato un nome legato ad una storia particolare. Il cammino della DOL intercetta la strada militare al primo di essi, il “Tornant de Galiin”, che prende il nome dal lööch di Gallino; sappi inoltre che il quinto è il “Tornant dól Termen” dove si trovano i “sas dai cöor”, delle pietre ricche di incisioni in verità non molto antiche, come invece sembrerebbero essere coppelle ed incisioni rinvenute su altri massi nelle vicinanze, ad esempio in località Piöde dal Croos e in altri contesti della valle, facendo supporre, con il supporto di ritrovamenti risalenti all’età del bronzo presso Pagnona, ad una frequentazione antichissima di questi luoghi. Accanto a denominazioni oggettive e pratiche come “Tornant dal Fòo Gros” (del grande faggio), ve ne sono altre ben più inquietanti come per il tredicesimo tornante, che riferisce di un impiccato, mentre altri ancora raccontano di luoghi adatti ai ritrovi delle streghe. L’ultimo è il “Tornant dól Mocc”, dedicato ad uno sterratore di cognome Maglia che aveva scavato una piccola grotta in cui si sistemava per passare la notte.

Questo è un brano dalla guida Dol dei Tre Signori, il volume del quale sono autore insieme a Sara Invernizzi e Ruggero Meles dedicato alla Dorsale Orobica Lecchese, uno dei territori prealpini più spettacolari in assoluto, e al trekking che la percorre interamente da Bergamo fino a Morbegno. La strada militare del Monte Legnone è realmente un capolavoro ingegneristico assoluto, e come tutte le opere così ardite abbisogna di cura e attenzione da parte di chi la percorre e di manutenzioni pressoché costanti. Per questa seconda necessità, di recente dovrebbero essere stati appaltati dei lavori al riguardo, che mi auguro siano portati a compimento nel migliore dei modi; per la prima, ugualmente l’augurio è che i viandanti sulla strada ne riconoscano il valore molteplice e l’importanza della sua permanenza nel tempo, prezioso e emblematico esempio di antropizzazione montana – nonché patrimonio di noi tutti – che dà lustro ai numerosi tesori culturali che il territorio in questione sa offrire.
Per saperne di più sulla guida, cliccate sull’immagine del libro lì sopra e… buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!