Moncenisio, il piccolo comune delle Alpi piemontesi capace di elaborare idee grandi e esemplari per molte altre comunità alpine

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 01 marzo 2024.)

Il piccolo pugno di case in pietra addossate alla Chiesa di San Giorgio, a 1500 metri di quota, sembra acquattarsi di proposito tra i boschi e all’ombra della possente dorsale montuosa che culmina nel Rocciamelone, per una forma di riserbo rispetto al corso della storia che lo ha contraddistinto o forse per non essere troppo disturbato dal traffico turistico che in transito sulla strada statale che di lì a pochi chilometri scollina e scende in Francia. Moncenisio è da molto tempo uno dei comuni meno abitati d’Italia: l’ultima rilevazione, del maggio 2023, segnala 49 abitanti. Per lunghi secoli molti dei viandanti, spesso illustri, che passavano dalla Francia all’Italia transitavano tra le sue case porticate e vi trovavano ospitalità durante il viaggio sulla Via Francigena che dal borgo a occidente saliva al colle del Moncenisio e a levante proseguiva divallando lungo il solco della Val Cenischia – laterale della Val di Susa – verso la Pianura Padana e il Mediterraneo. Poi, a inizio Ottocento, Napoleone ordinò la costruzione della nuova strada per il Moncenisio, che tagliava fuori il paese e vi annullava ogni commercio locale legato ai transiti, sostanzialmente relegandolo in un inesorabile romitaggio dal quale per tutto il Novecento molti moncenisini hanno pensato solo di fuggire.

[Foto di Ernesto Traettino, tratta dalla pagina Facebook dell’Ecomuseo “Le Terre al Confine“.]

Ma in qualche modo a Moncenisio l’antico e fremente dinamismo montanaro si è conservato, certamente sopito ma al contempo custodito dal bellissimo paesaggio alpestre della Val Cenischia, tanto quanto ravvivato dall’essere così prossimo a una cerniera fondamentale della catena alpina, il colle del Moncenisio appunto, che da millenni congiunge le genti, le culture e i saperi del nord e del sud Europa con quel “confine” che in realtà unisce – dal latino confinis, “confinante”, composto da con– e dal tema di finire, «mettere insieme due limiti». Dunque non un vocabolo che in origine (e come lo intendiamo oggi) indica una separazione ma al contrario la congiunzione di due elementi.

[Il nucleo abitato di Moncenisio in veste invernale. Foto di Sbisolo, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Per questo a Moncenisio qualche anno fa è nato l’Ecomuseo “Le Terre al Confine, un progetto che mira proprio a valorizzare il ruolo di corridoio di passaggio rivestito per migliaia di anni dal colle omonimo, e contribuisce a sostenere l’attenta politica di conservazione e restauro dell’architettura tradizionale alpina locale; di conseguenza hanno aperto alcune piccole ma preziose strutture ricettive, che intercettano i flussi turistici in transito dal colle. Tuttavia ciò che mantiene vivo un luogo come Moncenisio è innanzi tutto la sua comunità: in tal senso l’amministrazione locale, guidata da un sindaco da sempre attento e sensibile al luogo qual è Mauro Carena, ha avviato un percorso di rivitalizzazione del territorio, di valorizzazione della sua cultura e di realizzazione di spazi per la vita di comunità, per la produzione culturale, e di servizi per il benessere degli abitanti e dei visitatori in un’ottica di integrazione con le strutture già esistenti e con il paesaggio d’intorno. Sulla base di questi propositi, assolutamente lodevoli e non così frequenti da riscontrare altrove, l’attenzione si è focalizzata su alcune strutture presenti a Moncenisio a loro volta legate alla presenza e al senso del “confine”, le ex Casermette della Guardia di Finanza, da tempo abbandonate e oggi protagoniste di un notevole progetto di riqualificazione a fini turistici, culturali e di welfare di comunità, in un’ottica pienamente metromontana, che le ha trasformate in centro polivalente e residenza per artisti nonché, come detto, di fulcro del processo di rinascita socioculturale per il territorio locale, grazie al lavoro di Antonio De Rossi (membro del Comitato Scientifico de “L’AltraMontagna”), Laura Mascino, Matteo Tempestini del Politecnico di Torino insieme a Edoardo Schiari e Maicol Guiguet di Coutan Studio Architetti.

Il progetto di Moncenisio risulta di grande valore per diversi aspetti. Innanzi tutto per come utilizzi un linguaggio architettonico conscio delle tradizioni locali e al contempo di una concezione contemporanea e innovativa dell’abitare in montagna, che dialoga armoniosamente con il territorio, il paesaggio, la geografia e la storia del luogo, riconoscendone la memoria secolare e assumendone l’identità culturale. Inoltre, un elemento peculiare del progetto è l’utilizzo esclusivo di legno locale proveniente dalla Val di Susa, che rappresenta un impegno concreto verso l’economia circolare e il riutilizzo di risorse locali, contribuendo a una gestione sostenibile del territorio e ponendo grande attenzione alla sostenibilità, grazie agli involucri performanti, alle stufe a biomassa e ai pannelli fotovoltaici che ne assicurano l’indipendenza energetica. Il tutto, realizzato con il coinvolgimento di professionisti locali e competenze universitarie, mirando a combinare rinnovamento urbano, tecnologia innovativa e partecipazione comunitaria. Attraverso questa sinergia, e in forza delle peculiarità descritte, il progetto di Moncenisio si fa motore di rinascita dinamica e concreta per l’intera comunità locale e diventa un modello esemplare che affronta sfide socio economiche, ambientali e di sviluppo specifiche delle regioni montane… [continua su “L’AltraMontagna”, qui.]

«Il posto migliore d’Europa per sciare»?

Premetto che non ho letto la notizia sul FT ma dal titolo che riporta Sky credo ci sia una sorta di narrazione inversa. Sul fatto che Bardonecchia possa diventare una delle migliori località per vivere e fare turismo in montagna ci possiamo lavorare, ma per sciare francamente senza neve al suolo la vedo durissima e questi giorni lo stanno ampiamente dimostrando. Questo, come altri titoli di cui leggo in questi giorni, non fanno bene alla montagna perché servono ad alimentare una visione nostalgica e ormai incompatibile con la realtà dei fatti. È evidente ormai che non si sta andando tutti nella stessa direzione e questo sta generando disorientamento all’interno delle comunità locali che invece avrebbero bisogno proprio di un indirizzo forte come richiede una transizione dal modello neve a modelli altri, complessi e integrati. Le soluzioni potrebbero esserci (ci sono casi che lo dimostrano ampiamente) ma bisogna voler perseguire la strada a tutti i livelli. Non si posso lasciare le comunità che sperimentano sole in questa direzione come se fossero “eccentricità” del sistema, la transizione deve avvenire in un quadro d’azione complessivo.

[Federica Corrado, docente di Urbanistica al Politecnico di Torino, past-presidente di CIPRA-Italia e autrice di alcuni libri fondamentali sulle politiche di gestione dei territori montani; fonte qui. L’articolo del “Financial Times” invece lo potete leggere qui.]

Di nuovo mi trovo assolutamente d’accordo con quanto sostiene Federica Corrado – al netto che quelle pseudo-classifiche sovente proposte dai media siano sempre da prendere con mille pinze: ma il punto non è questo, è il messaggio che ne deriva.

Il disorientamento delle comunità di montagna di fronte all’evoluzione delle politiche di gestione dei loro territori, soprattutto di quelli vocati più o meno forzatamente al turismo, è di fatto la prosecuzione di quei fenomeni di spaesamento e alienazione novecenteschi ben raccontati da Annibale Salsa nel suo libro Il tramonto delle identità tradizionali ormai più di quindici anni fa. Nel depauperamento socioculturale dei territori di montagna avviatosi nel secolo scorso e continuato in maniera crescente fino a oggi, quasi ogni elemento delle geografie economiche e antropiche locali è stato spazzato via lasciando da una parte, solitaria e regnante, l’industria (termine non casuale) turistica, in primis dello sci, e dall’altra la comunità altrettanto sola dacché ormai deprivata di strumenti culturali atti a mantenere il controllo della propria identità locale e della coscienza del luogo. Ecco perché una certa comunicazione mediatica asservita al sistema economico dominante, in forza del sostegno politico ma di contro sempre più decontestuale e alieno ai territori, produce danni psicosociali ben più gravi di quanto si potrebbe pensare e allontana sempre più la possibilità di attuare quelle soluzioni potenziali che da un lato ridarebbero vigore autentico alle comunità locali e dall’altro consentirebbero lo sviluppo di una frequentazione turistica ben più armonica ad esse e ai luoghi. Invece, si continuano a narrare suggestive tanto quanto false favolette funzionali allo status quo politico-economico, senza elaborare alcuna analisi sul loro portato – per mancanza assoluta di interesse al riguardo, ovviamente.

D’altro canto, come anche denota Corrado, ecco come si presenta oggi, 3 gennaio 2024, «il posto migliore d’Europa per sciare»:

[Fonte: https://www.bardonecchiaski.com/it/webcam. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Ogni commento al riguardo mi pare superfluo.

Un’immagine che dice più di mille parole

Come spesso accade, più di mille parole basta una sola immagine a far capire senza alcun dubbio certe realtà (in verità palesi ma, evidentemente, non per tutti).

Ecco: ad esempio la fotografia qui sopra – postata dall’amico Toni Farina sulla propria pagina Facebook – della panchina gigante di Piamprato, sopra Valprato Soana, credo renda perfettamente l’idea di quanto tali manufatti turistici siano brutti, fuori contesto, insulsi, degradanti rispetto ai luoghi ai quali vengono imposti. Potete cliccarci sopra per ingrandirla e capire ancora meglio quanto vi sto rimarcando.

Un oggetto totalmente fuori posto in un contesto palesemente differente in tutto – nei suoi elementi naturali, nei colori, nei profili morfologici, nell’estetica del paesaggio ma pure nel senso culturale che chi lo visita dovrebbe saper cogliere. Come una mosca che dia insistentemente fastidio quando ci si vuole rilassare sul divano, come un tizio che urli e parli sguaiatamente in una galleria d’arte oppure come una pizza surgelata e riscaldata offerta in un ristorante gourmet.

Orribile, senza se e senza ma.

Per di più, la panchinona ritratta nell’immagine, in quanto posta a poca distanza da quel Monveso di Forzo che è stato reso “Montagna Sacra” ovvero simbolo naturale di quel necessario e consapevole senso del limite che dovrebbe guidare ogni iniziativa messa in atto in territori tanto pregiati quanto delicati come quelli montani, e che con tutta evidenza i manufatti come le panchine giganti calpestano cinicamente.

Chiedo dunque agli amici della Val Soana – territorio meraviglioso, tra i più belli di questo settore delle Alpi occidentali: non sarebbe il caso di farla sparire, quell’orribile panchina gigante? La bellezza, il valore e la considerazione diffusa della valle e della sua bellezza ne trarrebbe un grande guadagno, poco ma sicuro.

La panchina gigante più “coerente”?

Ormai credo lo sappiate benissimo – voi che leggete con una certa abitudine questo blog o le mie pagine social – cosa ne penso delle “panchine giganti” o Big Bench le quali, pur nella loro apparente (per alcuni) “simpatia”, ritengo rappresentino uno dei punti più bassi della turistificazione del paesaggio e della banalizzazione della sua frequentazione – nonché, in fondo, una sostanziale e nemmeno troppo sottintesa presa in giro dello stesso turista e della sua esperienza di visita.

In ogni caso, tra le tante serialmente piazzate un po’ ovunque, ce n’è una che appare (per quanto possibile) ancora più incongrua delle altre: è a Santa Maria Hoè, nella Brianza lecchese, e offre un bellissimo panorama… sul tornante di una strada asfaltata (si veda qui sotto)! «Bel panorama anche se non si vede direttamente dalla seduta» infatti si legge in una recensione su Google Maps, e d’altronde per godere della vastissima veduta della Brianza visibile da lassù basta andare da qualche altra parte nella località lecchese, senza bisogno di nessun “simpatico” giocattolone per adulti poco sensibili al paesaggio e alla sua autentica percezione. Come dovrebbe essere logico, peraltro.

A ben vedere, tuttavia, si potrebbe pure pensare che la panchinona di Santa Maria Hoè sia viceversa ben più coerente di tante altre con la sua stessa natura: cioè un manufatto così vuoto di senso e di valore culturale, in sé e rispetto al luogo in cui si trova – ovunque sia piazzata – ovvero così banalizzante da non potersi che affacciare su una veduta altrettanto banale e desolata come quella d’una strada asfaltata!

Dunque, forse, non c’è da biasimare i promotori della panchinona di Santa Maria Hoé ma bisogna complimentarsi con essi: hanno saputo palesare il senso effettivo e la reale sostanza di tali opere turistiche meglio di centinaia di altri siti, ben più banalizzati e degradati dalla loro presenza! Bravi!

P.S.: ringrazio l’amico Paolo Canton che mi ha ricordato l’esistenza (e l’essenza) di tale panchinona alto-brianzola.

C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): la Plaine Morte, a Crans Montana

[Immagine del 2014 tratta da lenouvelliste.ch.]
Come spiego con maggior dovizia di particolari qui e qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora. Un’altra montagna, un altro paesaggio, un mondo diverso, spesso irriconoscibile, in origine dominio dei ghiacci e del silenzio, poi conquistato e antropizzato dall’uomo il quale ora lo deve gioco forza abbandonare lasciando lassù non solo i segni della sua presenza, non di rado inquinanti, ma pure una visione della montagna e una relazione con le terre alte che non esistono più.

Dal 1969 al 1990 la Plaine Morte, il plateau glaciale più vasto delle Alpi, posto a quote comprese tra i 2600 e i 2900 m sopra la rinomata località di Crans Montana (Vallese, Svizzera), ospitò con continuità un piccolo ma frequentato comprensorio sciistico, dotato di tre skilift e alcune piste interessanti anche in forza dello straordinario contesto paesaggistico di questa regione delle Alpi bernesi, che facevano della stazione vallesana una di quelle dove si poteva sciare per 365 giorni all’anno.

Negli anni successivi sono cominciati i problemi climatici e nivoglaciali, tali per cui gli impianti potevano essere aperti per poche giornate estive oppure fino a stagione primaverile avanzata nelle annate particolarmente favorevoli, ma l’impressionante ritiro della Plaine Morte degli ultimi anni ha impedito anche l’accessibilità invernale dei pendii, totalmente deglacializzati e accidentati, determinando nel 2016 la fine definitiva dell’era dello sci estivo sul ghiacciaio svizzero.

Nelle immagini, partendo da quella lassù in testa al post e scendendo (cliccateci sopra per ingrandirle): il ghiacciaio nel marzo 2014, immagine che rende l’idea di come potesse presentarsi la Plaine Morte anche nelle stagioni estive migliori; due degli skilift che servivano le piste; un panorama del ghiacciaio del 2014 sul quale ho indicato in rosso la linea dei due skilift estivi principali un tempo installati e, con la freccia gialla, il punto di scatto dell’immagine successiva, concessami dall’amico Pierluigi D’Alfonso (che ringrazio di cuore) e risalente allo scorso agosto, dopo una leggera nevicata che tuttavia non nasconde la perdita estrema di massa glaciale, dalla quale spuntano prominenze rocciose prima sepolte. Infine l’ultima immagine, dell’estate 2022, mostra il ghiacciaio sempre meno esteso nonché totalmente e tristemente privo di copertura nevosa sul quale è ben visibile l’ampio lago proglaciale che ne raccoglie l’acqua di fusione generando da qualche tempo a valle non pochi timori per un suo eventuale svuotamento improvviso (peraltro già avvenuto una volta nel 2018 con danni per milioni di franchi nell’alta Simmental).

[Foto di Björn S., CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

[Immagine tratta da www.berneroberlaender.ch.]
P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto (in ordine di pubblicazione):