La ricollocazione del paesaggio al centro di una relazione dialettica che restituisce pari dignità ai fattori naturali e culturali trova una giustificazione scientifica nelle odierne teorie eco-sistemiche della complessità. Esse ci consentono non soltanto di uscire dalle dicotomie oppositive e riduzionistiche delle precedenti impostazioni culturali, ma anche e soprattutto di cogliere la portata innovativa della responsabilità etico-politica dell’uomo nella costruzione del paesaggio mediante il governo intelligente della natura e del territorio. In questo rinnovato corso di idee entra in gioco la riscoperta e la riappropriazione del valore identitario dei territori che le comunità residenti possono ritrovare tanto nella memoria storica, da un lato, che nella progettazione responsabile, dall’altro. Il paesaggio ritorna, così, a essere percepito come luogo dell’appartenenza per chi, dall’interno (gli abitanti), vi si riconosce e dell’accoglienza rassicurante per chi, dall’esterno (il turista), vuol esserne ospite cosciente.
Di questo emblematico passaggio del libro di Annibale Salsa, ricco di innumerevoli spunti di riflessione e di dissertazione (che invito caldamente a cogliere e meditare), mi limito a citare le sole ultime-ma-non-ultime, parole: «il turista (che) vuol essere ospite cosciente». Una condizione tanto fondamentale (è la cosiddetta place experience definita dalla sociologia del turismo contemporanea, contrapposta alla precedente e ormai fallimentare customer experience) per la qualità del turismo montano e la proficuità per le montagne stesse e la loro realtà, quanto troppo spesso ignorata se non palesemente avversata da chi invece punta a mere pratiche turistiche di massa – e ai relativi possibili grassi (?) tornaconti – per le quali conta solo la quantità (di turisti) a totale discapito della qualità (del turismo).
Ecco così proliferare in giro per i nostri monti idee immateriali e opere materiali sovente scellerate e che non c’entrano nulla con i territori alpini ai quali vengono imposti dacché il loro unico compito è attrarre più persone possibili: fa niente poi se tali persone non sanno nemmeno dove si trovano, cosa hanno intorno, quali peculiarità possiede quel territorio, perché il suo paesaggio è unico, dunque identitario, ovvero certamente diverso da qualsiasi altro. Manca il perseguimento di qualsiasi relazione culturale con il luogo la quale poi genererebbe anche il legame nel tempo (cioè il ritorno del turista che si sente legato e magari affezionato a quel luogo, appunto), c’è solo la volontà di monetizzare il più rapidamente possibile la presenza di massa, null’altro. Ciò anche perché, probabilmente, quei personaggi che impongono tali scellerate strategie turistico-commerciali sanno bene, essi per primi, che queste forme lunaparkizzate di turismo massificato durano pochissimo tempo e, una volta decadute, lasciano strascichi pesanti (ambientali, economici, sociali, antropologici) nel territorio che le ha subite. Ma intanto quelli avranno ottenuto (forse) il loro bel tornaconto e amen, alla faccia dello sviluppo, della valorizzazione, del bene, del futuro delle montagne e delle genti che le abitano e vorrebbero continuare a farlo. Già.
[Immagine tratta da r101.it.]Spesso le cose semplici sono quelle più geniali e maggiormente ricche di contenuti importanti. Sembra di affermare una banalità, invece è un’evidenza troppo spesso trascurata e ignorata, forse anche perché la semplicità è sinonimo di chiarezza, logicità e onestà intellettuale, tutti valori che nel mondo di oggi non godono di troppa considerazione diffusa, purtroppo.
Ecco, una soluzione semplice eppure geniale e portatrice di un valore funzionale profondo e importante l’ho scoperta solo di recente: è un corrimano installato sui bastioni di Castel Sant’Elmo, a Napoli, dal quale si apre un panorama magnifico sulla città, che riporta per tutta la sua lunghezza un testo in braille che racconta quel panorama così superbo alle persone non vedenti. Una cosa “piccola”, semplice eppure di enorme bellezza e importanza.
In realtà il corrimano è un’installazione artistica: si chiama Follow the shape, è stata ideata dall’artista napoletano Paolo Puddu e a ben vedere la semplicità, quando riesce a “dire” e fare così tanto, può ben essere definita una forma d’arte, assolutamente esemplare e emblematica. Lo è anche perché offre una soluzione creativa a un problema formalmente complesso come la fruibilità della bellezza paesaggistica, un elemento sostanzialmente immateriale, a chi suo malgrado non possa goderne – e corre rimarcare quanto sia significativo che tale realizzazione sia stata pensata da un artista, il che ribadisce l’importanza fondamentale della visione artistica nonché, indirettamente, la carenza (risaputa dacché cronica) riguardo tali sensibilità da parte delle amministrazioni politiche.
[Immagine tratta da notizie.tiscali.it.]Inoltre, ribadisco, Follow the shape appare emblematica in quanto è una perfetta dimostrazione di come si possano fare cose tanto belle quanto utili con poco o nulla: basta che di contro vi sia molta creatività e acume, altrettanta sensibilità e la volontà di fare. Azioni minime, appunto, che in generale potrebbero risolvere numerose problematiche o apportare valori aggiunti a cose di pubblica fruizione e utilità.
D’altro canto, come scrisse Lev Tolstoj ne I Diari, «La semplicità è la principale condizione della bellezza morale.» E non solo di tale bellezza, mi viene da aggiungere.
Per saperne di più su Follow the shape, cliccate qui.
Luigi Casanova è presidente onorario di Mountain Wilderness, associazione ambientalista che si è distinta nella difesa degli spazi selvaggi dall’antropizzazione indiscriminata. Casanova di professione è custode forestale in Val di Fassa e Val di Fiemme. Il suo è un punto di vista radicale e combattivo. Nel 2017 ha partecipato al convegno Unesco in Val Pusteria, in cui si lanciò un allarme: i flussi del turismo, entro il 2030, sarebbero aumentati del 30% a livello globale. Attualmente, mi ricorda, l’Alto Adige è visitato da 9 milioni di turisti l’anno, il Trentino da 5 milioni. «Di tutte le proposte nate in quel convegno non è rimasto nulla, nessuna traccia nella riflessione dei politici o del mondo dei partiti che governano le Dolomiti. Poi è avvenuto ciò che è avvenuto l’anno scorso, e tutto si è complicato». Faccio notare a Casanova che ai territori investiti dal flusso di turisti e denaro corrispondono intere vallate spopolate, tra il bellunese e la Carnia. «È vero, da una parte le terre abbandonate, dall’altra le terre “obese” del Trentino, Alto Adige e Cortina, abitate da personaggi pieni di sé: non sanno più dove buttare i soldi, non ne hanno mai abbastanza». Criticare i turisti, mi spiega, non aiuta a mettere a fuoco i veri problemi della montagna. «Quando le strade di penetrazione ai rifugi vengono raddoppiate in ampiezza, quando accanto agli impianti di sci si allestiscono centri con parchi avventure, questa è una scelta e una responsabilità degli imprenditori che vogliono aumentare i profitti continuamente, non del cittadino che poi usufruisce di queste strutture. Hanno addomesticato la gente delle valli, che la pensa come loro e, al massimo, li invidia: siamo noi montanari ad avere perso la cultura del nostro territorio, delle nostre tradizioni. E insieme rischiamo di perdere la montagna. Manca la gestione del territorio, perché si fa fatica a togliere i sassi, tagliare gli arbusti, l’erba. Avere cura della montagna significa tutto questo. Tra dieci anni, quando non ci sarà più nessuno che va a pulire il bosco, le canaline delle strade forestali per mantenere i drenaggi, nessuno che tiene aperti i sentieri, che turismo potranno proporre? La situazione è sfuggita di mano e la trasformazione a cui stiamo assistendo è violenta e veloce, proprio sotto i nostri occhi».
Questo è un brano tratto da un bell’articolo di Nicola De Cilia pubblicato il 1 luglio scorso sull’altrettanto notevole rivista “Gli Asini”, intitolato Una montagna di gente. L’impatto del turismo nelle località alpine; cliccate qui per leggerlo nella sua interezza. Posto tale titolo “programmatico”, l’articolo offre, pur nella necessaria stringatezza, un chiaro panorama della particolare e per certi versi bizzarra realtà turistica alpina divenuta palese a seguito dell’emergenza Covid ma invero già in maturazione da qualche tempo.
È un tema che ho trattato più volte anch’io, qui sul blog e altrove: in particolare in questo articolo, quasi un anno fa, interrogavo me e i miei lettori su come, quanto e perché una tale inopinata invasione turistica dei monti, e delle località alpine in particolare, potesse essere considerata un’opportunità o di contro una calamità. Perché è sicuramente bello che molta gente comune, non avvezza alle alte quote, “scopra” la montagna, la sua bellezza, le sue prerogative, il suo valore; è molto meno bello che lo faccia in maniera assai superficiale, sull’onda di “mode” del momento ovvero di mere e spesso bieche strategie turistico-commerciali, ed è ancor meno bello che da un’esperienza così potenzialmente didattica, illuminante, ravvivante la mente e l’animo, se ne torni a casa senza nemmeno aver capito dove si trovasse, cosa abbia visto e magari con un paio di “originali” gadget «Made in China» in valigia. Come spiega Luigi Casanova in un passaggio del brano sopra citato, spesso c’è di mezzo «una responsabilità degli imprenditori che vogliono aumentare i profitti continuamente», i quali «hanno addomesticato la gente delle valli, che la pensa come loro e, al massimo, li invidia». Invece, i primi custodi della montagna, non solo dal punto di vista politico, amministrativo, economico e quant’altro ma, soprattutto, dal punto di vista culturale, sono i montanari. Sembra un’ovvietà, questa, e invece non lo è. D’altro canto chi per primo ha il dovere e il diritto di far comprendere la bellezza e il valore delle montagne se non chi le abita, magari da secoli? Le montagne non vivono con il turismo, come la politica vuole far credere per basare su ciò un gran giro di denari e di interessi particolari: vivono grazie a chi le vive, e solo se qualcuno le vive e lo fa a fondo e consapevolmente possono vivere anche di turismo, un turismo che le aiuterà a costruirsi un buon futuro e che in questo modo non diventerà il sipario che inevitabilmente e definitivamente calerà sul loro paesaggio, come in molti luoghi sta accadendo.
Come ribadisco, è un momento di potenziale opportunità o di possibile disastro e il limite tra questi due futuri prossimi è sempre più sottile e fragile: dobbiamo agire per ampliarlo e rinforzarlo il più possibile, prima che sia troppo tardi.
Il paesaggio rappresenta uno «spazio di vita» in cui riconoscersi, un «luogo antropologico» antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di un paesaggio muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti.
Immaginatevi una bellissima spiaggia, di sabbia dorata e fine, che dà su un mare altrettanto bello con acque cristalline – un luogo da cartolina insomma, come si dice in questi casi.
Bene, ora fate conto che su cotanta meravigliosa spiaggia bagnata da tale magnifico mare ci piazzino una piscina. Bella, confortevole, ben fatta. Avrebbe senso, secondo voi? Con quel mare a vostra disposizione, il bagno lo fareste nella piscina? O la trovereste decisamente fuori luogo, in ogni senso?
Ecco: è nel principio – pur se geograficamente “ribaltato” – quanto è stato fatto sul Monte Coltignone, montagna sopra i Piani Resinelli al cospetto delle celeberrime Grigne (provincia di Lecco) che dal suo versante Sud Ovest, il quale cala quasi a picco per 1000 e più metri sul ramo di Lecco del Lago di Como, offre uno dei più bei e ampi panorami delle Alpi Centrali, con vista sull’intero arco occidentale alpino e prealpino, su Lecco e la Brianza, Milano, la pianura lombarda e emiliana e gli Appennini all’orizzonte. Oltre al lago e alle montagne che circondano Lecco, appunto: il tutto visibile tramite un comodo sentiero, agibile a tutti, che percorre la parte più panoramica del monte e il suo punto migliore in tal senso, denominato non a caso Belvedere. E proprio qui, al “Belvedere”, è stata piazzata una piattaforma in acciaio a sbalzo – variamente denominata anche “terrazza”, “passerella” oppure proprio “belvedere” – per ammirare il panorama.
Già.
[Immagine tratta da qui.]Come dite? «E allora prima della passerella cos’è che si vedeva, se non ancora il panorama?» Appunto, essendo la montagna in questione, ribadisco, una delle più panoramiche che ci siano! Ora capirete ancora meglio l’esempio iniziale della piscina in riva al mare, ecco.
Ovviamente, c’è (al solito) anche la motivazione del “rilancio” e della “valorizzazione turistica della zona”. Con una struttura artificiale totalmente inutile e decontestuale dal luogo in cui è stata installata, ribadisco. Un po’ come valorizzare un diamante di purezza cristallina colorandolo di giallo fosforescente, insomma!
Due cose, in particolare, rivelano benissimo l’essenza dell’opera. Innanzi tutto, la motivazione addotta dai fautori della struttura: «Spiace che si parli male di un terrazzo belvedere realizzato secondo i precisi criteri utilizzati sia in Austria che in Trentino secondo un modello tipico delle Alpi.» Modello tipico? Da quando in qua «una piattaforma di cemento nel mezzo della Natura con ringhiere di metallo, che esce a sbalzo per 12 metri» (cit.) è un modello tipico delle Alpi? Be’, allora ancora prima lo sono i grandi parcheggi che coprono di asfalto i fondivalle montani in prossimità degli impianti sciistici o delle attrazioni turistiche, no? Dunque possiamo piazzare megaparcheggi ovunque, sui monti?
[Immagine tratta da qui.]Inoltre: «un terrazzo belvedere realizzato secondo i precisi criteri utilizzati sia in Austria che in Trentino». Vedi sopra anche per questo. Forse è bene mettere di nuovo in evidenza che in territori di grande pregio paesaggistico e di altrettanta delicatezza ambientale ogni intervento deve essere contestuale al luogo stesso e armonizzato alle peculiarità locali. Ogni opera fa da sé, insomma, non può e non deve fare da modello per altre, anche se le circostanze realizzative appaiono similari – ma ciò banalizza l’evidenza che, di contro, ogni luogo possiede una propria anima, un proprio Genius Loci: fare una cosa convincendosi che sia quella giusta solo perché l’hanno fatta anche altri e altrove è una motivazione a dir poco insipiente e parecchio puerile, peraltro del tutto slegata da qualsiasi autentico e sensato intento di valorizzazione turistica locale (che dice di perseguire ma che in verità sostanzialmente nemmeno considera).
Ora la seconda cosa, che si ricollega alla indispensabile contestualizzazione di tali interventi con i luoghi di installazione: «Rende la visuale sulle nostre montagne qualcosa di surreale… sembra di camminare sulle nuvole…!» (cit.) Ecco, la spettacolarizzazione dell’esperienza alpestre che ribalta il soggetto della stessa e devia qualsiasi potenziale ricaduta virtuosa in senso culturale – “concetto” presente in ognuna di queste installazioni-giostra che pretendono di valorizzare il territorio che hanno intorno e invece lo privano di senso e di valore. Ovvero, per dirla con terminologie proprie della sociologia (del turismo, ma non solo), la solita customer experience contrapposta ad una necessaria ma puntualmente ignorata place experience. Spiego meglio: se su una montagna che già di suo offre un panorama meraviglioso, e dunque la possibilità di una percezione del paesaggio locale assolutamente genuina, e lo offre attraverso una fruizione del tutto naturale e legata al suo contesto (il sentiero che percorre il monte), viene piazzata un’opera antropica, decontestuale al luogo, che si riserva la prerogativa di offrire “il” panorama per eccellenza ai fruitori, legandolo a emotività prettamente ludiche («sembra di camminare sulle nuvole!») e togliendolo alla loro personale (ovvero singolare) sensibilità culturale, quest’opera finisce per focalizzare il senso dell’esperienza non sul territorio e sul suo paesaggio ma sulla quantità di emozione e divertimento che sa regalare al fruitore. Il quale non guadagnerà nulla di più a favore della propria conoscenza e considerazione del luogo (aveva tutto quanto di necessario già prima, ribadisco) e di contro formalizzerà in se stesso un’esperienza deculturale di pura matrice ricreativa che utilizza il luogo come “contenitore”, non come “contenuto”. Esperienza che, una volta vissuta, verrà rapidamente dimenticata e probabilmente non porterà di nuovo il fruitore lassù ma gli farà cercare ulteriori emozioni altrove – magari dove c’è il ponte tibetano più alto e più lungo o la funivia più spettacolare o un posto ancora più adatto per farsi un selfie da millemila like.
Santi numi, ma non lo capiscono, gli amministratori pubblici che si rendono fautori di tali iniziative, che queste cose non rilanciano e non valorizzano nulla, anzi, banalizzano i luoghi dove vengono piazzate? Non capiscono ancora – visto che è da decenni ormai che lo si rileva – che non è con la lunaparkizzazione dei suoi luoghi più belli ed emblematici, dunque parimenti identitari, che si valorizza la montagna e si contribuisce alla costruzione di un buon e solido futuro per i suoi territori e per chi li abita?
[Immagine tratta da qui.]Infine, last but non least, con i 130.000 (centotrentamila) Euro che è costata la passerella, quante opere e iniziative veramente utili per il luogo in questione si potevano realizzare, previa un’attenta analisi del territorio, delle sue peculiarità e con le relative virtuose e competenti progettualità? (Ad esempio, la Casa-Museo Villa Gerosa, a pochi minuti di cammino dalla deprecabile passerella, un luogo di grande potenzialità ma di concezione antiquata e per nulla valorizzato come dovrebbe: perché non fare di più per esso e per farne un piccolo polo di attrazione culturale per la zona?)
E pensare che a pochi km dai Piani Resinelli, sempre sulle montagne di Lecco ovvero nel piccolo borgo di Morterone, quasi in contemporanea alla perversa passerella si è inaugurato un progetto veramente e potentemente virtuoso per il territorio e il suo paesaggio: il MACAM – Museo d’Arte Contemporanea all’Aperto che, con le sue opere d’arte diffuse e la Casa dell’Arte, è in grado di intessere quella relazione consapevole tra il territorio e i suoi visitatori, fondendola di spessore culturale e consentendole di diventare patrimonio e retaggio esperienziale in grado di acquisire forza nel tempo, parimenti valorizzando sempre di più il paesaggio montano di Morterone senza alcuna artificiosa forzatura materiale e immateriale. Per tali motivi, già ora molti organi di informazione nazionale e internazionale ne stanno parlando, attirando attenzione e considerazione verso il minuscolo paese al cospetto del Resegone e verso le sue bellezze paesaggistiche, cosa che ovviamente ai Piani Resinelli non avviene e non avverrà – è assai facile prevederlo (ma del MACAM, un progetto peraltro basato in gran parte sull’iniziativa privata, non a caso, vi parlerò presto più diffusamente).
Per “concludere” (dacché si potrebbe ancora dire molto, al riguardo): quella passerella di acciaio e cemento ai Piani Resinelli temo purtroppo che alla fine risulti, più di ogni altra cosa, un inutile e costoso rottame-in-nuce imposto in modo assai discutibile ad un luogo meraviglioso del quale è stata così guastata la bellezza e il valore culturale del paesaggio e che nulla porta a favore della conoscenza e della comprensione delle sue preziose peculiarità – anzi, appunto, che banalizza e inevitabilmente degrada.
Magari sbaglierò, anzi, io per primo mi auguro di sbagliare: ma le cronache di ormai qualche lustro a questa parte e le esperienze rilevate lasciano ben poche speranze al riguardo. Già.
La Svizzera non assomiglia ad alcun altro Stato sia per gli eventi che vi si sono succeduti nei vari secoli, sia per la situazione geografica e topografica, sia per le lingue differenti e le diverse confessioni religiose e l’estrema differenza di costumi che esiste tra le sue diverse parti. La natura ha fatto del vostro Paese uno Stato federale; volerla vincere non è da uomo saggio.
Così dovette concludere Napoleone Bonaparte con i delegati svizzeri convocati a Parigi il 10 dicembre 1802 in occasione dello scioglimento della “Repubblica Elvetica”, con la quale Napoleone cercò di sottomettere gli svizzeri della “Vecchia Confederazione” al dominio francese, fallendo miseramente e rinunciandovi dopo soli 5 anni. Tutt’oggi, dal 1291 ovvero da settecentrotrent’anni, la Svizzera resta invitta, da questo punto di vista.
Dunque, anche per ciò che vi ho appena raccontato: Alles Gute zum Geburtstag, Schweiz | Joyeux anniversaire, Suisse! | Bun Anniversari, Svizra! | Buon compleanno, Svizzera!