Le montagne “di destra”, anzi, le montagne “di sinistra”, no, viceversa

Dunque, proviamo a fare il punto della situazione.

Il clima che cambia è di sinistra, il clima che non è vero che sta cambiando è di destra.
Quindi gli ambientalisti sono di sinistra, gli altri di destra.
Lo sci su pista è ormai di destra, lo sci alpinismo e le ciaspole di sinistra. Ergo la neve artificiale è di destra, quella naturale di sinistra, i maestri di sci devono essere di destra e le guide escursionistiche di sinistra.
I rifugi “come quelli d’una volta” con polenta e brasato sono assolutamente di sinistra, i rifugi gourmet con ostriche e champagne ovviamente di destra.
Lupi e orsi sono di estrema sinistra anche se una volta erano più di destra, dunque pecore e capre sono di destra anche se fino a qualche tempo fa erano certamente di sinistra.
Le e-bike sono di destra, le bici a pedalata muscolare di sinistra.
Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina non si capisce bene: in Valtellina e a Cortina sono di destra, però a Milano sono di sinistra.
L’economia è appannaggio della destra, l’ecologia della sinistra, l’etimologia delle due è di nessuno perché se la sono scordata tutti.
La “sostenibilità ambientale” invece è di entrambi, ormai…
…eccetera eccetera eccetera.

Ma non sarebbe ora di finirla con queste baggianate di parte che parrebbero fuori luogo persino in un asilo infantile? Invece no, continuano a rappresentare il pane quotidiano della politica sulle nostre montagne e di chi gli va dietro.

Io credo viceversa che proprio questo atteggiamento strumentale, pesantemente ideologico, radicalmente polarizzato (e complessivamente un po’ stupido) sia una delle cause alla base della gestione malfatta, sovente scriteriata e comunque priva di buon senso, delle nostre montagne. Non è una critica alle differenti ideologie, che chiunque è libero di professare, ma alla loro cronica alienazione dalla realtà effettiva delle cose e all’incapacità di evolvere da “ideologia” a idea, qualcosa veramente in grado di risolvere le questioni invece di peggiorarle e degenerarle.

Anche perché – un esempio tra i tanti possibili – se per l’aumento delle temperature (innegabile dacché scientifico dato di fatto) si scioglie il permafrost e un versante montuoso frana a valle seppellendo case e cose, non è che i massi in caduta scelgono se colpire solo quelli di sinistra o quelli di destra, ma il disastro coinvolge tutti e obbliga chiunque, i politici in primis e ineludibilmente, a mettere da parte le ideologie, constatare e comprendere la realtà delle cose e agire per il bene collettivo, non per il vantaggio della propria parte politica o della prossima campagna elettorale.

Ecco.

D’altronde, come disse mirabilmente già tempo fa il Signor G:

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Michil Costa, “FuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica”

Nei discorsi che concernono il turismo montano, l’Alto Adige/Südtirol è comunemente preso a modello di eccellenza ed indubitabilmente per diversi aspetti lo è: che ciò sia dovuto alla sua particolarità geopolitica, al regime di autonomia amministrativa del quale gode, per la speciale bellezza del paesaggio dolomitico che ne caratterizza buona parte del territorio o per altre peculiarità, di certo l’accoglienza turistica nella Provincia Autonoma di Bolzano raggiunge livelli difficilmente eguagliati in altre zone turistiche italiane.

Tuttavia, come recita la saggezza popolare, non è sempre tutto oro quel che luccica e dietro l’aureo luccicore altoatesino in alcuni casi si celano circostanze non esattamente esemplari: ad esempio l’overtourism di cui soffrono alcune delle località più rinomate, il gran traffico con relativo caos e inquinamento da città sui passi dolomitici pressoché incontrastato, la turistificazione esasperata di certe zone, l’ambiguità del titolo di “Patrimonio Unesco”, il rifiuto da parte degli albergatori di porre limiti alla frequentazione turistica, come proponeva un ottimo e articolato progetto di qualche tempo fa.

Ecco, gli albergatori per l’appunto. Poste le permesse di cui sopra, forse non è casuale che proprio un esponente della categoria altoatesina/sudtirolese, peraltro tra i più rinomati e prestigiosi, decida di opporsi allo status quo fin qui descritto, dimostrandosi più immune di altri all’oro di cui luccica il suo territorio e denunciandone  gli abbaglianti rischi. È Michil Costa, con la famiglia proprietario di alcune delle strutture alberghiere più belle e di alto livello delle Dolomiti, che ha deciso di mettere nero su bianco il proprio pensiero al riguardo in FuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica (Edition Raetia, 2022, prefazione di Massimo Cacciari), un volume il cui titolo risulta tanto chiaro quanto programmatico. Soprattutto nell’utilizzare subito la definizione di “monocultura turistica” la cui accezione è, alla luce dei fatti, inesorabilmente negativa, come ogni volta che un patrimonio culturale, sia esso materiale o immateriale, viene uniformato e standardizzato a un solo principio generale che sia funzionale a certi determinati scopi, con ciò banalizzando il concetto stesso di “cultura” che è quanto di più illimitabile vi sia, anche quando venga contestualizzato a un ambito definito come quello della montagna.

Il turismo in Alto Adige/Südtirol, modello assoluto nel bene e nel male di quello che caratterizza tutta la montagna italiana e non solo essa, è divenuto monoculturale non tanto nelle forme – comunque legate a ciò che si può fare di ludico-ricreativo sui monti – quanto nella sostanza, ovvero in un unico e sostanziale principio di mercificazione del territorio elaborato al fine di ottimizzarne quanto più possibile i tornaconti ricavabili, in una corsa ai record di presenze, di pernottamenti, di guadagni, di sviluppo inevitabilmente senza freni e limiti dalla quale, una volta dentro, è pressoché difficile uscirne. Ma una tale corsa forsennata ai record turistici non può non generare numerose pericolose conseguenze, inevitabilmente []

(Potete leggere la recensione completa di FuTurismo cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La “Montagna invernale tra il non più e il non ancora”, domani a Milano

Un caloroso consiglio agli amici di Milano – e a chi vi si possa recare.

Domani 11 dicembre a Milano, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, ERSAF – Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, in collaborazione con la sezione di Milano del Club Alpino Italiano, propone una serata per parlare di turismo invernale nelle Alpi: un tema che da un inverno all’altro si fa sempre più delicato e, per molti versi, tribolato.

L’epoca dello sci inteso come fenomeno di massa sembra infatti essere giunta al termine, e alcune località si stanno attrezzando per proporre un turismo alternativo, più in linea con le esigenze dell’ambiente e con la crisi climatica. È una delicata situazione di passaggio, dai risvolti complessi, illustrata dall’autore (con Michele Nardelli) del libro “Inverno liquidoMaurizio Dematteis – direttore di “Dislivelli.eu” – insieme al direttore di “Meridiani MontagnePaolo Paci: entrambe figure del mondo della montagna (e non solo) di grande prestigio e molteplici preziose competenze che è sempre bello e istruttivo sentir parlare.

La serata è in ricordo di Lisa Garbellini, dipendente ERSAF prematuramente scomparsa che si è a lungo occupata di tematiche legate alle terre alte, e rientra all’interno del festival “Leggere le Montagne”, che dal 2015 celebra la Giornata Internazionale della Montagna con una serie di iniziative letterarie e culturali lungo l’intero arco alpino.

L’ingresso è libero (alle ore 19 presso la sede del CAI Milano, in via Duccio di Boninsegna 21/23) e ai presenti sarà offerto un rinfresco finale con prodotti tipici della montagna lombarda.

Buone domande e valide risposte, sulle (e per le) montagne

[Regione del Voralberg nei dintorni di Bregenz, Austria. Foto di Lars Nissen da Pixabay.]
L’uomo è diventato il Sapiens dominatore del mondo anche perché, sfruttando le peculiarità in dono dall’evoluzione, ha saputo trovare più di altri animali le migliori risposte possibili alle domande che la scoperta del mondo e poi la vita quotidiana in esso gli poneva continuamente. Tutto ciò che “fa” la nostra esistenza terrena così dominante adattabile e resiliente è composto da domande e relative risposte, ovvero è il frutto di valide risposte date alle più varie e sovente complicate domande: il fatto che di queste seconde ne abbiamo ormai in abbondanza per molte delle domande che ci siamo posti nel corso del progresso della nostra civiltà non toglie che dobbiamo continuare a porci innumerevoli altre domande per mantenere costante quel progresso di cui godiamo. Non ci può essere errore – o colpa – più grande di dare tutto per scontato senza più chiedersi cose rispetto al mondo che viviamo e a noi che e siamo parte: purtroppo questa è una circostanza che sembra accadere sempre più spesso, oggi, indotta da certe caratteristiche deviate e travianti della nostra società contemporanea.

Tutto quanto sopra assume ancora più valore in quelle parti del mondo che si presentano particolarmente pregiate per la loro bellezza tanto quanto delicate e dunque più fragili di altre. Come le montagne, i cui territori, ambienti, paesaggi, richiedono ben più attenzione, sensibilità, consapevolezza, cura di – ad esempio – un hinterland metropolitano, fosse solo per le caratteristiche geomorfologiche e ambientali dei territori montani che d’altro canto rendono di default la residenza umana più difficile che in altri spazi abitati. Per fare un esempio banale: costruire qualsiasi manufatto in montagna impone di dover considerare moltissime variabili (ambientali, geologiche, architettoniche, urbanistiche, paesaggistiche, climatiche, eccetera) che non si presentano se lo stesso manufatto venisse costruito in pianura, magari in una città, ove le variabili sono molte meno e spesso più facilmente gestibili.

[Terrazzamenti in Valtellina. Immagine tratta da www.lombardianotizie.online.]
In baso a ciò, un territorio complesso come la montagna impone continuamente domande a chi lo deve abitare e vi ci si deve relazionare: le risposte a queste domande, vista la complessità montana, devono essere se possibile ancora più “esaustive” che altrove: perché non si va semplicemente a “far su qualcosa”, in montagna, ma si interviene – anche con il più piccolo manufatto – in un ambito estremamente delicato che rischia ogni volta di vedere rotti i numerosi equilibri sui quali si regge, si sviluppa e si salvaguarda. Chiaramente ciò non vuol dire che in montagna non si possa fare nulla, anzi: i montanari nei secoli hanno dimostrato di saper adattare la propria presenza all’ambiente montano, oggi le capacità tecnologiche e i saperi scientifici ci potrebbero consentire di fare di tutto e tutto quanto armonizzato ai territori, agli ambienti, ai paesaggi delle montagne. Quello che conta al riguardo, ribadisco, è porsi le domande su ciò che si vuol fare e darsi le migliori risposte possibili.

Ecco: a volte mi sembra proprio che molte cose che vengono realizzate in montagna siano fatte in base a “risposte” che ci si è dati senza prima porsi alcuna buona domanda. Si pensi ai numerosi interventi di turistificazione di cui spesso si ha notizia dai media d’informazione, e che subito appaiono fuori contesto quando non palesemente scriteriati: secondo voi chi ne è promotore si è posto qualche domanda su ciò che voleva o vorrà fare prima di cominciare a farlo? A me pare di no.

[Il cantiere al Lago Bianco del Gavia, come si presentava nell’estate 2023.]
Si pensi a quel folle progetto, fortunatamente bloccato, di captare l’acqua del Lago Bianco al Passo di Gavia, in zona di massima tutela del Parco Nazionale dello Stelvio (si veda l’immagine qui sopra), per alimentare i cannoni delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva: secondo voi chi lo stava realizzando si è posto qualche domanda su ciò che stava facendo?

Si pensi al progetto di nuovi impianti sciistici che si vorrebbero installare sul Monte San Primo, a poco più di 1000 metri di quota: secondo voi chi li propugna si è fatto qualche domanda al riguardo?

Si pensi al progetto funiviario e sciistico con il quale si vorrebbe infrastrutturare il Vallone delle Cime Bianche, ultima zona incontaminata tra i già enormi comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt o del Monterosa Ski: secondo voi che lo realizzerebbe si è posto qualche domanda sull’impatto e sul portato generale di un intervento del genere?

Sono solo tre esempi (che propongo per la diretta conoscenza che ne ho) tra i tantissimi che si potrebbero fare al riguardo, e che a me sembra si basino tutti sullo stesso principio: darsi risposte funzionali e convenienti ai propri interessi e tornaconti – di chi sostiene tali progetti – senza farsi prima alcuna domanda al riguardo. Risposte pronte per le proprie mire materiali, le quali notoriamente non abbisognano di troppe domande, anzi, di nessuna, per seguire istinti personali sovente biechi e comunque, in quanto tali, mai in equilibro con i luoghi e gli ambiti ove si pretende di intervenire. Per di più, risposte che quasi sempre sono dei copia-incolla di cose fatte altrove (vedi i progetti di infrastrutturazione sciistica, appunto) che si ritiene valide ovunque senza nemmeno chiedersi se i territori assoggettati possano essere adatti al riguardo: come se le montagne fossero tutte uguali, e su ciascuna si potessero riprodurre gli stessi identici modelli. È una follia assoluta e un’inaccettabile banalizzazione dei territori montani nonché di rimando, e inesorabilmente, del destino delle comunità che li abitano.

[Veduta di Goldegg, nel Salisburghese, Austria. Foto di Ming SONG da Pixabay.]
Tutto questo, come ripeto a ogni buona occasione, rimanda innanzi tutto a una questione di buon senso. Quello stesso buon senso che è frutto dell’intelligenza la quale si coltiva con la ragione che serve a elaborare risposte alle domande che ci si formula così alimentando l’intelligenza. Un circolo virtuoso, come vedete, il quale se si rompe diventa subito un circolo vizioso che rapidamente e inesorabilmente genererà danni, tanto più posta la delicatezza e la fragilità dei territori montani.

Buon senso, tutto qui. Quello che tradizionalmente si riconosceva ai montanari proprio perché sapevano trovare risposte e soluzioni alle domande e ai problemi che poneva loro la montagna e la vita su di essa. Perché così spesso oggi questo buon senso sulle montagne non c’è più?

Ecco, questa è una domanda alla quale come non mai bisogna trovare le migliori risposte possibili.

Il report sullo sci dell’ANEF e il “fantasma” che lo infesta

[Le piste del Monte Pora e le Prealpi Bergamasche il 5 dicembre 2024 alle ore 12.00, desolatamente prive di neve. Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per ingrandirla.]
Di recente l’ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti degli impianti a fune, che in buona sostanza raduna la quasi totalità dei gestori dei comprensori sciistici italiani, ha presentato il report Impatti socio-economici a livello locale degli impianti di risalita, commissionato alla società di consulenza PwC. Come anticipa il titolo, si tratta di un’indagine che ha stimato gli impatti dei comprensori sciistici nei territori che li ospitano: in buona sostanza, è una fotografia dell’industria sciistica ad oggi elaborata sui dati di una annualità. Il report, che potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto, è ricco di dati interessanti presentati attraverso infografiche efficaci: risulta ineccepibile da questo punto di vista.

Peccato che tra i numerosi dati e grafici che ne occupano le pagine si annidi un “fantasma” inquietante, assolutamente presente e aleggiante quantunque incredibilmente ignorato… il clima, ovvero la crisi climatica ben presente sulle nostre montagne.

Nel report di Anef la parola «clima» è presente una sola volta, a pagina 3 ove si parla degli «Impatti sul clima» attribuibili agli impiantisti. «Sostenibilità» solo una volta a pagina 2, parlando dello scopo del report di «dare evidenza della sostenibilità ambientale» degli impianti sciistici. Invece «cambiamento climatico» non lo si trova scritto da nessuna parte e ugualmente «crisi climatica».

Ecco: fotografare con tale report la situazione socioeconomica attuale dell’industria dello sci, per di più rivendicandone una visione futuro-prossima, senza considerare la crisi climatica in atto e senza comprenderne il portato nell’elaborazione dei dati, equivale a produrre una non indagine, formalmente ineccepibile, come detto, ma solo nel momento in cui viene presentata, non prima e nemmeno dopo. Ciò anche in forza della sua forma sincronica (è basata su una sola annualità, come precisato), mentre per assumere caratteri di maggiore attendibilità i dati si sarebbero dovuti elaborare in modo comparativo diacronico, considerando la loro evoluzione in un arco temporale considerabilmente significativo.

È un report dettagliatamente inutile, in buona sostanza.

Posta tale evidenza, appare altrettanto chiaro che lo scopo del report di ANEF – del tutto legittimo dal loro punto di vista, sia chiaro – è soprattutto quello di fare propaganda, creandosi uno strumento d’impatto funzionale al sostegno del settore impiantistico e dell’industria dello sci. Scopo che i dirigenti di ANEF hanno palesato appena dopo la presentazione del report: tra i tanti prendo le dichiarazioni di Massimo Fossati, presidente di ANEF Lombardia (la regione dove forse si sta cercando più che altrove di imporre nuovi impianti sciistici, visto anche il prossimo evento olimpico di Milano-Cortina), il quale si è affrettato a dichiarare che «Dallo studio emerge chiaramente come l’economia turistica delle nostre montagne sia strettamente connessa al funzionamento degli impianti a fune. Questi rappresentano un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento delle aree montane a favore delle città e delle pianure. È indispensabile continuare a investire in queste infrastrutture.» Parole con le quali si pretende di rendere assoluto il valore del report di ANEF (per giunta come se d’inverno in montagna non potesse esistere un altro turismo che non sia quello dello sci su pista!) quando invece ho appena denotato come tale pretesa risulti assolutamente infondata in forza della sua notevole parzialità. Tutto legittimo dalla parte di ANEF, lo ripeto, ma ciò non si significa che possa anche essere sostenibile e innanzi tutto per una semplice questione di rigore di logica. Equivale a rappresentare con notevole dettaglio le prestazioni e l’efficienza di una flotta di navi da crociera, sostenendo che si debba investire sempre di più per abbellirle ma senza rimarcare che la gran parte di queste imbarcazioni navigano su specchi d’acqua che si stanno rapidamente e inesorabilmente prosciugando e che presto le lasceranno in secca. Be’, forse investire su quelle navi non solo non sembra più essere «indispensabile» ma a tutti gli effetti risulta quanto meno azzardato, se non già del tutto inefficace, eccessivo, inutile. A meno di volerlo affermare per mera propaganda, appunto: ci sta (l’attività dell’ANEF è economica e dunque anche politica, al netto dei legami con la “politica” ordinariamente detta), ma fino a un certo punto, ovvero fin dove si va inesorabilmente a sbattere contro la realtà effettiva delle cose e il suo divenire.

Posto tutto questo, in accadimento sul versante italiano delle Alpi (e sugli Appennini), sorge spontanea una domanda: perché invece sul versante opposto, in Svizzera, paese che peraltro ancor più dell’Italia vive di turismo sciistico, la crisi climatica e i suoi effetti sono ormai elemento integrante e ineludibile delle strategie di gestione dei comprensori sciistici sia a livello imprenditoriale che a quello politico?

«Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.» Sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie (equivalente dell’ANEF in Italia), riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (potete leggerle nella loro interezza cliccando sull’immagine qui sopra; della cosa ne ho già scritto qui).

Da questa bizzarra contrapposizione italo-svizzera ulteriori domande sorgono altrettanto spontanee: come si può essere una tale differenza di visioni tra gli impiantisti italiani e quelli elvetici? Chi dei due si dimostra più attento alla realtà delle cose e alla situazione delle loro montagne? Chi dei due dimostra di avere più consapevolezza del presente e visione del futuro? Oppure, se preferite intendere il tutto dall’altra parte: chi dei due non sta dicendo tutto quello che dovrebbe dire? E perché lo fa?

Alcune di queste domande sono retoriche, lo so. D’altro canto ognuno è ovviamente libero di rispondere come vuole, ma ben sapendo che le risposte decontestuali alla realtà effettiva delle cose montane obiettivamente non hanno alcun senso.

[La situazione della neve sulle piste di Colere, località oggetto di un grande e costosissimo progetto di ampliamento del comprensorio. Immagine tratta da qui.]
Tornerò di nuovo, a breve, sul report di ANEF. I cui dati, resi noti qualche settimana fa, sono stati sostanzialmente smentiti già quasi due anni addietro da un altro prestigioso e dettagliato report, oltre che da numerosi altri rilievi che hanno fotografato in vari modi la situazione dell’industria italiana dello sci. Ma, appunto, me ne occuperò di nuovo presto.