Grandi viaggi con pochi passi

A volte si percorrono grandi distanze ma si fanno “piccoli” viaggi. A volte invece basta fare pochi passi per compiere viaggi e avventure incredibili, o per scoprire che di ciò che si credeva di conoscere in verità si conosce poco o nulla.

Per il viaggio autentico non serve tanto una meta, e non serve un modo di viaggiare più di altri: se è vero ciò che disse Pessoa, «i viaggi sono i viaggiatori», è perché è altrettanto vero che i viaggiatori sono il viaggio. Che questo sia lungo solo pochi passi oppure milioni di chilometri, che porti in capo al mondo o poco oltre l’uscio di casa: non è tanto che per viaggiare servano dei viaggiatori, semmai per il viaggiatore autentico serve un viaggio da fare. Qualsiasi esso sia, ovunque esso porti.

È ciò che, per naturale conseguenza, rende un viaggio veramente autentico, più di ogni altra cosa.

Di antiche storie scritte “sul” Monte di Brianza

Questa volta io e Loki, il mio fidato segretario personale a forma di cane – sempre più abile nella sua mansione di «scovavecchisentieri» -, siamo andati a leggere antiche narrazioni di paesaggi antropici inscritti con caratteri selciati di vario stile sulle “pagine” del libro-Monte di Brianza, lì dove le prime propaggini prealpine si innalzano tra la pianura alto-milanese e la valle dell’Adda, le cui acque da poco uscite dal Lago di Como fluiscono verso Sud.

Anche qui, a poche centinaia di metri in linea d’aria da strade ipertrafficate e abitati rumorosi, boschi giovani ma già orgogliosamente rigogliosi nascondono e sovente inglobano nel proprio manto virente innumerevoli segni umani che oggi raccontano – a chi sa coglierle – di relazioni ormai dimenticate degli abitanti di queste zone con il monte e i suoi fianchi i quali, sempre aguzzando la curiosità e lo sguardo per intrufolarsi tra le ramature ombrose e i fitti cespugli, rivelano la presenza frequente di terrazzamenti e altri adattamenti che l’uomo ha invocato alla montagna e la montagna – d’altro canto qui del tutto bonaria e quasi del tutto priva di precipitevoli rudezze più classicamente alpestri – per secoli ha concesso.

Poi, anche qui come in innumerevoli altri posti, tutto è cambiato: per fortuna (forse) per gli abitanti, purtroppo per la montagna, che da inseparabile sodale di esistenza e resilienza quotidiana è diventata quasi del tutto estranea, all’improvviso lontana, quasi temuta con questi suoi boschi ora così densi e ombrosi da sembrare diffidenti verso chi ora li penetra.

Ma quassù, se pur a molti questo luogo suscita ormai un che di selvaggio, in verità c’è ancora un paesaggio, diverso da com’era un tempo ma nemmeno troppo. Il libro-territorio ha pagine polverose e un po’ sgualcite sulle quali tuttavia si possono ancora leggere piuttosto bene molte scritte, numerose narrazioni, diverse storie stese sul monte come sul tempo che raccontano il paesaggio e che consentono al viandante di farne parte, anche solo per qualche momento. Trovo sempre affascinante constatare la realtà di questi luoghi nei quali la Natura s’è rapidamente ripresa lo spazio che aveva concesso all’uomo, il quale in origine glielo aveva richiesto, a volte anche in modo pressante e poi, nel giro di breve tempo, ha deciso di disinteressarsene. Affascinante è il contrasto tra il bosco rigoglioso che ammanta la gran parte del monte e di primo acchito suscita sensazioni di vigorosa selvatichezza inglobando rapidamente ogni cosa, come se fosse lì da secoli, e la presenza comunque ancora lampante di tantissime tracce umane che raccontano d’un passato assai meno selvatico, appunto. Come la bellissima mulattiera selciata che io e Loki abbiamo seguito: nella prima parte assai deteriorata al punto da poter essere confusa con l’alveo di un ruscello in secca (ma che tale ritorna a essere nel caso di forti piogge, temo), la mulattiera rivela se stessa e la propria storia penetrando sempre più nel bosco e salendo in quota, quando comincia a diventare visibile l’artificialità della disposizione delle pietre che spuntano dal terreno le quali poi si conformano in una selciatura ormai evidente e particolare, diversa rispetto a quelle che si possono riscontrare a solo pochi km di distanza sui monti dell’altra sponda della valle dell’Adda (storicamente un altro mondo, tuttavia, che il fiume ha diviso politicamente e sotto certi aspetti anche culturalmente per molti secoli) e con peculiarità a volte insolite – come l’improvviso cambio di tipologia di selciato che si vede bene in una delle immagini che vi propongo qui.

Poi, la mulattiera – le cui origini, al di là della selciatura oggi visibile, sono sicuramente antiche, visto che porta a un nucleo abitato già citato su documenti dell’anno 1085, sbuca nel bosco e giunge nei pressi della propria meta, a suo modo del tutto emblematica rispetto – ovvero in antitesi – all’itinerario appena percorso e altrettanto parossistica riguardo la relazione tra l’uomo contemporaneo e la montagna che si è sviluppata dal dopoguerra in poi, quando l’ambiente naturale è spesso diventato uno mero strumento da sfruttare per ricavarne interessi e tornaconti del tutto avulsi dal contesto geografico, dalla sua storia e dal patrimonio culturale che il paesaggio conserva. Sto parlando di Consonno, sì: forse uno dei primi non luoghi in altura nel senso più significativo della definizione (quando la definizione non esisteva ancora, peraltro). Ma in effetti questa è un’altra (non) storia, ecco.

Il paesaggio contiene tutto

[Foto di Jonny Gios da Unsplash.]

Ogni linguaggio con cui si esprime il paesaggio è alla fine il linguaggio della società che lo ha segnato, lo ha fatto proprio, lasciandovi il marchio del proprio passaggio. Ciò nei modi pertinenti al proprio modo di produzione, che ha nel territorio e nelle sue risorse uno dei suoi termini fondamentali. Come si comprende, non tutte le complesse elaborazioni interne di una società trovano la loro proiezione nel paesaggio; ma è vero che il paesaggio racconta sempre una società, i suoi rapporti interni, le sue dinamiche demografiche, i suoi squilibri sociali, le proprie capacità tecniche, il proprio culto per la natura, e persino la propria fede religiosa, il suo modo di fare poesia, i propri modi di autorappresentarsi e rappresentare il mondo, ecc. Il paesaggio alla fine contiene tutto, tutte le verità che le società umane sanno inscrivere in esso e raccontare. Non solo, ma in una visione del mondo come quella che la scienza oggi ha messo insieme si può dire che tutto ciò che resta di una società, come di altre specie viventi, è quel poco che precipita negli strati geologici (l’archeologia in fondo riguarda il breve periodo di tempo relativo alla storia dell’uomo), scanditi secondo ritmi di milioni di anni e dai quali ci divide una sorta di muro del suono, di discontinuità rispetto ai ritmi della storia umana.

[Eugenio TurriIl paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio, geografia e relazioni tra uomo e ambiente. Nell’immagine in testa al post vedete il Castlerigg Stone Circle, nell’Inghilterra nord-occidentale, uno dei più importanti siti archeologici megalitici d’Europa: per saperne di più cliccate qui.]

 

Riconoscere diritti giuridici alla Natura

[Foto di Riccardo Chiarini da Unsplash.]

La storia della specie sapiens è la storia di pratiche e pensieri che riconoscevano impliciti diritti alla natura – alla Madre Terra, perché così facendo, rispettandola e attribuendole il ruolo divino che ricopre per noi, li riconoscevano anche a se stesse. Sono i diritti che non prevedevano lo sfruttamento intensivo di tutte le risorse, perché vivendo e praticando con il corpo il territorio, c’era una forte percezione dell’importanza della rigenerazione, del riciclo, del flusso continuo tra morte e vita. La percezione – il sesto senso che include tutti gli altri, elaborandone i messaggi – era non solo più sviluppata, ma tenuta in grande considerazione. E così era l’istinto animale, l’intuizione, la capacità di leggere la propria geografia. Per mettersi in cammino, non si credeva di avere il territorio sotto controllo perché dotati di app sullo smartphone. Si esplorava e si imparava a percepire la realtà. Un vero sistema operativo spirituale e corporeo, il pensiero attivo provocato dal movimento e dall’osservazione, caratteristiche largamente assenti nella nostra società. Precisamente ciò di cui la politica non si occupa perché la maggioranza non le chiede di farlo. Parlare di diritti civili in quest’epoca, però, significa parlare di diritti della natura, senza i quali difficilmente si potrà sperare di esprimere una società che si ponga la domanda di cosa vuole fare di se stessa, se davvero ha intenzione di mettersi a praticare una vita armoniosa, scegliendo con cura e cultura le proprie priorità. La medicina insostituibile, senza brevetti, è una e globale, ci include in se stessa e si chiama natura. A noi la creatività per farne il miglior uso. Per questo dobbiamo garantirne i diritti: per preservare anche noi stessi dalle sconsideratezze che hanno portato anche a una serie di epidemie sempre più gravi. Fino al Covid-19.

Questo è l’estratto di un articolo di Davide Sapienza intitolato I Diritti della Natura, un nuovo modo di pensare il mondo e pubblicato su “vanityfair.it” il 24 maggio 2020 (qui lo potete leggere nella sua interezza). Articolo molto bello e ancor più importante per come riesca a mettere in chiaro – con la capacità narrativa che Davide sa offrire – che, a fronte della realtà climatica e ambientale nella quale siamo immersi, manifestazione ineluttabile e per certi versi drammatica del così detto Antropocene, «Oggi più che mai abbiamo davanti un nuovo futuro, veramente smart, nel quale ognuno di noi può diventare protagonista di una civiltà fondata sui diritti della Natura».

M’è tornato in mente, questo articolo e non solo questo, qualche giorno fa disquisendo con amici di «diritti della Natura», della necessità sempre più inderogabile di riconoscere delle prerogative giuridiche all’ambiente naturale nella sua interezza, ovvero ovunque vi sia interazione con l’uomo, la sua presenza e le sue attività, e di come d’altro canto la sensibilità diffusa su tali temi in Italia sia veramente flebile e a volte deviata verso forme di “ambientalismo” molto superficiali o verso atteggiamenti, teorici e pratici, la cui apparente virtuosità in effetti non esce dal solito punto di vista antropocentrico.

Cercando una causa sostenibile a questa ultima osservazione, in primis non posso non rimarcare che, di fondo, la questione – e la suddetta mancanza che sta alla sua base – è culturale e educativa («tanto per cambiare!», esclamerà qualcuno di voi). L’immaginario comune con il quale concepiamo e osserviamo la Natura è totalmente (o quasi) privo dei concetti che si rifanno alle idee espresse nell’articolo citato (e in molti altri suoi scritti, appunto) da Davide S. Sapienza e in generale alla definizione di una “personalità giuridica” della Natura, dunque ci mancano proprio gli strumenti fondamentali per dare forma a un’idea apparentemente semplice, almeno nella teoria, come quella di conferire dei diritti garantiti dalla legge all’ambiente naturale – cosa che, badate bene, è un passo o due più avanti delle legislazioni atte alla salvaguardia di esso, comunque estremamente importanti ma il cui “diritto originario” è ancora in capo all’uomo: conferire diritti alla Natura significa innanzi tutto ribaltare questo assunto. Quella mancanza “strumentale” (in realtà culturale) che manifestiamo segnala d’altro canto la carenza di un’autentica relazione tra di noi e l’ambiente naturale se non proprio uno scollamento, che si può tranquillamente definire antropologico, il quale è poi l’ostacolo fondamentale che determina la questione e ne inficia ogni buona soluzione o progresso. E’ una condizione diffusa sulle cui cause profonde potremmo discutere per mesi costruendo dissertazioni estremamente articolate, visto come quanto sia radicata nel corpo sociale del quale siamo parte: ma nel frattempo la situazione al riguardo non fa che peggiorare senza che di contro si intraveda qualche atto virtuoso e veramente importante nel senso opposto.

Per chi volesse approfondire il tema, è a disposizione un bel volume pubblicato nel 2012 da Piano B Edizioni: I diritti della Natura. Wild Law, dell’avvocato sudafricano Corman Cullinan – l’estensore della “Dichiarazione Universale dell’ONU per i Diritti della Terra” e di altri importanti documenti similari – volume tradotto e curato proprio da Davide Sapienza. Per saperne di più cliccate sull’immagine della copertina del libro qui sopra.

Il mondo salverà il mondo #18

(Cliccate qui, per capire meglio.)

[Per ingrandire l’immagine, cliccateci sopra.]
#18: Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, Da Mleta a Gudauri, 1868.