Analfabetismi politici

Nell’edicola della piazza della Passione vende le riviste, sostituendo temporaneamente il giornalaio, che si è allontanato, una baba analfabeta!
Lo giuro: analfabeta!
Io stesso mi sono avvicinato all’edicola, ho chiesto la rivista «Rossija» e lei mi ha dato «Korabl’» (i caratteri di stampa sono simili). Non va bene. La baba nella sua edicola si dà da fare. Mi dà un’altra rivista. Neppure questa.
«Siete analfabeta?» le chiedo ironicamente.
Ma basta con l’ironia. Viva la disperazione!
La baba era effettivamente analfabeta.

Ecco, a proposito di Russia odierna, mi viene da dire che quello che racconta qui Michail Bulgakov in Mosca, la Capitale nel block notes (Excelsior 1881, 2007, il passaggio qui citato è alle pagg.64-65) è un po’ quello che sta accadendo alla Russia in generale nelle mani di Putin: un paese grande, forte, colto, emblematico, reso per così dire “analfabeta” in quanto al suo status di comunità politica, così che in antitesi alla storia contemporanea – e non solo al popolo russo – che richiede autentico progresso, evoluzione sociale, sviluppo culturale, il potere oligarchico putinista spinge il paese all’indietro, verso tempi geopoliticamente oscuri, anacronisticamente assolutistici e assai pericolosi per la Russia rispetto al resto del mondo avanzato. Che non è il “paradiso”, sia chiaro, ma nemmeno un posto ove la repressione violenta del dissenso è divenuta ormai la palese (e vile) strategia primaria di salvaguardia del potere, purtroppo.

N.B.: per la cronaca, nelle lingue slave il termine baba significa “donna anziana”, “vecchia”, “nonna”, con accezione affettuosa anche se non di rado in tal senso sarcastica, cfr. Baba Jaga, vecchia strega malvagia – ma in modo ambiguo – delle fiabe slave e in particolar modo russe.

Land (&) art

Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.

Così scrive Honoré de Balzac nelle Illusioni perdute: e se una tale affermazione la si può facilmente contestualizzare alla rappresentazione artistica dell’ambiente naturale – o del “paesaggio”, ma il termine non sarebbe corretto, come sapete – così come altrettanto facilmente si può trovare Natura e paesaggio in opere artistiche anche non figurative, meno facile risulta fare l’opposto: trovare concentrazione di arte nella Natura. O, per meglio dire, nel territorio naturale che sia stato antropizzato, nel quale l’uomo sia intervenuto elaborandone la morfologia e la geografia – e dunque ove lo abbia fatto senza guastare e dissestare lo stato di fatto naturale precedente.

[Sol Lewitt, Wall Drawing 565, 1988; immagine tratta da qui.]
[Vigneti nella regione del Markgräflerland, Baden-Württemberg, Germania; immagine tratta da Google Maps.]
Tuttavia, quando di arte nella Natura se ne possa trovare, nel senso di opera umana in armonia con il territorio naturale e quindi, a suo modo, espressione anche estetica oltre che architettonica, tecnica, ecologica eccetera, allora probabilmente avremo la fortuna di godere d’un luogo che, come la migliore opera d’arte, soddisfa la nostra ricerca del “bello” e ci fa stare bene in esso. Che sono poi condizioni tra quelle fondamentali per le quali la relazione tra l’uomo e i luoghi abitati e vissuti raggiunge il suo apice e rende quella parte di mondo un “bel” posto. In fondo i “bei paesaggi” sono proprio questi: luoghi la cui bellezza non la cogliamo e ammiriamo solo fuori ma ce la sentiamo dentro di noi.

Paesaggi cacofonici

Tuttavia, il danno è fatto. Il paesaggio è distrutto. Ora viviamo in un luogo inarmonico. Questa cacofonia, se è insopportabile per le anime sensibili, installa nelle anime insensibili il bisogno di andare oltre attraverso quei falsi modi in cui esse sperano di trovare una sorta di soddisfazione che avevano e che ora non hanno più. Così, dopo tutta una regione, un intero paese può diventare brutto e sempre di più perché, all’origine di questa bruttezza, c’è qualcuno che pensa al profitto invece di pensare all’architettura. Un’intera popolazione si ritrova a disagio, senza sapere perché.

(Jean Giono, La Chasse au Bonheur, Ed. Gallimard, 1988, pag. 130; inedito in Italia. Nell’immagine: uno dei tanti esempi di cementificazione selvaggia e assolutamente cacofonica lungo le coste italiane; cliccateci sopra per visitarne la fonte.)

Il consum(ism)o della bellezza

[Foto di Enrique Meseguer da Pixabay.]
Una delle colpe maggiori di una società basata sul consumismo (ovvero su un certo consumismo culturalmente degradante che è un’altra manifestazione del generale consumismo socioeconomico) come la nostra è quella di aver consumato appunto, con un processo di “corrosione” che dura tutt’ora, anche la percezione diffusa della bellezza e il suo immaginario comune.

In forza di ciò siamo sempre più portati a considerare e credere “belle” cose che lo sono molto poco o non lo sono affatto, e siamo sempre meno in grado di percepire e cogliere l’autentica bellezza ove essa sia presente. Di contro, nel nostro modus vivendi contemporaneo, e nella “cultura” mainstream sulla quale si sviluppa, c’è ben poco che possa consentire il recupero e la salvaguardia di quella dote, anzi: come ho già accennato, il processo opposto è costante e sempre più degradante. Non solo non “capiamo” più la bellezza, ma siamo sempre più portati a disconoscerla e disprezzarla.

Dunque mi chiedo: quella bellissima “massima” dostoevskijana sulla bellezza che può salvare il mondo, che per quanto mi riguarda assurge al rango di assioma filosofico ineludibile per sanare e salvaguardare veramente il nostro (di esseri umani) mondo, come potrà mai realizzarsi se, pure nel caso che di bellezza ce ne sia – e ce n’è a iosa, nel mondo suddetto -, non saremo più in grado di riconoscerla e di goderne?

Insomma, ripropongo una domanda già proposta, qui sul blog: la bellezza certamente potrà salvare il mondo, ma il mondo saprà salvare la bellezza?