In quel periodo avevo scoperto anche la capacità di distinguere perfettamente i lineamenti e il portamento di ogni monte, tanto da poterlo riconoscere sia a grande distanza, sia da versanti dai quali non l’avevo mai visto prima, come se fosse una figura umana; si tratta della stessa funzione mentale con cui in genere riusciamo a riconoscere le persone da dettagli fisici e dalla postura, anche se non ne scorgiamo il volto. Da bambino non avevo simili capacità nei confronti delle montagne. Non so quanti ne siano coscienti, eppure è questo il fondamentale passaggio della crescita che permette le prime partenze verso il grande mondo: la scoperta che gli orizzonti hanno volti leggibili.
Dice bene Michieli quando parla di «fondamentale passaggio della crescita»: lo è per partire alla conoscenza del mondo ma, in modo altrettanto valido, lo è per partire alla conoscenza di se stessi. Perché leggere i volti degli orizzonti significa riconoscerli e identificarli, dunque significa identificarsi in essi – proprio grazie alla loro conoscenza il più possibile approfondita – e ugualmente identificare se stessi: non sentirsi mai spersi ovunque ci si trovi, sentirsi sempre (o quasi) nel posto giusto, in relazione costante con il mondo d’intorno, costruire e sviluppare la propria identità determinata in connessione con l’identità culturale dei luoghi nei quali viaggiamo o abitiamo e coi quali interagiamo.
È forse una delle maggiori manifestazioni di civiltà e cultura umane, questa, e probabilmente la forma fondamentale di presenza che possiamo formulare verso questo nostro mondo in cui tutti insieme viviamo.
P.S.: vi ricordo che Franco Michieli sarà uno dei prestigiosi ospiti della rassegna autunnale del progetto Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare presso il meraviglioso borgo delle Prealpi lombarde. Cliccate qui per saperne di più.
Il sito di informazione svizzero “Swissinfo.ch” sta pubblicando un’interessante inchiesta in più parti legata all’epopea del contrabbando, che ha contraddistinto in particolare e peculiare modo le zone di confine tra Svizzera e Nord Italia da fine Ottocento e per buona parte del Novecento – qui sopra pubblico un bel contributo che fa parte dell’inchiesta. Un fenomeno per molti aspetti indotto dalla presenza di un confine che divideva drasticamente una geografia fisica e umana invece unitaria e pressoché omogenea ovvero una comunità di persone unite dalla stessa cultura, da identiche tradizioni, usanze, saperi, visioni e che, se osservato con una speciale sensibilità contemporanea ben consapevole della realtà presente, dimostra la notevole irrazionalità di quel confine, la cui valenza geopolitica appare lontanissima dalla storia e dalle peculiarità (anche identitarie) di quei luoghi.
È un aspetto sul quale a mio modo ho meditato e disquisito nel saggio incluso in Hic Sunt Dracones, il libro d’artista realizzato da Francesco Bertelé e pubblicato da PostmediaBooks come opera integrante dell’omonimo progetto espositivo a cura di Chiara Pirozzi e in collezione al Museo Madre di Napoli – e d’altro canto quello del “confine” è un tema del quale mi occupo spesso anche qui sul blog. Vi ho meditato partendo proprio dalla storia delle Alpi e da quando le vette alpine sono state trasformate muri naturali per confini politici tanto orograficamente netti quanto antropologicamente insensati, dato che fino a quel momento, dal Settecento in poi, le Alpi erano sempre state un territorio di fitti transiti, di scambi e di unioni tra opposti versanti costanti e proficue. L’imposizione di quei confini, è ormai realtà assodata, ha cagionato notevoli danni alle comunità alpine, dalle divisioni socioculturali ai fenomeni all’apparenza suggestivi ma invero drammatici come il contrabbando, appunto, fino a tragici conflitti bellici – la Prima Guerra Mondiale è stata una guerra combattuta sulle Alpi per contendersi confini alpini, per citare l’esempio più evidente.
Oggi i confini sono più labili, in certi territori come le montagne tra Italia e Svizzera, mentre altrove restano tremendamente rigidi, drastici, inumani, seppur anche in queste zone l’illogicità sostanziale di tali demarcazioni geopolitiche emerge nettamente, fin dalla constatazione di come la politica renda tanto rigido un elemento, il confine appunto, invece del tutto labile e spesso culturalmente inconsistente. Senza contare che, come ho scritto nel saggio pubblicato su Hic Sunt Dracones,
anche l’etimologia del termine “confine” è interessante. Viene dal latino confinis “confinante”, composto di con– e del tema di finire, “delimitare”. Non è quindi, in origine, una parola che indica una separazione, o una divisione, piuttosto indica proprio la congiunzione di due elementi. La utilizziamo, oggi, con un’accezione sostanzialmente ribaltata rispetto a quella primigenia: parliamo di confine e pensiamo a qualcosa che divide, ci è stato insegnato a scuola che è così perché così venne stabilito dalle dottrine geopolitiche settecentesche di matrice cartesiana, mentre in verità è il punto in cui due elementi non necessariamente contrapposti – siano essi materiali o immateriali – si toccano, entrano in ovvero stabiliscono uncontatto.
D’altro canto, come assai significativamente ricorda l’articolo di “Swissinfo.ch”, quel confine lungo il quale nel tempo sono stati posti cippi, reti, garitte e dogane è oggi «circondato da una fitta vegetazione che non conosce passaporti». Già: al di là di qualsiasi più o meno valida considerazione sul senso contemporaneo del “confine”, la Natura in fondo ci dimostra nel modo più spontaneo e palese la verità “primigenia” che sta sul fondo della questione. Considerarla è quanto meno una manifestazione di buon senso civico, politico, culturale e, non ultimo, umano.
La ricollocazione del paesaggio al centro di una relazione dialettica che restituisce pari dignità ai fattori naturali e culturali trova una giustificazione scientifica nelle odierne teorie eco-sistemiche della complessità. Esse ci consentono non soltanto di uscire dalle dicotomie oppositive e riduzionistiche delle precedenti impostazioni culturali, ma anche e soprattutto di cogliere la portata innovativa della responsabilità etico-politica dell’uomo nella costruzione del paesaggio mediante il governo intelligente della natura e del territorio. In questo rinnovato corso di idee entra in gioco la riscoperta e la riappropriazione del valore identitario dei territori che le comunità residenti possono ritrovare tanto nella memoria storica, da un lato, che nella progettazione responsabile, dall’altro. Il paesaggio ritorna, così, a essere percepito come luogo dell’appartenenza per chi, dall’interno (gli abitanti), vi si riconosce e dell’accoglienza rassicurante per chi, dall’esterno (il turista), vuol esserne ospite cosciente.
Di questo emblematico passaggio del libro di Annibale Salsa, ricco di innumerevoli spunti di riflessione e di dissertazione (che invito caldamente a cogliere e meditare), mi limito a citare le sole ultime-ma-non-ultime, parole: «il turista (che) vuol essere ospite cosciente». Una condizione tanto fondamentale (è la cosiddetta place experience definita dalla sociologia del turismo contemporanea, contrapposta alla precedente e ormai fallimentare customer experience) per la qualità del turismo montano e la proficuità per le montagne stesse e la loro realtà, quanto troppo spesso ignorata se non palesemente avversata da chi invece punta a mere pratiche turistiche di massa – e ai relativi possibili grassi (?) tornaconti – per le quali conta solo la quantità (di turisti) a totale discapito della qualità (del turismo).
Ecco così proliferare in giro per i nostri monti idee immateriali e opere materiali sovente scellerate e che non c’entrano nulla con i territori alpini ai quali vengono imposti dacché il loro unico compito è attrarre più persone possibili: fa niente poi se tali persone non sanno nemmeno dove si trovano, cosa hanno intorno, quali peculiarità possiede quel territorio, perché il suo paesaggio è unico, dunque identitario, ovvero certamente diverso da qualsiasi altro. Manca il perseguimento di qualsiasi relazione culturale con il luogo la quale poi genererebbe anche il legame nel tempo (cioè il ritorno del turista che si sente legato e magari affezionato a quel luogo, appunto), c’è solo la volontà di monetizzare il più rapidamente possibile la presenza di massa, null’altro. Ciò anche perché, probabilmente, quei personaggi che impongono tali scellerate strategie turistico-commerciali sanno bene, essi per primi, che queste forme lunaparkizzate di turismo massificato durano pochissimo tempo e, una volta decadute, lasciano strascichi pesanti (ambientali, economici, sociali, antropologici) nel territorio che le ha subite. Ma intanto quelli avranno ottenuto (forse) il loro bel tornaconto e amen, alla faccia dello sviluppo, della valorizzazione, del bene, del futuro delle montagne e delle genti che le abitano e vorrebbero continuare a farlo. Già.
[Un caffè a Baarle-Nassau (Paesi Bassi), a ridosso del confine con il Belgio. La linea di frontiera è indicata sul pavimento. Foto di User:Jérôme, Opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
È possibile abitare la frontiera? Si può estendere il significato di abitare in modo da andare oltre al semplice concetto di “risiedere”, stimolando una partecipazione attiva ai luoghi e una dimensione pubblica degli spazi?
Un grande senso di radicamento ha sempre caratterizzato le zone di confine, come ci ha ricordato l’antropologo Franco La Cecla: la consapevolezza di appartenere a un luogo ben individuato ha permesso alla popolazione dell’area che oggi corrisponde alla Regio Insubrica di partire verso lidi lontani – come fecero i Maestri Comacini nel loro peregrinare seguendo il lavoro dei costruttori – ma conservando un senso di orientamento legato alla propria origine.
La cultura architettonica e urbanistica ha riconosciuto la specificità di aree come queste, lette attraverso categorie come quelle del regionalismo critico (Kenneth Frampton) o dedicando studi specifici a momenti particolari dello sviluppo della teoria architettonica legata al luogo (gli studi di Peter Eisenman su Giuseppe Terragni e il razionalismo comasco). L’economia ha parlato, fra altri concetti, di zone filtro, mentre l’antropologia ha adottato il concetto di bioregione per descrivere il fenomeno.
I recenti lockdown ci hanno fatto percepire la città e il territorio in cui viviamo in modo molto diverso. L’epoca pandemica ha riportato l’accento sull’aspetto tecnico e burocratico del confine, inteso come limite, inasprendo radicalmente il suo carattere di separazione tra Stati. Una cultura dell’abitare basata su una visione più complessa della situazione deve portare a ripensare in altri termini il “rito di passaggio” tra un luogo e l’altro, ripensando lo spazio di connessione come spazio pubblico e partendo da un’idea qualitativa dell’architettura di confine.
È un brano di un articolo assai interessante dell’architetta Katia Accossato pubblicato lo scorso 22 luglio su “Swissinfo.ch” e intitolato Ripensare il modo di abitare la frontiera. Da “buon” indagatore di paesaggi e di relazioni umani con essi, sono sempre molto attento al tema del confine e della frontiera, elementi immaterialmente concreti che nelle geografie moderne e contemporanee, ben più che in passato, determinano lo sguardo diffuso sul mondo e l’immaginario collettivo al riguardo, anche al netto delle smodate strumentalizzazioni ideologico-politiche che infestano il dibattito pubblico. Il tema ho cercato di dissertarlo a modo mio nel saggio incluso in Hic Sunt Dracones, il libro di Francesco Bertelé (la cui copertina vedete qui accanto) che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Tra le varie cose che ho scritto nel saggio, ho messo proprio in evidenza come il termine “confine”, a fronte della sua etimologia originaria, abbia assunto un significato distorto ovvero di divisione, di distacco vieppiù netto, mentre in origine definiva il contatto e la connessione tra due elementi forse diversi ma, sul confine e proprio grazie ad esso, quanto mai vicini e simili. Un’evidenza che sovvertirebbe di colpo tutto quel dibattito strumentale e strumentalizzante sull’argomento, inutile affermarlo.
Posto ciò, Katia Accossato nel suo articolo rimarca una cosa molto interessante, sul tema del confine e della frontiera (prendendo a modello la regione tra Piemonte, Ticino e Lombardia), ovvero che tale spazio, apparentemente il “meno pubblico” che vi sia nell’ambito di un territorio politicamente delimitato proprio perché elemento di separazione e divisione (ciò anche in forza della dottrina idrografica cartesiana, che ad esempio ha fatto dei monti e della loro apparente inospitalità un confine definito e assai materiale), è invece profondamente pubblico – anzi, iper pubblico, mi verrebbe da dire – proprio perché in verità è un ambito di contatto, di connessione, di relazione forte, intensa e giustificata (paradossalmente ma non troppo, a pensarci bene) proprio dalla presenza della frontiera: qualcosa che mette di fronte due elementi, diversi solo per la presenza di quella linea di demarcazione, non per altri motivi – come nel caso della regione dei laghi prealpini lombardo-ticinesi, divisa da un confine arzigogolato ma culturalmente assai omogenea.
Quindi, ripensare il modo di abitare la frontiera, di umanizzare coerentemente quello spazio senza ignorare la linea che lo divide ma anzi usandola come strumento che propugna e sollecita una comune ovvero armonica pratica dell’abitare – che è una delle più identitarie in assoluto, è bene rimarcarlo: giustamente lo fa anche l’architetta Accossato citando Franco La Cecla – è qualcosa di fondamentale, nel mondo di oggi. E non in un senso oppositivo rispetto a certe interpretazioni politicamente e ideologicamente rigide del confine e della frontiera ma proprio perché il settecentesco concetto di “confine”, nel mondo di oggi e in quello di domani ancor più, perde costantemente senso e valore, anche rispetto ad una possibile esegesi identitaria di esso.
Tornerò prossimamente, su un tema così importante, intanto vi invito alla lettura dell’articolo di Katia Accossato nella sua interezza cliccando sull’immagine in testa al post.
[Foto di Marco Tambara, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Antonio Pennacchi, che purtroppo ieri se n’è andato verso lidi ultraterreni, è uno di quegli autori letterari dei quali, nonostante la conoscenza di fama del personaggio, non mi è mai venuto il desiderio ovvero la curiosità di leggere qualcosa. Non so, forse perché i miei gusti letterari, se pur da biblionnivoro quale mi pregio di essere, erano e sono altri rispetto ai suoi libri, o forse perché non mi è mai capitata l’occasione di venirne interessato da qualche intrigante recensione o intervista o articolo oppure perché, forse, quando quell’occasione si stava manifestando, è stata adombrata da desideri e bisogni di lettura più impellenti. In ogni cosa per una mia colpa, sia chiaro.
Ora che Pennacchi non c’è più, e di tale triste circostanza leggo un po’ ovunque sui media, la curiosità di leggere qualcosa di suo ce l’ho. E ammetto di trovare questa cosa un po’ imbarazzante, perché mi dico che potevo pensarci prima, quand’era ancora in vita, anche se per lui ovviamente non sarebbe cambiato nulla – forse invece per me sì, chissà. Ma sovente accadono queste cose un poco bislacche: come per certi artisti le cui opere in vita valevano cifre modeste e, dopo la dipartita, per la critica diventano capolavori e per i collezionisti acquisti milionari e contesissimi. Si usa dire in tali casi che la “morte rende famosi”, ma certamente è una considerazione piuttosto subdola; d’altro canto un altro grande scrittore (polacco), Stanislaw Jerzy Lec, fece un’altra considerazione apparentemente ovvia ma del tutto obiettiva e invero assai profonda: «La prima condizione dell’immortalità è la morte». È vero, nel bene e nel male, e se rimprovero a me stesso di non aver mai letto nulla fino a oggi di un autore così in vista, ora cercherò di mettere in pratica quell’osservazione di Lec proprio grazie a uno degli oggetti “immortali” per eccellenza, il libro. Di Pennacchi e di qualsiasi altro autore che mi ha attratto solo dopo la sua ora fatale, e sia nel caso che ciò mi permetta di formulare un apprezzamento che sarà postumo ma imperituro o che mi renda chiaro una volta per tutte il perché delle precedenti mancate letture, ecco.