«Un progetto impattante che sperpera risorse pubbliche». Il CAI Lombardia sulla questione Colere-Lizzola (e sugli altri “assalti” alle Alpi lombarde)

Il report “Neve Diversa” 2025, curato da Legambiente e presentato lo scorso 13 marzo a Milano, propone come caso emblematico in un capitolo significativamente intitolato “Quando la montagna non guarda oltre: brutti progetti e cattive idee” il paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, che da qualche tempo sta alimentando un vivacissimo dibattito in forza dell’enorme costo previsto (quasi 80 milioni di Euro, la gran parte pubblici) per un comprensorio piccolo, quasi interamente a quote inferiori ai 2000 metri, privo di capacità concorrenziale con altri e notevolmente impattante sul territorio coinvolto.

Al dibattito ha partecipato anche il Club Alpino Italiano di Bergamo con le proprie sezioni e sottosezioni, che hanno assunto con sollecita e ammirevole determinazione una presa di posizione sostanzialmente contraria ma aperta al dialogo sul tema delle alternative possibili per il territorio in questione e ben più consone del modello monoculturale sciistico proposto.

Da subito a fianco dei Cai bergamaschi si è posto il Gruppo Regionale del Cai Lombardia il quale, sotto la guida dell’attuale presidente Emilio Aldeghi, ha messo in atto una ben determinata attività a supporto di istanze per la salvaguardia di luoghi della montagna lombarda minacciati da progetti di turistificazione invernale e estiva particolarmente impattanti dal punto di vista ambientale.

Di questi temi e dell’emblematico caso di Colere-Lizzola ne ho parlato proprio con il presidente Aldeghi per “L’AltraMontagna” (cliccate sull’immagine per leggere l’intervista):

Se alle nostre montagne viene a mancare la “colla” che le tiene insieme

[La grande frana caduta esattamente 6 anni fa, il 18 marzo 2019, sul Flüela Wisshorn (3085 m), nel Canton Grigioni in Svizzera, dovuta alla fusione del permafrost. Foto: Robert Kenner / SLF, tratta da qui.]
Su “Swissinfo.ch”, testata svizzera multilingue che spesso offre ottimi contributi sui temi legati alla realtà montana, non solo elvetica, si può leggere un recente e interessante articolo intitolato “Come il cambiamento climatico minaccia il delicato equilibrio del permafrost”, un aspetto delle conseguenze della crisi climatica ancora poco considerato eppure di importanza critica.

Il permafrost (contrazione dei termini inglesi perma(nent), “permanente”, e frost, “gelato”) è un terreno di varia natura, roccioso, ghiaioso o morenico generalmente misto a ghiaccio che rimane a una temperatura pari o inferiore a 0°. In certi casi il ghiaccio non è presente e il terreno può essere secco o contenere acqua allo stato liquido, ma comunque permane a temperatura inferiori allo zero.

Il permafrost è la “colla” nascosta che tiene insieme i territori ghiacciati del pianeta, compresi quelli delle Alpi e in misura ovviamente minore, degli Appennini. Se il permafrost fonde e perde coesione le montagne facilmente crollano, e il cambiamento climatico in corso sta riscaldando ovunque il permafrost: le temperature sempre più elevate anche in alta quota scongelano lo “strato attivo”, cioè la superficie del terreno in condizione di permafrost, a profondità proporzionalmente maggiori, aumentando così di anno in anno il rischio di cedimenti rovinosi dei versanti montuosi come quelli che ormai in tutte le recenti estati si registrano un po’ ovunque sulle Alpi, anche se per ora, fortunatamente, con episodi non così catastrofici. Ma, appunto, il rischio al riguardo è in costante aumento.

L’illustrazione sopra riprodotta, che traggo dall’articolo citato, mi pare del tutto illuminante su quanto ho appena rimarcato. In buona sostanza, se nel 1998 lo strato di permafrost subiva fenomeni di riscaldamento e dunque di fusione fino a 4,4 metri di profondità, nel 2022 si è arrivati a 12,8 metri, segno inequivocabile dell’aumento delle temperature e degli effetti nefasti della crisi climatica che lo origina.

«Ricercatori e ricercatrici avvertono che il riscaldamento osservato continuerà a penetrare a profondità maggiori nei prossimi decenni» si legge nell’articolo. È un altro grosso problema da dover inevitabilmente considerare, nel futuro prossimo delle montagne e della nostra presenza su di esse.

Il tesoro senza prezzo di noi che viviamo «sperduti nel nulla»

Separando con la sua enorme massa le nazioni che ne assediano i versanti dall’uno e dall’altro lato, la montagna protegge gli abitanti, solitamente poco numerosi, che sono venuti a cercare asilo nelle sue valli. Li ospita, li fa suoi, dà loro costumi speciali, un certo genere di vita, un carattere particolare. Indipendentemente dell’etnia d’origine, il montanaro è divenuto quello che è sotto l’influenza dell’ambiente che lo circonda; la fatica delle scalate e delle penose discese, la semplicità del vitto, il rigore dei freddi invernali, la lotta contro le intemperie ne hanno fatto un uomo a parte, gli hanno dato un atteggiamento, un’andatura, un gioco di movimenti molto diversi da quelli dei suoi vicini di pianura. Gli hanno dato inoltre una maniera di pensare e di sentire che lo distingue; hanno riflesso nella sua mente, come in quella del marinaio, qualcosa della serenità dei grandi orizzonti; in molti luoghi, inoltre, gli hanno assicurato il tesoro senza prezzo della libertà.

(Élisée ReclusStoria di una montagnaTararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.110; 1a ed.1880. Cliccate sull’immagine per leggere la mia “recensione” del libro.)

Mi è tornata in mente questa citazione dell’imprescindibile Reclus nel sentire le “rimostranze” di un conoscente (peraltro era da un po’ che non ne ricevevo, pensavo quasi che la loro “epoca” fosse passata!) il quale, per la prima volta e per un impegno di lavoro, è salito nel comune montano dove abito. «Ah, ma dove vivi? Che strada, tutte curve, e c’era nebbia, non si vedeva nulla, poi arrivo su, non c’è in giro nessuno… ma siete sperduti nel nulla, lì!»

Fate conto che il luogo di mia residenza in questione è a meno di 10 km di strada (asfaltata, eh!) dalla iperantropizzata Brianza e a 40 minuti d’auto da Milano, mica in un vallone sperduto delle Svalbard. Ecco.

Be’, a sentire quelle sue parole, mi è tornato in mente Reclus e mi sono sentito un privilegiato, a poter vivere così “sperduto nel nulla”. Già.

Cosa fare con lo sci?

Lo sci, la sua industria turistica e la realtà montana attuale: che fare?

Da un lato lo sci rappresenta ancora un’economia importante per molte località se non quella preponderante, assicura posti di lavoro, genera indotto locale; dall’altro lato, sciare diventa sempre meno sostenibile sia dal punto di vista climatico-ambientale e sia da quello economico, il suo mercato è maturo e non cresce più, il suo sostentamento drena risorse pubbliche che nelle stesse località potrebbero essere impiegate in altri campi.

Poste tali evidenze, secondo voi quale atteggiamento in senso generale bisogna/bisognerebbe assumere nei confronti dell’industria dello sci?

Fatemi sapere le vostre libere e franche opinioni, qualsiasi esse siano: favorevoli, contrarie, dubbiose, propositive, radicali, risolutive…

Grazie di cuore da subito a chiunque lo farà!

Come si possono trovare valide alternative allo sci nelle località che ancora perseguono quel modello turistico?

Un commento ricevuto lo scorso 2 marzo al mio articolo sul progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, che prevede la realizzazione di impianti sciistici e opere accessorie sotto i 1800 metri di quota con soldi pubblici – progetto che personalmente trovo inammissibile, come sostengo da tempo – mi consente di puntualizzare alcune cose importanti e specifiche riguardo queste iniziative, dunque non solo quella valsassinese ma anche le altre simili sparse per le nostre montagne. Cose che puntualmente emergono, in tali casi, e dunque che è bene mettere in chiaro.

Ringrazio di cuore Antonio che mi permette di farlo a seguito del suo commento qui sotto riprodotto:

Buongiorno, l’articolo critica (probabilmente a ragione) una risposta troppo facile a problemi complessi, ma non leggo la risposta alternativa per l’utilizzo dei fondi.
Sarebbe interessante se potesse condividere suo pensiero in merito.

Nel mio articolo metto in evidenza che progetti come quello proposto per l’Alta Valsassina si manifestano come risposte troppo facili e semplicistiche ai numerosi complessi problemi che la zona in questione e i territori montani in generale presentano, i quali non possono essere risolti con dei copia-incolla di iniziative e modelli, in tal caso quello sciistico peraltro in obiettiva difficoltà sotto diversi aspetti, ritenendo che possano andare bene sempre e dovunque, senza appunto considerare le specificità dei territori nei quali si agisce e sostanzialmente ignorando le criticità ambientali localmente riscontrabili – e con ciò non intendo solo quelle climatiche.

In risposta a queste considerazioni, l’obiezione che classicamente viene mossa, come sostanzialmente fa Antonio con il suo commento, è che non vengano presentate alternative al modello sciistico proposto, il che indirettamente (ma nemmeno tanto) sottintende spesso che chi obietta ciò ritiene che non ci siano proprio alternative a quel modello.

Dico subito due cose basilari: la prima, che non vi può essere alternativa al modello sciistico, nel caso dell’Alta Valsassina, semplicemente perché non è un modello. Come potrebbe esserlo, se si pensa di avviare un’attività sciistica in un luogo nel quale risulta insostenibile sia dal punto di vista climatico che di conseguenza da quello economico? È un “non modello” quanto meno obsoleto in partenza se non già fallimentare: la questione non è dunque il proporvi un’alternativa ma il considerarlo per ciò che è: una impossibilità. Che alternativa ci può essere all’impossibile?

La seconda cosa da dire, al netto di quanto appena precisato: che proporre alternative così, su due piedi, rappresenterebbe una condotta ugualmente troppo facile e superficiale a quello del «Abbiamo soldi da spendere? Realizziamo impianti e piste!». Come ho scritto chiaramente nell’articolo, e qui lo ribadisco per ulteriore chiarezza, territori come l’Alta Valsassina – peculiare in sé ma simile nelle criticità a molti altri sparsi per le montagne italiane, hanno bisogno di un progetto territoriale organico e integrato, come prima accennato, che possa realmente sviluppare il territorio in questione sul lungo periodo e con vantaggi diffusi a tutta la comunità, nel quale certamente ci può essere il turismo ma non in forme scriteriate come quelle proposte, semmai studiato per sfruttare al meglio le peculiarità, le reali potenzialità e le unicità della zona e organicamente correlato alle altre economie presenti così da creare un volano forte che sostenga il territorio e la comunità residente nella loro interezza, a tutto vantaggio pure della qualità della frequentazione turistica.

Un progetto del genere va studiato e elaborato in loco con un percorso analitico e approfondito di studio del territorio, delle sue problematiche, dei suoi bisogni, delle sue specificità, coinvolgendo nel processo elaborativo tutti i soggetti e i portatori di interesse che fanno il territorio, abitandolo, lavorandoci o frequentandolo saltuariamente. Dire «facciamo questo o quest’altro» riferendosi ad altri casi e esperienze apparentemente assimilabili equivale a fornire di nuovo una risposta forse più sensata nella forma ma comunque superficiale nella sostanza, se non generata da quel fondamentale percorso progettuale di cui ho appena detto. Una progettualità per la quale occorrono tempo, volontà, impegno, conoscenze, competenze, esperienze, visione, dialogo, responsabilità, mentre di contro non occorrono fretta e dunque superficialità solo perché bisogna giungere a risultati da poter spendere propagandisticamente – non solo in chiave politica – o perché i soldi a disposizione vanno spesi prima possibile altrimenti vengono persi. Un modus operandi del genere rappresenta solo una corsa al massacro socioeconomico delle comunità e al disastro paesaggistico e ambientale del territorio.

In un territorio come l’Alta Valsassina si possono fare innumerevoli cose “alternative” all’insostenibile modello sciistico, ottenendo da esse benefici e vantaggi anche rapidi senza il rischio di svantaggi, danni e debiti congeniti allo sci in zone come quella in oggetto. Ma quale ostacolo a ciò vi è una enorme carenza di attenzione, di visione e di volontà della politica, non tanto quella locale ma degli enti superiori cioè dalle provincie in su, rispetto ai progetti di sviluppo territoriale strutturati e articolati. La politica odierna pone l’orizzonte temporale delle proprie azioni alla prossima tornata elettorale, vuole risultati immediati da spendere propagandisticamente, alimenta per ciò dinamiche di spesa pubblica pressoché prive di progettualità, di visione e di relazione con i territori. Sostiene di voler supportare e sviluppare le montagne ma in realtà ne alimenta la decadenza e i processi di disgregazione sociale, economica e culturale dei quali le terre alte soffrono già da decenni e sarebbe bene che non continuassero a soffrirne.

Ecco, le centinaia di milioni di Euro di soldi pubblici sprecati in progetti sciistici totalmente insensati, disarticolati e buttati sui monti “un tanto al chilo”, come si dice, andrebbero invece spesi, oltre che per i bisogni sistemici basilari delle comunità di montagna – vogliano nuovamente considerare lo stato delle scuole, delle strade, dei trasporti pubblici, della sanità, dell’efficienza amministrativa, della manutenzione idrogeologica…? Quante cose si potrebbe sistemare e migliorare con tutti quei soldi che, peraltro sottolineo, sono il frutto delle nostre tasse? – per istituire, a livello regionale, un soggetto (ente, commissione, cabina di regia, task forse… chiamiamola come vogliamo) composto da esperti di varie discipline e supportata da enti scientifici, di studio, università, che agiscono sul campo, vanno nei territori, ne studiano a fondo specificità, potenzialità e criticità oggettive, parlano con tutti i portatori d’interesse locali, pubblici e privati, e così elaborano progetti di sviluppo territoriale con effetti immediati e visioni a medio-lungo termine per ciascun territorio analizzato, dunque progetti peculiari e speciali per ogni territorio perché ciascuno di essi è una realtà a se stante che ha bisogno di interventi altrettanto specifici e mirati.

Questo è ciò che a mio parere va fatto sulle nostre montagne, così vanno spesi i soldi pubblici per generare un autentico sviluppo territoriale locale che generi benefici per tutta la comunità e per qualsiasi soggetto che la frequenta, anche per il turista occasionale.

In un contesto del genere, così ben concepito e strutturato nonché solidamente finanziato (i soldi ci sono, come si vede), si possono realmente proporre e fare innumerevoli cose, con ottime possibilità che ciascuna di esse avrà successo e apporterà vantaggi autentici e diffusi a tutto il territorio interessato e alla sua comunità. E di conseguenza risulterà anche un territorio ben più speciale, bello, attrattivo e accogliente per il turista, così che l’economia turistica in loco, finalmente congrua al territorio e alle sue potenzialità, possa diventare un elemento a sua volta veramente benefico per lo stesso oltre che organico alla comunità residente e strutturale nel tempo.

Questa non è una “alternativa”, è un vero modello di sviluppo territoriale dalle grandi potenzialità. Un progetto come “Winter & Summer Alta Valsassina”, ben lungi dal rappresentare un “modello” al quale opporre alternative, è invece una garanzia pressoché certa di fallimento e, ribadisco, di degrado territoriale.

Questo è il mio pensiero, e ringrazio di nuovo Antonio per avermi dato l’occasione di esprimerlo, spero con sufficiente chiarezza.

N.B.: tutte le immagini che corredano l’articolo, e che presentano vedute dell’Alpe di Paglio e del Pian delle Betulle, luoghi oggetto del progetto “Winter & Summer Alta Valsassina”, sono tratte da www.trekkinglecco.com.