Venerdì 21 e sabato 22/07: torna “Sentieri d’Autore ai piedi del Cervino”

Venerdì 21 e sabato 22 luglio prossimi avrò l’onore e il gran piacere di partecipare alla nuova edizione di Sentieri d’Autore ai Piedi del Cervino, la due giorni organizzata dall’Officina Culturale Alpes con la collaborazione e il patrocinio del Comune di Valtournenche che ormai da un decennio rappresentato un appuntamento culturale fisso e alquanto apprezzato ai piedi del «più nobile scoglio d’Europa» per come sappia narrare in modi sempre originali e illuminanti lo straordinario paesaggio della valle e ciò che contiene.

L’edizione di quest’anno si occuperà dei Paesaggi Idroelettrici della Valtournenche, tema al quale è naturalmente legato a triplo filo il mio recente libro Il miracolo delle dighe: ma, al solito, il tema sarà sviscerato e approfondito in maniera fascinosamente multimediale, anzi, multisensoriale.

Venerdì 21 luglio, alle ore 18 nel cuore della architettonicamente mirabile centrale idroelettrica di Maën-Cignana, sarò con Luciano Bolzoni e Roberto Mantovani, accompagnati dalla chitarra di Francesco Garolfi, per raccontare con un talk a più voci musicato la storia della relazione emblematica tra gli uomini e le montagne a seguito della costruzione delle grandi dighe, delle centrali nelle valli alpine e delle conseguenze successive alla loro edificazione, che ha profondamente modificato i luoghi, i paesaggi e le sorti dei territori interessati. Per tale evento bisogna ringraziare CVA, l’azienda elettrica valdostana, che ha reso possibile l’evento aprendo in via eccezionale la centrale.

Sabato 22 luglio, dalle ore 10, sarò invece in cammino da Plan Maison verso la diga del Goillet, che sovrasta l’abitato di Breuil-Cervinia, con Roberto Mantovani: insieme accompagneremo i partecipanti lungo il sentiero che conduce al muraglione della diga, con vista a 360 gradi dello spettacolare panorama della conca del Breuil dominata dalla presenza imponente e ieratica della Gran Becca, “la” montagna per eccellenza, riflettendo sul paesaggio e sul senso della presenza delle opere antropiche come le dighe nei contesti d’alta montagna. Quali impressioni e quale impronta genera una diga sul paesaggio montano? Cosa ha significato la loro costruzione per la relazione che formuliamo con i monti? Perché un’opera sovente ciclopica e ambientalmente impattante suscita invece tanto fascino? Cosa ci racconta, delle montagne e di noi che le abitiamo o frequentiamo?

Insomma: saranno due appuntamenti di grande fascino, qualcosa di veramente fuori dall’ordinario. Dunque segnatevi le date – comunque nei prossimi giorni vi darò ulteriori informazioni al riguardo – e, se sarete in Valtournenche o vi andrà di salirci, non mancate!

Per qualsiasi altra informazione sugli eventi, potete consultare il sito dell’Officina Culturale Alpes oppure scrivere a info@alpes.org.

Una diga come testimonial turistica, in Austria

È molto interessante constatare come la Carinzia, uno degli stati austriaci con i più importanti flussi turistici legati principalmente alla frequentazione delle montagne carinziane, dedichi una delle immagini principali (quella lì sopra) del proprio marketing stagionale al riguardo, e dunque vi affidi il relativo messaggio promozionale, al paesaggio idroelettrico della Maltatal (nella regione alpina degli Alti Tauri) ove ha sede la più grande diga austriaca, quella di Kölnbrein, soggetto centrale dell’immagine come vedete. Non a caso, d’altronde, essendo a mio parere una delle più belle dighe delle Alpi, con la sua ampia e snella vela a doppia curvatura di cemento chiaro alta 200 metri che dà l’impressione di essere gonfiata dal vento che risale la valle, seguendo e armonizzandosi alla forma della vallata sommersa dal lago, a quasi 2000 m di quota, che a sua volta si incurva tra i fianchi delle montagne che culminano con la cima dell’Ankogel (3.252 m), la seconda più elevata della zona. Peculiarità speciali che la rendono pure una delle dighe in assoluto più visitate delle Alpi, un vero e proprio “monumento idroelettrico” turisticizzato assolutamente identitario per la Carinzia, con tanto di hotel sopra la spalla sinistra dello sbarramento (lo vedete qui sotto) che «offre una vista mozzafiato sulla diga Kölnbrein e la Valle di Malta», come recita il sito.

Proprio in forza di ciò della diga di Kölnbrein ho scritto nel mio libro Il miracolo delle dighe: l’alta Maltatal è un territorio il cui paesaggio è stato territorializzato e profondamente rimodellato proprio dalla diga e dalle infrastrutture idroelettriche legate ad essa (nonché alla sottostante diga di Galgenbichl, più piccola, visibile nell’immagine promozionale lì sopra) e funzionali alla fruizione della zona, la quale ha così assunto connotazioni culturali differenti rispetto al senso del luogo originario, soprattutto con la trasformazione in frequentata meta turistica, come ho detto. Nel bene e nel male che ciò ha comportato, ma di questo aspetto (e di tanti altri variamente conseguenti) ne scrivo nel libro, appunto. Peraltro quella di Kölnbrein credo sia anche la più grande diga completata nelle Alpi dopo il disastro del Vajont, che non solo in Italia rappresentò uno shock tremendo e fortemente frenante per il settore idroelettrico, al punto che tutt’oggi in qualsiasi dibattito relativo ai paventati progetti di nuove dighe sulle Alpi inevitabilmente viene citato, prima o poi: spesso impropriamente ma d’altro canto comprensibilmente.

[Scorcio dell’alta Maltatal in vista della diga di Kölnbrein. Foto di Hedwig Storch, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
In ogni caso Kölnbrein rappresenta un esempio emblematico del portato sul paesaggio – inteso nel senso più ampio del termine – generato dalla presenza di una grande diga nel territorio alpino: questo è uno dei temi principali sui quali ho scritto ne Il miracolo delle dighe e dai quali sono partito per raccontare le Alpi da un punto di vista – definizione non solo metaforica ma pure da intendersi letteralmente – insolito, originale e, spero, intrigante.

Per saperne di più sul mio libro cliccate sull’immagine qui sotto.

La nostra acqua

Il torrentello che scorre nella valle sopra casa, dove spesso io e Loki andiamo a passeggiare la sera, è sempre stato tra quelli che pure negli anni meno piovosi aveva acqua che ne rallegrava il corso. Nell’ultimo anno e mezzo, invece, la siccità lo ha svigorito del tutto, lasciando lungo il suo corso solo alcune pozze d’acqua torbida che parevano lividi liquidi su un corpo tremendamente deperito. Una visione dolorosa e inquietante, la percezione drammaticamente vivida dello svanimento d’una vitalità fondamentale che rendeva sofferente ogni cosa nell’intorno. Una situazione che preoccupava molti, almeno a parole. Poi, per fortuna, un maggio particolarmente piovoso ha ridato vita e acqua abbondante al torrente, colore e vigore alla Natura d’intorno, sollievo e gioia all’animo di quelli come me e Loki che lo visitiamo spesso. L’acqua è tornata quasi come nei momenti di maggior abbondanza, il suono fremente del suo scorrere ha colmato di nuovo la valle riverberando tra i massi e gli alberi nel modo più armoniosamente entropico: io e Loki eravamo la puntina che correva lungo i solchi di un vinile alpestre inciso in presa diretta dalla melodia più fluente e piacevole da ascoltare, diffusa da un grammofono a forma di montagna.

Tanti hanno comprensibilmente esultato nel vedere concluso il prolungato, inquietante periodo di siccità; qualcuno ha pensato, nel rivedere tutta quell’acqua, che si fosse risolto completamente. Purtroppo, dopo solo un paio di settimane o poco più dalle ultime piogge importanti il torrente è tornato a smagrirsi parecchio: segno che l’abbondanza d’acqua dei giorni scorsi non era dovuta alla ricarica delle principali falde locali, come si poteva sperare, ma sostanzialmente al mero dilavamento superficiale. Tutta la pioggia di maggio è rimasta in superficie, non è penetrata nel terreno se non in maniera esigua; il deficit idrico accumulatosi nei passati mesi di siccità permane ancora e se non dovesse piovere per un po’ potrebbe tornare ad aumentare. Leggevo di recente che in forza dei cambiamenti climatici in corso gli episodi di siccità saranno sempre più frequenti negli anni a venire, anche in zone da sempre ricche di acqua come le Alpi – le quali peraltro stanno perdendo i loro ghiacciai, la nostra riserva idrica fondamentale. Mi chiedo se sapremo elaborare una preoccupazione autentica e una conseguente sensibilità riguardo i nostri corsi d’acqua o se nuovamente la sostanziale apatia che riserviamo alle questioni climatiche e alla salvaguardia dell’ambiente naturale resterà dominante, finché apriremo i rubinetti di casa e da lì di acqua ne scenderà sollevandoci dalla responsabilità di un maggiore impegno mentale e poi civico al riguardo. Ci abitueremo anche alle montagne senza ghiacciai, ai torrenti e ai fiumi senz’acqua, ai laghi con le barche in secca lungo le rive inaridite? Chissà. Per fortuna, salendo verso monte, Loki trova una pozza d’acqua ancora degna di tal nome e vi si immerge rincuorato; altre pozze un tempo amene, con i prolungati periodi di secca alternati alle piene improvvise, si sono quasi totalmente colmate di pietrisco. Le dovrà depennare dalla sua lista di lidi balneabili, temo.

Torniamo a casa, si sta facendo tardi. È un peccato uscire dalla frescura della valletta e dall’ombra accogliente degli alberi – castagni e faggi, soprattutto – che la imboscano, in questo modo allontanandoci dal suono così armonico e vitale dell’acqua che la anima. Domani danno pioggia, verso sera. L’affidabilità ordinaria dei bollettini meteo mi rende scettico al riguardo, d’altronde la speranza è per fortuna qualcosa che vive di previsioni e aspettative più concrete di quelle di certi meteorologi. Magari pioverà per bene dopodomani, chissà.

La meta

Cielo grigio e un po’ cupo, nuvolaglia che si incastra tra le cime dei monti d’intorno, qualche tuono non lontano ma nemmeno così minaccioso. Condizioni più che buone, io e il segretario personale (a forma di cane) Loki partiamo proprio quando cadono le prime gocce di pioggia. Siamo i soli a salire verso l’alto, tutti tornano a valle, qualcuno ci (mi) guarda strano, come a chiedermi con gli occhi dove diavolo me ne stia andando con il tempo che c’è; gli sorrido. Altri sono bardati di mantelle parapioggia nemmeno tornassero dalla Malesia nel periodo dei monsoni, mentre la pioggia è sì aumentata ma non tanto intensamente: mi basta indossare il cappello impermeabile, non serve altro.

Cosi io e Loki saliamo lungo il sentiero che s’innalza nella vallata ormai priva di altre presenze umane, accompagnati dal solo rumore dell’acqua che scroscia nel torrente oppure, nei tratti in cui questo s’inforra rumoreggiando più sommessamente e la traccia vi si allontana a monte, dal ticchettio da vecchia macchina da scrivere della pioggia che scrive il proprio diario pomeridiano sulle foglie degli alberi. Non abbiamo una meta alla quale giungere e oggi non lo è nemmeno il “viaggio”, classicamente inteso per come vi si riferisca il noto modo di dire; semmai, una “meta” per questa giornata è il vagare nella Natura per godere di momenti che alcuni ritengono non così ideali e invece, nelle giuste condizioni ambientali e emotive, io penso lo siano anche più di tanti altri. Peraltro, pensarci gli unici presenti in questa micro porzione di mondo regala sempre una sensazione particolare, quantunque basta gettare lo sguardo oltre il crinale boscoso a valle per cogliere la pianura antropizzata e immaginarne la gran frenesia. Non siamo chissà dove e qui non c’è nessuno solo per un fortunato caso meteorologico; fosse stata una bella giornata ci sarebbe una coda assai variegata di gitanti. Però, nel qui-e-ora attuale, è divertente formulare la percezione di vivere una personale e temporanea Dissipatio H.G. morselliana: lo è probabilmente perché so benissimo che sia una mera fantasia tanto quanto che nonostante ciò la finzione sembri molto reale.

Mentre Loki esegue le sue consuete e approfondite analisi della qualità dell’acqua del torrente ad ogni guado che affrontiamo (si veda qui sopra), la pioggia scema pressoché del tutto e già qualche frazione di cielo si sfilaccia abbastanza da lasciar passare scintillanti lame di Sole. Abbiamo avuto ragione noi e torto quelli che sono scappati a casa, riguardo la meteo, o forse c’è solo andata bene e nessun temporale ci ha scagliato addosso le proprie folgori. Siamo in mezzo al bosco, il torrente qui percorre un tratto tranquillo e dunque anche la fluida colonna sonora si stempera, facendo intuire il silenzio pressoché totale che altrimenti regnerebbe, in questo tratto appartato della vallata, se l’acqua non ci fosse. D’un tratto, Loki si impettisce, comincia a fiutare nervosamente l’aria e punta lo sguardo verso certi bricchi che si intravedono tra il fogliame sopra di noi; il segretario mi fa così notare qualcosa che solo ora il mio udito coglie e identifica ma che già prima era percepibile, solo non ci stavo facendo caso: un fischio, che proviene esattamente dal punto sovrastante verso il quale Loki guarda. Eccolo, è un camoscio, a una ventina di metri da noi, che corre verso l’alto e rapidamente sparisce alla nostra vista. Evidentemente un maschio, e pure di taglia piuttosto grossa. Loki vorrebbe dimostrargli che anche lui ci sa fare con la corsa in montagna (così è convinto, a quanto pare) ma riesco a farlo desistere tenendogli saldamente la pettorina – con gran sforzo, per quanto tira, e rischiando un bagno magari gradevole ma non espressamente desiderato nelle acque del torrente. Acquietatosi lui e io pure, restiamo immobili per qualche secondo ancora ascoltando lo scalpiccio del camoscio sulle rocce fino a che il rumore dell’acqua non torna a sovrastarlo e a farlo svanire nel labirinto di rocce e anfratti silvestri. Guardo l’ora: se continuassimo a salire verrebbe tardi, non saremmo di ritorno per cena. Dunque decidiamo che questa è la meta di oggi, invertiamo la rotta e cominciamo la discesa verso valle.

Niente di che tutto questo, sia chiaro, e una “meta” a sua volta apparentemente banale, posto che la visione di camosci da queste parti è piuttosto comune. Quale “meta” poi? Non siamo arrivati da nessuna parte formalmente, rifugio o vetta o luogo oppure punto geografico importante… niente di tutto ciò. Eppure, non è detto che la meta debba sempre essere un punto spaziale; potrebbe anche essere uno “spazio di tempo”, una specie di cronotopo ovvero un certo momento, anche casuale e imprevedibile, il quale tuttavia nel suo manifestarsi è capace di dare un senso multidimensionale al cammino compiuto, alla fatica sopportata, allo starsene in quel luogo apparentemente anonimo ma che così assume un proprio significato, genera un ricordo, diventa esperienza, magari nozione, un elemento immateriale nell’elaborazione personale del paesaggio materiale vissuto in quel dato momento. Il qui-e-ora come meta, appunto, qualsiasi esso sia ma comunque essendo un accadimento unico e irripetibile proprio perché manifestazione significativa di un particolare istante, di chi lo vive e come lo vive in quel preciso istante.

«I viaggi sono i viaggiatori», scrisse giustamente Pessoa; a me piace anche pensare che i viaggiatori sono il viaggio, ovvero che la meta principale di qualsiasi “viaggio” – il quale, sia chiaro, è tale sia se percorra migliaia di km oppure solo qualche centinaia di metri vicino casa; per quanto mi riguarda, ogni escursione sui monti è assolutamente un viaggio, nel senso pieno del termine – è dentro di noi, deve essere dentro di noi affinché possa trovarsi anche fuori, possa essercene una da raggiungere anche materialmente. Quel piccolo, apparentemente banale momento vissuto con il segretario Loki nel bosco è stata la meta “reale” di una meta mentale e spirituale che ho percepito vividamente e la quale ho avuto certezza di aver raggiunto proprio quando ho vissuto la prima, cioè nel momento in cui le due si sono riallineate e riunite. Non una “meta” nel senso ordinario del termine e per come molti la potrebbero intendere ma anche per questo speciale, a suo modo unica. Qualcosa che ha dato senso, significato e valore a una normalissima camminata sulle montagne vicino casa in un modo che nessun altra “meta” ordinariamente intesa forse avrebbe potuto fare.

Fedaia, diga “emblematica”

La diga del lago di Fedaia, col suo andamento serpeggiante determinato dalla morfologia del terreno sul quale poggia, se osservata dal versante Nord della Marmolada ai cui piedi si sviluppa il bacino artificiale, ricorda le fattezze di un sinuoso ed elegante ponte sotto il quale per qualche motivo l’acqua resti bloccata, donando effettivamente una sensazione di “leggerezza” che rende merito alla nomenclatura tecnica di tali sbarramenti, detti appunto “a gravità alleggerita”. D’altro canto, quella di Fedaia è una diga affascinante in primis per il paesaggio che la circonda, tra i più “potenti” delle Dolomiti, nel quale si inserisce intessendovi a suo modo un dialogo particolare con il quale partecipa all’elaborazione geografica e estetica di esso assumendo connotazioni particolarmente referenziali per la sua identità culturale. Si potrebbe immaginare l’ampia sella del Passo di Fedaia senza più il lago, dunque senza la presenza della diga, rispetto al territorio d’intorno? Mi viene da pensare di no, ed è anche questo una sorta di “miracolo”, uno dei tanti attraverso i quali le dighe si manifestano nelle Alpi la cui realtà, e il senso che ne deriva, ho provato a raccontare nel mio ultimo libro Il miracolo delle dighe.

Ad esso e alla diga di Fedaia, della quale nel libro scrivo, è dedicato l’omaggio fotografico sopra pubblicato di Massimiliano Abboretti, che ringrazio veramente di cuore, il cui suggestivo e affascinante sguardo – sovente in bianconero – sulle montagne, le Dolomiti in particolar modo, ha saputo perfettamente relazionarsi ai contenuti del mio libro e alla narrazione che ho voluto offrire tra le sue pagine.

Per saperne di più sul libro, cliccate sull’immagine qui sotto: