Smarrirsi senza perdersi per ritrovarsi (a Lucerna)

Forse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
In fondo l’uomo ha dovuto perdersi infinite volte per trovare la propria strada e per conoscere il mondo nel quale oggi si muove con tanta sicurezza; e l’eccessiva sicurezza spegne inesorabilmente la curiosità, ciò che fin dai tempi remoti spinge l’uomo verso direzioni ignote. Non è vero che nel nostro mondo di oggi in cui tutto è stato scoperto, esplorato e conosciuto, non sia ancora possibile trovare nuove e mai percorse direzioni verso cui andare, anche solo per sapere cosa c’è, laggiù. Forse andandoci ci si smarrirà. Forse, invece, troveremo la miglior occasione possibile per ritrovare noi stessi, oppure per renderci conto che era quando ci ritenevamo certi, e senza alcun dubbio, di sapere dove fossimo, che in realtà eravamo persi.

Sì, certo: da qualche mese a questa parte il “mio libro” per antonomasia è Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmime urbano, pubblicato a marzo nella collana dei Cahier di Viaggio di Historica. Il brano che avete appena letto invece è tratto dal precedente libro, la cui copertina vedete qui sopra, a sua volta edito nella stessa collana da Historica (cliccateci sopra per saperne di più), e mi serve per denotarvi (ovvero ribadirvi) che sono molto legato a questo libro tanto quanto alla città che racconto tra le sue pagine. Dunque, se non l’avete e volete “visitare” in maniera alquanto originale un’altra meta certamente non ordinaria, be’, insieme a Tallinn potreste anche leggervi Lucerna, ecco.

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Ultrasuoni #3: Emperor, The Acclamation of Bonds

Ora, molti (eccetto quelli che non sanno nemmeno cosa sia, ovvio) storceranno il naso a leggere “black metal” e in certi casi avranno anche ragione, ma basti solo il seguente nomen omen: Emperor. “La” band black metal par excellence (e lo scrivo alla maniera nietzscheana non a caso), quella che ha elevato il genere – solo “casino”, per molti – al rango di autentica arte musicale, che ha fatto parlare alcuni di black metal operistico in forza della struttura di molti brani di palese derivazione classica, frutto della grande conoscenza musicale e culturale dei componenti del gruppo nonché della loro notevole perizia tecnica. Qualcuno addirittura si è spinto a definirli “gli eredi di Grieg”, altro sublime nume musicale nordico capace di tessere armonie tanto delicate, a volte, e tanto possenti in altre (Nell’Antro del Re della Montagna non è forse un brano di black metal ottocentesco?) e gli stessi Emperor probabilmente miravano a tanto, incidendo la loro musica negli studi discografici Grieghallen. Altri ancora hanno persino coniato, appositamente per loro e per certi loro brani dalla potenza sonora stellare e dalla profondità armonica siderale, la definizione di cosmic black metal. Come per The Acclamation of Bonds, uno dei migliori in assoluto della loro produzione, a mio parere: il suono di una possente astronave lanciata nello spaziotempo alla velocità della luce verso altri universi, altre dimensioni sonore, altre inopinate immensità oltre l’ordinario infinito.

Oggi il tempo vale ancora di più

[Foto di Tumisu da Pixabay.]

Un uomo che osa sprecare un’ora del suo tempo non ha scoperto il valore della vita.

(Charles Darwin in una lettera a sua sorella, in Frederick Burkhart (a cura di), Charles Darwin. Lettere 1825-1859, Raffaello Cortina Editore, 1999.)

Mi sono trovato sotto gli occhi in modo casuale queste parole di Darwin, e subito mi hanno richiamato alla mente la situazione pandemica attuale e i cambiamenti alla quotidianità individuale e condivisa che ci sta imponendo. In modo “contrapposto”, tuttavia: se Darwin mette in luce una fondamentale verità circa l’uso del tempo da parte nostra (e parimenti punta il dito contro quei troppi che invece sprecano buona parte del tempo delle loro esistenze in stupidaggini varie e assortite), viceversa in questo periodo è una causa “altra”, inopinata e di forza maggiore, che ci costringe a “sprecare” il nostro tempo, cioè a non poterlo utilizzare al meglio ovvero per cose utili alla mente, al cuore e allo spirito. Basti pensare ai tanti eventi culturali sospesi, ai musei chiusi, alla socialità altrettanto sospesa, all’impossibilità (quasi per tutti) di frequentare l’ambiente naturale o di praticare sport – a livello dilettantistico o per mero diletto – eccetera. Siamo costretti a rimandare, quando non ad annullare, cose a volte importanti per noi stessi e per gli altri: certamente molte si potranno recuperare, si spera presto, ma il loro senso e il valore del momento è comunque unico, e il non poterle attuare ora toglie al momento presente, appunto, tanta parte della sua potenziale importanza.

Tuttavia si può fare molto altro di proficuo per non sprecare il tempo e per impiegarlo in cose che, anche in tali momenti di sospensione, possono comunque “nutrire” mente, cuore, animo e spirito. Qualsiasi esse siano, rimandano senza dubbio a quell’affermazione di Darwin e al senso che mi ha suscitato questa riflessione, cioè al valore della vita da scoprire continuamente, giorno dopo giorno, come un territorio costantemente vergine da esplorare per appropriarsene e per riconoscerne sempre più l’importanza in noi stessi e per noi stessi. Da questo punto di vista non potrebbe e non dovrebbe esistere nemmeno un secondo di tempo sprecato ma ogni istante sarebbe, e in effetti è, un patrimonio fondamentale da sfruttare: ora, in questi momenti così particolari e condizionanti, ancora di più.

I diritti dei bambini (eccetto quelli americani)

[Foto di Piron Guillaume da Unsplash; mappa di L.tak, opera propria, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons. Cliccateci sopra per saperne di più.]
Credo che in queste ultime settimane sia emersa in maniera ormai palese e indubitabile per chiunque la realtà circa il disturbo bipolare di cui soffrono gli Stati Uniti d’America. Un paese che va per primo sulla Luna dicendo «Questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità» e poi consente ai suoi cittadini di girare per le pubbliche vie con armi da guerra; che ha inventato il rock’n’roll e il junk food, che pretende di esportare la democrazia altrove ma la minaccia al suo interno, che giura ogni cosa sulla Bibbia e ha la più fiorente industria del porno, che ha eletto come presidente un nero progressista e appena dopo un bianco razzista. Eccetera, eccetera, eccetera.

Ma pure in America niente succede per caso, ovvero tutto è conseguenza e prodotto di un certo sistema culturale – o non culturale. Per cui oggi, Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia in quanto il 20 novembre del 1989 venne approvata dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite la Convenzione Universale dei Diritti del Fanciullo, è utile ricordare che l’unico paese al mondo a non aver ratificato tale dichiarazione sono proprio gli Stati Uniti d’America.

Già.

E per motivi piuttosto inquietanti, come potete constatare qui.

Questo ovviamente non significa che i bambini americani non godano di diritti e tutele, così come non significa che certi stati che la Convenzione l’hanno ratificata garantiscano equi diritti ai loro bambini. Piuttosto, è l’ennesima dimostrazione dell’ambiguità politico-culturale del sistema di potere americano, sorta di Dottor Jekyll e Mister Hyde che, a leggere la storia del mondo dell’ultimo secolo, in effetti viene sempre più difficile stabilire se la sua presenza vi abbia apportato, nel complesso e con visione diacronica, più vantaggi o più danni.

Ecco.

Ora, forse, capirete un poco di più perché un personaggio come Donald Trump è diventato presidente e si permetta di fare quello che ha fatto e sta facendo, applaudito da molti.

La nostra paura di evolvere

Capisci che è la nostra sfiducia nel futuro che ci rende difficile il distacco dal passato. Non riusciamo ad abbandonare il concetto di quello che eravamo. Tutti quegli adulti che giocano a fare gli archeologi, cercando manufatti dell’infanzia, giochi da tavolo, il Paese dei Balocchi, il Twister, sono tutti terrorizzati. I rifiuti diventano sacre reliquie. Gli Hula Hoop. La Casa degli Orrori. La ragione per cui ogni volta che buttiamo via qualcosa ci assale la nostalgia è che abbiamo paura di evolvere. Di crescere, cambiare, perdere peso, reinventare noi stessi. Di adattarci.

(Chuck Palahniuk, Survivor, Mondadori, 1999, traduzione di Michele Monina e Giovanna Capogrossi, pag.149.)

[Foto di AlexRan, CC BY-SA 2.0; fonti qui e qui. Cliccateci sopra per leggere la recensione.]
In tale passaggio del suo Survivor, Palahniuk mette nero su bianco una gigantesca verità della nostra società contemporanea. Nel bene e nel male, ovvero come caratteristica ineludibile dell’odierno stare al mondo ma pure, di contro, come colpa e condanna inesorabile che, insieme ad altre cose, ci priva della naturale libertà di muoverci verso il futuro – un buon futuro, ben concepito e costruito – e ci imprigiona (lo sostenevo già qui, tempo fa) in un eterno presente, in un costante vivere-alla-giornata che in realtà di vitale ha ben poco. Già.