Se il dissesto idrogeologico fa crollare le strade ma non le piste da sci

Il persistente periodo piovoso che sta caratterizzando questa primavera in Nord Italia, soprattutto nelle aree alpine e prealpine, con i suoi fenomeni meteorologici sovente estremi determinati dal cambiamento climatico in corso, ha causato un conseguente esorbitante numero di danni e dissesti idrogeologici che hanno colpito le strade dei territori montani un po’ ovunque, con i relativi disagi del caso, e al contempo ne hanno ben evidenziato la fragilità che, bisogna temere, andrà peggiorando negli anni futuri.

Eppure, non pare che vi sia un grande entusiasmo da parte degli enti politici a favore dello stanziamento di risorse per mitigare gli effetti così diffusi e frequenti del dissesto idrogeologico (nonostante la cronicità del problema) e per assicurare un’adeguata manutenzione alla rete viabilistica montana al servizio delle comunità residenti. Addirittura si è avuta notizia recente di tagli alle risorse pubbliche destinate a questo ambito, mentre a livello regionale i fondi riservati appaiono ben scarsi rispetto alle necessità. Viceversa, sembra rimanere immutato l’entusiasmo per spendere (o forse dovrei già scrivere per sperperare) decine di milioni di Euro di soldi pubblici per progetti sciistici tanto faraonici quanto anacronistici e impattanti: come i 50 – cinquanta! – milioni su 70 totali per il progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola (sul quale ho già scritto più volte, si veda qui), ma è solo un caso dei numerosi che negli ultimi anni sono saltati fuori qui e là sulle nostre montagne, quasi sempre al di sotto dei 2000 m di quota e spesso su esposizioni che mettono a rischio la tenuta del manto nevoso, dunque la logica generale di questi interventi paventati.

[Una recente frana in alta Valle Brembana, provincia di Bergamo. Immagine tratta da “L’Eco di Bergamo“.]
In ogni caso, anche a prescindere dalla sostenibilità (ambientale, economica, culturale) di tali progetti, non sarebbe il caso di prestare più attenzione, e dunque più risorse, a mettere in sicurezza le infrastrutture principali al servizio delle comunità di montagna prima di costruirne altre utili solo al divertimento altrui e a pochi altri? Ciò dal momento che, come accennato, il cambiamento climatico in corso mette sempre più a rischio i versanti montani: identificare tutte le criticità presenti e prevenire gli eventuali dissesti è certamente impossibile, ma senza dubbio è ben più possibile intervenire dove quei rischi siano ormai risaputi, soprattutto quando incombenti sulle più importanti strade di collegamento nei territori montani, assicurando in questo modo benefici fondamentali agli abitanti e alla loro quotidianità. Non mi pare che seggiovie e telecabine possano servire a portare gli abitanti della montagna ai luoghi di lavoro o negli ospedali di zona, almeno non quanto una strada sicura e ben manutenuta! Dunque quale dovrebbe essere la priorità di spesa pubblica, tra le due cose?

Insomma: anche stavolta il nocciolo della questione riporta a un semplice ma ineludibile principio di buon senso (generale ma civico e politico in particolare) e di sensibilità nei confronti dei nostri territori, montani e non solo. Cose che, continuo a temere, servono poco per formulare slogan e fare propaganda politica, ecco.

Le funivie per “turisti” di una volta, le funivie per “clienti” di oggi

[Una delle cabine della funivia Campodolcino-Alpe Motta (Valle Spluga, Sondrio), attiva dal dicembre 1952 a metà anni Novanta. Portata: 140 persone all’ora. Foto mia, estate 2022.]
Ah, i “bei tempi andati” nei quali le funivie servivano per portare in cima alle montagne turisti e villeggianti, non clienti e consumatori come oggi! – penso nell’osservare queste due fotografie scattate qualche tempo fa.

Era meglio allora? No, non è detto – niente passatismi, ci mancherebbe. A quei tempi (che sono comunque “andati”, appunto) non c’era la tecnologia per fare di più: se ci fosse stata non è detto che sarebbero state realizzate funivie ben più capienti. Parimenti, il seme della massificazione turistica poi sviluppatasi grazie al boom economico dal dopoguerra in poi c’era già, in quella frequentazione montana d’antan che andava meccanizzandosi viepiù. Era piantato e stava germogliando, abbisognava solo di un poco ancora di “fertilizzante”, ecco.

Tuttavia, mi viene da ritenere, c’era ancora il contesto, allora. C’era la montagna in quanto tale, luogo geografico e culturale differente dalle città dunque da scoprire grazie a quelle prime funivie e, per questo, pagare un biglietto per goderne; oggi invece l’impressione frequente è che la montagna ci sia, nel turismo, in quanto bene da vendere all’ingrosso e, per ciò, pagare per consumarne il più possibile.

[La cabina superstite della funivia Torre de’ Busi-Valcava (Val San Martino, Bergamo) attiva tra il 1925 e il 1977, una delle prime d’Italia. Portata: 80 persone all’ora. Foto mia, dicembre 2022.]
Un dato fondamentale negli ski resort contemporanei, e puntualmente vantato dai loro gestori, è quello della portata oraria degli impianti di risalita, usato poi per giustificare l’ammontare in km delle piste e viceversa: mi pare la stessa logica dei sempre più grandi centri commerciali, per i quali la quantità di negozi ne giustifica l’estensione sempre maggiore, e viceversa – più metri quadrati a disposizione, più negozi per più clienti/consumatori. Più impianti e piste, più sciatori. E più skipass venduti: per i gestori dei comprensori una necessità inesorabile, visti i costi che devono sostenere. Ma le montagne sono ancora quelle delle funivie del secolo scorso da poche persone per cabina, non è che col tempo i loro versanti si siano ampliati: più se ne utilizza, della loro superficie, più ne appare evidente il consumo sia materiale – la parte assoggettata a piste e a terreno occupato dagli impianti, che immateriale, nell’ideale di sfruttamento alla base di tutto ciò. Anche questo è un aspetto da considerare inesorabile?

Non credo, per quanto mi riguarda. Vi è anche parecchio consumo di logica, non solo di suolo montano.

[Nell’immagine sopra: la funivia “Vanoise Express”, l’impianto di risalita sciistico più grande del mondo, con cabine a due piani da 200 persone. Foto di Florian Pépellin, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte  commons.wikimedia.org. Nell’immagine sotto: la nuova cabinovia trifune Alpe d’Huez-Les Deux Alpes, in funzione dal 2024 con una portata di 5.000 persone all’ora. Fonte dell’immagine: remontees-mecaniques.net.]
Già, forse non era meglio allora, quando per arrivare sulle piste, con le piccole cabine delle funivie a disposizione, ci si metteva ore per salire e ore per scendere, era una cosa normale – se oggi fosse così molti darebbero di matto. Ma probabilmente, temo, non va meglio oggi, quando salire a bordo di un mega impianto di risalita odierno e giungere sulle piste assomiglia sempre di più a utilizzare la metropolitana e arrivare in centro città, con tutto ciò che ne consegue. A due o tremila e più metri di quota. Cui prodest?

 

La wilderness e i panda, sulle Alpi

[Foto di Vincentiu Solomon da Unsplash.]
Trovo la fotografia qui sopra pubblicata, che riproduce la massima vetta delle Dolomiti, la Marmolada con il suo ghiacciaio (assai sofferente, ahinoi) vista da Nord, non solo bellissima ma anche assolutamente significativa. Perché ammirata così, a prima vista, sembra rappresentare un paesaggio d’alta montagna emblematico nel suo genere, selvaggio, incontaminato, magari anche inospitale, all’apparenza, comunque un’immagine di grande e invitta potenza naturale al punto che facilmente si potrebbe associare alla definizione di «wilderness», per come viene intesa e utilizzata comunemente (al proposito ne ho disquisito qui).

Certamente la Marmolada è montagna autentica, non serve dirlo, e l’immagine che vi sto proponendo non lascia dubbi al riguardo. Tuttavia, se la si ingrandisce – la pubblico in grande formato appositamente, cliccateci sopra – e si scandaglia con un minimo di attenzione visiva, si possono scoprire innumerevoli segni antropici, grandi e piccoli, poco o tanto evidenti e più o meno modificanti la porzione di territorio in cui si trovano. Nell’immagine sottostante li ho indicati con le frecce gialle – ma può ben essere che qualcuno dei manufatti umani presenti e ritratti mi sia sfuggito, mentre altri occupano ben più spazio di quello identificato dalle relative frecce. Potete facilmente constatare quanti siano (clic per ingrandire):

In questa porzione di spazio montano la “territorialiazzazione” – come si dice in tali casi, ovvero la strutturazione (e conseguente infrastrutturazione) del territorio e la sua messa al servizio di un certo uso funzionale dello stesso di natura socioeconomica – è prettamente determinata dal turismo invernale dello sci. E se sul vasto e geograficamente tribolato versante della Marmolada i manufatti antropici devono necessariamente relazionarsi con la sua morfologia (oggi anche più che in passato posto il forte ritiro del ghiacciaio, ancora il più vasto delle Dolomiti ma più che dimezzato rispetto a pochi decenni fa e il cui disfacimento destabilizza il versante), la quale inesorabilmente ne limita entità, materialità e quantità, il versante Nord del settore ritratto della catena del Padòn – la cresta montuosa in primo piano – è completamente lavorato dall’uomo al fine di adattarlo alle esigenze del comprensorio sciistico qui presente, salvo ovviamente le porzioni maggiormente scoscese.

Sia chiaro: con ciò non voglio affermare che ci sia qualcosa di sbagliato in tale realtà montana, almeno non nella forma (la sostanza la si può discutere quanto si vuole ma non qui, ora). Voglio invece rendere chiaro, grazie all’immagine in questione, come praticamente tutta la catena alpina sia stata in qualche modo antropizzata, modificata e reificata dall’uomo, anche quelle parte che all’apparenza ci sembrano le più selvagge, difficili, inospitali. E ciò da secoli, non da ieri, anche se in modo crescente e più impattante con l’avvento dell’era contemporanea. Sulla Marmolada e sui monti limitrofi, parte di un territorio alpino da centinaia d’anni antropizzato prima per ragioni di sussistenza quotidiana e oggi, maggiormente, per scopi economico-turistici, questa realtà risulta particolarmente evidente, tuttavia, ribadisco, non esiste quasi porzione di Alpi che non abbia subìto qualche forma di intervento umano, minima e inintelligibile ai più oppure più lampante e caratterizzante il paesaggio in loco.

Tutto questo rende il termine «wilderness» quanto mai fuori luogo sulle Alpi (come i panda, già: ecco il sensoironico del titolo di questo articolo), la catena montuosa più antropizzata del pianeta, anche se si può “capire” l’uso propagandistico di esso a scopo turistico. Ma se le Alpi presentano un’impronta antropica secolare ormai assimilata nei loro territori, e se ciò determina tutt’oggi il senso e la sostanza della relazione culturale e antropologica che possiamo (e dobbiamo) mantenere con essi, questa realtà rappresenta pure il contesto materiale entro cui coltivare la dovuta, indispensabile responsabilità che tutti noi abbiamo/dobbiamo avere verso le Alpi, verso un territorio così fondamentale per la parte di mondo in cui viviamo. Una responsabilità che è manifestazione di consapevolezza del valore assoluto delle montagne alpine ovvero della loro grande bellezza così come della delicatezza e del fragile equilibrio sul quale si sviluppa quella nostra relazione con esse. Pensare alle Alpi come a un territorio “selvaggio” e “incontaminato” di default, ovvero perché in questo modo dall’immaginario diffuso al riguardo da due secoli a questa parte ci viene presentato (anche al netto degli scopi turistico-commerciali), rappresenta una notevole ingenuità che non solo non ci fa comprendere il valore storico autentico della catena alpina (e parimenti tutta la sua insuperabile bellezza) ma produce terreno fertile per l’antropizzazione più violenta, invasiva, inquinante e degradante, la quale appunto si nasconde dietro pretese di «wilderness» alpina del tutto infondate per giustificare un nuovo intervento in più, poi un altro, poi un altro ancora e poi ancora e così via, fino al profondo depauperamento del valore culturale, antropologico e identitario delle montagne alpine, con relativi danni riprovevoli e difficilmente rimediabili.

Invece, e forse più che per altri territori antropizzati, si può dire che se le Alpi con la loro severa geografia condizionano in quasi ogni aspetto vitale la presenza dell’uomo, l’uomo può condizionare il valore del paesaggio alpino in maniera profonda e per questo delicatissima ma pure, potenzialmente, virtuosa come non mai. È sui monti che la relazione tra uomini e montagne può trovare un equilibrio e un’armonia realmente benefiche per il futuro dei territori in quota (e non solo per essi) a fronte di fin troppi episodi di segno opposto messi in atto nel passato. Bisogna farsi “montagna”, per così dire, una volta per tutte: come abbiamo lasciato nel tempo la nostra impronta sui monti, dobbiamo lasciare che i monti imprimano la loro impronta nel nostro animo, così che il bene nostro possa essere quello dei monti e di chiunque altro o qualsiasi altra cosa e ciò mettendo in atto qualsivoglia opera, la quale risulterà finalmente armonica e contestuale al territorio montano.

In fondo è una semplice questione di buon senso alpino, da perpetrare nel presente verso il futuro con umanissime sensibilità e consapevolezza. Una questione semplice, già, tanto quanto ineludibile.