La città della luce

[Foto di Jovana Askrabic da Unsplash.]

Luzern, “Luce-rna”, ovvero città della luce. Un nome che più azzeccato non potrebbe essere.
Qui, dove finalmente le rocciose e irte corrugazioni alpine si distendono nelle placide, rotondeggianti e confortevoli colline dell’Altopiano Centrale, il cielo si apre come l’immensa corolla d’un fiore iridescente che abbia scelto di rivolgersi verso la Terra, non verso il Sole, e che non effonda profumo ma luce, purissima luce – o forse sì, è un profumo anche quello, la cui fragranza sa farsi sentire ai sensi interiori piuttosto che a quelli esteriori. Un’essenza meravigliosa, paradisiaca – l’essenza di un Eden sulla Terra.
Forse anche da ciò scaturì la leggenda che narra dell’angelo il quale indicò agli uomini di quel territorio, proprio con una luce, dove costruire la nuova città. Beh, grazie! – verrebbe da scherzare: chi più di un angelo se ne intende di paradisi e posti affini? Ma se non si può che sorridere di fronte ai miti della superstizione popolare, viene d’altro canto da riflettere come quell’angelo o chi per lui, oltre che di paradisi, s’intendesse e bene di affari, per come Lucerna venne edificata in una posizione sublime non solo paesaggisticamente ma pure commercialmente, lungo la via che dal sud Europa, attraverso il Gottardo – valico non a caso aperto quasi contemporaneamente al primo insediamento lucernese – portava verso Nord. Via trafficatissima da genti, merci, beni, denari, tesori vari e assortiti fin da chissà quali tempi remoti, come denotato poc’anzi. Evidentemente già agli elvetici di allora non mancava un certo buon fiuto per gli affari, ma non credo di fantasticare troppo nel supporre che ai mercanti in viaggio attraverso le Alpi e in transito su quella via, giungere in un luogo e in un paesaggio così bello doveva illuminare l’animo esattamente come al viaggiatore contemporaneo, e invitare alla sosta (e al commercio) lì piuttosto che altrove.
Similmente non è un caso che Lucerna fosse destinata a diventare la capitale della Confederazione Elvetica; venne poi scelta Berna per convenienze amministrative, ma la posizione geograficamente baricentrica della città rispetto alla nazione d’intorno da sempre ne riflette in maniera emblematica anche la posizione morale e umorale. L’essenza della Svizzera è qui, più che altrove, la sua natura nazionale, il compendio delle sue migliori caratteristiche, la prova di come la sua gente abbia saputo fare, di quanto naturalmente a disposizione, qualcosa di incredibilmente buono, e fruttuoso. Berna è elegantissima, Zurigo è scintillante, Ginevra cosmopolita, Basilea fremente. Tutte le città elvetiche hanno proprie peculiarità pregnanti e toccanti, capaci di ammaliare e appassionare tanti viaggiatori; nessuna come Lucerna ha quel non so che di sommo e inimitabile, in grado di sedurre tutti i viaggiatori. Ogni città può essere un diamante che rilascia nel cuore la sua preziosa luminosità, ma Lucerna in quel cuore lascerà, a quel cuore donerà, anche un pezzo del diamante che è. Il quale diverrà gioiello pregiato, e il cuore suo perenne forziere.
E se Berna è la capitale amministrative della Confederazione, se Zurigo è quella economica, certamente Lucerna ne è capitale morale, appunto. Io credo che se la Svizzera, per un ipotetico e mi auguro assurdo conflitto, dovesse gioco forza scegliere quali città perdere, sono certo che i dubbi sarebbero atroci ma pochi: con Zurigo perderebbe la ricchezza, con Berna l’identità politica, con Lucerna l’anima. E senz’anima non vi è creatura vivente degna di tal nome.

Questo è un brano tratto da

Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Per saperne di più sul libro, cliccate sull’immagine qui accanto. Dopo averlo letto, se volete andare a Lucerna, vi do un consiglio spassionato: andateci! Ecco.

2 giugno e altre “blasfemie”

[Immagine tratta da qui.]
Spiego la blasfemia istituzionale del mio post di ieri.

Sono convinto da sempre che, per considerarsi cittadini di uno stato, sia esso definibile anche “nazione” oppure no, sia necessaria una pur minima conoscenza dello stato stesso, della sua storia, della sua geografia (vedi il post di stamattina), della cultura e delle istituzioni materiali e immateriali fondamentali – così come, ovviamente, lo stato-istituzione deve conoscere i propri cittadini. È la base della relazione identitaria che forma, concretamente, la società civile del paese e conferisce ad essa valore e considerazione, anche a livello internazionale, e di contro che permette a tale società di non essere una mera somma di individui-numeri privi della cultura peculiare del paese e incapaci di riconoscersi in esso nel modo più virtuoso possibile (e non semplicemente esultando quando segna la nazionale di calcio, per essere chiari).

Ecco: detto ciò, ho passato anni a chiedere a tante persone, conoscenti o meno, in occasioni delle festività civili nazionali italiane (2 giugno, 4 novembre, 25 aprile, eccetera), se sapessero cosa si festeggi in quelle occasioni. Tanti mi hanno risposto correttamente (alcuni con un po’ di confusione ma passi), tanti altri, e io penso troppi, no. C’è gente che il 2 giugno ritiene sia la festa dell’Unità d’Italia, e che il 25 aprile si festeggi la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale – la “vittoria”, sì.

Posto quanto ho scritto poc’anzi, per me è altamente discutibile che una persona che non conosca cosa si festeggia il 2 giugno – o che non sa quale sia il fiume più lungo d’Italia o quando cada il Rinascimento, per dire – possa considerarsi “italiano”. Andate in Svizzera a chiedere che ne pensano di un eventuale concittadino che non sappia cosa è accaduto il primo di agosto del 1291, e poi mi dite. Per metterla in altro modo: non sono affatto convinto che la cittadinanza di un paese, quando sia un diritto “naturale” ovvero legata allo ius sanguinis, esimi il cittadino dal possedere una, ribadisco, pur minima conoscenza culturale del suo paese. Altrimenti, ribadisco pure questo, che ne ricava il maggior danno è il paese stesso in quanto entità istituzionale e comunità civica, che col tempo (e rapidamente) vanno a perdere valore, importanza e dunque a svanire irrimediabilmente.

Bene, dopo tutti quegli anni di domande, di risposte errate e di conseguenti constatazioni che la suddetta conoscenza civica e culturale del proprio paese in troppi italiani non c’è, mi riconfermo ciò che da tempo penso, e che più o meno equivale a quanto già sentenziò il Metternich (nell’interpretazione corretta e assolutamente fattuale, non in quella distorta e funzionalmente dispregiativa) e, riguardo le festività nazionali italiche, la butto inesorabilmente sul ridere. Perché in effetti fa ridere, la cosa.
Tanto, appunto, per molte persone cambia poco o nulla – poi a breve cominciano gli Europei di calcio e allora torneranno tutti quanti orgogliosi “patrioti”, no?

Ecco. Amen.

 

Viva la Repubblica!

Ciascun governo istituisce leggi per il proprio utile; la democrazia fa leggi democratiche, la tirannide tiranniche e allo stesso modo gli altri governi. E una volta che hanno fatto le leggi, eccoli proclamare che il giusto per i governati si identifica con ciò che è invece il loro proprio utile, e chi se ne allontana lo puniscono come trasgressore sia della legge sia della giustizia. In ciò consiste, mio ottimo amico, quello che dico giusto, identico in tutte quante le poleis, l’utile del potere costituito. Ma, se non erro, questo potere detiene la forza. Così ne viene, per chi sappia ben ragionare, che in ogni caso il giusto è sempre identico all’utile del più forte.

(Platone, Repubblica, Libro I, 338e-339a, traduzione di Roberto Radice, in Tutti gli scritti, a cura di Giovanni Reale, Bompiani, Milano, 2005.)

P.S.: è questa la Repubblica che si festeggia oggi, giusto?

Antiemetici a portata di mano

Avevo pure intenzione di commentare, da par mio, alcune dichiarazioni di esponenti della “Conferenza Episcopale Italiana” (si fanno chiamare proprio così, sì) proferite riguardo la questione della cosiddetta “Legge Zan” ma, nella sostanza, di interesse più ampio e generale e per questo ben più significative che se contestualizzate a quella sola questione (infatti ne avrei parlato a prescindere da quella dibattuta proposta di legge), tuttavia, be’… alla fine il disgusto ha avuto la meglio, ecco. Quindi niente, meglio soprassedere, ci tengo alla mia salute.

A volte ho l’impressione, nemmeno così vaga, che in forza delle loro parole e azioni pubbliche quei tizi abbiano stretto degli accordi sottobanco con le case farmaceutiche produttrici di medicinali antiemetici ben più che con chi produca santini, rosari e paccottiglia similare, già.

Location?

Una volta un regista italiano venne agli Uffizi per chiedermi d’utilizzare la Galleria come location. La parola risuonò nelle mie orecchie come una schioppettata. Visto ch’era un regista lo invitai a girare di nuovo la scena: lo pregai d’uscire dalla stanza e di rientrarvi riformulando la stessa domanda nella nostra comune lingua. S’era soltanto all’inizio. A distanza di anni temo che location sia l’unico vocabolo che oggi noi italiani si comprenda al volo quando si ragioni d’ambienti, di luoghi, di spazi. A questi pensieri non è sottesa un’aspirazione autarchica, bensì il desiderio d’avvalorare, soprattutto nei giovani, la consapevolezza della nobiltà d’una lingua (la nostra) universalmente riconosciuta come una delle più liriche.

(Antonio Natali, L’anno di Dante: English-free year, in “Artribune” #56 / ”Grandi Mostre” #22, settembre-ottobre 2020.)

Non sono mai stato contrario all’uso di vocaboli esteri e in particolare di anglicismi nella lingua italiana e non ho mai fatto crociate di sorta a difesa integerrima di essa, anzi: sono convinto che l’uso intelligente e consono di tali termini “forestieri” rappresenti un indubbio arricchimento della lingua e delle capacità espressive di chi la usa, senza contare il fatto che, effettivamente, alcuni di quei termini sanno essere più compiutamente espressivi delle paragonabili parole italiane. Mi dà fastidio, invece, quando l’introduzione di termini esteri nella lingua, soprattutto parlata, risulta palesemente forzato, ostentato oppure non ragionato, ergo nemmeno compreso dall’utilizzatore: tant’è che non è raro ascoltare quei termini in modo sbagliato e percepirli piazzati nel parlato ad mentula canis (no, questo non è inglese!), o quasi.

Posto ciò, ad esempio, sono assolutamente d’accordo con quanto sostiene il Natali, past direttore della Galleria degli Uffizi, riguardo il termine location, il quale veramente è tra i più abusati e inutili di tutti: su mille usi che se ne fanno, novecentonovantotto sono totalmente superflui (ma credo che il mio conteggio sia in difetto). Perché non dice niente di più del nostro “luogo” oppure dei similari “spazio”, “ambiente”, “ubicazione”, “posto” – alcuni citati anche dal Natali – vista poi la sua accezione originaria, che risulta ben più definita e per molti versi differente del senso che i più gli conferiscono nelle loro chiacchiere. E, in tutta sincerità, fa ridere un sacco sentir parlare di “location per matrimoni” nei riguardi di una chiesa, un parco, un edificio di pregio o un ristorante rinomato e particolarmente suggestivo, oppure della “location del concerto” in merito a una pubblica piazza, un prato in montagna, una sala polifunzionale o altro di simile e assolutamente ordinario nonché ben identificato dal proprio sostantivo comune. Fa ridere, già, anche perché fa “figo” usare quello e altri simili termini, e fa ridere che chi li usa si senta così. Sempre che, più che figo, non si senta “cool”, il che in verità lo farebbe sembrare ancor più loser, o dork o persino sucker, ecco.