A mio agio, con il vento

[Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay.]

Laddove spira più tagliente il vento, e alto si leva il mare e non lievi sono i pericoli da superare, mi sento a mio agio.

Così scrisse Nietzsche ne La gaia scienza, e io mi trovo assolutamente concorde. Sono giornate ventose, qui, e numerose come le folate, al solito arrivano le lagne di molti riguardo quanto sia fastidioso un vento così impetuoso, su come scompigli abiti e capigliature, sollevi sabbia e foglie, provochi emicranie o altro di affine, rovini il clima estivo ancorché tanto afoso, eccetera.
Invece a me il vento piace. Al netto di eventuali deprecabili danni, è manifestazione della forza vitale della Terra, vibrante energia aerea, “detersivo” che linda oppure dinamizza il cielo e il paesaggio e fa danzare le chiome pur spoglie degli alberi – anche quando è breva, come oggi, che non di rado qui porta nuvole e pioggia. Sì, anch’io come Nietzsche (mi permetto l’accostamento blasfemo) mi sento a mio agio, per nulla infastidito anzi rallegrato, compiaciuto, in moto equilibrato e armonico con le folate.

Passerà poi, questo vento, tornerà la quiete in cielo e nel paesaggio ma quell’energia, almeno in parte, la conservo cercando di farla spirare, più o meno leggera, poco o tanto vibrante, ancora nell’animo, così che gli stessi effetti benefici si possano protrarre a lungo. E fino alla prossima giornata ventosa.

Schizofrenie montane

[Prato Nevoso (Cuneo), non esattamente tra gli esempi più virtuosi di urbanizzazione dei territori montani. Foto di Mizardellorsa, opera propria, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Le comunità alpine, spesso colonizzate mentalmente attraverso forme di persuasione subliminale a opera dell’immaginario urbano e metropolitano, corrono il rischio di non riuscire a prevedere e programmare sensatamente gli scenari futuri dei loro territori. Se viene meno la capacità, da parte delle comunità, di potersi identificare con i luoghi da esse abitati e costruiti, l’identità rimarrà una mera petizione di principio vuota, sterile, persino controproducente. Senza un continuo processo di identificazione comunitaria con i territori, il rapporto fra popolazione e spazio vissuto rischia di diventare schizofrenico.

(Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storiaDonzelli Editore, 2019, pagg.91-92.)

Animali (non) intelligenti

Leggete una notizia del genere e cosa pensate, di primo acchito? Che è una fake news oppure che è uno scherzo, una burla anche piuttosto divertente alla quale i soliti giornalisti sprovveduti ci sono cascati subito, no? Perché a leggerla fa parecchio ridere, in effetti.

Ecco, ora capirete come mai tenga sempre in grande considerazione la comicità e l’umorismo: perché alla fine sono strumenti ben più seri(osi), autorevoli e sagaci di ogni altro per capire come gira il mondo, nel mentre che la realtà quotidiana, quella che vorrebbe (e pretenderebbe di) risultare una cosa seria, è molto spesso una roba così ridicola da far ridere un sacco, come la più esilarante gag comica, appunto.

Comunque quelli qualche ragione ce l’hanno: effettivamente non è vero che la gallina non è un animale intelligente, almeno non è tale in confronto a certi umani peraltro pure privi di ironia!

P.S.: cliccate sul titolo della notizia in testa al post, se proprio avete il coraggio di leggerla.

Uno sguardo necessario sulle Alpi

[Il villaggio di Guarda presso Scuol, Engadina, Svizzera. Foto di Nolan Di Meo da Unsplash.]

Uno sguardo responsabile sul paesaggio delle Alpi, al netto di ogni dimensione contemplativa, è oggi più che mai necessario e indispensabile. Uno sguardo di cui si avverte il bisogno, pena la perdita di valore delle Alpi come spazio di vivibilità sostenibile. Una riflessione, quindi, che sappia comprendere i nuovi scenari, non secondo gli sviluppi lineari dei paradigmi di un tempo, ma attraverso l’incedere tipicamente multidirezionale e dialettico della società contemporanea della conoscenza e della complessità. Una riflessione matura sui paesaggi alpini, in conclusione, che riesca a coniugare l’importanza della storia e della tradizione con quella del governo del territorio e dell’innovazione.

(Gianluca Cipollaro e Alessandro De Bertolini, prefazione a Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pag.XVI.)

Annibale Salsa, “I paesaggi delle Alpi”

Nel 2007 Annibale Salsa, tra le figure fondamentali negli (e per gli) ambiti culturali della montagna italiana, pubblicava un testo altrettanto basilare per conoscere e comprendere lo stato di fatto socio-antropologico delle terre alte: Il tramonto delle identità tradizionali. Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi, volume che peraltro ha fatto da guida e riferimento per numerosi altri testi, pubblicati negli anni successivi, che hanno dissertato in vario modo di montagne e montanari, quasi generando un genere saggistico a se stante nel panorama della “letteratura di montagna” – o “del paesaggio” che dir si voglia. Allora – e parlo di nemmeno quindici anni fa, non di decenni addietro – di testi pubblicati che riflettessero in maniera scientifico-culturale sulla realtà montana non ce n’erano molti, tutt’altro. Oggi, appunto, ce ne sono numerosi, e tuttavia alcuni dei temi fondamentali che afferiscono a quella realtà, pur se messi variamente in luce, sfuggono ancora alla necessaria comprensione diffusa che meriterebbero e della quale abbisognerebbero per diventare strumenti di gestione concreta e materiale dei territori montani.

Il paesaggio è senza dubbio uno di quei temi, e se l’accezione geografica principale del termine e del concetto sotteso (cioè, per dirla in breve, la percezione culturale della visione del territorio che l’individuo elabora, mediata dalle sensibilità e dal bagaglio cognitivo personali) è ormai ben evidenziata, rispetto a quella comune (che utilizza il termine “paesaggio” come sinonimo di panorama o semplicemente per identificare il territorio) e anche se resta assai diffusa la confusione tra le due definizioni, ancora poco esplorata è l’analisi e la riflessione della relazione tra il paesaggio e le genti che lo elaborano vivendo nel territorio che ne è fonte. La quale è invece un elemento imprescindibile per la comprensione e lo sviluppo del territorio in questione, ancor più se esso possiede peculiarità particolari, e ugualmente particolari fragilità antropologiche, come quello di montagna.

Ecco dunque che Salsa, posto il suddetto volume del 2007, pubblica nel 2019 I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia (Donzelli Editore, prefazione di Gianluca Cepollaro e Alessandro de Bertolini) un altro testo che, a me, sembra la chiusura del cerchio – in due parti, appunto – aperto con il precedente testo. []

[Annibale Salsa. Immagine tratta da “Meridiani Montagne“, fonte qui.]
(Potete leggere la recensione completa di I paesaggi delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)