[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi. Vedete altre immagini del percorso lì sotto.]Scopro l’acqua calda nell’affermare che il cicloescursionismo è ormai diventato un problema, per le montagne. D’altro canto era inevitabile che accadesse: alla nascita e al rapido sviluppo del fenomeno turistico, favorito dalla diffusione delle e-mtb che consentono a taluni cicloamatori di giungere dove altrimenti mai sarebbero arrivati, non è seguita alcuna gestione da punto di vista politico e ambientale, come spesso accade in Italia. Non solo: molti, troppi soggetti pubblici e privati hanno invece pensato solo a ricavare tornaconti di varia natura dal fenomeno, spacciandolo come un “grande sostegno” alle economie dei territori montani interessati. Niente di più falso: la gran parte del fenomeno è ascrivibile all’ambito del turismo mordi-e-fuggi che poco o nulla lascia nei territori che frequenta, ma nel frattempo quei territori sono stati sconquassati da ciclovie d’ogni genere e sorta, funzionali a fare affari, spendere soldi pubblici e generare propagande elettorali ma spesso realizzate in maniera maldestra e distruttiva per le montagne: le immagini sopra pubblicate lo dimostrano perfettamente (e di esempi al riguardo ce ne sono a iosa, per le montagne italiane).
Intanto in Norvegia, paese che ha conosciuto la grande diffusione delle e-mtb prima dell’Italia e dunque è più avanti di noi anche nella constatazione delle conseguenze, «una proposta di legge che potrebbe vietare le ebike nei percorsi fuoristrada. Mai più gravel o MTB elettriche nei boschi norvegesi» (fonte qui). Ovviamente tale proposta sta agitando i bikers italiani e non solo, d’altro canto la realtà dei fatti impone al più presto, e definitivamente, una regolamentazione generale dell’attività cicloescursionistica negli ambienti naturali, soprattutto in quelli montani, concordata tra tutti i soggetti pubblici e privati interessati: per tutelare i bikers che praticano l’attività in maniera consapevole, salvaguardare ambientalmente i territori che ospitano i percorsi, impedire l’ormai diffuso conflitto tra bikers e camminatori lungo i sentieri, rendere la pratica ciò che dall’inizio doveva essere cioè una bella opportunità per le montagne, non un grosso problema per giunta in crescente aggravamento.
Si riuscirà a conseguire questo importante obiettivo, oppure tutto quanto resterà confinato al solito pour parler utile solo ad peggiorare la situazione fino a renderla definitivamente irrisolvibile?
P.S.: le immagini qui pubblicate me le ha gentilmente fornite Michele Comi, che ringrazio di cuore.
[L’abitato di Vicosoprano nel fondovalle della Bregaglia e le montagne che delimitano il lato sinistro idrografico della valle, sul confine con l’Italia, viste dal Piz Cam. Foto di Staublex, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Negli scorsi giorni di vacanza ho finalmente visitato una località alla quale sono passato accanto centinaia di volte, lungo la veloce e trafficata strada cantonale che conduce da Chiavenna all’Engadina, in Svizzera, senza mai fermarmi perché sempre attratto da altre mete montane: Vicosoprano, capoluogo un tempo amministrativo e sempre morale/culturale della Val Bregaglia, una delle zone più speciali di tutte le Alpi.
Un abitato la cui grandezza è inversamente proporzionale al fascino che emana ogni elemento che lo compone, che pare forgiato direttamente dalla peculiare geografia naturale e dalle vicende umane che ne caratterizzano la storia della quale ne rapprende il divenire nel tempo. Vicosoprano infatti, con le sue case più o meno signorili, sovente affrescate, che ombreggiano un labirinto di vicoli selciati, le torri medievali, i fienili e le stalle con la struttura a blockbau (inopinata influenza Walser?), le chiese riformate o no, è un luogo realmente sospeso nel tempo – anche in presenza di pur frequenti edifici recenti appena al di fuori del centro – ma non solo: sospeso pure sull’irrequietezza che scazzotta di continuo il mondo ordinario e la nostra quotidianità la quale si palesa comunque nella velocità dei mezzi che corrono lungo la cantonale verso le allettanti attrattive turistiche engadinesi (come ho fatto anche io infinite volte, appunto, perdendomi inconsapevolmente cotanta bellezza; d’altronde è la stessa strada che letteralmente sfiora l’atelier – e la dimensione domestica – di uno dei più grandi artisti della storia, Alberto Giacometti, senza che tanti se ne rendano conto e vi rivolgano un minimo pensiero).
Sarà poi che Vicosoprano l’ho visitato in un tranquillissimo giorno feriale, caldo ma non afoso, durante il quale ho visto passare tra le sue vie più mezzi agricoli che autovetture ordinarie e contato le persone in giro con entrambe le dita delle mani avanzandone un paio (di dita), con le case che mi hanno protetto – e proteggono di norma, spero – dal rumore veicolare della strada cantonale (comunque già meno intenso di qualche giorno prima, intorno al Ferragosto) garantendomi una deliziosa quiete sonora e sensoriale, e la costante vista delle possenti vette bregagliotte dominanti l’abitato duemila metri e oltre più in alto (ma senza essere opprimenti, anzi, proteggendone la dimensione peculiare), insomma, tutto ciò mi ha fatto sentire bene, a Vicosoprano. Come ci si sente bene in quei luoghi che, fin dai primi istanti nei quali ci giungi ti accolgono con pacata e sincera cordialità, senza troppi fronzoli, senza pretendere che tu ti debba entusiasmare, senza strattonarti per mostrarti questa e quella cosa «da vedere assolutamente». Il Genius Loci del borgo, vecchio e saggio (vanta più di due millenni di storia accertata) nonché altrettanto gentile e bonario, non ti si mette davanti pretendendo che tu lo segua ma si tiene a lato, mezzo passo indietro, lasciando che sia il visitatore a praticare nel borgo una minima ma deliziosa flânerie, per la quale più che mai non contano tanto i passi camminati nel luogo (ne bastano circa 400 per attraversare il centro di Vicosoprano per la lunga!) quanto i dettagli peculiari raccolti, meditati, apprezzati in esso e resi emozioni, altrettanto piccole ma parecchio intense, a volte sorprendenti quando non stupefacenti.
Vicosoprano va visitato così, perdendosi in esso ben sapendo che sia impossibile farlo nella sua minuscola urbanistica ma di contro sia possibilissimo che accada nella sua delicata avvenenza e nel fascino distensivo dei suoi vicoli, peraltro già molto elvetici (siamo a pochi chilometri dall’Italia ma sembrano molti), lasciandosi incuriosire e attrarre da qualsiasi grande o piccolo dettaglio il suo paesaggio urbano offra allo sguardo sensibile. Non serve una guida se non per sapere sommariamente cosa si ha di fronte, in fondo le informazioni storiche e turistiche sul paese si riassumono in poche righe (ma non dimenticate che lungo la Bregaglia è passata molta della storia delle Alpi, antica e moderna); basta essere curiosi e appassionati flâneur o, se preferite, psicogeografi alla deriva, facendosi guidare dai sensi, dalla curiosità, dall’intuito e dall’istinto, dalla voglia di scoprire e dalla consapevolezza che spesso le scoperte più belle non si misurano in quantità ma in qualità e che tale qualità a volte non si vede, non si coglie, resta discosta o nascosta e dunque alla fine scoprirla regala suggestioni ancor più vivide e profonde.
Trovate che sia un consiglio di visita piuttosto eccentrico, questo? Be’, sappiate che, tra le varie iscrizioni che accompagnano gli affreschi di tante case di Vicosoprano se ne legge una che dice: «Non c’è uomo su questa terra che non abbia un briciolo di follia». Evviva i luoghi artistici, architettonici, monumentali, turistici all’ennesima potenza, quelli che bisogna giustamente, logicamente, necessariamente visitare e vedere almeno una volta nella vita – ritrovandosi spesso tra decine di migliaia di altri visitatori e tra rumore, confusione, chiasso, calca… inevitabilmente, appunto. A volte c’è più “follia” nelle cose ordinarie, nonostante ci si aspetti che siano esattamente così (ve la immaginate una visita solitaria al Colosseo o alla Tour Eiffel? Sarebbe del tutto straniante e confondente, a ben vedere!) invece che in certi altri luoghi che sfuggono al tempo presente, sempre così forsennato e pretenzioso verso le nostre vite, e si lasciano governare da dinamiche differenti, non per questo migliori (almeno per chiunque) ma diverse, appunto, inconsuete, speciali e anche per ciò alla fine più sorprendenti di quelle solite, forse.
In effetti anche i flâneurs venivano presi per dei tipi un po’ fuori di testa e la stessa deriva, pratica fondamentale della psicogeografia, per come venne teorizzata da Debord è un metodo di abbandono degli schemi mentali ordinari, quelli che facilmente provocano fenomeni di alienazione nell’uomo contemporaneo ma che dal suo stesso sistema vengono ritenuti (e imposti) come il “pensiero comune”. Un abbandono necessario al fine di cogliere ciò che la realtà offre in abbondanza ma la nostra mente non è più in grado di percepire e apprezzare come dovrebbe, nonostante sappia regalare infinite, preziose fascinazioni.
Ecco, anche Vicosoprano – si può dire – è un luogo sospeso al di sopra degli schemi mentali ordinari nel quale si può invece ritrovare il gusto, il piacere e la bellezza della scoperta minima ma intensa, facendosi influenzare dal fascino del luogo e diventando parte del suo paesaggio geografico e antropico, naturale e umano. Cioè parte di una bellezza solo apparentemente piccola, in realtà delicata tanto quanto penetrante nella mente, nel cuore e nell’animo.
N.B.: salvo quella in testa al post, che infatti è bella, le altre foto le ho fatte io e non sono granché, d’altro canto non sono un fotografo e uso uno smartphone non recentissimo. Accontentatevi, se potete.
Sono sempre stato “affascinato” – no, aspettate un attimo, il termine è sbagliato se non preciso che deve essere interpretato nell’accezione più buia possibile: sarebbe meglio dire (ma comunque con qualche riserva) sgomentato – dai Troubles, il conflitto che tra gli anni Sessanta e Novanta del secolo scorso coinvolse l’Irlanda del Nord e le sue due comunità, quella protestante unionista leale a Londra – per ciò detta anche lealista – e quella cattolica repubblicana (maledette religioni, ovunque motivo di guerre e atrocità!), invocante la riunificazione con Dublino. Un conflitto settario a bassa intensità, non una vera e propria guerra nel senso classico del termine eppure costellato di eventi sconvolgenti, a volte veramente terrificanti come nelle guerre più atroci, il tutto in una delle terre europee più ricche di storia, di identità, di cultura, di tradizioni grandi e nobili oltre che di bellezza paesaggistica. Proprio questa è l’evidenza che mi ha più cupamente “affascinato” e sgomentato del conflitto nordirlandese, combattuto in pratica tra “cugini” (se non tra fratelli), persone che fino a fino a un certo giorno prima degli scontri vivevano fianco a fianco e qualche giorno dopo si sparavano addosso e si facevano saltare in aria.
Silvia Calamati si occupa del conflitto nordirlandese dal 1982 per la RAI e per diverse altre testate italiane e estere, è dunque tra le massime conoscitrici della storia degli scontri tra lealisti e unionisti, non solo dal punto di vista della mera cronaca dei fatti ma pure dei contesti geopolitici, sociali, culturali, umani. In Qui Belfast. Storia contemporanea della guerra in Irlanda del Nord (Red Star Press, 1a edizione 2013) raccoglie una cospicua serie di articoli giornalistici a sua firma oltre che di altri corrispondenti locali usciti sui media europei tra il 1984 e il 2012 a cui fa raccontare il conflitto come attraverso un reiterato rewind dei fatti, dei momenti in cui sono accaduti, delle reazioni, delle testimonianze e dunque dei testimoni, dei protagonisti di quelle vicende nel bene e nel male […]
(Potete leggere la recensione completa di Qui Belfast cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Mi occupo di paesaggi, ne scrivo e a volte ne parlo pubblicamente: in tali casi, e quando sia contestuale agli argomenti disquisiti, mi premuro di denotare a chi mi ascolta la differenza poco considerata ma parecchio importante tra l’accezione empirica “popolare” e quella scientifica del termine «paesaggio», che nel primo caso usiamo come sinonimo di “territorio” attraverso una matrice soprattutto estetica, e nel secondo caso indica invece l’elaborazione culturale che cogliamo dalla visione del territorio: ciò che rende il paesaggio qualcosa che nasce innanzi tutto nella nostra mente, ovvero qualcosa di sostanzialmente antitetico alla prima e più diffusa accezione. È una differenza solo apparentemente formale, perché se portata nella pratica della gestione del territorio, come sovente accade, può generare diversi problemi di interpretazione e conseguenti applicazioni fuorvianti della suddetta gestione.
Ma, al di là di tale aspetto e per tornare all’ambito linguistico, raramente ho il tempo e il contesto giusto per approfondire gli aspetti pragmatici del termine «paesaggio», che sono variegati e spesso sorprendenti: paesaggio è una parola che realmente rappresenta un “paesaggio lessicale”, e il gioco di parole è inevitabile e per nulla eccessivo. A partire dalla gran quantità di tentativi di definire in maniera compiuta la parola, con risultati tutti quanti pertinenti ma nessuno esauriente e, addirittura, a volte contraddittori l’uno con l’altro pur essendo formalmente corretti, appunto: per questo al riguardo si parla spesso di babele paesaggistica (lo fa ad esempio lo storico e teorico del paesaggio italosvizzero Michael Jakob). A fare un po’ di ordine ci hanno provato anche gli estensori del principale documento ufficiale sul paesaggio in ambito europeo, la Convenzione Europea del Paesaggio, nel cui glossario si trovano ventinove vocaboli che esprimono i principali concetti legati al tema senza tuttavia riuscire a superare certi distinguo fondamentali, che ad esempio scaturiscono dalle varie etimologie linguistiche nazionali del termine le quali ne determinano significati differenti. Così il termine francese paysage dovrebbe essere sinonimico di quello anglosassone landscape la cui forma ricorda chiaramente il germanico landschaft, e tutti quanti noi li traduciamo con il nostro «paesaggio»: ma a ben vedere i vari significanti linguistici risultano differenti. Si consideri poi che fino al tardo Quattrocento il paesaggio non esisteva, nel senso che non era stato ancora elaborato il concetto che dà significato al termine: lo hanno fatto per primi i pittori fiamminghi coniando la parola landschap, che nello specifico indica un territorio (land) che ospita una determinata comunità abitante (scap, equivalente al germanico schaft). Parola assai simile al danese landskab, che però indica soprattutto i terreni agricoli sfruttati come bene comune dagli abitanti di una certa zona, e che hai poi attraversato il Mare del Nord per diventare landscape in Gran Bretagna, nella cui lingua assume una matrice più riferita agli aspetti naturali che legata alla presenza dell’uomo e delle sue attività. Fatto sta che l’originario landschap fiammingo, diffondendosi principalmente con i pittori paesaggisti fiamminghi – i primi a ritrarre il territorio non come mero sfondo dei soggetti umani ritratti ma come protagonista visivo e tematico dell’opera al pari dei primi – pur tra le varie accezioni ha subito assunto quella estetica come principale e più diffusa.
Il nostro «paesaggio» nasce invece con il francese paysage che però nelle sue origini torna in ambiti italici ovvero latini, derivando da pagensis, termine che identificava l’abitante del pagus, il villaggio, che ha sua volta deriva da pango, «terreno delimitato da pali» cioè da qualche sorta di recinzione e/o di delimitazione definita: dunque un’accezione espressamente legata alla determinazione di un certo territorio, si potrebbe dire un luogo, da parte di chi lo abita. Il che è apparentemente simile all’accezione originaria fiamminga ma in realtà la si potrebbe interpretare anche come antitetica: là è il territorio che definisce la comunità che lo abita, qui è il contrario.
Ma come la mettiamo poi con la lingua araba, parlata non proprio da pochi individui – circa 280 milioni di parlanti come prima lingua, nel 2022 – che non ha nel proprio vocabolario la parola «paesaggio»? Ne ha invece un’altra, utilizzata in vece del nostro termine, che equivale al francese vision, dunque con un’accezione di matrice quasi immateriale e meno legata all’oggettività geografica del territorio.
A fronte di tale babele linguistica, di nuovo il citato Michael Jakob sostiene che il paesaggio «non sarebbe un concetto misurabile, identificabile e oggettivo, bensì un fenomeno che si sottrae a qualunque tentativo di fissarlo; la sua rappresentazione, con parole o immagini, si scontra con l’identità fluttuante, aperta e forse irritante del fenomeno», il che spiegherebbe come un termine all’apparenza semplice e chiaro, utilizzato comunemente da noi tutti come fosse la cosa linguisticamente più normale e ovvia, possa assumere così tanti e così differenti significati senza che l’uno o l’altro diventi preponderante. D’altro canto, mi viene da pensare che questa babele paesaggistica potrebbe in fondo risultare un’inopinata dote a favore del concetto, una sua virtù la cui indeterminatezza rappresenta la principale salvaguardia di ciò che può esprimere e facendo in modo che il termine possa comprendere in sé tutti i numerosi aspetti – e le relative accezioni – che il mondo nel quale viviamo presenta, mantenendoli correlati in una specie di entropia concettuale controllata che mantiene vivo e dinamico il paesaggio nel nostro patrimonio culturale condiviso; cosa che magari non avverrebbe se invece il termine assumesse un’accezione netta, univoca e determinata, vincente sulle altre ma parimenti escludente certi aspetti apparentemente secondari ma comunque importanti e necessari per la comprensione piena e compiuta del concetto.
Insomma, per chiudere: avrete forse ora capito quanto articolato e affascinante sia il «paesaggio» e come, ogni qualvolta di fronte a una veduta panoramica esclamiamo istintivamente «Che bel paesaggio!» stiamo aprendo la porta di un mondo vastissimo. Un mondo al quale spesso non ci facciamo granché caso e comprensibilmente ma che a volte, con un minimo di attenzione e di sensibilità percettiva e d’animo in più, può svelarci innumerevoli cose sulla realtà che ci circonda e, ancor più, su noi che ci stiamo dentro e ne stiamo facendo il paesaggio. Perché lo siamo, il paesaggio.
In uno dei passaggi più suggestivi de La leggenda dei monti naviganti, Paolo Rumiz scrive una cosa che io trovo molto bella e ricca di significati, «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi», che da un lato mette in evidenza l’importanza della conoscenza culturale ovvero vernacolare dei luoghi affinché non vengano del tutto abbandonati e, peggio ancora, dimenticati; dall’altro rimarca l’importanza altrettanto grande del nome dei luoghi cioè dei toponimi, termini lessicalmente tanto semplici, all’apparenza, quanto capaci di condensare in essi numerose nozioni e narrazioni delle località che identificano.
In certi casi, poi, i toponimi riescono anche a rappresentare in un’immagine lessicale di immediata comprensione la sostanza geografica dei luoghi denominati, diventando un elemento estetico ulteriore, ancorché immateriale, che ne compone la bellezza e la rileva, al punto che, a volte, parafrasando scherzosamente la nota locuzione latina, si può dire toponomen omen!
È il caso di Soglio, il bellissimo borgo della Val Bregaglia (e tra i più belli in assoluto della Svizzera), famoso per il suo caratteristico nucleo storico e per i magnifici panorami verso le spettacolari vette della prospiciente Val Bondasca. Ecco: il suo toponimo, ovvero la sua interpretazione, offre alcune considerazioni interessanti e particolari, per come non solo identifichi il luogo ma pure per quanto sappia offrirne l’essenza geografica, storica e antropologica.
Innanzi tutto delinea geograficamente la sua storia (e non è per nulla un ossimoro, quanto ho appena scritto), dacché il toponimo Soglio deriva probabilmente dal latinosolium, con il significato di posta di stalla o soglio o abbeveratoio, anche naturale, per animali al pascolo (fonte), termine forse di derivazione da un antroponimo gallo latino “Sollius” (fonte). Tale accezione rimarca come, nei secoli passati, da Soglio transitava una delle vie principali lungo la Bregaglia, che non passava dal fondovalle ma restava lungamente in quota e percorreva il suo versante solivo e meno soggetto alle piene del fiume (via diventata oggi un frequentato percorso escursionistico), incrociando altri collegamenti storici importanti, come quello verso la Val d’Avers attraverso il Pass da la Duana.
D’altro canto, molti ritengono, e in fondo con numerose ragioni, che al toponimo si debba riferire l’altra principale accezione del termine: «Sòglio, s. m. [dal lat. solium], letter. – Trono, seggio di chi riveste un’autorità sovrana: s. reale, imperiale; s. pontificio; assistente al s.» (fonte). Effettivamente non è il borgo posto in posizione dominante sulla val Bregaglia come se fosse ben accomodato su un confortevole e soleggiato trono da quale ammirare alcuni dei più bei panorami delle Alpi?
È pure interessante osservare che il toponimo – e il luogo – Soglio lo si potrebbe pure mettere in relazione con l’essere sotto diversi aspetti una specie di soglia, morfologica ovvero d’ingresso alla parte superiore e più importante della Val Bregaglia, e climatica (in tal caso “soglia” s’intende come luogo di passaggio, di cambiamento), per come dal borgo in su l’ambiente naturale cambi radicalmente e diventi prettamente alpino mentre i pendii sottostanti Soglio sono gli ultimi della valle, salendo dall’Italia, sui quali si possono trovare estese selve di castagni (presenti qui fin da tempo dei Romani) nonché altri alberi da frutto che evidentemente risentono degli ultimi scampoli di clima favorevole generato dalla non lontana presenza del Lago di Como. E come poi non ricordare che Giovanni Segantini, il quale a Soglio soggiornò per alcuni inverni e che definiva il luogo, anch’egli “giocando” selle possibili accezioni del toponimo, “soglia del paradiso”, proprio per la suprema bellezza delle sue visioni panoramiche (che peraltro fissò in una sua celebre opera, Werden / La vita)?
Insomma, «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi»: le parole scritte da Rumiz in quel suo libro citato a Soglio diventano quanto mai pregne di molteplici significati, contribuendo in modi assolutamente intriganti alla bellezza, all’attrattiva del luogo e al desiderio di comprenderne l’essenza storica, geografica, naturalistica, paesaggistica e antropologica nel modo più profondo e compiuto possibile – come il fascino del luogo merita pienamente, d’altro canto.