Monte San Primo, quando l’insensatezza si scorge anche da lontano

Due fine settimana fa ero in Valle Varaita, nelle Alpi cuneesi, per presentare il mio ultimo libro. Durante una pausa una persona del pubblico, abitante in zona, mi si avvicina e chiacchieriamo insieme di cose di montagna, di quelle belle e di altre meno belle.
«A proposito» mi dice ad un certo punto, «ho saputo di un progetto di riattivare persino una stazione sciistica a poco più di 1000 metri di quota… non ricordo il nome, ma se non sbaglio si trova dalle sue parti…»
«Il Monte San Primo, immagino!» gli dico.
«Ecco, esatto, si chiama proprio così. Ma che razza di progetto folle è, quello? Chi sono quelli che l’hanno pensato?»
«Eh, ce lo chiediamo tutti, dalle mie parti!» rispondo.

Già, se lo chiedono pure a centinaia di km di distanza, come si possa presentare un progetto di sviluppo turistico come quello sul Monte San Primo talmente dissennato, la cui eco evidentemente si diffonde un po’ ovunque e lascia interdetti tutti. Eccetto gli amministratori pubblici che stanno sostenendo il progetto ovviamente – Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano con il sostegno di Regione Lombardia – i quali invece continuano a o fingono di non volerne capire l’irrazionalità e la dannosità per il meraviglioso territorio del San Primo, ciechi e sordi a qualsiasi presa d’atto e di coscienza riguardanti la realtà del territorio, il suo valore culturale, il paesaggio e l’ambiente, le autentiche potenzialità di sviluppo economico, turistico e sociale, celando le proprie pretese dietro documentazioni e motivazioni tanto (funzionalmente) arzigogolate quanto del tutto insostenibili. Per avere maggiori dettagli al riguardo basta consultare articoli e post sul sito web del CoordinamentoSalviamo il Monte San Primo e sulla pagina Facebook “Per il Monte San Primo”.

Perché tanta insensatezza, così palese da essere colta anche lontano dal Triangolo Lariano? Perché tanta incapacità di riflessione e giudizio, tanta mancanza di sensibilità e di visione strategica? Perché così tanto cinismo riguardo le nostre montagne – sul Monte San Primo come in altre, troppe località montane?

Se lo chiedono veramente tutti, già.

N.B.: qui trovate i numerosi articoli che nell’ultimo anno e mezzo (ovvero da quanto si è saputo del progetto succitato) ho dedicato alla questione del Monte San Primo.

Sabato 16/09 a Carenno, camminando lungo “Sèmper Stèss Sentér” alla riscoperta del paesaggio

Sabato 16 settembre, a Carenno (Lecco), avrò l’onore e il piacere di guidare – insieme ai rappresentanti della Pro Loco Carenno – i partecipanti alla camminata di Sèmper Stèss Sentér, l’evento escursionistico con il quale verranno presentati gli interventi del progetto di recupero e valorizzazione della rete sentieristica locale. Ciò rappresenta un’occasione perfetta per andare insieme alla ri-scoperta del paesaggio di questa parte della Val San Martino, tra i più spettacolari e emblematici delle Prealpi lombarde tra Lecco e Bergamo, vero e proprio geolibro fatto di innumerevoli “pagine” che sanno raccontare storie, narrazioni, tradizioni, saperi intessuti tra queste terre e i loro abitanti nel corso dei secoli. Camminarci attraverso, e farlo al meglio grazie agli interventi di riqualificazione effettuati dalla Pro Loco che in qualche modo riconsegnano tali antichi manufatti al presente che viviamo, al futuro che affronteremo e a chiunque li percorrerà, è il modo migliore per ritrovare e ridare valore autentico alla relazione che ci lega a queste montagne, sia come abitatori stanziali che come visitatori occasionali, il che a sua volta ci permette di apprezzarne appieno tutta la particolare bellezza e il fascino raro – anche dal punto di vista meramente ludico-ricreativo, perché no.

Sarà un cammino di riconnessione al bello e al prezioso dell’ambiente naturale nonché di rilettura attenta e partecipata del paesaggio per sentirci parte di esso in maniera più profonda e consapevole: prenderà il via alle 09.30 di sabato presso il parcheggio tra la Casa del Fanciullo e l’Oratorio di San Domenico (Chiesa dei Morti), in fondo a via Pertüs.

Inoltre, partecipando alla camminata ci si potrà preparare al meglio alla tavola rotonda in programma alle ore 16.00 presso il salone della Casa del Fanciullo, curata dall’Associazione Gruppo Muratori e Amici di Ca’ Martì sul tema della pietra a secco e dei suoi molteplici aspetti: da quello storico/etnografico/artistico a quello paesistico/ambientale e della prevenzione dei rischi idrogeologici, fino a quello della ricaduta economica, nella prospettiva di un turismo di prossimità, slow e consapevole, unito alla visione di una rinascita dell’economia di montagna, come pure di una nuova opportunità professionale nel settore artigianale e dell’edilizia.

Per saperne di più, qui trovate il comunicato stampa dell’evento; ulteriori info le potete ottenere scrivendo alla mail procarenno@gmail.com oppure telefonando al 339.860.1838.

Partecipate numerosi e ritornerete a casa più contenti, ve lo assicuro!

Nessun bordello, in montagna

[La valle della Surselva, nei Canton Grigioni, Svizzera. Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Una volta da giovane son dovuto scendere in macchina per un carico di rastrelli dal Giusep, poi grazie al cielo non mi è più successo, li avevo legati al tetto, dovevo consegnarli laggiù, mamma che casino di strade che hanno, non sai dove devi andare in quel bordello, semafori e strade e case e cartelli ma niente montagne con cui orientarsi, in questo noi ce l’abbiamo più facile, qui o sali o scendi la valle.

(Arno Camenisch, Ultima Sera, Keller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado, pag.70. Per la cronaca, Camenisch è originario della Surselva, la valle che vedete nell’immagine in testa al post nella quale sovente ambienta le sue narrazioni.)

Riconnessione alla Valle della Pietra

Un paio d’anni fa ho scritto e pubblicato qui sul blog un testo nel quale raccontavo di quanto fosse “potente” il paesaggio dell’alta Valle del Bitto di Gerola, laterale della Valtellina ove questa, verso occidente, si conforma nella Valle della Pietra che a sua volta, più in quota, si divide nella Valle dell’Inferno e nella Valle di Trona. Un territorio alpestre di bellezza decisa e conturbante, di vette che strisciano contro il cielo apparendo ben più elevate di quanto siano, di rocce che raccontano storie di avvincenti duelli geologici iniziati in ere lontanissime, di acque che risuonano la loro vitalità in quasi ogni minima piega del terreno, di angoli che sembrano sul ciglio dell’infinito e altri invece misteriosi, arcani, avvolti e celati nelle pieghe della montagna la cui eventuale scoperta diventa subito segreto prezioso nel cuore e nell’animo del visitatore.

Così scrivevo, al tempo. Poi, in Valle della Pietra ci sono tornato qualche giorno fa e… non posso che confermare ciò che ne ho scritto. Veramente lassù, a mio modo di vedere e sentire, c’è uno dei paesaggi che come pochi altri potrei restare a contemplare per un tempo illimitato senza mai stancarmi (e io questa cosa la potrei fare con qualsiasi paesaggio, dunque l’asticella personale al riguardo è molto alta): ciò perché la sua dinamicità geografica gli conferisce una dote di inopinata vitalità e al contempo di sorprendente accoglienza, nonostante le aspre rupi (come si sarebbe detto una volta) che sovente caratterizzano i corpi montuosi i quali racchiudono la valle verticalizzandone la percezione morfologica. È un quadro paesaggistico fenomenale, armonioso in ogni sua parte, la cui visione nulla ha di che invidiare a panorami alpini ben più elevati e rinomati. Un luogo possente con il quale ci si può intessere una relazione altrettanto forte, vitale, che solletica e sollecita la mente fino a instillare la sua grandiosità nell’animo di chi vi si immerga. Ci si sente quanto mai elementi vivi della Terra sulla quale ci si muove e quanto mai fluidamente immersi nel cielo sovrastante: respirando a pieni polmoni si inala una purezza alpestre ancestrale, primigenia, qualcosa di oltre modo benefico e necessario.

Eppure è una vallata alpina come innumerevoli altre, alla fine. Ma con un Genius Loci vigoroso e selvaticamente vibrante come invece molte valli di grande bellezza non hanno ormai più, silenziato e scacciato da troppe cose superflue messe al servizio di chi non desidera più relazioni autentiche con i luoghi in cui si trova ma pretende solo tresche meramente ludiche. Be’, tant’è. Ognuno è libero di vivere la montagna come crede e anche di non viverla: c’è chi alla bellezza ci mette «una pietra sopra», e chi come me “sopra” alla Pietra – nel senso di Valle – ci va, vi ascende fino alle terre più alte, fino a che il panorama si amplia per accogliere più cielo possibile, fino a che ci si sente bene come in pochi altri posti.

(La foto in testa al post è mia ed è brutta, lo so. D’altro canto è fatta con un cellulare peraltro vecchiotto e io non sono un fotografo.)

Francesco Garolfi (e i suoi nuovi singoli)

Mi considero parecchio onorato e fortunato, oltre che assolutamente grato, di avere l’occasione di condividere il “palco” – o quanto di simile – per qualche presentazione o reading letterario con un musicista di eccelsa qualità come Francesco Garolfi. Come è accaduto venerdì scorso a Martinengo, dove tra una mia lettura e l’altra i presenti hanno goduto dell’ennesima dimostrazione del suo talento artistico e della capacità di tessere armonie chitarristiche affascinanti, capaci di ammantare qualsiasi momento e circostanza di una veste musicale inevitabilmente emozionante.

Peraltro da qualche settimana sono stati pubblicati i primi due singoli che con altri di prossima uscita andranno a comporre il prossimo album di Francesco Garolfi.

Sono solo è un brano di grandissimo fascino, dalla melodia peculiare, dinamica, avvolgente, sostenuta da un basso deciso e ossigenata dal raffinato tocco chitarristico dell’autore, con armonie che rimandano nemmeno troppo velatamente ad atmosfere folk rock alternate a momenti più delicati (il ritornello, ad esempio) che profumano di ampi spazi, foschie leggere, pianure tranquille. Il tutto impreziosito da un testo potente e perfettamente intonato alle accentature armoniche del brano, che Garolfi canta e interpreta perfettamente, lasciando intendere di avere una voce con ampi margini di manovra. Insomma, applausi a scena aperta!

Abbi pietà gira su una partitura più classicamente blues, lineare, che echeggia le armonie del gospel e fa pensare senza molte incertezze agli USA del sud, al Mississipi, al paesaggio e al mood di quelle terre profondamente black dell’America e dalla quale nasce lo spiritual, autentica musica dell’anima variamente antesignana del blues del jazz e del gospel. Anche questo brano ha un testo forte, ricco di significati, di narrazioni importanti, elaborato in una forma quasi cantilenante il cui cantato lascia spazio in due frangenti ad altrettanti assoli in slide, molto belli, i quali aggiungono colore e calore al brano e vi regalano un appeal quasi (passatemi la blasfemia) pop.

Sul suo canale Youtube potete trovare molte altre testimonianze della mirabile arte musicale di Francesco Garolfi. E se potreste pensare, dopo aver letto questo mio post e ciò che vi ho scritto in principio, che io sia di parte, ascoltatelo fare musica. Poi mi direte.