Un buon corso di inglese per gli amministratori del Monte San Primo

Il folle progetto di “sviluppo turistico” del Monte San Primo sta facendo incetta di articoli, e relative figuracce globali, anche sulla stampa estera, al punto che persino tre grandi media di portata internazionale in lingua inglese come “Euronews”, “The Telegraph” e la “CNN” ne hanno scritto rimarcando tutto lo sconcerto riguardo un progetto così scriteriato. Eppure il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano, che propugnano il progetto con il supporto di Regione Lombardia, continuano a tirare dritto senza ascoltare nessuno, nemmeno i suddetti prestigiosi organi di informazione esteri.

Forse che sia un problema di comprensione dell’idioma anglosassone e dunque che gli amministratori locali del San Primo con i loro sodali abbiano bisogno di un buon corso di lingua inglese?

Fatto sta che gli amministratori del San Primo non ascoltano proprio nessuno, né i media italiani che scrivono della vicenda, né le decine di migliaia di persone che da ormai quasi due anni stanno protestando (anche partecipando alla raccolta firme) o le tante voci autorevoli che si sono spese per la causa e nemmeno il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” che continua a rimarcare l’assurdità del progetto e chiedere interventi ben più consoni al luogo e realmente sostenibili per il suo territorio, ricco di infinite possibilità in tal senso, invocando un incontro con gli amministratori pubblici locali, pervicacemente negato alla faccia di qualsiasi espressione di democrazia e di rappresentanza politica. L’unica loro preoccupazione sembra sia quella di spendere “sul” San Primo i milioni di Euro di soldi pubblici stanziati, non certo quella di manifestare cura, sensibilità e visione strategica per la montagna, il territorio circostante e i suoi abitanti.

[Monte San Primo: ciò che resta dei precedenti “progetti di sviluppo turistico” imposti alla zona. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Per il Monte San Primo“.]
Dunque, nell’attesa che gli amministratori pubblici del Monte San Primo e del Triangolo Lariano imparino la lingua inglese ad un livello accettabile, così da capacitarsi della pessima figura che stanno facendo e impongono all’intero territorio, potete avere ogni informazione utile sulla questione, leggere i documenti relativi e la rassegna stampa (anche quella estera, ovviamente) e conoscere qualsiasi aggiornamento al riguardo nel sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, www.bellagiosanprimo.com o sulla pagina Facebook “Per il Monte San Primo“.

Tutti a sciare a Matterhornia!

Comunque, a mio parere, se a Cervinia volessero effettuare un cambio di toponimo veramente furbo, innanzi tutto dal punto di vista del branding, dovrebbero ridenominarsi Matterornia (su Google, per “Matterhorn” si ottengono circa 20.300.000 risultati, per “Cervino” 6.990.000) o, in alternativa, Zermatt Sud (Zermatt 42.500.000 risultati, “Cervinia” 5.950.000).

[Foto di Dimitris Kiriakakis su Unsplash.]
D’altro canto, al riguardo, è bene pure denotare alla pittoresca Ministra del Turismo italiana in carica, la quale sulla vicenda s’è messa a dissertare di «destination» e «brand reputation», che nella sua sublime campagna di promozione turistica delle bellezze italicheOpen to Meravigliala Valtournenche, nel cui territorio si trova Cervinia, è stata presentata con un’immagine di Zermatt, lato svizzero del Cervino (si veda l’immagine qui sotto). Evidentemente la Ministra ha voluto nuovamente dimostrare di maneggiare la materia di cui dovrebbe essere massimamente competente proprio come i filtri su Instagram: in maniera ridicola.

Ecco.

P.S.: per la cronaca, di toponomastica della zona in questione qualcosina ne so.

Monte San Primo, un anno di lotta e di difesa

Esattamente un anno, nel novembre 2022 fa nasceva il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo sulla scia di un entusiasmo crescente che stava coinvolgendo sempre più associazioni di varia natura e singoli cittadini nell’impegno in difesa della meravigliosa montagna nel Triangolo Lariano dallo scriteriato progetto di “sviluppo turistico” portato avanti dalla locale Comunità Montana e dal Comune di Bellagio, con l’avvallo della Regione Lombardia, con il quale tra le altre cose si vorrebbe riattivare sul monte una stazione sciistica a 1100 m di quota. Una follia che sta facendo il giro dei media di tutto il mondo suscitando sdegno e scherno unanimi.

Per il Coordinamento è stato un anno di intensa attività e iniziative contro quell’assurdo progetto di trasformazione del Monte San Primo in un luna park turistico, con cannoni sparaneve, tapis roulant, piste tubing in plastica, parcheggi e altre oscenità, senza alcuna cura del luogo, delle sue valenze e delle peculiarità che lo rendono così speciale. E la lotta in corso continuerà senza sosta e con crescente impegno fino a che non verrà ritirato lo scellerato progetto, ovvero fino a quando il meraviglioso territorio del San Primo, con il suo ambiente naturale e il paesaggio peculiare, non sarà messo al sicuro da chi lo vorrebbe svendere e consumare per scopi totalmente contrari alla sua autentica valorizzazione.

[Le associazioni che fanno parte del Coordinamento a febbraio 2023.]
Per sapere tutto quanto sulla questione San Primo, sul Coordinamento e per restare informati sulle varie iniziative: https://bellagiosanprimo.com/, info@bellagiosanprimo.com o sui vari social del Coordinamento, i cui link trovate nel sito.

Qui invece trovate tutti (o quasi) gli articoli che ho scritto sulla vicenda.

Lunga vita al Monte San Primo!

P.S.: personalmente, riguardo quanto sopra, non posso che ringraziare profondamente il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” che da subito si è preso a cuore l’istanza del San Primo (e non solo perché di zona), organizzando con grande efficacia il Coordinamento delle trenta e più associazioni che ne fanno parte allora come oggi.

Cambiano le montagne e i paesaggi, cambiamo anche noi

Ormai decenni fa, quando avevo poco più di vent’anni (dunque metà anni Novanta, in pratica), con alcuni amici salii per la prima volta il Cevedale, trovandomi così al cospetto di una montagna la cui bellezza iconica mi conquistò subito, per come era ed è possibile osservarla dalla via normale al Cevedale dal rifugio Casati: il Gran Zebrù/Königsspitze, una piramide pressoché perfetta puntata verso il cielo e scintillante di ghiaccio. Scattai una fotografia (il digitale era ancora roba rara, ai tempi) e ne ricavai un ingrandimento che incorniciai e appesi a casa – dove ora vivono i miei genitori e dove fa ancora bella mostra di sé, vicino all’ingresso: lo vedete lì sopra (e tenete conto che erano i primi di agosto, se volete fare qualche raffronto con il presente). Al netto del celeberrimo Cervino, credo sia una delle montagne più belle e “potenti” delle Alpi, il Gran Zebrù, e capace di narrare storie meravigliose su di sé, come raccontai in questo articolo.

Credo lo sia, ho scritto, e vorrei poter continuare a utilizzare la forma verbale al presente tuttavia temo mi (e ci) sarà impossibile farlo, di questo passo. Qualche giorno fa l’amico Luca Ciccio Impagnatiello ha pubblicato sulla sua pagina Facebook quest’immagine del Gran Zebrù, presa dalla vetta del dirimpettaio Monte Pasquale. Una foto (della cui concessione lo ringrazio di cuore) quanto mai significativa e francamente angosciante:

Consentitemi un paragone un po’ idiota ma certamente chiaro: immaginate di avere un’amica (parlo per me uomo, ovviamente il tutto vale anche in ogni altra versione di genere) bella, formosa, atletica, bionda, assolutamente affascinante, e poi di rivederla solo dopo qualche giorno smagrita, pallida, ingrigita, spenta al punto da faticare a riconoscerla se non fosse per le sue fattezze principali. Ecco, è ciò che mi si formula in testa nel considerare l’immagine odierna del Gran Zebrù, quasi del tutto privato dei suoi ghiacci e dunque dall’aspetto soprattutto roccioso, ingrigito, cupo dacché senza più lo scintillio nivale che prima rendeva abbacinante la sua piramide, con il letto della lingua valliva che sembra un’enorme piaga sterile diffusasi tra gli alti pascoli della Valle di Cedèc… un’altra montagna, in pratica, se non fosse per le forme che la rendono ancora identificabile da parte di chi la conosce. E il tutto in pochi decenni, un periodo rapidissimo nella scale del tempo della Terra: per questo l’ho correlato ai pochi giorni del paragone suddetto.

Per tutto ciò sostengo da tempo che i cambiamenti climatici e le trasformazioni fisiche dei territori che ne subiscono gli effetti, tra i quali le montagne sono quelli forse in assoluto più soggetti, più sottoposti ad alterazioni, non comportano conseguenze solo ambientali e in generale materiale ma anche, e per certi versi soprattutto, immateriali ovvero culturali, antropologici, psicogeografici… Il Gran Zebrù che si osserva oggi obiettivamente non è più la montagna di trenta o cento anni fa: ne conserva le forme ma la sua identità assume un aspetto diverso e dunque anche la nostra percezione, assimilazione e elaborazione della sua immagine e del suo paesaggio sta cambiando, quindi inevitabilmente si modifica anche la relazione culturale che possiamo intrattenere con essa e che, nel caso di una montagna appunto così iconica, finisce per influire sul costrutto dell’intero paesaggio d’intorno, rispetto al quale il differente aspetto della montagna genera una diversa percezione del luogo. E siccome noi siamo il paesaggio, dal momento che esso è una nostra elaborazione culturale che esprime nell’idea del paesaggio anche noi stessi, sostanzialmente pure noi cambiamo, al cospetto del Gran Zebrù attuale e futuro così come in ogni circostanza simile.

Sono cambiamenti o, se preferite, alterazioni intense, profonde, complesse, senza dubbio epocali, ma che ancora, credo, non sappiamo percepire e comprendere, fermandoci ai pur essenziali aspetti ambientali (ed è comunque già buona cosa, visto che non sempre accade e il disinteresse, l’apatia o il negazionismo – del clima ma di rimbalzo anche dell’effettiva realtà ambientale – a volte si palesano in tutta la loro sconsideratezza). Ma dobbiamo saperli elaborare e capire, quei cambiamenti in atto, dal momento che come detto stanno cambiando anche tutti noi e la nostra relazione con il mondo che abitiamo, quella che ce lo può far vivere al meglio oppure in maniera problematica. Cioè per costruirci il necessario futuro di proficua resilienza rispetto al divenire della realtà: sarebbe il caso di pensarci, finalmente.

Contrastare la distruzione delle montagne si deve, si può: come sul Monte San Primo

Contrastare la distruzione delle nostre montagne perpetrata da certe opere devastanti e dissennate si deve, si può. Lo scrivevo qualche giorno fa in merito ai lavori sulle rive del Lago Bianco al Passo di Gavia e alla doppia diffida legale con la quale se ne chiede l’immediata sospensione; lo ribadisco oggi qui grazie all’ammirevole ed efficace azione del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” che ha prodotto un articolato, dettagliato e inesorabile documento che analizza il rapporto preliminare e la relazione illustrativa inerenti i progetto con il quale il Comune di Bellagio e la Comunità Montana del Triangolo Lariano vorrebbero ripristinare gli impianti sciistici sul San Primo, a 1100 m di quota, oltre a infrastrutturare pesantemente l’intera zona di conseguenza. Il tutto senza sottoporre il progetto alla Valutazione Ambientale Strategica (VAS) come previsto dalla normativa vigente: un modus operandi del tutto discutibile, a dir poco, non di rado utilizzato dalle amministrazioni pubbliche in certe opere ambientalmente “critiche” – in numerose previste per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, ad esempio – che a molti sembra (sembra?) soltanto un sotterfugio per realizzare progetti il cui impatto sul territorio, l’ambiente naturale, il paesaggio, gli ecosistemi locali e le comunità socioeconomiche è tale che in un iter burocratico-amministrativo normale non potrebbero mai ricevere il “via libera”.

Come si legge nel sito del Coordinamento, il Comune di Bellagio – capofila/committente del progetto sul Monte San Primo – porta motivazioni a sostegno dell’esclusione dalla VAS a dir poco sconcertanti. Il suo programma di “sviluppo turistico” del San Primo «non è accompagnato da alcuna valutazione delle conseguenze che l’aumento sia delle presenze turistiche sia del consumo di suolo sia del traffico automobilistico avrebbe su un territorio montano fragile, caratterizzato da complesse peculiarità sia di natura geologica sia di natura viabilistica.
Nel piano, proposto dal Comune di Bellagio, manca il ripristino e la manutenzione del territorio, manca la valutazione degli effetti diretti e indiretti delle azioni di intervento, manca un’analisi della sostenibilità ambientale degli interventi e della loro viabilità economica a medio e lungo termine. In altre parole, mancano quegli approfondimenti che costituiscono la sostanza della VAS, a tutela dell’ambiente e della collettività. Del resto, la pur voluminosa relazione non riesce ad esporre in modo chiaro e convincente le ragioni per cui si dovrebbe rinunciare alla VAS.»

È un comportamento sconcertante, ribadisco, oltre che non poco inquietante per come palesi una sostanziale indifferenza e insensibilità nei confronti del luogo, della sua bellezza, delle sue autentiche valenze culturali e parimenti turistiche in senso sostenibile, della sua storia oltre che della realtà climatico-ambientale in divenire, in aggiunta a una evidente e scriteriata pretesa di monetizzare il San Primo, di svenderne il meraviglioso territorio come fosse né più ne meno un bene da consumare fino a che ce n’è. Una visione inaccettabile perché del tutto avulsa dal luogo, fuori contesto, degradante, pericolosa per il buon futuro della montagna e dei suoi abitanti. E che una visione del genere venga formulata dai suoi amministratori locali è cosa tanto stupefacente quanto emblematica.

Per tutto ciò, il Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, con il documento citato – che potete leggere integralmente quiinvita gli Amministratori a riconsiderare urgentemente la materia e ad implementare la VAS (Valutazione Ambientale Strategica), come previsto dalla normativa vigente, appunto. Nonché – questo lo aggiungo io – li invita a manifestare finalmente una ben maggiore attenzione, competenza, cura e sensibilità nei confronti del loro territorio e della sua realtà effettiva, così da svilupparne la frequentazione nel modo più equilibrato e proficuo nel lungo periodo al contempo salvaguardandone la mirabile e speciale bellezza.

Potete seguire gli sviluppi della questione “San Primo”, tra le più significative in tema di sviluppi turistici montani sulle montagne italiane, grazie al sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” o alla pagina Facebook “Per il Monte San Primo”.  D’altronde in questi casi – che non danno forma a una battaglia solamente ambientale ma a un’azione di grande valore civico, morale, politico, culturale, vale sempre ciò che asserì Tucidide quasi 25 secoli fa: «Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.» Ecco.