Il report sullo sci dell’ANEF e il “fantasma” che lo infesta

[Le piste del Monte Pora e le Prealpi Bergamasche il 5 dicembre 2024 alle ore 12.00, desolatamente prive di neve. Immagine tratta da qui, cliccateci sopra per ingrandirla.]
Di recente l’ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti degli impianti a fune, che in buona sostanza raduna la quasi totalità dei gestori dei comprensori sciistici italiani, ha presentato il report Impatti socio-economici a livello locale degli impianti di risalita, commissionato alla società di consulenza PwC. Come anticipa il titolo, si tratta di un’indagine che ha stimato gli impatti dei comprensori sciistici nei territori che li ospitano: in buona sostanza, è una fotografia dell’industria sciistica ad oggi elaborata sui dati di una annualità. Il report, che potete leggere cliccando sull’immagine qui sotto, è ricco di dati interessanti presentati attraverso infografiche efficaci: risulta ineccepibile da questo punto di vista.

Peccato che tra i numerosi dati e grafici che ne occupano le pagine si annidi un “fantasma” inquietante, assolutamente presente e aleggiante quantunque incredibilmente ignorato… il clima, ovvero la crisi climatica ben presente sulle nostre montagne.

Nel report di Anef la parola «clima» è presente una sola volta, a pagina 3 ove si parla degli «Impatti sul clima» attribuibili agli impiantisti. «Sostenibilità» solo una volta a pagina 2, parlando dello scopo del report di «dare evidenza della sostenibilità ambientale» degli impianti sciistici. Invece «cambiamento climatico» non lo si trova scritto da nessuna parte e ugualmente «crisi climatica».

Ecco: fotografare con tale report la situazione socioeconomica attuale dell’industria dello sci, per di più rivendicandone una visione futuro-prossima, senza considerare la crisi climatica in atto e senza comprenderne il portato nell’elaborazione dei dati, equivale a produrre una non indagine, formalmente ineccepibile, come detto, ma solo nel momento in cui viene presentata, non prima e nemmeno dopo. Ciò anche in forza della sua forma sincronica (è basata su una sola annualità, come precisato), mentre per assumere caratteri di maggiore attendibilità i dati si sarebbero dovuti elaborare in modo comparativo diacronico, considerando la loro evoluzione in un arco temporale considerabilmente significativo.

È un report dettagliatamente inutile, in buona sostanza.

Posta tale evidenza, appare altrettanto chiaro che lo scopo del report di ANEF – del tutto legittimo dal loro punto di vista, sia chiaro – è soprattutto quello di fare propaganda, creandosi uno strumento d’impatto funzionale al sostegno del settore impiantistico e dell’industria dello sci. Scopo che i dirigenti di ANEF hanno palesato appena dopo la presentazione del report: tra i tanti prendo le dichiarazioni di Massimo Fossati, presidente di ANEF Lombardia (la regione dove forse si sta cercando più che altrove di imporre nuovi impianti sciistici, visto anche il prossimo evento olimpico di Milano-Cortina), il quale si è affrettato a dichiarare che «Dallo studio emerge chiaramente come l’economia turistica delle nostre montagne sia strettamente connessa al funzionamento degli impianti a fune. Questi rappresentano un elemento cruciale per contrastare lo spopolamento delle aree montane a favore delle città e delle pianure. È indispensabile continuare a investire in queste infrastrutture.» Parole con le quali si pretende di rendere assoluto il valore del report di ANEF (per giunta come se d’inverno in montagna non potesse esistere un altro turismo che non sia quello dello sci su pista!) quando invece ho appena denotato come tale pretesa risulti assolutamente infondata in forza della sua notevole parzialità. Tutto legittimo dalla parte di ANEF, lo ripeto, ma ciò non si significa che possa anche essere sostenibile e innanzi tutto per una semplice questione di rigore di logica. Equivale a rappresentare con notevole dettaglio le prestazioni e l’efficienza di una flotta di navi da crociera, sostenendo che si debba investire sempre di più per abbellirle ma senza rimarcare che la gran parte di queste imbarcazioni navigano su specchi d’acqua che si stanno rapidamente e inesorabilmente prosciugando e che presto le lasceranno in secca. Be’, forse investire su quelle navi non solo non sembra più essere «indispensabile» ma a tutti gli effetti risulta quanto meno azzardato, se non già del tutto inefficace, eccessivo, inutile. A meno di volerlo affermare per mera propaganda, appunto: ci sta (l’attività dell’ANEF è economica e dunque anche politica, al netto dei legami con la “politica” ordinariamente detta), ma fino a un certo punto, ovvero fin dove si va inesorabilmente a sbattere contro la realtà effettiva delle cose e il suo divenire.

Posto tutto questo, in accadimento sul versante italiano delle Alpi (e sugli Appennini), sorge spontanea una domanda: perché invece sul versante opposto, in Svizzera, paese che peraltro ancor più dell’Italia vive di turismo sciistico, la crisi climatica e i suoi effetti sono ormai elemento integrante e ineludibile delle strategie di gestione dei comprensori sciistici sia a livello imprenditoriale che a quello politico?

«Il riscaldamento globale viene ormai considerato come parte integrante della strategia del settore. Il futuro degli impianti di sci è oltre i 1800 metri.» Sono parole di Berno Stoffel, direttore di Funivie Svizzere, l’associazione dell’industria elvetica delle funivie (equivalente dell’ANEF in Italia), riprese qualche giorno fa dai quotidiani svizzeri (potete leggerle nella loro interezza cliccando sull’immagine qui sopra; della cosa ne ho già scritto qui).

Da questa bizzarra contrapposizione italo-svizzera ulteriori domande sorgono altrettanto spontanee: come si può essere una tale differenza di visioni tra gli impiantisti italiani e quelli elvetici? Chi dei due si dimostra più attento alla realtà delle cose e alla situazione delle loro montagne? Chi dei due dimostra di avere più consapevolezza del presente e visione del futuro? Oppure, se preferite intendere il tutto dall’altra parte: chi dei due non sta dicendo tutto quello che dovrebbe dire? E perché lo fa?

Alcune di queste domande sono retoriche, lo so. D’altro canto ognuno è ovviamente libero di rispondere come vuole, ma ben sapendo che le risposte decontestuali alla realtà effettiva delle cose montane obiettivamente non hanno alcun senso.

[La situazione della neve sulle piste di Colere, località oggetto di un grande e costosissimo progetto di ampliamento del comprensorio. Immagine tratta da qui.]
Tornerò di nuovo, a breve, sul report di ANEF. I cui dati, resi noti qualche settimana fa, sono stati sostanzialmente smentiti già quasi due anni addietro da un altro prestigioso e dettagliato report, oltre che da numerosi altri rilievi che hanno fotografato in vari modi la situazione dell’industria italiana dello sci. Ma, appunto, me ne occuperò di nuovo presto.

I rifugi alpini d’alta quota messi a rischio dal cambiamento climatico

[Veduta del Ghiacciaio de la Pilatte, nel massiccio degli Ecrins. Immagine di ©Maria Isabel Le Meur/FFCAM.]
Per i ghiacciai alpini l’estate in corso, grazie alle abbondanti nevicate primaverili, si sta rivelando più fortunata – o meno sfortunata – di quelle precedenti, e speriamo risulti così fino alla fine. Tuttavia ciò non può farci dimenticare che la realtà ordinaria è ben diversa e i ghiacciai delle Alpi sono in forte regresso da tempo: purtroppo non basta qualche singola annata nevosa a invertire il trend negativo, ce ne vorrebbero diverse e una di seguito all’altra ma questa appare una possibilità quanto mai remota, nella situazione climatica in divenire.

La fusione dei ghiacciai non sta modificando solo l’estetica del paesaggio delle Alpi e la nostra relazione con esso, ma sta anche generando numerosi importanti problemi materiali: la diminuzione delle riserve di acqua potabile immagazzinate dai ghiacciai è quello più evidente, il pericolo di dissesti e crolli di interi versanti montuosi resi instabili dalla sparizione delle masse glaciali e dallo scioglimento del permafrost, il ghiaccio interstiziale, lo è meno ma per certi versi è più devastante.

[Immagine di ©Maria Isabel Le Meur/FFCAM.]
Il Rifugio de la Pilatte, a 2577 metri di quota nel massiccio degli Ecrins in Francia (lo vedete nell’immagine qui sopra), è una delle vittime più emblematiche della situazione in corso. Ormai da tre anni è chiuso, e probabilmente lo sarà per sempre, perché il poggio morenico sul quale si trova da esattamente un secolo (il primo rifugio, attuale ricovero invernale, è del 1924) è divenuto fortemente instabile in forza del ritiro del sottostante Ghiacciaio de la Pilatte, un tempo tra i più estesi della regione ma che oggi, fortemente diminuito in estensione e spessore (ha perso rispettivamente 2 chilometri e 100 metri), non sostiene più il versante roccioso che ospita il rifugio. Il poggio ha così cominciato a scivolare verso valle, generando crepe nelle mura del rifugio fin dai primi anni Duemila, periodo peraltro dal quale il ritiro del ghiacciaio si è fatto ancora più intenso e repentino, fino a che la chiusura per oggettiva pericolosità dell’edificio è diventata inevitabile.

[Le crepe sulla facciata del Rifugio de la Pilatte e le persiane disassate che denotano come parte dell’edificio stia scivolando a valle. Immagine di ©Maria Isabel Le Meur/FFCAM.]
Lungo tutte le Alpi di rifugi situati in luoghi prossimi a ghiacciai, o ex ghiacciai, oppure localizzati in zone di origine morenica e con presenza di permafrost, ce ne sono a decine. Il caso del Rifugio de la Pilatte è emblematico riguardo i problemi che tali altre strutture, spesso fondamentali per la frequentazione delle montagne sulle quali si trovano, potrebbero dover affrontare. D’altro canto la questione non è affatto nuova: già tempo fa Luca Gibello, architetto e direttore de “Il Giornale dell’Architettura” ne faceva cenno in un articolo pubblicato nel sito dell’associazione culturale Cantieri d’Alta Quota e dedicato ai problemi che le strutture alpine devono affrontare nella realtà climatica attuale e in divenire. Per “Altraeconomia” se n’è invece occupata Ilaria Sesana, qui.

[La situazione geologica del poggio sul quale sorge il Rifugio de la Pilatte. Si noti nell’immagine a destra il continuo e drastico decremento del livello del ghiacciaio, che ancora a fine Ottocento si trovava all’altezza della posizione del rifugio. Immagine tratta da www.montagnes-magazine.com.]
Le montagne stanno cambiando, e in forza di fenomeni la cui velocità – inopinatamente alta – è legata al tempo dell’uomo più che al tempo della Terra, rimarcando l’origine antropica di ciò che sta accadendo. I rifugi, essendo sulle montagne come null’altra cosa costruita dall’uomo, potrebbero essere i primi a subire le conseguenze più materialmente evidenti del cambiamento (climatico, ambientale e ancor più geomorfologico e paesaggistico) in corso. Come scrive la Cipra / Commissione Internazionale per la Protezione della Regione Alpina nel proprio sito, «I rifugi svolgono un ruolo centrale nel turismo alpino. Il loro futuro è tuttavia ricco di incognite: la necessità di interventi di ristrutturazione, la crisi climatica e il cambiamento delle abitudini delle e degli utenti sono solo alcune delle sfide da affrontare. Il mantenimento dei rifugi è possibile solo attraverso una gestione ecologica e il riconoscimento della loro importanza da parte della politica e della società.»

[Il Rifugio Casati-Guasti, posto a 3269 m nel gruppo dell’Ortles-Cevedale, a sua volta messo in pericolo dallo scioglimento del permafrost presente nel terreno basale. Immagine tratta da facebook.com/rifugiocasati3269/.]
Ci si augura che questo riconoscimento politico e sociale, parte di una consapevolezza generale compiuta sulla realtà delle nostre montagne nell’era del cambiamento climatico, si possa realmente manifestare garantendo ai rifugi alpini e a tutte le altre fondamentali strutture di accoglienza in alta quota una storia ancora lunga, a beneficio di tutti gli appassionati di montagna e, ancor prima e ancor più, delle montagne stesse.

Non si può sempre dire di «no» alle cose proposte per la montagna

[Foto di Sir. Simo su Unsplash.]
Sono d’accordo con chi sostenga che in montagna non si possa sempre dire di «no» a qualsiasi intervento antropico, come a volte certo ambientalismo molto schierato dà l’impressione di fare. Da secoli l’uomo abita i monti e li adatta ai propri bisogni: si può fare quasi tutto in montagna, basta farlo con consapevolezza e buon senso, trovando il giusto compromesso che preservi l’equilibrio tra uomo e natura e permetta a entrambi di coabitare il territorio.

Di contro, veramente non capisco perché spesso si impongano a tutti i costi alle montagne progetti e infrastrutture privi alla base di qualsiasi consapevolezza e buon senso, fatti per chi evidentemente non vuole elaborare una buona e sensata consapevolezza verso i territori montani – vedete un esempio al riguardo lì sotto. Per «valorizzarli», dicono i loro promotori, per attirare persone che altrimenti in montagna non salirebbero e così sostenere l’economia locale. Ma se senza tali infrastrutture (che non avendo come obiettivo la preservazione dell’equilibrio con i luoghi vi risultano parecchio impattanti), quelle persone non salirebbero in montagna, cioè se in mancanza di queste attrazioni essi non si sentono attratti da tutto ciò che di straordinario la montagna sa offrire, forse è perché queste persone non sono fatte per la montagna ma per altri luoghi di svago.

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Insomma: se a molti l’arte contemporanea non interessa e non se ne sente attratta, bisogna piazzare delle giostre nei musei affinché ci finisca per entrare? E se anche ciò avvenisse, che tipo di esperienza ne trarrebbero quelli, così mediata dalla presenza di infrastrutture che nulla centrano con il museo? Credo proprio che nessuno accetterebbe qualcosa del genere pur di sviluppare la frequentazione dei luoghi d’arte: verrebbe rudemente contrastata.

Forse è meglio rendere i potenziali visitatori consapevoli del luogo che potrebbero visitare prima che ci finiscano: ma veramente c’è bisogno di fare questo con le montagne e la loro straordinaria bellezza? Veramente bisogna piazzare sui monti infrastrutture ludico-ricreative di varia (e spesso pacchiana) natura per far sì che molti ci salgano? Cioè per attrarre visitatori che, appunto, non sono in grado di capire da soli che la montagna è un luogo eccezionale e per scoprirne tutta la bellezza va visitato, senza bisogno di null’altro? Dunque per aiutare l’economia locale (?) si corre il rischio concreto (ma è più una certezza che una possibilità) di degradare e banalizzare il luogo così da renderlo nel giro di breve tempo sterile, tanto turisticamente e economicamente quanto socialmente e culturalmente?

Ribadisco: si può fare quasi tutto in montagna, basta farlo con consapevolezza, buon senso e in modi che veramente sostengano e sviluppino i luoghi nel modo più compiuto e benefico possibile. Riguardo invece ogni altra cosa che non rispetta queste naturali condizioni, il «no» è doveroso, inevitabile e irremovibile.

Sui monti aumentano gli incidenti da impreparazione e faciloneria. La montagna non è un parco giochi: perché allora spesso così viene trasformata e imposta?

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 25 luglio 2024. Qui lo trovate nella sua versione completa.)

Dovunque sulle Alpi sono in costante aumento gli incidenti nel corso di normali escursioni – cioè occorsi a persone che vanno per sentieri più o meno facili, non che scalano e affrontano difficoltà alpinistiche. Il CNSAS nel 2023 ha effettuato 5.257 interventi per incidenti escursionistici su un totale di 12.349 missioni di soccorso, nel 2022 erano stati 5.083 a fronte di 10.347 missioni.

Questo preoccupante trend si registra anche in Svizzera, paese nel quale di sicuro la cultura della montagna è più sviluppata che in Italia. «Pensiamo che molte persone non siano consapevoli dei pericoli e non siano attrezzate a dovere e assumano troppi rischi» spiega a “Rsi.ch” Mara Zenhäusern, portavoce dell’UPI – Ufficio prevenzione infortuni: esattamente quanto va sostenendo da tempo il nostro Soccorso Alpino, mettendo in guardia dall’affrontare la montagna, anche quella apparentemente semplice, con poca consapevolezza e troppa superficialità.

[L’aumento degli incidenti escursionisti sulle Alpi svizzere fino al 2021. Immagine tratta da “Rsi.ch“.]
Infatti Bruno Maerten, responsabile di BernaSentieri – zona est, sempre su “Rsi.ch” aggiunge: «La montagna può essere pericolosa, non è un parco giochi!». Ecco, appunto: la montagna non è un parco giochi. Eppure moltissime persone vi si comportano come se in quota stessero giocando, manifestando comportamenti del tutto superficiali e stupidi: d’altro canto se vai in un parco giochi questo fai, pensi a divertirti anche insulsamente ma ci sta, il posto è fatto per questo.

Ma la montagna non è un parco giochi, non è fatta per esserlo, e chi la trasforma in un luna park compie un crimine duplice: degrada la montagna e involgarisce il comportamento da tenere quando vi ci si trova. Viene inevitabilmente da chiedersi: è solo un caso che da una parte si denunci la condotta scriteriata di molti gitanti montani e il conseguente aumento di incidenti, e dall’altra sulle montagne si continuino a realizzare parchi giochi – panchine giganti, ponti sospesi, percorsi-avventura, roller coaster, tubing, eccetera – che nulla fanno per educare le persone al giusto comportamento da tenere, anzi, contribuiscono (inevitabilmente, verrebbe da pensare) alla diffusione di condotte così superficiali e pericolose?

Il timore assai vivido è che non sia affatto un caso. Quelle pratiche turistiche, e le infrastrutture che di conseguenza vengono realizzate, contribuiscono a far credere a molte persone prive di una cultura e una preparazione pur minima nei confronti dell’ambiente montano – e forse prive anche di rispetto per esso – che anche in alta quota si possa giocare, ci si possa divertire senza pensare ad altro, che contino solo l’adrenalina e l’effetto wow artificialmente riprodotti da quelle giostre ovviamente sicure e poi, scesi da lì, si possa ritrovare la stessa adrenalina sui sentieri sentendosi parimenti sicuri. Tanto la montagna è un parco giochi, che mai potrebbe accadere?

E pensare che, come rimarca Andrea Castelli su “Il Dolomiti”, fino agli anni Novanta chi andava in montagna senza indossare scarponi adeguati sembrava un pazzo o un povero idiota, la scarpa da ginnastica era considerata un autentico vilipendio. Castelli ricorda le parole che già tempo fa gli disse Cesare Maestri, «Non abbiamo saputo educare alla montagna!», e i risultati di questa cronica mancata educazione sono ora sotto gli occhi di tutti: gente che vaga per montagne senza capire dove si trova, comportamenti irrispettosi e scriteriati, incidenti a gogò su qualsiasi sentiero, non di rado fatali.

[Un intervento della REGA, la Guardia Aerea Svizzera di Soccorso. Immagine tratta da facebook.com/rega1414.]
No, la montagna non è questo e non abbisogna di tutto ciò, di quei terribili parchi giochi con le loro giostre per adulti senza testa, di tutta questa gente che si comporta come fosse al luna park o in spiaggia, di tali comportamenti privi di senno, maleducati, pericolosi. Detto fuori dai denti, piuttosto di dover constatare tutto questo, è bene che queste persone se ne vadano altrove, a meno che prima di salire in quota non sappiano prendere coscienza e consapevolezza di ciò che comporta. Ed è bene anche che i promotori – quasi sempre sono i politici locali – di quei parchi giochi che con tanta frequenza proliferano sui nostri monti si assumano finalmente la responsabilità di queste loro iniziative così degradanti. La colpa fondamentale è loro, non dei gitanti inconsapevoli e privi degli strumenti per capire: non girino lo sguardo dall’altra parte quando poi sui giornali appaiono gli articoli sugli incidenti e sui recuperi del Soccorso Alpino. Ne siano coscienti, una volta per tutte.

[Un intervento del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Immagine tratta da www.cnsas.it.]
Infine, ultima ma non ultima cosa, si ricominci a educare le persone alla montagna e alla sua corretta frequentazione. Perché evidentemente fino a oggi si è creduto che non servisse e invece serve eccome – e non è qualcosa che può essere trasmesso dal web o con quale mirabolante app, tutt’altro. Ne va del destino delle montagne stesse e di tutti noi che vorremmo continuare a frequentarle e rispettarle usando la testa.

 

L’instagrammazione selvaggia delle montagne e il caso emblematico del lago proglaciale di Fellaria

[Il Lago proglaciale di Fellaria a settembre 2023.]
Un bel dilemma, quello posto sul proprio sito e sulle pagine social da Michele Comi, rinomata guida alpina della Valmalenco: come fare per evitare che troppe persone, spesso poco attente al contesto nel quale si trovano, visitino e “disturbino” il lago proglaciale di Fellaria, luogo estremamente delicato sul versante malenco del Bernina in preda alla più selvaggia “instagrammazione” della sua bellezza?

Togliere il ponte che supera l’impetuoso torrente glaciale poco prima del lago, come suggerisce Comi, per ripristinare la naturalità del luogo e dei suoi ostacoli geografici e fare che molti non riescano ad andare oltre? Fare della zona una riserva naturale, un’area di tutela o addirittura recintare il versante dal quale si accede al lago? Apporre divieti e comminare multe salate a chi non li rispetta? Attuare un sistema di visite a numero chiuso o in qualche modo contingentato?

Fellaria, come detto, è una vittima emblematica dell’instagrammazione dei luoghi di pregio, attraverso la quale passa solo il richiamo spettacolarizzante e massificante verso i luoghi mentre nulla viene trasmesso né sul loro valore culturale né sulla fragilità ambientale: conta solo l’effetto wow e il sentirsi parte della “community” che l’ha vissuto – e ovviamente immortalato nell’ennesimo selfie. Così il circolo vizioso si autoalimenta e nel contempo diventa sempre più arduo salvaguardare il luogo e chiedere a chi lo vuole visitare una sua corretta frequentazione. Ma possiamo permetterci di degradare e perdere un sito talmente prezioso come il Fellaria (che è anche un laboratorio di studi climatici e glaciologici, è bene ricordarlo)? Direi proprio di no.

[Cose da non fare, al Fellaria: avvicinarsi troppo alla falesia glaciale, soggetta a frequenti crolli, pur di scattare/scattarsi una “bella” foto! Immagine tratta da www.laprovinciaunicatv.it.]
Angelo Costanzo, presidente del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio (sempre molto attento e sensibile riguardo situazioni del genere nel territorio valtellinese), in un suo post pubblicato su Facebook sulla scia di quello di Michele Comi rimarca un altro aspetto importante della questione:

Ma i primi, ad avere svenduto l’identità culturale delle terre alte, sono proprio chi ci vive, chi governa i luoghi e i suoi mutamenti sociali, urbanistici ed economici. In provincia di Sondrio, nella gran parte delle località turistiche, ha sempre prevalso la logica dei grandi numeri.
Una visione miope perché quello che abbiamo perso è molto più importante del guadagno economico e si chiama identità. Così, gradualmente, quasi senza accorgersene si è venduto il “territorio” e con esso la cultura dei luoghi alpini. Cultura soppiantata da modelli metropolitani, dove tutto deve essere alla portata di tutti.

Osservazioni che trovo assolutamente condivisibili. Anch’io, nel leggere le parole di Comi, tra le prime cose mi sono chiesto: ma i locali cosa ne pensano, di questa situazione obiettivamente critica che coinvolge uno dei luoghi più preziosi e identitari delle loro montagne? In effetti non li si sente granché esprimersi, sul singolo caso e in genere su questioni simili. Se ne stanno zitti perché si compiacciono di cotanto massiccio afflusso turistico, ché pensano ai conseguenti tornaconti ricavabili? Ne sono preoccupati, magari anche contrariati ma non osano aprire bocca per paura di pestare i piedi a qualche compaesano? Se ne fregano altamente, che hanno altro e di più importante a cui dover pensare?

Tuttavia i primi a dover poi subire gli eventuali danni dal degrado territoriale, ambientale, culturale e d’immagine sono proprio loro; il turista se ne va altrove, di luoghi instagrammabili da consumare ne trova sicuramente molti altri. Se ne rendono conto, i locali, di tale ineluttabile realtà? Se no, sarebbe bene che lo facessero al più presto; se sì, sarebbe bene che si palesassero e contribuissero attivamente alla messa in atto delle necessarie contromisure, prima che sia troppo tardi.

[Turisti vaganti sul percorso che porta al lago.]
In ogni caso, alla domanda iniziale da me posta e al netto delle proposte più o meno provocatorie suggerite, credo si possano formulare risposte diverse e a loro modo potenzialmente valide, se ben strutturate e contestualizzate al luogo e alla sua realtà. Tuttavia, alla banalizzazione dei luoghi di pregio, pratica per la quale l’instagrammazione si palesa come arma tremendamente efficace e che nel principio è la manifestazione evidente di una diffusa carenza culturale (e anche e civica) che il web purtroppo accresce invece di contrastare, io credo che non si possa rispondere in altro modo se non con una rialfabetizzazione altrettanto diffusa nei riguardi della montagna – cosa che sostengo da tempo e che ribadisco continuamente – che da un lato contrasti con forza certo (pseudo) marketing turistico a dir poco distruttivo per i territori montani, sovente considerati e rappresentati come fossero Gardaland o il lungomare di Riccione (con tutto il rispetto per entrambi), e dall’altro ricostruisca la necessaria cultura e la conseguente consapevolezza dell’andare per monti, le quali peraltro accrescono pure il godimento e il divertimento del frequentarli.

[Ancora il Fellaria, com’era quando ancora la lingua glaciale era attiva e com’è oggi con il lago e quel che resta della lingua di ghiaccio morto, non più alimentata dal bacino glaciale superiore, Immagine tratta dalla pagina Facebook del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica “Leonardo da Vinci”.]
Ma ciò non deve essere un qualcosa fatto tanto per fare, qualche corso, un tot di brochure, qualche pannello all’inizio dei sentieri e amen: no, deve e dovrà essere una ampia, articolata, strutturata strategia culturale alla cui base vi devono essere tutti i soggetti che operano su e per la montagna, a partire dal Club Alpino Italiano, e parimenti tutti i soggetti pubblici che governano i territori montani coinvolti dalle dinamiche turistiche fin qui descritte, quelli politici, quelli didattici, e i portatori d’interesse privati che ugualmente lavorano in montagna e per chi ci va – le case produttrici di materiali e abbigliamento tecnici, ad esempio. E tutti quanti messi in rete, a livello locale innanzi tutto e poi a livello regionale e macroregionale: una questione culturale, in quanto tale, coinvolge l’intera società di riferimento e dunque nessuno può sentirsi e dirsi esonerato dal fare la propria parte. Anche perché di mezzo c’è un altro patrimonio collettivo: le nostre montagne. Un patrimonio meraviglioso, unico, inestimabile ma anche delicato, fragile, che ha bisogno di rispetto, sensibilità, cura. Chiedo ancora: possiamo veramente permetterci di banalizzarlo, di lasciare che venga considerato un parco giochi, di consumarlo materialmente e immaterialmente, di degradarlo come molte (troppe) volte già accade?

Non so voi, ma io credo proprio di no.