Piovono soldi

Devono essere particolarmente “dotati”, gli amministratori pubblici piemontesi. Infatti riescono in un colpo solo a risolvere due gravose questioni ambientali che ormai si fanno particolarmente evidenti anche sulle montagne del Piemonte: la carenza di neve e pure la mancanza di pioggia!

Ok, certo, non piove acqua ma piovono soldi coi quali non si alimentano gli acquedotti e nemmeno si bagnano i campi, però come l’acqua si possono… “bere”. Infatti, una volta spesi per le opere previste e vista la realtà climatica e economica che viviamo già ora e vivremo ancor più in futuro, non è un po’ come se tutti quei soldi se li fossero bevuti?

[Mappa degli impianti e delle piste dell’Alpe di Mera. Date un occhio alle quote ove sono situate.]
D’altro canto, leggendo l’articolo al quale si riferisce il titolo lì sopra, è evidente il «costante impegno e per l’attenzione al territorio» e le capacità di sfruttare «Il turismo come motore di sviluppo della Valsesia, in inverno e in estate»… infatti è stata pure finanziata una “zip line”. Già.

Neve artificiale e giostre per adulti. Il turismo che “sviluppa” la montagna. L’attenzione al territorio. Fantastico, vero?

La libertà in montagna

[Foto di Marc Sendra Martorell su Unsplash.]
Qualche giorno fa un amico mi ha sollecitato una riflessione sul tema della libertà in montagna, il quale, ve ne sarete resi conto, è tornato sulle prime pagine degli organi di informazione e nei servizi dei media radio-tv dopo la tragedia della Marmolada – e chissà perché (!) torna sempre in auge dopo siffatti episodi tragici, mai in altri contesti nei quali la discussione sul merito risulterebbe senza dubbio meno condizionata e istintiva e più meditata.

Comunque, la sollecitazione dell’amico – posto che nel suo caso era mirata innanzi tutto alle aree sottoposte a tutele particolari – è di quelle che possono generare riflessioni e considerazioni della durata di giorni. Per farla breve, in senso generale ovvero al di là di casi specifici, è inutile rimarcare che il tema della libertà in montagna è (sarebbe) di base legato alla percezione soggettiva e anche per questo risulta sicuramente delicato, ma io credo più in forza dell’immaginario collettivo diffuso e per la stortura che esso subisce in forza della generale mancanza di cultura e di sensibilità “consapevole” al riguardo. A tale proposito, dal mio punto di vista il problema nemmeno si pone o si porrebbe, perché la libertà è una dote che ha senso e valore solo con la paritetica presenza di consapevolezza e responsabilità – siamo veramente liberi quando ci rendiamo conto di esserlo e di cosa significhi sia in quanto a diritti che a doveri: la libertà inconsapevole è solo una convinzione presunta, non una condizione presente.

In tema di montagna, continuiamo a presentarla come un luogo da fruire esclusivamente in modo ludico, una mera periferia ricreativa, dunque divertente, della città nella quale potersi analogamente comportare da “cittadini”, salvo poi definirla “assassina” con vario corredo di toni e paroloni apocalittici appena qualcuno ci lascia le penne. Come fosse una sorta di confortevole e dilettevole parco giochi cittadino le cui giostre improvvisamente e inauditamente diventano mostri antropofagi che uccidono malcapitati innocenti. Che senso ha? E, posto ciò, che senso può avere l’imporre dei divieti istituzionali quale “soluzione” per la mancanza della suddetta cultura e della conoscenza di ciò che è realmente (e da sempre) la montagna? Con quello che accade di tragico lungo tutto l’anno (oltre 450 morti nel 2020, anno più recente del quale trovo le statistiche del CNSAS) allora la montagna andrebbe vietata sempre! Ci sarebbero più morti, senza i divieti? Forse sì ma per mancanza di cultura e responsabilità, non per assenza di ordinanze amministrative! Le quali, è bene non dimenticarlo, risultano sempre costituzionalmente discutibili per come limitino la libertà delle persone nel contesto naturale in base a situazioni forzatamente considerate “d’emergenza” quando invece sono parte della realtà ordinaria delle montagne – da qualche decina di milioni di anni, eh non da ieri!

Limitarne l’accesso ai monti non è un salvaguardare le persone, è uno scaricarsi di dosso le responsabilità, è un voltare le spalle al dovere (anche politico) di sviluppare una fruizione consapevole dei territori montani, è una dimostrazione di non conoscenza dell’ambiente di montagna e al contempo è una sorta di ottusa negazione della sua naturale pericolosità. Come se quando il pericolo diventa palese e innegabile lo si voglia nascondere per proteggere l’idea della montagna-parco giochi accogliente, divertente e rilassante – cioè facilmente vendibile. Ce la immaginiamo una brochure promozionale con su scritto «Salite tutti in vetta, è bellissimo, è super-wow, ma attenti che se crolla un seracco o cede il sentiero ci lasciate le penne!»? Veramente si vuole arrivare a quella scellerata nonché stupida idea delle bandiere verdi o rosse come al mare, proferita dal Presidente della Provincia Autonoma di Trento poco dopo la tragedia della Marmolada? Peraltro una forma mentis, questa, perfettamente funzionale alla sempre maggiore infrastrutturazione della montagna, al fine di addomesticarla come non mai agli agi turistici e vincerne tutte le sue pericolosità, appunto, traendone il maggior profitto possibile a totale discapito del suo valore e della sua identità culturali.

Una volta – intendo qualche anno fa, mica secoli – chiunque salisse sui monti, che avesse frequentato corsi specifici o per raziocinio popolare diffuso, sapeva bene che lo faceva a suo rischio e pericolo e a prescindere dalla possibilità di essere soccorsi. Oggi la propaganda turistica vende (appunto) l’idea che in montagna ci si possa salire liberamente come se non esistessero rischi e pericoli, poi, quando questi si manifestano, ecco che interviene la propaganda politica – la stessa che patrocina la prima – e vieta tutto come se si avesse a che fare con l’inferno in Terra. Passiamo dal «no limits!» al «all limits!» senza un briciolo di riflessione e di considerazione culturale al riguardo, nonostante nel mezzo di quei due “limits” ci sta tutta la montagna con ogni cosa che le dà forma e sostanza.

Ribadisco: che senso ha?

Detto ciò, come ho già rimarcato, il tema potrebbe essere disquisito per giorni interi, con infiniti rimandi a questioni correlate. Il presente è solo un piccolo e fin troppo conciso contributo personale, senza alcuna pretesa di indiscutibilità – anzi! -, che mi auguro possa agevolare anche in altri la riflessione sul tema, tanto grande da sembrare indefinibile eppure oltre modo importante, che sia correlato alla montagna o qualsiasi altri ambito vitale.

La follia, ai Piani di Artavaggio

Ringrazio di cuore gli organi d’informazione del lecchese che hanno onorato di un loro spazio le considerazioni personali inviate alle rispettive redazioni in merito al progetto regionale di “espansione” dei Piani di Bobbio e di Artavaggio, con particolare attenzione e analisi su questa seconda località, divenuta negli anni un modello di rinascita post-sciistica tanto virtuoso e esemplare quanto, evidentemente, scomodo.

Nel mio piccolo mi auguro, con quelle considerazioni, di contribuire a un dibattito costruttivo sul tema, quanto mai necessario per un autentico buon sviluppo futuro delle nostre montagne in questo mondo sempre più mutevole e problematico.

Nei prossimi giorni troverete anche qui sul blog il testo completo pubblicato dai media citati.

Fare cose belle e buone, in montagna. A Grumes (Val di Cembra), ad esempio

[Grumes in inverno, dicembre 2020. Foto di Syrio, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Grumes è un piccolo centro della Val di Cembra, in provincia di Trento, posto a 850 m di quota, pressoché privo di infrastrutture turistiche “classiche” e apparentemente tagliato fuori dalle rotte del turismo montano. Qui, nel dicembre 2007 è stata fondata la “Sviluppo Turistico Grumes Srl”, società senza scopo di lucro a maggioranza pubblica e partecipata da più di 130 soci locali, che rappresenta lo strumento operativo del Progetto Grumes, avente lo scopo di combattere la diminuzione della popolazione del paese (circa 450 abitanti) tramite iniziative sostenibili di rivitalizzazione del paese, della sua socialità, dell’economia locale e a favore dello sviluppo turistico responsabile.

Grazie alla progettazione partecipata, al coinvolgimento sociale e alla sinergia tra pubblico e privato il territorio ha riacquistato vitalità e valenza economica: nel giro di dieci anni Grumes è diventata la più piccola “Cittaslow” del mondo e il progetto ha ricevuto la “Bandiera Verde” di Legambiente nell’ambito della Carovana delle Alpi 2022. Fra le iniziative realizzate dal progetto nell’arco degli ultimi 15-20 anni, vanno ricordate in particolare:

  • il recupero di strutture dismesse, come l’ex caserma dei Carabinieri trasformata in ostello della gioventù, di una malga abbandonata ristrutturata come rifugio alpino, dell’ex-oratorio divenuto Centro Servizi Sociali;
  • il recupero, la bonifica e il riordino fondiario di oltre 30 ettari di territorio incolto da destinare a produzioni biologiche, come un vigneto con zero trattamenti;
  • la realizzazione del Green Grill dedicato alle specialità enogastronomiche della Val di Cembra;
  • la promozione del turismo sostenibile, con la creazione di itinerari e sentieri tematici (Sentiero dei vecchi mestieri, Giro dei masi, Sentiero botanico…) da percorrere a passo lento, e il sostegno alla creazione e alle attività della Rete delle Riserve Alta Valle di Cembra – Avisio;
  • l’uso sostenibile delle risorse energetiche e ambientali con il teleriscaldamento a biomassa locale, e la diffusione di pannelli termici e fotovoltaici.

Un’attività di molti anni che ha saputo trasformare un piccolo paese in un esempio di coinvolgimento sociale e sostenibilità ambientale ed economica, nonché di modello di sviluppo socioeconomico e culturale per i territori montani che risultano marginali rispetto alle rotte del turismo più o meno massificato – marginali per fortuna, viene da pensare, poste le peculiarità del territorio di Grumes e le potenziali alternative innovative che offre e che sta portando avanti con successo.

Tutto ciò, alla faccia di chi continua a sostenere che la montagna può vivere unicamente grazie al turismo, dimenticando bellamente di dire una cosa pur ovvia cioè che non si può portare turisti su tutte le montagne (perché ovviamente non tutti i territori di montagna hanno la possibilità di sostenerlo e di infrastrutturarsi al riguardo) nonché di evidenziare che la risorsa turistica è certamente preziosa e importante ma solo quando sia consona al territorio, non sia preponderante e venga gestita in una relazione equilibrata con la realtà sociale autoctona, l’economia locale e con la sua necessaria indipendenza: altrimenti tali luoghi diventano meri ostaggi del turismo col rischio, come accaduto già in numerose località, di restare a piedi nel momento in cui quel turismo viene a mancare.

Per saperne di più su Grumes e sul suo progetto di sviluppo turistico e socioeconomico, visitate il sito web vivigrumes.it.

N.B.: molte delle informazioni presenti in questo mio articolo le ho tratte dal report che ha motivato l’assegnazione alla società “Sviluppo Turistico Grumes Srl” della “Bandiera Verde” di Legambiente.

N.B.#2: Altre cose belle e buone fatte in montagna:

Una cartolina dal Breuil e una dal Braulio

Un amico che sa della mia malsana passione per la toponomastica mi chiede se vi sia qualche attinenza etimologica tra i toponimi di forma e suono molto simili relativi a due località alpine parecchio distanti tra di loro: Breuil, ovvero il villaggio “sul” quale è sorta Cervinia, in Valle d’Aosta, e Braulio, monte e valle (con torrente) tra Bormio e il Passo dello Stelvio in Lombardia.

La domanda è legittima perché accade spesso che toponimi di luoghi anche molto lontani tra di loro, aventi forme lessicali simili oppure differenti dacché adattate agli idiomi locali ma con antiche radici comuni, risultino parimenti dotati dello stesso significato. Nel caso specifico però la risposta è no: il valdostano Breuil è un toponimo derivato dalla voce franco-provenzale breuil o braoulé, che indica i piani paludosi di montagna, cioè l’aspetto che probabilmente un tempo aveva il fondovalle della conca alla testata della Valtournenche ove oggi sorge Cervinia; il lombardo Braulio, invece, un tempo scritto anche nelle forme Braulii o Mombragli e la cui radice è la stessa di un’altra montagna della zona, il Piz Umbrail (a volte italianizzato in Ombraglio), è un toponimo il quale sembra richiamare l’ombra che caratterizza la media e bassa valle omonima, un canyon incassato e profondo più di 800 metri rispetto alle creste delle cime circostanti. Il “Monte dell’Ombra”, insomma.

In ogni caso, che abbiano origini e significati comuni o differenti, fateci caso a quanto siano affascinanti i toponimi, specialmente quelli di luoghi così carichi di storie, bellezze, fascini, narrazioni, peculiarità geografiche, ambientali e paesaggistiche come quelli di montagna. Come sostengo spesso al riguardo, il toponimo è un piccolo e immateriale scrigno che sa custodire un sacco di tesori culturali sempre pronti da scoprire, leggere, conoscere e dai quali farsi illuminare nonché, come ha scritto Paolo Rumiz ne La leggenda dei monti naviganti, è una garanzia affinché ci siano sempre i luoghi, cioè quegli ambiti che sono il frutto della relazione tra il territorio, le sue caratteristiche e le genti che nel tempo lo hanno attraversato, vissuto, abitato, modificato. Per questo conoscere i toponimi e ciò che custodiscono è un po’ conoscere i luoghi che identificano in un modo tanto immediato quanto inaspettatamente profondo. Abbiatene sempre cura, dunque: il loro valore è realmente inestimabile!

(Cartolina in alto: il Breuil intorno al 1900; fonte www.comune.valtournenche.ao.it. Cartolina in basso: la valle del Braulio con la strada che da Bormio sale al Passo dello Stelvio; foto di Philip Pikart, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.)