[Foto di harzpics da Pixabay.]Al giorno d’oggi, destinare soldi pubblici* all’industria dello sci equivale nel principio a investire a inizio Novecento nella produzione di diligenze sostenendo – come qualche “esperto” di finanza del tempo faceva – che «Il cavallo resterà, l’auto è passeggera».
Sono 12 milioni gli italiani che scelgono la montagna nel primo trimestre di quest’anno: 7,5 milioni fanno soggiorni di una settimana o un periodo un po’ più breve, per i restanti 4,5, si tratta invece di escursioni giornaliere; la spesa media è di 540 euro a testa.
Le motivazioni delle vacanze in montagna sono cambiate dopo la pandemia: escursioni naturalistiche, degustazioni enogastronomiche, relax in Spa e centri benessere, shopping sono le quattro attività più importanti indicati dagli intervistati. Solo al quinto posto la pratica dello sci e di altri sport invernali.
Ecco. Solo al quinto posto. Un dato che peraltro è assolutamente in linea con quanto rilevato da numerosi altri studi rispetto al calo costante del numero di sciatori che perdura da tempo.
Be’, viene da pensare che, forse, la maggiore minaccia per la sopravvivenza di molti comprensori sciistici sulle montagne italiane non sono i cambiamenti climatici. Già.
*: per la cronaca, oggi i privati investono nello sci solo se direttamente coinvolti nella gestione dei comprensori sciistici; in caso contrario, come dimostrano molti tentativi di project financing a supporto di nuove infrastrutture sciistiche andati a vuoto, ormai non lo fanno ormai più, sapendo bene che un tale investimento finirebbe inesorabilmente in perdita. Questo, ribadisco, non significa che le stazioni sciistiche devono chiudere, ma che buona parte di essere è destinata a chiudere, a prescindere che si sia a favore o contro, evenienza che all’atto pratico non conta nulla.
Il servizio di Massimo Sonzogni sull’andamento climatico in Lombardia e sulla situazione ambientale sempre più fragile, andato in onda nel telegiornale di “Bergamo TV” lunedì 6 febbraio 2023. Inutile rimarcare che oggi, una settimana dopo, quanto affermato nel resoconto di Sonzogni vale ancora di più.
[Il nucleo di Costa, o Costa Antica, Monte Marenzo, Val San Martino.]
Il problema della tutela e del rispetto per il paesaggio è un fatto intimo, da riportare alla coscienza individuale, anche se rientra tra i grandi fatti territoriali, collettivi e addirittura planetari. Non servono prediche, indicazioni disciplinari pesanti, ma solo la lieve carezza di uno sguardo verso il maggiore dei doni che ci sono stati dati sulla Terra e che quindi deve essere amato e rispettato, come bene sacro, troppo spesso tradito in cambio di beni puramente materiali. [Eugenio Turri]
È l’uomo che fa il paesaggio, trasformando il territorio, adattandolo ai propri bisogni, creando luoghi, interagendo con essi e definendoli in base al vissuto collettivo e alla cultura condivisa dal gruppo abitante. Ma tutto ciò genera un pari fenomeno “di ritorno” per il quale è il paesaggio a fare l’uomo, influenzandone la presenza nel territorio, determinando la percezione dei luoghi e dei contesti, contribuendo alla formazione del valore culturale dell’abitare umano in esso. È un perenne do ut des che sta alla base della nostra relazione con il territorio identificato dal proprio paesaggio, uno scambio costante tra azioni materiali e nozioni immateriali (e a volte viceversa) le une dipendenti dalle altre in un modo il più possibile equilibrato il quale solo all’apparenza è determinato dalle circostanze e dai bisogni momentanei ma, in realtà, viene elaborato proprio dalla cultura che si è formata nel tempo durante la relazione tra luoghi abitati e uomini abitanti.
La capacità di preservare l’equilibrio che dà valore a questa relazione è ciò che può determinare la più funzionale e proficua armonia tra elementi antropici, territorio e ambiente, oltre che la piacevolezza estetica della sua visione e la percezione positiva del paesaggio che se ne ricava. Quando invece l’equilibrio non viene rispettato e la reciprocità viene sbilanciata con il perseguire una dominazione forzata sul territorio ovvero una sua trasformazione eccessiva, non solo si conseguirà un’inevitabile disarmonia e un abbruttimento del paesaggio, ma col tempo si cagionerà un contrasto, un dissidio anche in chi interagirà con il territorio in questione, abitandolo o frequentandolo. Fare male il paesaggio – e fare male al paesaggio – significa fare male a chiunque lo viva: ciò risulta un’eventualità ancora più grave nel caso in cui colui che cagiona un danno al paesaggio e colui che lo vive sono lo stesso soggetto, espressione dello stesso gruppo. È una forma di autolesionismo (quasi sempre) inconsapevole che non per questo risulta meno deleteria, alla lunga, anzi: lo è anche di più non venendo còlta in tutta la sua pericolosità. In chiave politica, è una delle maggiori responsabilità e, se mal gestita, delle maggiori colpe di un amministratore locale che non voglia o non sappia comprendere il valore della relazione attiva tra il suo gruppo abitante e il luogo che abita, e anche per questo decida di usufruire del luogo in maniera disequilibrata e carente di consapevolezza culturale, il che denota anche una mancanza di sensibilità e cura verso il paesaggio del quale si è causa e effetto.
Così nascono luoghi piacevoli nei quali è altrettanto piacevole stare oppure, al contrario, spazi vissuti ma privati di equilibrio e armonia, nei quali lo starci inevitabilmente genera disagio, spaesamento, alienazione. Sarà merito nell’un caso o colpa nell’altro ma comunque è causa nostra, di noi che gestiamo politicamente il territorio determinandone il paesaggio e che sappiamo relazionarci con esso armonicamente oppure disordinatamente. Perché quando osserviamo un paesaggio, in realtà osserviamo noi stessi, e prima che fuori, è dentro di noi che dobbiamo ricercare la sua bellezza.
C’è infatti un modo di conoscere che è puramente mentale, una faccenda dell’intelligenza e basta. E c’è un modo di conoscere con i propri muscoli, con la propria carne, con la propria esperienza. Questo è quel “conoscere” che è assieme un “fare” e che è proprio di Dio il quale, come dicevano teologi e filosofi, conosce il mondo in quanto l’ha creato, l’ha fatto.
L’alpinismo è appunto una delle forme di conoscenza dove più inestricabilmente si uniscono il conoscere e il fare. Dove il soggetto si impadronisce anche materialmente dell’oggetto conosciuto.
Le montagne che non abbiamo ancora salito sono qualche cosa di esterno a noi. Materia grezza non ancora illuminata dalla luce dello spirito. Le montagne che abbiamo già “fatto” sono diventate parte di noi stessi, condividono la nostra natura umana. Non son più materia, ma spirito.
La fortuna di conoscere persone variamente interessanti si manifesta anche negli ottimi spunti, contributi, opinioni, idee, opere, altrettanto variamente intriganti, che mi sanno offrire. Quando poi si manifestano quasi in contemporanea, per una di quelle “coincidenze” che non viene da ritenere tali ma fenomeni più attinenti alle cosiddette congiunzioni astrali (se mai se ne possano identificare al punto da credervi ma facciamo che sì, si possa), tali spunti diventano ancora più interessanti e intriganti.
Così ieri Federica Baldelli ha richiamato la mia attenzione su quel passo del celebre scritto montano di Massimo Mila (che fu musicologo di fama mondiale ma pure ottimo alpinista) e, poco dopo, Cesare Martinato, fotografo di gran pregio, ha pubblicato l’immagine che vedete lì sopra. E l’un e l’altro contributo dei due amici mi sono subito sembrati del tutto armonici. Ecco.
Il “caso San Primo”, ovvero la questione del progetto di “rilancio turistico” del Monte San Primo (la montagna più alta del Triangolo Lariano, tra i due rami del Lago di Como) proposto dalle amministrazioni pubbliche locali, della cui discutibilità molto si è scritto sui media nelle ultime settimane, si palesa come profondamente emblematico di certa progettualità turistica che viene frequentemente proposta nei territori montani (quasi sempre sotto forma di infrastrutturazione sciistica) in base a motivazioni puramente economico-commerciali ma spesso senza alcuna cura verso le situazioni ecologico-ambientali di quei territori, e tanto meno della loro storia e della realtà quotidiana nonché futura delle genti che li abitano.
Di molte di queste situazioni, degradate in fallimenti che hanno devitalizzato le relative località o evolute in processi di riconversione turistica più consone alla realtà climatica e economica contemporanea ne scrive Inverno Liquido, il libro di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli pubblicato lo scorso gennaio da DeriveApprodi (qui accanto ne vedete la copertina): un testo fondamentale per inquadrare al meglio il tema suddetto e per acquisirne una conoscenza utile a comprenderne la portata.
Contestualmente al “caso San Primo”, sabato 18 febbraio prossimo, dalle ore 20.30 presso la Sala “Isacchi” di Ca’ Prina a Erba (Como), avrò l’onore di condurre e moderare la serata dedicata alla presentazione di Inverno Liquido e delle iniziative messe in atto per la salvaguardia del Monte San Primo dal Coordinamento costituitosi al riguardo il quale riunisce trenta associazioni operanti nel territorio in questione e su scala regionale.
La prima parte della serata sarà dedicata, come detto, alla presentazione del libro di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli e alla discussione del suo tema principale, «La crisi climatica, le terre alte e la fine della stagione dello sci di massa». La seconda parte sarà invece mirata alla contestualizzazione di questo tema alla vicenda del Monte San Primo e all’illustrazione del progetto presentato dalle amministrazioni pubbliche locali – contrastato dal Coordinamento – che prevede la realizzazione di nuovi impianti sciistici e di un impianto di innevamento artificiale, oltre che altre opere, tra cui nuovi parcheggi. Verranno quindi presentate le controproposte elaborate dal Coordinamento per una fruizione più sostenibile del Monte San Primo e per la salvaguardia del suo prezioso e per molti verso unico paesaggio, dotati di grandissime potenzialità di frequentazione turistica sostenibile e in armonia con l’ambiente locale.
L’ingresso alla serata è libero fino a esaurimento posti. Qui trovate l’evento su “Facebook”, mentre per qualsiasi ulteriore informazione potete scrivere a info@circolomabiente.org.
Credo potrà essere un’altra importante e utile occasione a cui partecipare per sviluppare un’informazione completa e una compiuta consapevolezza non solo in merito al caso in questione ma in generale sulla necessità di progettare al meglio e con la massima cura possibile il futuro delle nostre montagne e della relazione con esse, per il bene di tutti: abitati, residenti, lavoratori, turisti occasionali o abituali.