[Foto di Dario Brönnimann da Unsplash.]Stasera non provate a chiamarmi o a contattarmi… fate conto che non ci sia, ok?
C’è ancora un bel vento da Nord che mantiene il cielo estremamente limpido e l’aria frizzante, quindi anche stasera, come ieri sera, sarò sicuramente impegnato con Loki (il mio segretario personale a forma di cane, sì) a contemplare il cielo stellato, già.
Trovo che, per quanto mi riguarda, sia una delle cose più belle e più appaganti che possa fare, e appena l’occasione è buona – ovvero le condizioni meteo sono consone – non me la perdo per nulla al mondo. Viaggio con lo sguardo tra le varie costellazioni, mi diletto a cogliere il movimento apparentemente impercettibile ma in realtà evidente e costante delle stelle sopra i neri profili del paesaggio oppure le variazioni del brillio dei vari astri, nel frattempo godo del silenzio della notte sui monti oppure del rumore di fondo per nulla fastidioso e semmai armonico del vento in quota che, nelle giornate come questa, vivifica e sembra far vibrare ogni cosa.
Insomma, è uno spettacolo cosmico imperdibile, che fa bene alla mente, al cuore, all’animo e allo spirito – almeno a me questo fa, senza alcun dubbio. Quindi, se volete un buon consiglio, non cercatemi nemmeno e semmai, se pure da voi le condizioni lo permettono, godetevi quello spettacolo insuperabile e incantatevi a osservare le stelle, regalatevi questa emozione meravigliosa. Come ho scritto già altre volte, vi sentirete sintonizzati sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa e nel cuore avrete la luce delle stelle.
L’inverno che sta per finire è stato, a mio modo di vedere, un’altra stagione indegna per l’Europa e la sua civiltà, in tema di gestione dei flussi migratori. Oltre a quella ormai cronica nel contesto mediterraneo, la situazione venutasi a generare degli stati balcanici occidentali testimoniata dalle immagini che pubblico qui – solo alcune tra le innumerevoli che si posso trovare sul web – semplicemente non può essere accettata da nessuno. È vergognosa, ignobile, inumana: oggi, anno 2020/2021, peraltro dopo tutte le tante parole spese sulla questione negli anni scorsi non si possono trattare degli esseri umani in questo modo, punto.
Tutto quanto, lo ribadisco ancora una volta (qui trovate alcuni miei contributi sul tema), nasce a mio parere dal fatto che la politica, nei vari ambiti nazionali e in quello internazionale, continua a non considerare la questione immigrazione innanzi tutto dal punto di vista sociologico e antropologico, prima che da quello della gestione politica, in forza di ciò continuando (non certo inconsapevolmente) a non comprenderne la realtà e la portata fenomenologica in quegli ambiti citati oltre che sotto l’aspetto prettamente geopolitico. La questione viene indefessamente trattata a livello emergenziale, in senso strettamente sincronico al suo accadimento, senza alcuna visione diacronica e geografica, regolarmente oggettivizzata e strumentalizzata – in ogni senso, sovranista e xenofobo o globalista e buonista o che altro – in base agli interessi del momento oltre che per profonda ignoranza culturale, il che inevitabilmente ne disumanizza la realtà portando alle conseguenze che le immagini fotografiche illustrano.
Io non ho per nulla – e ribadisco: per nulla – una visione ideologica e strumentale della questione, rifuggo qualsivoglia bieco sovranismo o sconsiderato globalismo, non osservo quando accade nel Mediterraneo o nei Balcani oppure altrove come fosse mera cronaca e fonte di vuoto “opinionismo” ma, appunto, non posso non considerare tutto quanto se non partendo dal suo chiaro e potente senso culturale ovvero socioantropologico. Poi viene tutto il resto, ma nulla può venire se non si “entra” nella questione da quella porta analitica fondamentale, quando ogni altro “ingresso” non è che una forzatura distorcente e inesorabilmente degradante. Non sono sovranista o globalista, sono umanista, e non solo nell’accezione geografica o filosofica del termine ma soprattutto perché umano, io esattamente come gli individui ritratti nelle immagini qui presenti e coinvolti nelle varie situazioni correlate.
Per tali motivi ritengo ineluttabilmente quelle immagini e quelle situazioni inaccettabili e vergognose, tanto più che accadono nella parte formalmente più civile e avanzata del pianeta. Per farla breve: o si permette a quelle persone che decidono di migrare di restare nei propri paesi d’origine garantendo loro un’esistenza dignitosa così che non siano costretti a partire (ma è un’evenienza che mi sembra ancora assai lontana dal poter essere realizzata, visto poi lo scarso impegno dei paesi più avanzati al riguardo), oppure, se li si fa partire, li si deve accogliere altrettanto dignitosamente, compatibilmente con le possibilità dei luoghi d’accoglienza e come l’umanità di noi che “umani” ci definiamo, di nome, di fatto e per “virtù”, impone a qualsiasi individuo che non stia commettendo gravi misfatti. Ogni altra eventualità che porti a situazioni come quelle in corso nei Balcani o altrove è un atto criminale, ne più ne meno.
Ecco, io la penso così.
P.S.:qui potete scaricare gratuitamente il dossier La rotta balcanica. I migranti senza diritti nel cuore dell’Europa, edizione aggiornata a cura della rete RiVolti ai Balcani. Cliccando poi i link di origine delle varie immagini, nell’elenco qui sotto, potete raggiungere altri contenuti sul tema.
[Foto di CDC da Unsplash.]…e ho già spento il riscaldamento, qui dove lavoro abitualmente, per la prima volta in questa stagione invernale. 20 gradi all’aperto, margherite a iosa sui prati, mosche in volo, neve in dissolvimento ogni ora di più, sui monti qui intorno. Il Generale Inverno, da qualche tempo ormai degradato ma che quest’anno ha cercato di tornare a comandare anche qui come ai vecchi tempi, in certi casi riuscendoci pure, sembra già un sottotenentino impaurito e affannato pur essendo formalmente ancora il comandante in capo, almeno fino alla fine del mese in corso. Tuttavia la primavera gli sta già rendendo fin troppo roventi le mostrine inducendolo a ritirarsi rapidamente in qualche nascosta garitta, senza alcun rispetto per la sua (pur degradata) autorità e nonostante, appunto, sia solo il 24 di febbraio.
Insomma,lo dicevo io che la sentivo arrivare, la primavera, già quasi un mese fa! Ecco.
Imbufaliti anche in Valmalenco per questo nuovo stop. «Non è una questione di chiusura di impianti di risalita – afferma Roberto Pinna, direttore del Consorzio turistico Valmalenco e Sondrio – ma di una lenta agonia dei territori montani.» (Da “La Provincia di Sondrio” del 15 febbraio 2021.)
Torno su un tema verso il quale sono particolarmente attento per affermare che, senza dubbio, le rimostranze dei gestori dei comprensori sciistici, a fronte della (a dir poco) disordinata gestione “politica” delle chiusure di impianti e piste (anche in confronto ad altri assembramenti parimenti inaccettabili, se si resta alle indicazioni istituzionali, come quelli dei centri pedonali delle città, domenica scorsa invasi di gente come e peggio che una pista da sci – qui un esempio al riguardo) sono ben comprensibili, a questo punto delle cose.
D’altro canto, tuttavia, certi “industriali dello sci” come quello protagonista della citazione qui sopra si contraddistinguono nuovamente per una assai fosca (nel senso di bieca e pure di miope) mentalità imprenditoriale, riproponendo argomenti che provengono, negli evidenti principi di fondo, da una realtà turistica di decenni addietro. Ribadisco: se nella situazione attuale le tante proteste dei gestori degli impianti per certi aspetti sono senza dubbio comprensibili (e lo dico io che non sono affatto un sostenitore, nel presente e per il futuro, di questo tipo di turismo invernale), il citato personaggio strumentalizza di nuovo la questione cercando di ribaltarne i termini e sostenendo, in pratica, che senza impianti e sci su pista la montagna “muore”.
Peccato che è proprio un modo di pensare del genere, tipico di chi si disinteressi alla storica, concreta e autentica realtà delle zone montane sopravanzandovi i propri interessi di parte, a soffocare la montagna da tempo: l’agonia citata è in molti casi cagionata anche, se non soprattutto, dalla distorta visione imprenditoriale imposta ai territori montani (e ad essi ormai sostanzialmente avulsa) dagli esercenti degli impianti a fune e dal contorno politico sovente pressoché privo di visione culturale, oltre che amministrativa e economica. In verità, se di “agonia” c’è da discutere, è palesemente l’industria dello sci ad esserlo, così pervicacemente legata ai modelli di sviluppo turistico degli anni ‘70/’80 del secolo scorso, del tutto superati e sostanzialmente falliti, e incapace di rinnovarli (e rinnovarsi) restando in relazione con la realtà-di-fatto montana – economica, sociale, culturale, ambientale, climatica – attuale e futura.
Da tale punto di vista – anzi, da quello opposto, mi viene da dire – la pandemia in corso sta facendo capire molte cose, non solo potenzialmente, su come dovrebbe e potrebbe rinascere la montagna ove finalmente svincolata, ovvero non più tanto sottomessa e dipendente, dal solo turismo dello sci su pista: un nuovo modus operandi che già tanti stanno indicando e sul quale si sta disquisendo sempre di più (cito ad esempio, tra i tanti, il numero 107 del newsmagazine dell’associazione Dislivelli, significativamente intitolato “Non di sola pista”, oppure l’ultimo numero di “Montagne360”, il mensile del Club Alpino Italiano, dedicato alle strategie di sviluppo turistico sostenibile per superare la “monocultura” dello sci alpino).
Tutto questo, nonostante ciò che alcuni dei rappresentanti del relativo comparto turistico come il citato Roberto Pinna sostengono, appunto. Anzi: tutto questo proprio in forza di quanto essi sostengano e che in generale dimostra bene, purtroppo, come il rapporto tra turismo dello sci e territori di montagna sia diventato spesso viepiù antitetico e non equilibrato come ormai oggi, nel 2021, con tutte le esperienze acquisite negli anni scorsi, dovrebbe essere.
Sono giornate dalle condizioni meteorologiche variabili queste, qui dalle mie parti, e sovente i monti sui quali vivo sono avvolti dalla nebbia: a volte poco più che una foschia, altre volte tanto fitta da poterla quasi abbrancare – o, come si dice in tali casi, “da poter essere tagliata con un coltello”.
Fa paura a tanti, la nebbia, mette inquietudine, disorienta e confonde. È senza dubbio pericolosa in certi casi, inutile rimarcarlo; eppure, quando avvolge il paesaggio naturale e ne rende evanescenti i contorni, gli alberi, i profili delle case, le luci artificiali, ovattando pure (almeno così pare) suoni e rumori, a me dona una sensazione di cordiale intimità. Non mi ci sento disperso e privo di coordinate spaziali, oppure confuso dall’impossibilità di vedere cosa ho intorno, anzi, al contrario è come se la nebbia mi acuisse la sensibilità sensoriale, mi obbligasse a percepire ancora meglio la mia presenza e il moto nello spazio dando maggior importanza ai dettagli minimi, quelli che ogni tanti emergono più o meno indistinti dal velo brumoso e che da soli devono e possono disegnare nella mia mente il paesaggio nelle vicinanze. Un paesaggio totalmente avvolto in questa coperta nebbiosa, forse disorientato ma, in fondo, per certi versi anche protetto da essa.
Poi, certo, ammetto che forse tutto ciò deriva dalla mia personale, e probabilmente inopinata, passione per i climi “difficili” – pioggia, gelo, nebbia, eccetera – ma ciò non per un personale eventuale ombrosità d’animo, semmai perché grazie ad essi posso ancor meglio apprezzare e godere i climi più luminosi, confortevoli, accoglienti, sapendo che gli uni e gli altri sono comunque due aspetti dello stesso paesaggio che vivo e con il quale in ogni caso mi relaziono, ogni volta che lascio le mura domestiche. Indispensabilmente, che piova, nevichi, vi sia nebbia o che splenda il più abbacinante Sole.