Il bene comune

[Foto di Chavdar Lungov da Pixabay.]
C’è un concetto che, nelle buone pratiche di gestione e sviluppo dei territori abitati e antropizzati, siano essi urbani oppure rurali (in questi secondi con particolare evidenza), sta prendendo sempre più piede ovvero assumendo un necessaria e imprescindibile valore: quello dei “beni comuni”, più spesso definiti col termine inglese commons. Vi sono definizioni similari ma specifiche di “bene comune” nell’ambito della filosofia, delle scienze politiche, dell’economia e dell’ecologia, tuttavia non di rado confuse l’una con l’altra, ma in genere, quando si parla di territori abitati, il concetto di commons più apprezzato è quello della politologa Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia 2009: i commons sono risorse materiali o immateriali condivise, ovvero risorse che tendono a essere non esclusive e non rivali (un bene è “rivale” quando l’uso da parte di un soggetto impedisce l’uso da parte di un altro soggetto), e che quindi sono fruite (o prodotte) tendenzialmente da comunità più o meno ampie. In tal senso, la gestione diretta – e quindi tendenzialmente democratica – dei commons da parte delle comunità è, in generale e a certe condizioni, più efficiente e sostenibile della gestione eterodiretta da parte privata o pubblica, ciò perché più legata a un interesse pratico e sussistenziale nonché a elementi storici, culturali, esperienziali, identitari che una gestione privata o una meramente politico-amministrativa non possono garantire, semplicemente perché non ce l’hanno nel proprio dna (qui trovate un ottimo approfondimento al riguardo).

Posto ciò, i territori di montagna, tendenzialmente delicati e “difficili”, sono quelli dove la gestione dei beni comuni è non solo più evidente ed emblematica, ma risulta del tutto necessaria per lo sviluppo armonioso delle comunità residenti nella relazione con i luoghi abitati, vissuti e sfruttati e per la reciproca salvaguardia. L’economia delle Alpi, ovvero quell’insieme di attività che garantisce la sussistenza e il benessere, include una tradizione multicentenaria di gestione collettiva di beni e risorse. Di fatto nelle Alpi ancora oggi esistono istituzioni di proprietà collettive, leggi di uso civico e pratiche culturali che tramandano e tutelano questa gestione collettiva. Ogni territorio alpino ha i propri beni comuni e commons, intesi come sistema sociale ed economico che si crea attorno ai beni comuni.
Per contribuire alla vitalità delle Alpi, i commons, come sistemi sociali, devono essere inclusivi e aperti al dialogo col mondo che cambia. Donne, giovani e nuovi abitanti, spesso esclusi dalla gestione dei beni comuni alpini tradizionali, devono poter partecipare al processo di presa di decisione. Le loro idee e i loro punti di vista sono fonte di rinnovamento e rivitalizzazione attorno a progettualità concrete. Allo stesso tempo vanno tutelati da tendenze che vogliono omologare e ridurre i processi di cogestione al solo criterio dell’efficienza perché è proprio il tempo, l’incontro e le relazioni che danno forma alla comunità attorno alla cura di un bene, che quindi diventa comune e contribuisce allo sviluppo della resilienza socio-economica locale. Se una volta i beni comuni o le almende nelle Alpi, come boschi, alpeggi e malghe, servivano per sostenere la vita dura in questo territorio fragile, oggi essi tutelano la biodiversità, una cultura identitaria situata ma aperta e mantengono vivo il collegamento al territorio. Con questa tutela contribuiscono anche sensibilmente al sostentamento della comunità, perché integrano forme diversificate di economia e hanno al proprio centro la conciliazione tra il benessere delle persone e della natura.

È insomma un concetto e una pratica fondamentale, quella dei commons, da conoscere, comprendere e attuare, per il bene del mondo in cui viviamo e per garantire ad esso, ovvero per garantirci, un futuro più equilibrato e dunque più armonioso e fecondo – di beni materiali e immateriali, di evoluzioni, sviluppo, possibilità, progettualità, bellezza.

N.B.: ho tratto la riflessione sui commons alpini da “Alpinscena” nr.107, la rivista della CIPRA, il cui ultimo numero è dedicato proprio al tema dei beni comuni nelle Alpi.

 

Il paesaggio nella testa

[Il paesaggio intorno a San Quirico d’Orcia, Siena. Foto di Luca Micheli da Unsplash.]

Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.

(Lucius Burckhardt)

Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia bello? Perché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.

E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noi, è una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe, per così dire, di essere “brutto” dentro?

Ne (ri)parlerò (perché l’ho già fatto di frequente, qui sul blog) a breve di questo tema e di Lucius Burckhardt, personaggio tanto poco noto quanto assai significativo e a suo modo illuminante.

Formaggio fa rima con paesaggio

[Formaggi della Val di Fassa, Trentino. Immagine tratta da qui.]
Sapete che a mangiare del buon formaggio di montagna non solo fate parecchio felice la vostra pancia ma contribuite a salvaguardare il prezioso valore culturale dei territori alpini e dei loro meravigliosi paesaggi – un patrimonio ovvero un bene comune di tutti noi e che chiunque ha la responsabilità di salvaguardare?

In effetti pochi prodotti dell’uomo come i formaggi di montagna portano “dentro” e offrono, oltre a una gran bontà, un bagaglio di cultura e saperi storico-geografici sovente considerevoli e che rappresentano un esempio emblematico di “bene comune” di natura sia materiale che immateriale. E dentro questo bene comune cultural-caseario ce n’è un altro al quale a nessuno o quasi, suppongo, verrebbe di pensare ma che a ben vedere è la base stessa dell’esistenza dei formaggi: i microbi presenti in essi, ciò che conferisce loro il sapore così gustoso.

L’antropologa culturale Roberta Raffaetà ha analizzato questo common – per usare il termine anglosassone abituale nelle discipline scientifico-umanistiche a indicare i beni comuni – tanto particolare quanto fondamentale per l’economia dei territori alpini: «La biodiversità microbica rende i formaggi di ogni malga unici e diversi da tutti gli altri», spiega l’antropologa, citata sul numero 107 di “Alpinscena”, il magazine di CIPRA International. Nel dopoguerra si è verificato un vero e proprio processo di abbandono delle malghe e molte conoscenze, pratiche e colture di batteri sono andate perdute. Queste, negli ultimi anni, sono state recuperate ma al tempo stesso reinventate da alcune organizzazioni, enti di ricerca e giovani, nel tentativo di valorizzare la loro importanza culturale ed economica. Le metodologie di produzione e le pratiche economiche messe in campo sono molteplici, quindi vanno discusse in maniera democratica in modo da conciliare diversi punti di vista e per tutelare il patrimonio collettivo microbico che si esprime nelle esperienze gustative del formaggio, capaci di collegare i microbi lattici al paesaggio naturale e culturale.

Ovvero, per farla breve, assaporando e gustando i formaggi alpini mettiamo in pratica e valorizziamo non solo il legame tra essi e i territori nei quali nascono e vengono prodotti, ma la nostra stessa relazione con quei territori e con i loro paesaggi – in senso generale e in quanto “paesaggi gustativi e emozionali” in grado di trasformare il gusto e la bontà del formaggio in esperienze di conoscenza culturale dei luoghi di origine.

Il tutto, ribadisco, facendo felice e appagata la vostra pancia. Cosa si potrebbe desiderare di meglio?

Il paesaggio come “patrimonio genetico”

[Foto di pasja1000 da Pixabay.]
Noi esseri umani, fin dalla notte dei tempi e in fondo come ogni altro animale, riteniamo fondamentale marcare ovvero contrassegnare lo spazio nel quale viviamo, affermando con tale pratica il nostro essere – il che, paradossalmente, ci ricorda pure la nostra “animalità”, appunto. Ma, in buona sostanza, cosa contrassegniamo?

Anch’io, da quando il mio vagare nello spazio s’è fatto consapevole – o meglio: da quando ho sentito il bisogno di conseguire una maggiore consapevolezza di quanto stessi facendo, comprendendo che non era un semplice moto nello spazio fine a sé stesso (e non solo per una mia volontà che non lo fosse) e del quale percepivo, pur in tutta la sua apparente semplicità, molti più sensi di quello meramente ludico-ricreativo (anche senza afferrarli, in principio), mi sono inevitabilmente chiesto cosa realmente stessi praticando e, forse anche di più, dove lo stessi praticando (al fine di rispondere poi all’inevitabile ulteriore domanda: perché lo facessi). La “Natura” in generale, la montagna, le vette, le dorsali i versanti i boschi le colline le valli i prati i nuclei abitati piccoli e grandi… ok, ci siamo, ma cos’è tutto questo? È quasi doveroso chiederselo, nel personale processo di acquisizione della consapevolezza del muoversi nello spazio, non fosse altro per l’ambiguità di fondo presente proprio nel vocabolo “spazio”, estremamente indeterminato e potenzialmente fuorviante: in fondo tutto è spazio, dalla più piccola porzione di terreno fino alle vastità cosmiche (senza contare che certa antropologia contemporanea – Marc Augé, ad esempio – usa il vocabolo “spazio” per designare le superfici “non simbolizzate” del pianeta, cioè quelle magari praticate dall’uomo ma sostanzialmente non vissute).

In verità, ogni volta che cammino lungo un qualsiasi itinerario che attraversa uno spazio, una certa porzione di mondo, mi rendo concretamente conto di come tutti gli elementi naturali e antropici che vi ritrovo sono come tante tessere d’un mosaico composto da diversi strati, i quali a volte sono uno sopra l’altro ma più di frequente sono l’un l’altro accostati o impilati, combinati e connessi. Se gli ambiti frequentati dall’uomo si possono considerare come palinsesti antropologici, in senso materiale, ugualmente ciò vale anche in senso immateriale e riguardo i concetti descrittivi e identificativi che nel tempo le scienze umane hanno formulato per consentire di dare alcune buone risposte a chi come me, quando si muove nello spazio, si chiede il “senso” e il valore del proprio moto in relazione allo spazio in cui si manifesta – al di là del mero godimento estetico dell’andare per sentieri.

Fondamentalmente quegli strati, grazie ai quali io cerco di cogliere in un unicum prima visivo e poi intellettuale e culturale la porzione di mondo che frequento e nella quale sto viaggiando, sono tre. Il territorio è lo spazio fisico in cui mi muovo, quello a volte determinato da caratteristiche geofisiche (monti, fiumi, mari…), in altri casi correlato ad una determinata pertinenza oggettiva (cultura comune, lingua, usi e costumi, storia politica, eccetera) che ne può determinare le caratteristiche materiali e immateriali – la cosiddetta territorializzazione.

Muovendomi nel territorio, entro in relazione con esso e in esso mi caratterizzo come un elemento più o meno interattivo: divento parte dell’ambiente, inteso come il complesso delle cose in relazione reciproca nel e col suddetto (determinato) territorio. L’ambiente, in pratica, è il risultato delle qualificazioni e delle trasformazioni biologiche, storiche e culturali del territorio messe in atto da tutti gli elementi ivi presenti. Trovo molto interessante, al riguardo, il termine tedesco per ambiente, umwelt, nel quale il prefisso um– anteposto al vocabolo welt, “mondo”, esprime un senso di circolarità e dunque di totalità omnicomprensiva di ogni cosa che faccia parte del mondo o, contestualizzando il vocabolo, di un certo territorio.

Dunque, nel mio andare per il mondo mi muovo nel territorio (geografico) ed entro in relazione (biologica) con il suo ambiente: lo vivo, in buona sostanza, e non solo in senso fisico ma pure, anche più, in senso emotivo. Determino il luogo, che la geografia umana definisce proprio come lo spazio emotivamente vissuto. In tal senso la definizione di luogo è legata alla mia soggettività, alla personale percezione della sua realtà in senso materiale e ancor più immateriale, alle mie suggestioni pur quando siano totalmente individuali ed esclusive. D’altro canto sono un uomo e dunque un essere sociale (non smetterei di esserlo anche se vivessi come il più selvatico eremita, semmai rifiuterei consapevolmente questa peculiarità umana), cresciuto in un determinato contesto culturale dotato d’una propria omogeneità di fondo peraltro del tutto legata al territorio nella quale si manifesta e alla sua territorializzazione: la mia soggettività è inevitabilmente formata da elementi generati da quel contesto, similmente a quella di diversi altri individui che vivono lo stesso ambito, e questa compartecipazione emotiva più o meno diretta determina il luogo anche in senso materiale, mentale e in modo identificabile e riconoscibile. Mi viene da dire, in pratica, che il luogo sia l’evoluzione finale del processo di qualificazione e trasformazione nonché delle relazioni proprie dell’ambiente, il tutto incrementato e valorizzato dall’appropriazione emotiva di chi lo vive e frequenta. Da essa scaturisce (o dovrebbe scaturire) il “senso di luogo” che citavo poco fa, inteso proprio come il significato strutturato derivante dal complesso delle interazioni sociali, psichiche, emotive, sentimentali, intellettuali (anche quando contrastanti) nonché prettamente funzionali – il tutto sviluppato nel tempo storico – delle persone che frequentano il luogo. Una strutturazione di senso molto complessa e sostanzialmente sfuggente, nella sua completezza, anche perché in costante evoluzione (e così deve sempre essere, se il luogo vuole rimanere tale), ma d’altro canto d’importanza basilare, perché è in tale ambito (che a questo punto è anche antropologico) che si genera pure l’identità culturale, forma concreta del legame reciproco tra i luoghi del territorio e le persone che li vivono e se ne possono dire competenti (senza alcuna devianza etnocentrica, sia chiaro).

E se in una direzione tale legame diventa essenza identitaria, come detto, dall’altro si trasforma in – se così posso dire – “patrimonio genetico” da cui attinge la vita il Genius Loci, lo spirito del luogo “con cui l’uomo deve scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare”, come ha scritto Christian Norberg-Schulz nel proprio celeberrimo saggio sul tema. In fondo, il legame antropologico dell’uomo con il luogo diviene pure il principale “alfabeto” immateriale con cui poter comunicare con il Genius Loci e così da esso “acquisire” informazioni fondamentale per vivere il/nel luogo e, al contempo, “comunicare” le proprie – le convenienze, i bisogni, le necessità, le trasformazioni, le paure, le visioni riguardo il luogo stesso. Un dialogo fondamentale, questo (quantunque non di rado rivelatosi cacofonico e sterile) per tracciare e lasciare buoni segni nel territorio vissuto – non è stato un caso l’uso che ho fatto, poco sopra, del termine “alfabeto”: alla fine i segni sono gli stessi, e la differenza è identica a quella che corre tra la parola parlata e quella scritta.

Il paesaggio come un corpo “umano”

Il celeberrimo profilo di Abraham Lincoln creato da una zona di campi coltivati ripresa da Google Earth. Immagine tratta dal sito del Daily Mail, presa da questo articolo.]

In Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Gilles Deleuze e Félix Guattari dedicano alcune intriganti pagine al concetto di viseità, al rapporto corpo-testa-viso e, in un passaggio illuminante, alla relazione tra viso e paesaggio: «Il viso ha un correlato di grande importanza, il paesaggio, che non è soltanto un ambiente, ma un mondo deterritorializzato», scrivono, e poco più avanti precisano:

L’architettura pone i suoi insiemi, case, villaggi o città, monumenti o fabbriche, che funzionano come visi in un paesaggio che essa trasforma. La pittura riprende lo stesso movimento, ma anche lo inverte, disponendo un paesaggio in funzione del viso, trattando l’uno come l’altro: «trattato del viso e del paesaggio». Il primo piano cinematografico tratta anzitutto il viso come un paesaggio, si definisce così, buco nero e muro bianco, schermo e cinepresa. Ma già le altre arti, l’architettura, la pittura, perfino il romanzo: primi piani che le animano inventando tutte le correlazioni.

Ora, al di là delle considerazioni che da par loro Deleuze e Guattari sviluppano intorno a tali assunti, trovo molto interessante anche dal mero punto di vista “geografico” la correlazione tra paesaggio e corpo umano con tutti i suoi elementi antropomorfici, e con il viso in particolare come elemento primario di identificazione, significazione, riconoscibilità ed espressività del corpo, ovvero di qualsiasi individuo. Se consideriamo l’architettura – disciplina umana, o arte, che come nessun’altra agisce sul paesaggio e ne modifica la realtà – come l’azione che “inizia” e assume un senso fin dalle minime modificazioni del paesaggio, ad esempio il sentiero formato dal passaggio e dal cammino che è una forma elementare ma evidente di antropizzazione o territorializzazione (oppure ancora umanizzazione, per usare un termine caro a Eugenio Turri) di esso, e dunque se possiamo dire che è architettura ogni piccola o grande azione umana che in qualche modo modifichi il territorio e di conseguenza il paesaggio in quanto percezione e concezione del territorio antropizzato, possiamo pure comprendere che se consideriamo il paesaggio come un corpo che noi umani andiamo a identificare e soggettivizzare con le nostre azioni su di esso (dandogli un “viso” che ce lo rende riconoscibile, per dirla con Deleuze e Guattari, il quale è a sua volta “paesaggio”), dobbiamo necessariamente prenderci cura nel modo più pieno e consapevole possibile di quel corpo perché in fondo è il nostro corpo, quello per il quale noi (con le nostre azioni) siamo viso, quello al quale diamo un senso e un valore funzionale al nostro starci dentro e viverlo.

Di conseguenza, ogni danno che noi apportiamo al paesaggio, sia esso materiale (infrastrutture, inquinamento, dissesti, brutture, eccetera) e sia immateriale (visioni e progettualità degradanti, immaginari deviati, inconsapevolezza culturale, irresponsabilità politica, eccetera) diventa per quanto sopra affermato una ferita al nostro corpo-paesaggio, una lesione, un livido se non una frattura o magari peggio. In tal caso, nessun viso potrebbe mai non distorcersi in una smorfia di dolore e di patimento, anche quello apparentemente più bello. Un corpo, in quanto organismo (di nome e di fatto), sta bene quando nel suo insieme gode di buona salute: non è che se la pianta di un nostro piede presenta un doloroso taglio abbiamo il sorriso più beato stampato sul viso, al contrario assumeremo inevitabilmente un’espressione sofferente. Ecco, parimenti se nel paesaggio l’architettura, nell’accezione sopra esposta, inserisce un elemento disarmonico, forzato, irritante, contundente quale “viso” identificante e soggettivizzante ma – per dirla semplice – di brutto aspetto, l’intero corpo-paesaggio inesorabilmente subirà i danni materiali conseguenti e, anche immaterialmente tanto quanto concretamente, si troverà ad essere identificato nello stesso modo disarmonico, irritante, dunque degradante, acquisendo una pari valenza svilita. Oppure, in altro modo, si ritroverà de-identificato anche senza essere “deterritorializzato”, per come lo intendono Deleuze e Guattari: diventerà un non luogo, in buona sostanza – l’equivalente di un viso amorfo, piatto, spento, inespressivo: un non viso il cui corpo certamente faticherà molto a farsi riconoscere e a distinguersi dagli altri.

Sia chiaro: ho preso i concetti dei due studiosi francesi estrapolandoli forse con eccessiva forza dall’ambito speculativo di Mille piani per adattarli a una visione geografico-antropologica magari ancor più astratta, tuttavia, per (riba)dirlo molto più semplicemente e concretamente, il concetto di territorio come (nostro) corpo-viso e il paesaggio come risultato della relazione tra i due elementi trovo che sia assolutamente interessante e utile a responsabilizzarci in misura sempre maggiore alla cura e alla salvaguardia del paesaggio-mondo in cui viviamo. Nella visione umanistica di questa mia argomentazione, come sunto oggettivo di essa, se ne deriva l’individuo, l’uomo; da quella geografica, a ben vedere, scaturisce il concetto di “luogo”. E in fondo la relazione primaria e ancestrale sulla quale si fonda la nostra presenza attiva nel mondo è proprio quella tra uomo e luogo, in tutte le sue valenze e con la ineluttabile reciprocità: un bel viso (non solo in senso estetico, anzi) ha chi piace e infonde fiducia in chiunque vi abbia a che fare; un “bel viso” ha il paesaggio al quale si riconosce una naturale bellezza, ci si trova bene e si ci sente accolti, al punto da poterci vivere nella massima armonia e col più virtuoso equilibrio.