La foglia che cade

Qualche giorno fa andavo per cose mie lungo una pubblica via alberata – a tigli, per la precisione – quando di fronte a me ha cominciato a danzare una grossa foglia di colore giallo acceso, che appena distaccatasi dal proprio albero scendeva col tipico ondeggiare verso il suolo.

Per un attimo, lo ammetto, quell’apparizione mi ha incantato, forse anche perché il giorno prima aveva piovuto e dunque il colore di quella foglia cadente risultava particolarmente brillante, sullo sfondo grigio degli edifici. In effetti, l’immagine della foglia ingiallita che cade dall’albero in autunno è una delle più soavi e al contempo più malinconiche in assoluto. È un momento e una sequenza inequivocabile di fine, se si vuole anche di “morte”, eppure in quegli ultimi pochi secondi la foglia offre un dinamismo incredibilmente armonioso, la cui apparente casualità è invero legata a innumerevoli fattori per nulla causali che ne determinano la traiettoria verso il basso – la forma della foglia, il suo peso, la densità dell’aria, la presenza di vento o di altre correnti di diversa natura, eccetera -, una traiettoria così tipica da essere diventata una definizione corrente per identificare moti cadenti simili, «a foglia morta». D’altro canto quel dinamismo rimanda direttamente al circolo vitale dell’albero per il quale rappresenta la necessaria antitesi: a fine stagione vegetativa le foglie “vecchie” cadono per agevolare il riposo invernale e fare spazio alle nuove foglie che in primavera doneranno una altrettanto nuova e rigogliosa chioma all’albero, reiterando così il suo ciclo vitale.

È un momento di fine che genera un nuovo inizio e di morte che più vitale non potrebbe essere, in buona sostanza, anche in forza – ribadisco – dei colori formidabili che le foglie prossime a cadere delle varie specie di alberi regalano alla vista, in questo periodo, così belli che a tutto farebbero pensare meno che a qualsivoglia morte imminente. Ma, di nuovo, è la necessaria antitesi cromatica all’altra esplosione di colore che di nuovo accende il paesaggio a primavera: una danza di vita e di colori attraverso il tempo e le stagioni la cui bellezza delicata forse trascuriamo e non apprezziamo come meriterebbe.

[L’immagine fotografica in testa al post è di Valentina Colombo, che ringrazio di cuore per avermene concesso la pubblicazione.]

Uno dei luoghi al mondo più fuori dal mondo

[Foto di Gernot Hecker, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Chiunque subisca il fascino dei luoghi remoti, come me, non resterà insensibile a quello di Jan Mayen. Non il posto più remoto e lontano da ogni altro del pianeta ma senza dubbio uno di quelli che più sa vividamente suscitare tale impressione.

[Immagine di Emmanuel Boutet, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Jan Mayen è un’isola sperduta tra il Mar di Norvegia e il Mar di Groenlandia, più o meno a un terzo di rotta navale tra l’Islanda e le Svalbard, ampia 377 km2 e caratterizzata dalla presenza di un grande vulcano ricoperto di ghiacciai, il Beerenberg, alto 2277 m (lo stratovulcano attivo più settentrionale del mondo), da una geologia e da una geografia assolutamente particolari, veramente da “altro mondo”, e da un clima artico che raramente concede giornate di bel tempo mentre più spesso sono nebbie, piogge e bufere di neve a farla da padrone, acuendo la sensazione di posto lontanissimo dalla “civiltà” e dai suoi agi. Non è permanentemente abitata salvo che da qualche decina (35 al massimo) di scienziati, meteorologi e operatori della locale installazione radio/radar. Nonostante sia in mezzo al mare, Jan Mayen non possiede un porto e attracchi per navi, in forza delle sue coste alte e rocciose ovvero basse e ghiaiose: ci si arriva solo in aereo, atterrando sull’unica pista adibita allo scopo – quando il meteo lo consenta, ovvio.

[Foto di Hannes Grobe, Alfred Wegener Institute, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte  commons.wikimedia.org.]
Il toponimo dell’isola, a sua volta assai particolare, deriva da quello del navigatore olandese Jan Jacobszoon May van Schellinkhout, che visitò e “scoprì” l’isola nel 1614, ma le virgolette sono d’obbligo in quanto numerosi altri esploratori ritennero di averla scoperta ovvero di essere i primi a mettervi piede, ignari che altri lo avessero già fatto, così che nel tempo all’isola sono stati dati innumerevoli altri nomi: Hudson’s Touches, Trinity Island, Isabella, Mr. Joris Eylant, Maurits Eylandt, Thomas Smith’s Island, Île de Richelieu, ma forse anche il toponimo vichingo Svalbarð, che oggi identifica l’omonimo arcipelago, inizialmente faceva riferimento a Jan Mayen, indicando che furono in realtà i vichinghi ad aver raggiunto per primi l’isola (considerando l’antecedente e celebre Navigazione di san Brendano un testo fondamentalmente leggendario e dunque non attendibile).

[Foto di Banja-Frans Mulder, CC BY 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
[Foto di Hannes Grobe, Alfred Wegener Institute, opera propria, CC BY-SA 2.5, fonte commons.wikimedia.org.]
Insomma: uno dei luoghi al mondo più fuori dal mondo, come si usa dire, ma senza dubbio anche tra i più affascinanti e singolari – e che tale è destinato a rimanere, visto che per fortuna non è visitabile se non da personale scientifico/tecnico autorizzato. Ma potete saperne di più visitando, oltre ai link presenti nell’articolo, il sito jan-mayen.com (in inglese), dedicato all’isola e alle sue eccezionali peculiarità.

N.B.: cliccate sulle immagini per ingrandirle.

Tiziano Fratus, da “Geo” a Colle di Sogno

Da qualche settimana lo potete vedere e ascoltare in “Geo”, il noto programma di Rai 3, con la sua rubrica “Alberi Millenari” (cliccando sopra ne vedrete la prima puntata); domenica 31 lo potete vedere e ascoltare dal vivo a Colle di Sogno: Tiziano Fratus è il prossimo prestigioso ospite della rassegna autunnale del progetto “Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare”, con il proprio affascinante percorso d’autore intitolato La Foresta Interiore. Il ritrovo dei partecipanti è alle 09.30 all’ingresso del borgo di Colle di Sogno con prenotazione obbligatoria e obbligo di Green Pass; il percorso si svolgerà con qualsiasi condizione meteo (salvo condizioni veramente proibitive, ovvio). Per prenotarvi cliccate qui oppure scrivete a prenotazioni@alpesorg.com oppure Whatsapp al 333.772.18.64. Sono rimasti pochi posti, se volete partecipare vi conviene affrettarvi.

Alle 14.30 si svolgerà invece l’incontro/chiacchierata con Tiziano Fratus nella piazzetta di Colle di Sogno, con la presentazione (una delle prime in assoluto) del suo ultimo recentissimo libro Alberi Millenari d’Italia. L’incontro è a partecipazione libera ovvero senza bisogno di prenotazione; in caso di maltempo avremo a disposizione i suggestivi locali della vecchia scuola del borgo. C’è anche la possibilità di pranzare (lautamente!) presso la Locanda di Colle di Sogno ma anche qui i posti sono limitati: prenotazione diretta al 0341/610021.

Insomma: un altro appuntamento imperdibile, senza dubbio alcuno!

Dendrosofia

[Foto tratta da doppiozero.com, cliccateci sopra per leggere l’articolo dal quale è tratta.]

Nell’arco di un decennio ho composto migliaia di pagine dedicate a quel sentimento che vado chiamando dendro-sofia, da dendron (albero) e sophia (conoscenza, esperienza, saggezza). Ho provato a stimare, sommando le pagine dei libri maggiori, e le pagine dei libri più agili, le interviste, i tanti articoli sui quotidiani, i mensili, i settimanali; le poesie dunque, e i contributi filosofici, estemporanei, tematici, le riviste… all’ennesimo numero alto mi sono arreso: una vera foresta di parole, di intenzioni e descrizioni, e nondimeno di versi, incanti, tragedie, disastri e resistenze. Tutto questo scrivere e minutamente tirare e cucire fili d’inchiostro ha come unico scopo “esistere”. Io sento dunque sono. Io vedo dunque sono. Io scrivo dunque sono. Radico ergo sum. Attraversare le selve e scriverne è diventato il mio modo di abitare il tempo, di transitare da una stagione all’altra, vestendomi o spogliandomi, annichilendomi o infiorandomi, un’anima floribunda, un homo radix, un fauno che cavalca in un continente compreso fra la carta e la corteccia.

[Tiziano Fratus, estratto dall’intervento sul catalogo della mostra Radico Ergo Sum / Tree Time, Museo Nazionale della Montagna, Torino, 30 ottobre 2019 – 23 febbraio 2020.]

Tiziano Fratus sarà il prossimo prestigioso ospite della rassegna autunnale del progetto Colle di Sogno. Un luogo dove re-stare, domenica 31 ottobre alle 09.30 a Colle di Sogno, con il percorso d’autore La Foresta Interiore, e alle 14.30 con l’incontro-chiacchierata intorno alla sua opera letteraria e al recentissimo ultimo libro, Alberi Millenari d’Italia, pubblicato il 21 ottobre. Per ogni altro dettaglio sull’evento e per prenotarsi al percorso d’autore, cliccate qui. L’incontro delle 14.30 è invece a partecipazione libera.