La diga migliore, un capolavoro assoluto dell’ingegneria italiana, costruita nel posto peggiore, un dispositivo geologico di distruzione a forma di valle che attendeva solo un innesco. Che si attivò, il 9 ottobre 1963 alle ore 22.39, provocando 1917 morti.
Un disastro che si poteva prevedere e si doveva evitare. Ma si decise che non era il caso.
Oggi, lì dove c’era il lago artificiale e si sviluppò l’immane onda d’acqua che scavalcò la diga e sconvolse l’intero circondario, il corpo del materiale franoso che precipitò colmando il bacino ridisegnando la morfologia del luogo appare sempre più come uno spazio “ameno”, sempre più verdeggiante, nel quale sta crescendo un bosco i cui alberi si fanno viepiù più alti ricoprendo le masse di terra e pietre franate e rendendo meno inquietante il muro superstite della diga che chiude l’orizzonte a occidente.
Il “posto peggiore”, che s’è fatto come pochi altri in Italia ambito di morte e distruzione, sta migliorando. Paradossalmente, visto che la naturalità ritrovata e in espansione del luogo potrà far dimenticare che lì fino a sessantuno anni fa tutto era sott’acqua ma non ciò che provocò quella stessa acqua quando esplose sui fianchi del monte e verso valle.
[Ciò che resta del Vajont il 10 ottobre, il giorno dopo il disastro.]Viene da pensare alle parole che Dino Buzzati dedicò alla tragedia, valide allora per ciò che accadde ma in effetti valide pure per il Vajont di oggi:
Ancora una volta la fantasia della natura è stata più grande ed astuta che la fantasia della scienza.
Le Alpi italiane conservano anche due esempi di dighe dalla storia ben diversa, per nulla amena e anzi tragicamente emblematica: sbarramenti che, con un «senno di poi» che mai potrà scrollarsi di dosso tutta l’angosciante e imperitura drammaticità del caso, si possono definire la diga peggiore nel posto migliore e la diga migliore nel posto peggiore. […]
La diga migliore nel posto peggiore è, intuibilmente, quella del Vajont, la più immane tragedia nella storia causata da una diga, una vicenda narrata in innumerevoli modi e ormai celeberrima, come per il Gleno ma in proporzioni culturali ed emotive ancora maggiori tanto che, a differenza del caso bergamasco, non occorre qui ricordarne i dettagli.
Quello della diga a doppia curvatura del Vajont rappresenta realmente, e tragicamente, un caso paradossale, i cui termini da un lato esasperano l’angoscia del dramma provocato e dall’altro acuiscono il rimpianto riguardo l’opera in sé, che aveva e avrebbe tutti i crismi per essere considerata un autentico e insuperabile capolavoro anche nel momento della tragedia. […]
La diga era un autentico prodigio tecnologico, un successo assoluto dell’ingegneria italiana la quale realizzò un capolavoro incomparabile ma dimenticò di considerare tutto il resto, innanzi tutto gli innumerevoli e lapalissiani allarmi che il famigerato monte Toc lanciava da sempre e acuiva con il progressivo colmarsi del bacino, allarmi ai quali si univano quelli sempre più atterriti lanciati e manifestati da molti abitanti della valle e dai pochi tecnici che intuirono la tragedia che andava profilandosi, tentando vanamente di contrapporsi ai soggetti coinvolti nella costruzione. Il Vajont fu un miracolo ingegneristico trasformatosi in un incubo sociale e culturale terribile, anche per gli strascichi giudiziari e politici che ne derivarono e che, se possibile, resero ancor più tragica la vita ai superstiti. […]
Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne, pubblicato da Fusta Editore, ho dovuto e voluto scrivere, inevitabilmente, del Vajont, della cui catastrofe oggi ricorrono sessant’anni esatti. In un testo nel quale ho indagato, analizzato e descritto la particolare relazione tra l’uomo e la montagna che le dighe rappresentano e l’emblematicità del paesaggio antropico che ne scaturisce, affrontare il tema del Vajont è stato necessario perché mai nella storia una diga, autentico capolavoro ingegneristico universalmente riconosciuto tale, ha trasformato il paesaggio non solo del territorio che ha subito la catastrofe ma di tutte le nostre montagne, e intendo il “paesaggio” nel senso più ampio, assoluto e drammatico del termine. Ne ha sostanzialmente cambiato il destino, per certi aspetti, con un retaggio culturale che da un lato è memoria sociale ineludibile e dall’altro è consapevolezza politica tutt’oggi consistente: ci si può rendere conto di ciò ogni qual volta il dibattito pubblico concerni il tema dell’energia idroelettrica.
A tal riguardo, così concludo il capitolo del mio libro dedicato al Vajont:
A volte si dice che «il tempo medica ogni ferita» ed è sostanzialmente vero, ma vi sono lesioni così profonde da poter forse essere curate ma mai del tutto guarite e fino ad oggi il Vajont, nella storia italiana del Novecento, è stata una delle più gravi e dolorose.
[La diga del Vajont completata, poche settimane prima della catastrofe. Foto di Di VENET01, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]P.S.: per la cronaca, la «diga peggiore nel posto migliore» raccontata nel libro è quella del Gleno, dal cui disastro a dicembre saranno passato cento anni esatti. Vajont 60, Gleno 100: due ricorrenze che cadono “rotonde” insieme, due drammi la cui memoria deve restare incancellabile.
Be’, stando alle prime immagini inviate sulla Terra, e nonostante il “nulla” che vi si scorge, mi sembra di poter dire che pure il luogo di Marte nel quale giovedì (mercoledì sera, da noi) è atterrato il rover Perseverance appare molto meno desolato – e desolante – di certi non luoghi del pianeta Terra.
In effetti ci sono posti dove sembra che non ci sia nulla e invece c’è moltissimo, e altri posti dove all’apparenza c’è tutto e invece non c’è nulla. Un po’ ovunque nello spazio e anche sulla Terra, già.
I più grandi crimini nel mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole. Sono le persone che seguono gli ordini, che sganciano bombe e massacrano villaggi. Come precauzione per non commettere mai più importanti atti malvagi, è nostro dovere solenne di non fare quello che ci hanno detto, questo è l’unico modo in cui possiamo essere sicuri.
Personalmente, trovo che essere contrari tout court alla guerra sia una sostanziale illogicità. Semmai, la storia dimostra che la stragrande maggioranza delle guerre scatenate dall’uomo contro altri uomini furono e sono, esse sì, illogiche: e con ciò intendo disumane, “non proprie” di una razza che si definisca “umana” anche nell’accezione etica e filosofica, oltre che “la più intelligente sul pianeta”, al punto (paradossale) da far divenire la guerra un ordine, una “regola” da seguire in caso di contenziosi tra comunità umane – ciò che sostiene Bansky nella citazione lì sopra, insomma. Le guerre, invece e proprio per quanto appena denotato, quasi sempre hanno palesato con ben poche ombre di dubbio la grande e crudele stupidità dell’uomo nonché la sua bieca ipocrisia politica – quella dei potenti i quali dettano regole che per primi non rispettano, intimano ordini che essi non eseguono e mandano al massacro milioni di individui per conto loro. Costoro sì, meriterebbero di subire un trattamento assai bellicoso.
P.S.: per saperne di più sull’opera nell’immagine, cliccate qui.