Lo sci è un’attività “esclusiva”? Sì, nel senso che esclude tutti gli altri frequentatori delle montagne. Una chiacchierata con Michele Castelnovo, Guida Ambientale Escursionistica

(Articolo pubblicato su “L’AltraMontagna” il 16 marzo 2024.)

Michele Castelnovo (Lecco, 1992), laureato in filosofia, è giornalista e comunicatore per lavoro nonché Guida Ambientale Escursionistica professionista. Con il suo progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta «della bellezza più autentica delle montagne lecchesi», come scrive nel proprio sito: un’attività che sulla base di una grande passione per la montagna lo rende un profondo conoscitore dei territori montani lecchesi – in effetti per molti versi tra i più emblematici delle Prealpi lombarde posta la loro prossimità alla iper antropizzata area dell’hinterland di Milano – e non solo di quelli.
Qualche giorno fa sulla stampa locale Castelnovo ha espresso alcune considerazioni alquanto significative, in forza della loro peculiarità, sull’impatto culturale della presenza dei comprensori sciistici sulle montagne che li ospitano e vengono attrezzate di conseguenza (ne scrissi anche qui). È da queste importanti riflessioni che si sviluppa una chiacchierata con Castelnovo sugli aspetti culturali della frequentazione turistica delle montagne, còlti e analizzati attraverso la sua esperienza professionale sul campo oltre che, come detto, dalla personale appassionata conoscenza delle terre alte.

Recentemente, scrivendo dei Piani di Artavaggio, in provincia di Lecco, ex stazione sciistica a 1600 metri di quota oggi rinomata meta ecoturistica ma nella quale si vorrebbe ripristinare lo sci su pista con la realizzazione di nuovi impianti, ha espresso una considerazione parecchio significativa: «Dove ci sono le piste la montagna diventa appannaggio degli sciatori. Tutti gli altri frequentatori ne sono esclusi.» Cosa intendeva dire?

«Credo che questo aspetto venga preso poco in considerazione quando si parla di impianti sciistici. Sui regolamenti dei comprensori leggiamo che è vietato percorrere le piste da sci con mezzi diversi da sci, motoslitte e tavole, e che parimenti è vietato percorrere a piedi le piste. Giustamente, certo, per ragioni di sicurezza. Ma così facendo si impone una limitazione alla frequentazione di uno spazio che per sua natura è libero: la montagna. In un certo senso è una privatizzazione di uno spazio pubblico, perché solo una precisa categoria ha accesso a quella porzione di territorio: gli sciatori paganti. Tutti gli altri? Esclusi. Parlo di ciaspolatori, scialpinisti, ma anche semplici escursionisti. Loro non hanno diritto di frequentare quella parte di montagna? Si potrebbe obiettare che potrebbero andare altrove. Ma ci sono territori interi (penso ad alcune zone dell’Alto Adige, ad esempio) dove è praticamente impossibile trovare versanti liberi da impianti.»

Spesso si sostiene che alla montagna contemporanea, anche più di una virtuosa gestione politico-amministrativa, occorra un cambio dei paradigmi e degli immaginari culturali – se non proprio monoculturali, vedi sopra – in base ai quali le persone la frequentano. Da professionista della montagna cosa ne pensa al riguardo, e a suo parere è in corso questo cambio oppure certi modelli elaborati nel passato resistono ancora?

«Come accade ogni volta che c’è un cambiamento significativo, c’è sempre una certa resistenza nell’accoglierlo. Eppure, credo che qualcosa si stia muovendo. La richiesta di attività outdoor sostenibili, dalla pandemia in poi, è in crescita costante e continua. Le persone oggi sono molto più attente alla sostenibilità, sia ambientale che sociale. Ci sono territori in cui anche le istituzioni si sono dimostrate virtuose e lungimiranti nel cogliere e accompagnare il cambiamento in corso. Mi spiace constatare invece che nella mia regione, in Lombardia, siamo ancora molto indietro: la quasi totalità degli investimenti pubblici per promuovere il turismo in montagna va a finanziare l’innevamento artificiale nei comprensori sciistici. Alle altre attività arrivano giusto le briciole.»

In qualità di Guida Ambientale e Escursionistica, con il progetto “Trekking Lecco” accompagna spesso gruppi numerosi alla scoperta di alcuni degli angoli più interessanti delle montagne lecchesi. A proposito di immaginari, cosa vede negli sguardi delle persone che accompagna, e quali emozioni e idee intuisce che elaborino, nel mentre che si trovano a stretto e non mediato contatto con l’ambiente naturale montano?

«Vedo innanzitutto felicità. Ed è la cosa più bella, come una luce speciale che si accende negli occhi delle persone quando sono in montagna. Anche nelle piccole cose. In una delle ultime escursioni abbiamo trovato una salamandra a bordo del sentiero. Le persone che erano con me sono rimaste entusiaste, perché non ne avevano mai viste prima e sono sicuro che rimarrà il ricordo per molto tempo. In un’altra occasione ho chiesto di scrivere su un foglietto, in forma anonima, cosa significasse per ciascuno l’andare in montagna. C’è chi ha scritto che è in montagna trova se stesso, chi ne apprezza il senso di libertà e chi il silenzio, chi ama la sensazione di sentirsi piccoli davanti a un paesaggio maestoso. È stato un momento di condivisione molto intenso. Le persone che partecipano alle mie uscite di solito arrivano dalla Brianza o da Milano e dopo una settimana di lavoro hanno bisogno di staccare dai ritmi forsennati del lavoro in città; oppure si tratta di persone che si sono trasferite qui da poco, che vogliono scoprire il territorio che li ha accolti e al tempo stesso vogliono incontrare persone nuove. Questa cosa mi piace particolarmente: la montagna crea relazioni, da sempre.»

(⇒ L’intervista continua su “L’AltraMontagna”: cliccate qui. Le immagini presenti nell’articolo sono tutte di Michele Castelnovo.)

La Natura selvaggia che ci rende pienamente esseri umani

[Foto di Tom da Pixabay.]

La capacità di comprendere il valore culturale della natura incontaminata si riduce, in ultima analisi, a una questione di umiltà intellettuale. La superficialità degli uomini di oggi, che hanno già perso le proprie radici con la terra, fa supporre loro di aver già scoperto ciò che è importante; li fa cianciare di imperi economici destinati a durare secoli. Solo lo studioso riconosce che tutta la storia consiste di successive escursioni da un unico punto di partenza, a cui l’uomo ritorna – ancora e ancora – per organizzare sempre nuovi viaggi, alla continua ricerca di una durevole scala di valori. Solo lo studioso comprende perché l’autentica natura selvaggia definisce e dà significato all’impresa umana.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.209-210; ed.orig.1949.)

Alexander Langer e la “conversione ecologica” desiderabile

La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. Ma come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?
[Colloqui di Dobbiaco, 01 agosto 1994.] Personalmente, una delle prime cose a cui penso riguardo Alexander Langer, nato oggi a Vipiteno nel 1946, è quel suo passaggio dei Colloqui di Dobbiaco di trent’anni fa e all’interrogativo contenuto, che mi pare ancora senza risposta. Per ciò da quello di Langer ne scaturisce un altro, di interrogativo, a cui dovremmo rispondere: perché, a fronte dell’inequivocabile realtà che stiamo vivendo e affrontando, in quarant’anni come civiltà non siamo socialmente evoluti a sufficienza da rendere non solo e non più desiderabile ma necessaria la conversione ecologica? P.S.: per approfondire il concetto di “conversione ecologica” di lange, cliccate qui; per visitare il sito della Fondazione Alexander Langer e, tra le altre cose leggere i suoi scritti, cliccate qui. Infine, per l’intera giornata odierna “L’AltraMontagna” dedica a Langer articoli, approfondimenti, ricordi.

Il Lago Bianco al Gavia: non dimenticare per evitare che a primavera la devastazione riprenda

Lassù, al Passo di Gavia, tutto è immoto e silente. Il regno della quiete invernale è rotto solo dalle intemperanze del tempo meteorologico, ma la coltre di neve che ammanta il paesaggio lo protegge anche dalle buriane che a volte impazzano lungo l’ampia sella.

Anche il Lago Bianco è protetto, ora, da ogni cosa e soprattutto dall’insensatezza degli uomini che, fino a quando il meteo lo ha consentito, si sono arrogati il diritto di distruggere le sue rive, quelle che danno verso la Valtellina, per compiacere chi vorrebbe rubare le acque del lago per innevare artificialmente le piste di Santa Caterina.

Ora, come detto, la neve che speriamo abbondante ancora a lungo nasconde lo spaventoso cratere e il silenzio della montagna sospende lo sconcerto e la rabbia di chiunque abbia potuto constatare il disastro. Un silenzio ben più nobile e puro di quello reiterato per troppo tempo di chi doveva parlare e non lo ha fatto in quanto mandante e complice del danno cagionato al Lago Bianco: il settore lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio con i suoi responsabili, innanzi tutto, poi gli enti locali a partire dai comuni interessati – Santa Caterina e Bormio – fino a Regione Lombardia. Un silenzio, questo di tali soggetti, tanto deprecabile quanto del tutto significativo sul loro atteggiamento verso il luogo, il suo ambiente, il paesaggio e verso le montagne in generale. Poi, spinti da chi invece non è mai stato in silenzio, ovvero le migliaia di frequentatori della montagna che hanno cominciato a denunciare ciò che stava accadendo al Gavia, anche quei soggetti responsabili del disastro hanno dovuto parlare – l’hanno fatto a ottobre inoltrato quando ormai il danno era stato fatto – ma hanno detto cose quasi cadendo dalle nuvole, sostenendo che «forse c’era un errore», «Il progetto è da rivalutare», «Verificheremo la situazione». Un enorme cratere scavato in una torbiera alpina più unica che rara, in zona di protezione integrale sancita dallo stesso regolamento del Parco Nazionale dello Stelvio “forse un errore”? Cos’è, un bislacco tentativo di fare dietrofront di fronte al danno palese oppure una presa in giro per cercare di svicolare e lasciare che la pausa invernale distolga l’attenzione sulla questione?

Come ha scritto l’amico Davide Sapienza, «Su, al Gavia, l’inverno tiene lontane ruspe e traffico, ma poi la primavera torna e la stupidità istituzionale si ripresenterà intatta.» Esatto, il pericolo è proprio questo, che i maledetti mandanti di un tale delitto perpetrato alle nostre montagne – perché di questo si tratta – tentino di approfittarsi del silenzio invernale per mettere a tacere le voci contrarie ai lavori e, a primavera, riaprire indisturbati il cantiere per finire l’opera e portare a termine il delitto ai danni del Lago. E, considerando come si sono comportati finora, il pericolo è più che concreto.

Invece no. NOI NON DIMENTICHIAMO.

E non restiamo zitti e non lo resteremo mai. Come ha fatto l’amico Matteo Lanciani nel recente question time in Regione Lombardia – che al riguardo ha fornito risposte al solito insufficienti e ambigue – e come farà di nuovo Lanciani insieme a Fabio Sandrini a Salò, giovedì prossimo:

Quello che è avvenuto e forse tornerà ad avvenire a breve al Lago Bianco è uno dei casi più sconcertanti e emblematici di quell’assalto alle Alpi (per citare il titolo del noto volume di Marco Albino Ferrari) le cui manifestazioni troppo spesso ci troviamo di fronte e di frequente in territori e luoghi di straordinaria bellezza che non meriterebbero tanta dissennatezza ma solo attenzione, sensibilità, cura e una frequentazione in armonia totale con i luoghi. È ora di smetterla una volta per tutte con questi disastri così privi di logica, di rispetto per le montagne, visione del loro futuro, buon senso.

Il Lago Bianco deve essere salvato da tutto ciò: ne va del suo ambiente, del suo paesaggio, di chi lo vuole godere in tutta la sua bellezza e ne va del futuro di tutte le nostre montagne. Tutte.

P.S.: l’immagine in testa al post è di sabato 10 febbraio scorso ed è presa da qui; il Lago Bianco resta alle spalle e poco fuori dalla visuale della camera, sulla destra.

Che fine ha fatto la nuova seggiovia dei Piani di Artavaggio?

(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)

Sulle Alpi sono innumerevoli i progetti basati su modelli alternativi di sviluppo, sulla cosiddetta economia verde e sulla economia dolce. Crescono le proposte per una fruizione moderna della montagna invernale, e assistiamo alla conversione di centrali dello sci in oasi naturali (come il Dobratsch, in Carinzia, come ai Piani di Artavaggio, ma gli esempi potrebbero continuare).

Nei mesi scorsi numerose associazioni e tanti cittadini si sono mobilitati, anche con eventi in loco, contro il paventato progetto di una nuova seggiovia – con relativo impianto di innevamento artificiale – ai Piani di Artavaggio, affascinante località della Valsassina (provincia di Lecco, Prealpi Lombarde) tra i 1600 e i 2000 m di quota dalla storia alquanto emblematica.

Infatti, dopo la fine della propria era sciistica negli anni Novanta del secolo scorso per i “soliti” motivi principali – cambiamenti meteoclimatici, insostenibilità economica, concorrenza di altre stazioni – nel corso degli ultimi lustri si è rilanciata alla grande e in maniera sostanzialmente spontanea come luogo montano ideale a una frequentazione turistica sostenibile e non meccanizzata (salvo che per la funivia di arroccamento da Moggio, il comune nel cui territorio sono situati i Piani di Artavaggio). Un pubblico articolato e crescente che ha letteralmente riscoperto il luogo quasi solo grazie al passaparola, e ha preso a frequentarlo in gran quantità per praticare le numerose attività che la montagna consente anche senza impianti di risalita – anzi, proprio grazie alla loro assenza e a quanto ne giova il luogo e la sua fruibilità. Per tutto questo oggi i Piani di Artavaggio vengono frequentati non solo nei mesi estivi e invernali ma per tutto l’anno da moltissimi escursionisti che sull’altopiano valsassinese possono godere di quella dimensione di ritrovata armonia con il territorio naturale altrove soggiogata alla presenza e all’impatto delle infrastrutture turistiche (come per gli adiacenti Piani di Bobbio, totalmente asserviti al comprensorio sciistico attivo in loco). La storia della rinascita ecoturistica di Artavaggio appare così interessante da essere citata in numerosi saggi sulla montagna contemporanea – come Assalto alle Alpi di Marco Albino Ferrari (Einaudi, 2023) da cui proviene il brano in testa a questo articolo – diventando persino un caso di studio per il CAST, il Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna che li cita come esempio nelle Alpi italiane di località mirata «al potenziamento di forme di turismo diverse».

[I Piani di Artavaggio qualche anno fa, innevati come oggi capita ormai raramente. Foto di ©Roberto Garghentini, per gentile concessione dell’autore.]
Nonostante questa realtà così riconosciuta, le numerose fonti sovente prestigiose che ne attestano il successo e la situazione climatico-ambientale della cui evoluzione tutti ormai sappiamo, ecco che nel corso del 2022 è saltato fuori il progetto – finanziato con ben 11 milioni di Euro di finanziamenti pubblici erogati da Regione Lombardia – relativo all’installazione di una nuova seggiovia ai Piani per riportarvi lo sci su pista oltre che delle solite opere annesse – innevamento artificiale, manufatti al servizio delle piste, parcheggi a valle, eccetera. Un progetto simile a molti altri dei quali, per il contesto al quale viene riferito, se ne denuncia l’illogicità e l’anacronismo, e che calpesterebbe il successo unanimemente riconosciuto e il molteplice valore della rinascita turistica sostenibile dei Piani di Artavaggio per inseguire un modello di presunto sviluppo obsoleto e, in tale contesto, fallimentare prima ancora di nascere.

Da qui le logiche e inevitabili proteste di tantissimi appassionati del luogo e della montagna in generale: tuttavia, dopo i dibattiti pubblici dello scorso inverno e un certo numero di articoli sui media al riguardo, tutti quanto parecchio indeterminati (ma non per colpa dei cronisti), da parte degli enti pubblici coinvolti sul progetto è formalmente calato il silenzio. Come mai, se i media davano per assodato lo stanziamento degli 11 milioni di Euro da parte di Regione Lombardia? Perché nessuno della società civile o delle associazioni che si sono attivate sulla questione riesce a saperne di più?

[Veduta della parte alta dei Piani di Artavaggio del 7 febbraio, con il Monte Sodadura sullo sfondo, tratta dalla webcam del Rifugio Nicola; fonte https://www.pianidiartavaggio.it/webcam/. Si nota la quantità di neve al suolo, a quasi 2000 m di quota, su pendii lungo i quali lustri fa ho sciato innumerevoli volte fino a marzo inoltrato.]
Continuo a raccontare il “giallo” della nuova seggiovia dei Piani di Artavaggio nell’articolo su “L’AltraMontagna”, che potete leggere qui.