Tutto questo florilegio di ciclovie montane… ma perché?

[Foto di Adrián Gómez – Millán Díaz da Pixabay.]
Sta tornando la bella stagione ed ecco che leggo o sento da più parti della realizzazione di nuove ciclovie in montagna, nuovi percorsi di mtb, nuove linee di downhill, ennesime sistemazioni di sentieri per renderli ciclabili e accessibili, eccetera.

È ormai evidente che il cicloescursionismo montano sia stato eletto ad attività estiva complementare allo sci da discesa: ma non tanto per dare corso a “destagionalizzazioni” turistiche, a creare alternative alle attività ludico-ricreative solite, a “valorizzare” territori e itinerari che ad oggi non lo sono, quanto perché le ciclovie permettono alle amministrazioni pubbliche di spendere soldi stanziati per il turismo in modo facile e veloce (nonché «sostenibile», ovviamente) senza doversi impegnare troppo a elaborare progetti articolati e così altrettanto facilmente potersene vantare sulla stampa. Come lo sci d’inverno, in pratica. Peraltro, riguardo tale situazione in essere, che i nuovi percorsi siano fruiti, quanto lo siano e come siano realizzati o manutenuti non interessa realmente a chi li propone e sostiene, va detto.

[Foto di moerschy da Pixabay.]
In ogni caso, al netto degli aspetti “politici”, mi chiedo: ma veramente c’è bisogno di tutti questi percorsi cicloturistici sulle montagne? E c’è realmente la necessità di renderne molti delle vere e proprie strade, ben spianate e private di qualsiasi irregolarità, così che ci possano transitare anche i ciclisti meno abili, come sono spesso i turisti che in montagna ci passano le vacanze?

Quantunque possano essere realizzate con tutti i crismi di ecosostenibilità del caso (il che non è sempre garantito, purtroppo), molte di queste ciclovie rappresentano comunque degli interventi di antropizzazione di territori e ambienti naturali nei quali prima o non c’era nulla oppure c’erano semplici sentieri pedestri, vecchie mulattiere, percorsi a volte dimenticati intorno ai quali la Natura si è ripresa lo spazio un tempo preso dall’uomo. E non di rado queste ciclovie abbisognano di opere che ne agevolano la percorrenza – passerelle, curve sopraelevate, scavi e pavimentazioni, eccetera – che, ripeto, anche se realizzate con materiali naturali e tutti i crismi del caso sono elementi antropici alieni alla naturalità del luogo.

[Immagine tratta da www.neveitalia.it.]
Tuttavia non voglio qui sostenere che non si possa fare nulla del genere – ma sostengo con forza che tutto debba essere sempre fatto bene, con criterio, buon senso, attenzione ai luoghi e alle loro specificità, consapevolezza delle potenziali conseguenze buone e meno buone – perché, più che dissertare sulle opere, discuto il loro senso. Che sovente non trovo, oppure lo trovo e mi pare discutibile se non inammissibile. Soprattutto quando mi sembra che la tal ciclovia non rappresenti altro che uno strumento di banalizzazione ludico-ricreativa, ancor più che meramente turistica, delle montagne, un’ennesima manifestazione del modello del “luna park alpino”, o “divertimentificio alpestre” che sta alla base di molte attrazioni realizzate a mero uso, consumo e banale divertimento di turisti, spesso mordi-e-fuggi, senza alcuna attenzione né ricaduta positiva reale per la montagna che ne viene assoggettata.

Ribadisco: ma veramente gli appassionati di mtb hanno bisogno continuamente di nuovi percorsi sui quali divertirsi? Non ce ne sono già abbastanza, tra strade sterrate, VASP, mulattiere e sentieri già ciclabili senza bisogno di interventi e adattamenti? Se per un ciclista un certo itinerario rurale/naturale è troppo difficile, ne ha sicuramente mille altri in innumerevoli località montane che invece saprà affrontare, senza bisogno che qualcuno glielo sistemi e lo renda una strada più liscia di quelle di città. Oppure i cicloescursionisti di oggi non possono affrontare per due volte lo stesso percorso altrimenti si sentono dei reietti della società? Non credo!

Da appassionato tanto quanto ormai vecchio frequentatore delle montagne, so bene che se non ero in grado di salire un certo itinerario, lo lasciavo a quelli più bravi e ne trovavo infiniti altri da affrontare, senza pretendere che venisse adattato alle mie capacità. Oggi invece sembra – soprattutto nell’ambito del cicloturismo montano, appunto – che se un certo itinerario non sia percorribile da più persone possibile, rappresenti un’infamia per il territorio, una roba orribile, inaccettabile, da trasformare e facilitare al più presto. Infatti ecco che certi amministratori locali non aspettano nemmeno che qualcuno osservi o chieda loro di volere più ciclovie turistiche sul territorio che amministrano: le fanno a prescindere – vedi sopra. Anche se non c’è la domanda, si crea(no) l’offerta; poi, che la domanda si manifesti oppure no, come detto, non è così importante.

Insomma: mi pare che dietro molte di queste ciclovie ci sia poca montagna vera, e poca frequentazione montana autentica e consapevole, e molta strumentalizzazione, molto marketing, molta “moda”, moltissima superficialità e un bel po’ di dettami del turismo più massificato, consumistico e estrattivo. Come troppo spesso sta accadendo ai territori montani, ambiti complessi alle cui problematiche vengono offerte risposte troppo semplici e banali, molto poco ragionate. Cose delle quali, senza alcun dubbio, le montagne non hanno affatto bisogno.

Il futuro dei piccoli comuni montani tra fusione e disgregazione

[Il nucleo abitato di Starleggia e, nel fondovalle, il centro di Campodolcino, in Val San Giacomo.]
Mi è capitato di ascoltare di recente un servizio giornalistico che riferiva della carenza di personale amministrativo nei piccoli comuni, soprattutto di montagna ma non solo in quelli, che senza addetti faticano a garantire i servizi essenziali alle proprie comunità già soggette ad altre mancanze nei servizi di base e a fenomeni di spopolamento diffusi. È da tempo che ne sento, di notizie del genere, il che ne denuncia la cronicità (dovuta a vari fattori tra i quali alcune scelte politiche miopi, come il blocco del turnover) e, evidentemente, l’assenza di soluzioni efficaci. Paradossalmente, tali piccoli comuni che cercano in tutti i modi di non perdere abitanti, sono messi nella condizione di contribuire essi stessi al proprio spopolamento.

Mi sembra che sia una questione che attiene a un tema più generale e complesso a sua volta in discussione da tempo per le montagne italiane: quello della fusione dei piccoli comuni per crearne di più grandi sia territorialmente e demograficamente sia per il peso politico e amministrativo oltre che in grado di razionalizzare i propri servizi alle comunità senza con ciò sminuirne l’efficienza e contenendone i costi, in senso generale e pro-capite.

Dalle discussioni politiche sul tema a volte sono effettivamente nate delle fusioni e, dunque dei soggetti comunali più grandi magari riferiti a specifiche unità geografiche (ad esempio i piccoli comuni di una singola valle che si uniscono in un unico soggetto identificato anche dal proprio territorio), altre volte delle entità intermedie come le “unioni di comuni” dall’efficienza altalenante, mentre in molti casi numerose e variegate resistenze permangono e bloccano sul nascere qualsiasi tentativo di fusione: dalla difesa dei propri campanili e dai timori circa la perdita di identità locale (motivazione frequente e forte tanto quanto immotivata) alla convenienze pratiche sovente più legittime (l’aumento della distanza dal proprio centro comunale, ad esempio).

[Uno scorcio del paese di Scanno, in Abruzzo.]
D’altro canto una veloce analisi dei dati demografici dei comuni montani italiani rende la situazione piuttosto chiara: oltre il 65% dei comuni montani ha una popolazione inferiore ai 2.000 abitanti, ma se si analizza solo la categoria dei comuni definiti “piccoli”, cioè quelli sotto i 5.000 abitanti, che costituiscono la stragrande maggioranza della realtà montana, la media scende drasticamente a circa 1.400-1.500 residenti per comune, che scende ancora, a 500-800 residenti in media, più si sale altimetricamente[1]. Considerando che la gran parte di questi comuni, salvo rare eccezioni, perde abitanti anno dopo anno, a volte anche decine per volta, si comprende bene che per molti di essi la sorte demografica e sociale pare segnata.

Un caso piuttosto esemplare, che cito perché lo conosco bene, è quello della Val San Giacomo, o Valle Spluga, il territorio lombardo (in provincia di Sondrio) che da Chiavenna sale all’omonimo passo al confine con la Svizzera: un ambito relativamente grande, lungo circa 30 km e ampio poco meno di 200 km2. Su tale ampia superficie, geomorfologicamente e culturalmente ben definita (fino al 1815 la valle formava un unico comune, che gli Austriaci decisero di spezzare in tre in modo da indebolire le spinte secessioniste e irredentiste svizzere locali), abitano meno di 1.800 residenti fissi (al 30 novembre 2025) suddivisi in tre comuni. Una situazione amministrativa senza molto senso, insomma, la cui frammentazione sta indebolendo continuamente il territorio privandolo dei servizi essenziali – e il noto comprensorio sciistico di Madesimo non sta affatto contrastando lo spopolamento e aiutando la vitalità socioeconomica locale. Eppure, nonostante tale realtà e il fatto che da tempo si discuta in zona sulla possibilità di fusione dei tre comuni, al momento non se ne sta facendo nulla, esponendosi così a conseguenze di crescente gravità.

[San Bernardo, frazione del comune di San Giacomo Filippo in Valle Spluga. Foto di Fera, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Come detto, il caso della Val San Giacomo è significativo e peculiare nelle sue specificità; non è detto che la fusione tra comuni montani possa rappresentare l’assoluta panacea di tutti i mali della montagna italiana, ovviamente, anche perché un processo di fusione diffuso dovrebbe comportare prima, e a suo sostegno, una ben oculata gestione strategica politico-amministrativa e l’implementazione (innanzi tutto tecnologica) a livello locale dei servizi alla popolazione residente così che anche all’abitante della frazione più elevata o isolata non sia difficile ottenere un certificato anagrafico o interfacciarsi con un funzionale comunale – non sia resa più difficoltosa la vita quotidiana, insomma. Le normative in vigore, inclusa la recente Legge 12 settembre 2025, n.131 (la “Legge sulla Montagna” rilasciata dal Governo in carica), sembrano incentivare la fusione tra piccoli comuni in certi casi anche con sostegni e agevolazioni concrete, ma credo che non basti. Spesso, anche nei territori dove la fusione appaia come la soluzione migliore, gli ostacoli permangono: da un lato alimentati dall’incertezza sulle garanzie di un sostegno realmente efficace e concreto da parte degli enti amministrativi superiori e dalla politica, dall’altro motivati dalla frequente arretratezza infrastrutturale di cui soffrono i territori montani italiani nonché dalla crescente carenza dei servizi di base. Oltre alle permanenti motivazioni campanilistiche, che in Italia sono più solide delle montagne stesse, come sappiamo bene.

Fatto sta che il bivio è lì, obiettivamente inevitabile, molti territori montani vi sono ormai giunti e devono decidere che strada prendere: se quella della conservazione dello status amministrativo attuale, salvaguardando certezze storicizzate e presunte ma viepiù labili, oppure se mettere da parte remore e campanili e affrontare la novità di una fusione con i comuni confinanti, nella speranza – dacché siamo e restiamo in Italia, nel bene e nel male – che non sia, gattopardescamente, che tutto cambi affinché nulla cambi. Una decisione dalla quale dipendente il futuro di molta parte delle nostre montagne, da ben ponderare ma da non più scansare.

[1] Dati aggiornati riferiti al periodo 2024-2026 forniti dall’ISTAT e dall’UNCEM, elaborati grazie a Google Gemini AI.

Un’ennesima discutibile “ciclovia” all’Alpe Lendine in Valle Spluga?

[L’Alpe Lendine, 1700 m, sovrastata dal Pizzaccio, 2589 m. Immagine tratta da https://ape-alveare.it.]
Giorgio Tanzi, amico Accompagnatore di media Montagna “titolare” di Insubria Trekking oltre che Naturalista ed Educatore Ambientale, mi segnala che tra l’Alpe Lendine e l’Alpe Laguzzolo in Valle del Drogo, una laterale della Valle Spluga di grande bellezza alpestre relativamente poco conosciuta e frequentata e per questo capace di offrire angoli di natura sostanzialmente intatta (salvo che per la presenza della Diga del Truzzo e delle opere annesse, d’altro canto prossime al secolo di vita e dunque ormai storicizzate nel paesaggio), è stata realizzata quella che sembra un’ennesima ciclovia, o opera apparentemente similare, che per lunghi tratti ha totalmente stravolto il sentiero originario allargandolo e livellandolo ma di contro presentando pendenze sovente molti forti che appaiono inadatte per la percorrenza con biciclette elettriche o muscolari, semmai più consone ad un transito motoristico. Il tutto, anche qui come in numerosi altri luoghi che hanno subìto la realizzazione di tali tracciati, con ben poca cura dell’inserimento in ambiente e delle finiture dell’opera, al punto che, rimarca Giorgio, sono bastate le prime gelate notturne a generare dissesti sulla superficie del nuovo tracciato.

[Nelle foto di Giorgio Tanzi, sopra il sentiero originario, sotto la nuova “ciclovia” con il fondo già dissestato.]
Vista la zona, il pensiero mi corre subito ad un’altra recente e criticata ciclovia, quella realizzata nella vicina e poco più settentrionale Val Febbraro, tra l’Alpe Piani e il lago di Baldiscio, sotto l’omonimo passo sul confine con la Svizzera (dove è denominato Balniscio) e sopra l’abitato di Isola: ne ho scritto qui. Anche in questo caso, una zona fino ad oggi quasi per nulla turistificata e di grande pregio naturalistico (tant’è che viene definita spesso «selvaggia» dalla promozione turistica locale), ora diventa accessibile anche a chi lassù mai ci sarebbe potuto arrivare, se non a piedi e con un buon allenamento ovvero in forza di una passione autentica per i luoghi montani e la loro bellezza originaria.

Non sono stato di recente in Valle del Drogo, ma la segnalazione “edotta” di Giorgio (che ringrazio di cuore per avermela comunicata), viste le sue notevoli competenze montane, mi impone di salirci, appena possibile, per verificare di persona quanto è accaduto. Fatto sta che sono episodi, questi, che danno nuova forza al timore manifestato già da tanti in base al quale, per certi amministratori pubblici locali e per i loro sodali del settore turistico, sembra proprio che l’infrastrutturazione per ebike dei territori montani, e in particolar modo di quelli ancora intatti, stia diventando la versione estiva di quella sciistica oltre che la discutibile declinazione dell’idea di “destagionalizzazione”: un grimaldello con il quale violare zone in quota altrimenti non sfruttabili turisticamente al fine di piazzarci attrazioni conseguenti e, al contempo, spendere (e spandere) finanziamenti pubblici con l’altrettanto abusata scusa della “valorizzazione” (in passato ho scritto spesso sulla questione, vedi qui). Generando invece evidenti dissesti del territorio, il degrado e la banalizzazione dei luoghi, la messa a valore degli stessi per venderli come “merce turistica” senza di contro apportare alcun vantaggio concreto per le comunità locali, anzi, inquinando la relazione culturale e antropologica intessuta con le loro montagne.

Se per caso qualcuno passerà dalle zone citate e così sarà testimone diretto di quanto sopra riferito oppure di altre cose simili e similmente discutibili, me/ce lo faccia sapere. Grazie!

Non è così che Regione Lombardia può aiutare i territori montani, come invece dice di fare!

[Veduta di Vilminore di Scalve, con la Presolana sullo sfondo.]
Leggo sulla stampa (qui, ad esempio) che Regione Lombardia ha stanziato per l’anno 2025 alle Comunità Montane della regione 11 milioni di Euro, per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano. Grazie alle risorse messe a disposizione proseguiamo l’importante lavoro di valorizzazione delle Comunità montane.»

L’articolo riporta che in Lombardia le Comunità montane sono 23, con una popolazione complessiva di oltre 1,2 milioni di abitanti ripartita in 510 Comuni: in pratica fanno poco più di 9 Euro per abitante.

La stessa Regione Lombardia, nel frattempo, potrebbe spendere almeno 30 milioni di Euro per sostenere il progetto di collegamento sciistico tra Colere e Lizzola, avversato da più parti per evidenti ragioni di insostenibilità economica e ambientale nonché per l’obsolescenza di un progetto del genere in un territorio montano nel quale, per le sue specificità, è tanto inevitabile quanto vantaggiosa la transizione a modelli turistici più consoni alla realtà presente e del territorio stesso, dunque ben più funzionali al sostegno generale e durevole delle comunità residenti.

30 milioni di Euro se non di più per un solo comprensorio sciistico, e a diretto vantaggio di una sola società privata, e 11 milioni di Euro per tutte le Comunità Montane lombarde. Senza contare i tanti altri progetti (sciistici, ma non solo) di simile natura e altrettanta incongruenza che vengono o potrebbero essere finanziati da soldi pubblici regionali.

Trovate che vi sia una logica, in tutto ciò?

Magari voi sì. Io no.

Non credo che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» si debba politicamente e amministrativamente agire in questo modo. Infatti i servizi di base nei territori montani continuano a sparire mentre i tralicci dei nuovi impianti di risalita o i tubi dei sistemi di innevamento artificiale continuano a comparire, spesso su versanti e a quote dove le condizioni per sciare non ci sono già più ora, figuriamoci nei prossimi anni.

Credo invece che per «aiutare i territori montani, costituiti da piccoli comuni situati spesso in zone svantaggiate, e nel garantire servizi ai cittadini che li abitano» la maggior parte dei finanziamenti pubblici dovrebbero essere destinati a progetti di sviluppo territoriale generale strutturati sul medio lungo termine che mettano in rete tutte le componenti sociali della comunità e sostengano tutte le economie locali, tra le quali certamente anche quella turistica (elemento importante e necessario ma in tali circostanze non più egemonico), con preminenza data a quelle le cui ricadute positive concrete vadano a vantaggio della più ampia parte di comunità residente, oltre che al sostegno dei servizi di base e ecosistemici necessari alla quotidianità degli abitanti e alle loro prospettive future di vita in loco.

[Una veduta della media Valtellina, dominata dalla mole del Monte Disgrazia. Foto di marco forno su Unsplash.]
Sono progetti di certo non semplici da elaborare che abbisognano di volontà politica, visione strategica, competenze tecnico-amministrative e culturali, ma quanto mai indispensabili alle nostre montagne così soggette a variabili e criticità complesse che non possono essere risolte con quelle ingenti elargizioni prive di logica e visione a realtà pressoché insostenibili, lasciando quanto avanza alle cose veramente importanti per le comunità residenti.

Anche perché, in territori tanto pregiati quanto fragili e delicati come quelli montani, gli errori di gestione nella politica locale si possono pagare cari e li paga la comunità residente. Sarebbe bene non dimenticarlo.

Chi sono i protagonisti dei progetti di sviluppo delle montagne?

Nei progetti di sviluppo a base culturale i protagonisti sono le comunità, NON i progettisti.
Al centro della scena DEVE esserci la comunità, NON i progettisti.
Il progetto è un patrimonio della comunità. Il progettista è al servizio della comunità.

Così scrive sulla propria pagina Facebook il professor Pier Luigi Sacco uno dei massimi esperti italiani nel campo della produzione culturale.

Sono considerazioni che trovo del tutto centrate anche per i progetti pensati per o realizzati nei territori montani, i quali sono ambiti assolutamente culturali – è cultura il paesaggio montano, è cultura l’ambiente, lo è il turismo (anche quello apparentemente più massificato e consumistico), lo è la vita delle comunità di montagna – per molti versi più di quelle metropolitane – e ovviamente lo è la politica.

Bene, proviamo a sostituire nelle parole del professor Sacco “politici” a «progettisti»:

«Nei progetti di sviluppo a base culturale i protagonisti sono le comunità, NON i politici.
Al centro della scena DEVE esserci la comunità, NON i politici.
Il progetto è un patrimonio della comunità. Il politico è al servizio della comunità.»

Ecco espressa in maniera perfetta la situazione politica dei territori montani italiani, nei quali con troppa frequenza i progetti che vengono proposti e finanziati con somme ingenti di denaro pubblico appaiono non come opere al servizio della comunità ma funzionali al prestigio e alla propaganda del politico/dei politici di turno.

Fine.

N.B.: nell’immagine, tratta da questo post sulla pagina facebook “Voci di Cortina”, una eloquente visione del cantiere della pista di bob di Cortina d’Ampezzo, esempio assoluto di progetto inutile per la comunità che lo sta subendo.