La storia fa rima

[Immagine tratta da tg.la7.it, qui.]

Oggi è il Covid-19, allora era l’influenza spagnola a provocare una pandemia a livello planetario. Nonostante sia passato un secolo – cent’anni di progressi scientifici, tecnologici, medici, sociali, economici, eccetera – i sistemi di difesa basilari dal contagio sono ancora gli stessi; forse inevitabilmente, forse no.
«La storia non si ripete ma fa rima con se stessa» disse (pare) Mark Twain. Be’, anche in tal caso non è cambiato nulla e probabilmente mai cambierà. Già.

P.S.: anche il cartello indossato dal tizio a destra («Indossa una mascherina, o vai in prigione») per molti aspetti potrebbe essere alquanto valido, un secolo dopo.

La montagna in agonia?

[Photo by Emma Paillex on Unsplash.]

Imbufaliti anche in Valmalenco per questo nuovo stop. «Non è una questione di chiusura di impianti di risalita – afferma Roberto Pinna, direttore del Consorzio turistico Valmalenco e Sondrio – ma di una lenta agonia dei territori montani.» (Da “La Provincia di Sondrio” del 15 febbraio 2021.)

Torno su un tema verso il quale sono particolarmente attento per affermare che, senza dubbio, le rimostranze dei gestori dei comprensori sciistici, a fronte della (a dir poco) disordinata gestione “politica” delle chiusure di impianti e piste (anche in confronto ad altri assembramenti parimenti inaccettabili, se si resta alle indicazioni istituzionali, come quelli dei centri pedonali delle città, domenica scorsa invasi di gente come e peggio che una pista da sci – qui un esempio al riguardo) sono ben comprensibili, a questo punto delle cose.

D’altro canto, tuttavia, certi “industriali dello sci” come quello protagonista della citazione qui sopra si contraddistinguono nuovamente per una assai fosca (nel senso di bieca e pure di miope) mentalità imprenditoriale, riproponendo argomenti che provengono, negli evidenti principi di fondo, da una realtà turistica di decenni addietro. Ribadisco: se nella situazione attuale le tante proteste dei gestori degli impianti per certi aspetti sono senza dubbio comprensibili (e lo dico io che non sono affatto un sostenitore, nel presente e per il futuro, di questo tipo di turismo invernale), il citato personaggio strumentalizza di nuovo la questione cercando di ribaltarne i termini e sostenendo, in pratica, che senza impianti e sci su pista la montagna “muore”.

Peccato che è proprio un modo di pensare del genere, tipico di chi si disinteressi alla storica, concreta e autentica realtà delle zone montane sopravanzandovi i propri interessi di parte, a soffocare la montagna da tempo: l’agonia citata è in molti casi cagionata anche, se non soprattutto, dalla distorta visione imprenditoriale imposta ai territori montani (e ad essi ormai sostanzialmente avulsa) dagli esercenti degli impianti a fune e dal contorno politico sovente pressoché privo di visione culturale, oltre che amministrativa e economica. In verità, se di “agonia” c’è da discutere, è palesemente l’industria dello sci ad esserlo, così pervicacemente legata ai modelli di sviluppo turistico degli anni ‘70/’80 del secolo scorso, del tutto superati e sostanzialmente falliti, e incapace di rinnovarli (e rinnovarsi) restando in relazione con la realtà-di-fatto montana – economica, sociale, culturale, ambientale, climatica – attuale e futura.

Da tale punto di vista – anzi, da quello opposto, mi viene da dire – la pandemia in corso sta facendo capire molte cose, non solo potenzialmente, su come dovrebbe e potrebbe rinascere la montagna ove finalmente svincolata, ovvero non più tanto sottomessa e dipendente, dal solo turismo dello sci su pista: un nuovo modus operandi che già tanti stanno indicando e sul quale si sta disquisendo sempre di più (cito ad esempio, tra i tanti, il numero 107 del newsmagazine dell’associazione Dislivelli, significativamente intitolato “Non di sola pista”, oppure l’ultimo numero di “Montagne360”, il mensile del Club Alpino Italiano, dedicato alle strategie di sviluppo turistico sostenibile per superare la “monocultura” dello sci alpino).

Tutto questo, nonostante ciò che alcuni dei rappresentanti del relativo comparto turistico come il citato Roberto Pinna sostengono, appunto. Anzi: tutto questo proprio in forza di quanto essi sostengano e che in generale dimostra bene, purtroppo, come il rapporto tra turismo dello sci e territori di montagna sia diventato spesso viepiù antitetico e non equilibrato come ormai oggi, nel 2021, con tutte le esperienze acquisite negli anni scorsi, dovrebbe essere.

Angelo Vaninetti: tra Rothko, Fontana e le Alpi valtellinesi

Alcuni articoli letti di recente mi hanno re-illuminato la figura artistica di Angelo Vaninetti, pittore valtellinese che conoscevo più di nome che di fatto (come altri, credo, ma comunque colpevolmente, visto che il museo che conserva buona parte delle opere di Vaninetti ha sede a meno di un’ora d’auto da casa) ma nelle cui opere oggi, soprattutto in quelle dedicate al paesaggio delle sue montagne di Valtellina e ai dettagli della presenza in esso delle genti che lo abitano, sto scoprendo e cogliendo dettagli, peculiarità e percezioni piuttosto sorprendenti, seppure si tratti spesso di raffigurazioni pittoriche d’una semplicità quasi minimale, apparentemente “ovvie” ma in verità niente affatto tali.

Questa “profonda semplicità” nelle opere di Vaninetti nasce in primis proprio dal legame altrettanto profondo dell’artista con la sua terra, la Valtellina. Come si legge nel sito del museo, «Questa ricerca sul paesaggio l’ha condotto verso risultati originali lontani da compromessi e dalle mode passeggere che spesso influenzano l’operato di alcuni artisti. Vive nei suoi lavori un’eco dei macchiaioli e di quell’attenzione verso temi rurali trattati con una notevole padronanza cromatica. Vaninetti costruisce un universo che lontano dal chiudersi in un immobile passato lancia uno sguardo sul presente, sull’uomo di oggi schiavo di un mondo caotico che ha perso il senso della misura e il valore della verità.»

Ad esempio, per dirvi di quelle mie nuove, inopinate “scoperte” nei quadri di Vaninetti: nell’opera qui sopra, Finestra e muro bianco (1987), nell’ampia campitura cromatica principale, solo variata da leggere sfumature e, ovviamente, da quel “buco” della finestra, ma pure nella striscia di cielo d’un azzurro pressoché uniforme che si contrappone col muro della casa ma senza contrasto, semmai in un’alternanza di colori assai vivi e al contempo garbati, niente affatto dissonanti, appunto, ecco, ci rivedo e non poco la spiritualità cromatica di Mark Rothko, meno cosmica, più rurale eppure similmente profonda e meditativa. Inoltre, quel buco nero della piccola finestra che squarcia il muro, non ricorda in qualche modo (nel principio) il nero che si effonde dai tagli dei Concetti Spaziali di Lucio Fontana? Anche in tal caso senza accezione cosmica e con una significazione più terrena, pragmatica, che rimanda ad un’umana quotidianità ben più semplice ma non per questo meno “misteriosa”, soprattutto proprio nella relazione ancestrale col paesaggio (montano in primis, ma non solo) del quale le forme ritratte da Vaninetti sono un elemento sovente peculiare.

Insomma, Angelo Vaninetti è senza dubbio un artista che merita ben più considerazione di quanta ne goda ordinariamente. Un primo passo in questa direzione è di sicuro la consultazione del sito web del Museo Vaninetti, dove è possibile trovare molto materiale sull’opera artistica del pittore valtellinese; secondo passo, altrettanto importante – per me senza dubbio, ribadisco – è la visita al museo stesso. In fondo, come le tele di Vaninetti invogliano a toccare le pietre, i muri, il legno e ogni altro soggetto così intensamente ritratto, così da cogliere anche al tatto le stesse percezioni che sguardo e mente generano, prima di ciò risulta necessario godere dal vivo di quelle tele e delle narrazioni che vi effondono. L’arte è questo, a ben vedere: il senso della vita che diventa espressione artistica dalla quale scaturisce nuova vita e nuovo senso. Un circolo virtuoso e ineluttabile del quale tutti abbisogniamo per vivere (al) meglio questo nostro mondo.

(Cliccate sull’immagine dell’opera per visitare un’ampia ed esaustiva galleria di lavori pittorici di Vaninetti.)

Leggere troppo, ma non leggere abbastanza

Qualche giorno fa sul sito web de “La Repubblica” è stato pubblicato un video (cliccate sull’immagine qui sopra per vederlo) nel quale Bruno Le Maire, ministro francese dell’Economia, si è rivolto alle giovani generazioni in un appassionato discorso diventato virale sui social a favore della lettura dei libri in contrapposizione alla dipendenza da web e social. «Leggete, staccatevi dagli schermi. Gli schermi vi divorano, la lettura vi nutre» ha detto Le Maire. «Gli schermi vi svuotano, i libri vi riempiono. Fa tutta la differenza. La letteratura e i libri vi permetteranno di scoprire quanto siete unici e fino a che punto non assomigliate a nessun altro. È quello che fa l’umanità. Ogni persona è unica. Ed è la letteratura che ce lo insegna.»

Al ministro francese, e al suo appello senza dubbio ottimo e importante nei principi esposti, ha “risposto” a suo modo Pier Luigi Sacco, intellettuale illuminante che sovente “ospito” qui sul blog in forza della costante lucidità e profondità delle sue considerazioni sui temi della cultura in genere, il quale sulla propria pagina facebook ne ha postate alcune al riguardo che nuovamente trovo assai interessanti e sagaci per come sottolineino un paio di cose fondamentali, sull’argomento. Ve le propongo, sicuro che a vostra volta le troverete importanti e “preziose”:

Questo appello sarà anche diventato virale, ma sospetto che a viralizzarlo siano stati soprattutto i genitori e i coetanei del Ministro. Fare la morale alle nuove generazioni non è mai stato efficace in genere. Per quanto nella sostanza ciò che viene detto sia vero, nel senso che la letteratura e i libri in generale sono una risorsa fondamentale, la cui rinuncia comporta un grave impoverimento in molti sensi, non credo che sia così che si convincerà qualche giovane in più a leggere. Credo che abbia ragione Pennac quando dice che il modo migliore di creare abitudine per la lettura è leggere ai propri figli, nell’età in cui questo è ancora possibile, ed estendendo il senso del suo ragionamento anche alle età successive dello sviluppo, creando interesse attorno a quello che i libri hanno da dirci e da raccontarci, non attraverso la demonizzazione dei nuovi mezzi, ma attraverso un loro uso intelligente. Anche perché c’è stato un periodo in cui il nuovo erano proprio i libri stampati, e qualcuno si stracciava le vesti pensando a come i romanzi licenziosi avrebbero corrotto l’animo dei giovani. Una delle doti dei libri è che consentono di mantenere una memoria storica. Forse il problema delle generazioni oggi mature non è che hanno letto troppo, ma che non hanno letto abbastanza per affrontare i tempi che viviamo con una sufficiente generosità e apertura mentale.

Il paesaggio come un corpo “umano”

Il celeberrimo profilo di Abraham Lincoln creato da una zona di campi coltivati ripresa da Google Earth. Immagine tratta dal sito del Daily Mail, presa da questo articolo.]

In Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Gilles Deleuze e Félix Guattari dedicano alcune intriganti pagine al concetto di viseità, al rapporto corpo-testa-viso e, in un passaggio illuminante, alla relazione tra viso e paesaggio: «Il viso ha un correlato di grande importanza, il paesaggio, che non è soltanto un ambiente, ma un mondo deterritorializzato», scrivono, e poco più avanti precisano:

L’architettura pone i suoi insiemi, case, villaggi o città, monumenti o fabbriche, che funzionano come visi in un paesaggio che essa trasforma. La pittura riprende lo stesso movimento, ma anche lo inverte, disponendo un paesaggio in funzione del viso, trattando l’uno come l’altro: «trattato del viso e del paesaggio». Il primo piano cinematografico tratta anzitutto il viso come un paesaggio, si definisce così, buco nero e muro bianco, schermo e cinepresa. Ma già le altre arti, l’architettura, la pittura, perfino il romanzo: primi piani che le animano inventando tutte le correlazioni.

Ora, al di là delle considerazioni che da par loro Deleuze e Guattari sviluppano intorno a tali assunti, trovo molto interessante anche dal mero punto di vista “geografico” la correlazione tra paesaggio e corpo umano con tutti i suoi elementi antropomorfici, e con il viso in particolare come elemento primario di identificazione, significazione, riconoscibilità ed espressività del corpo, ovvero di qualsiasi individuo. Se consideriamo l’architettura – disciplina umana, o arte, che come nessun’altra agisce sul paesaggio e ne modifica la realtà – come l’azione che “inizia” e assume un senso fin dalle minime modificazioni del paesaggio, ad esempio il sentiero formato dal passaggio e dal cammino che è una forma elementare ma evidente di antropizzazione o territorializzazione (oppure ancora umanizzazione, per usare un termine caro a Eugenio Turri) di esso, e dunque se possiamo dire che è architettura ogni piccola o grande azione umana che in qualche modo modifichi il territorio e di conseguenza il paesaggio in quanto percezione e concezione del territorio antropizzato, possiamo pure comprendere che se consideriamo il paesaggio come un corpo che noi umani andiamo a identificare e soggettivizzare con le nostre azioni su di esso (dandogli un “viso” che ce lo rende riconoscibile, per dirla con Deleuze e Guattari, il quale è a sua volta “paesaggio”), dobbiamo necessariamente prenderci cura nel modo più pieno e consapevole possibile di quel corpo perché in fondo è il nostro corpo, quello per il quale noi (con le nostre azioni) siamo viso, quello al quale diamo un senso e un valore funzionale al nostro starci dentro e viverlo.

Di conseguenza, ogni danno che noi apportiamo al paesaggio, sia esso materiale (infrastrutture, inquinamento, dissesti, brutture, eccetera) e sia immateriale (visioni e progettualità degradanti, immaginari deviati, inconsapevolezza culturale, irresponsabilità politica, eccetera) diventa per quanto sopra affermato una ferita al nostro corpo-paesaggio, una lesione, un livido se non una frattura o magari peggio. In tal caso, nessun viso potrebbe mai non distorcersi in una smorfia di dolore e di patimento, anche quello apparentemente più bello. Un corpo, in quanto organismo (di nome e di fatto), sta bene quando nel suo insieme gode di buona salute: non è che se la pianta di un nostro piede presenta un doloroso taglio abbiamo il sorriso più beato stampato sul viso, al contrario assumeremo inevitabilmente un’espressione sofferente. Ecco, parimenti se nel paesaggio l’architettura, nell’accezione sopra esposta, inserisce un elemento disarmonico, forzato, irritante, contundente quale “viso” identificante e soggettivizzante ma – per dirla semplice – di brutto aspetto, l’intero corpo-paesaggio inesorabilmente subirà i danni materiali conseguenti e, anche immaterialmente tanto quanto concretamente, si troverà ad essere identificato nello stesso modo disarmonico, irritante, dunque degradante, acquisendo una pari valenza svilita. Oppure, in altro modo, si ritroverà de-identificato anche senza essere “deterritorializzato”, per come lo intendono Deleuze e Guattari: diventerà un non luogo, in buona sostanza – l’equivalente di un viso amorfo, piatto, spento, inespressivo: un non viso il cui corpo certamente faticherà molto a farsi riconoscere e a distinguersi dagli altri.

Sia chiaro: ho preso i concetti dei due studiosi francesi estrapolandoli forse con eccessiva forza dall’ambito speculativo di Mille piani per adattarli a una visione geografico-antropologica magari ancor più astratta, tuttavia, per (riba)dirlo molto più semplicemente e concretamente, il concetto di territorio come (nostro) corpo-viso e il paesaggio come risultato della relazione tra i due elementi trovo che sia assolutamente interessante e utile a responsabilizzarci in misura sempre maggiore alla cura e alla salvaguardia del paesaggio-mondo in cui viviamo. Nella visione umanistica di questa mia argomentazione, come sunto oggettivo di essa, se ne deriva l’individuo, l’uomo; da quella geografica, a ben vedere, scaturisce il concetto di “luogo”. E in fondo la relazione primaria e ancestrale sulla quale si fonda la nostra presenza attiva nel mondo è proprio quella tra uomo e luogo, in tutte le sue valenze e con la ineluttabile reciprocità: un bel viso (non solo in senso estetico, anzi) ha chi piace e infonde fiducia in chiunque vi abbia a che fare; un “bel viso” ha il paesaggio al quale si riconosce una naturale bellezza, ci si trova bene e si ci sente accolti, al punto da poterci vivere nella massima armonia e col più virtuoso equilibrio.