Una nostalgia, forse

[Milano al tempo del lockdown totale per il Covid-19, tra marzo e maggio 2020. Immagine tratta da qui.]
Nei giorni in cui si “celebra” un anno di presenza del coronavirus, io poi so già che, quando finalmente sarà passata tutta questa conseguente pandemia e la gente rapidamente se la scorderà con tutti i suoi annessi e connessi, un po’ a me i lockdown mi mancheranno, penso.
Al netto dei disagi che provoca(va)no, ovviamente, e a prescindere che fossero (siano) utili oppure no, non intendo quello; piuttosto penso all’occasionale, imposta ma pure potenzialmente fruttuosa circostanza che genera(va)no, la manifestazione concreta nella realtà di un momento di crisi che, in quanto tale, poteva, doveva, può e deve diventare occasione di meditazione, ripensamento, discernimento, rinnovamento: qualcosa che, da creature intelligenti e senzienti che diciamo di essere, dovremmo fare sempre e invece non facciamo mai. Un momento obbligato che in tal senso dunque – ribadisco, al di là di tutti problemi ad esso legati – non era (è) per nulla qualcosa di così negativo, ovvero sarà qualcosa che, forse, finiremo per rimpiangere.
Almeno io sì, credo.

Un luogo meno desolante

Be’, stando alle prime immagini inviate sulla Terra, e nonostante il “nulla” che vi si scorge, mi sembra di poter dire che pure il luogo di Marte nel quale giovedì (mercoledì sera, da noi) è atterrato il rover Perseverance appare molto meno desolato – e desolante – di certi non luoghi del pianeta Terra.

In effetti ci sono posti dove sembra che non ci sia nulla e invece c’è moltissimo, e altri posti dove all’apparenza c’è tutto e invece non c’è nulla. Un po’ ovunque nello spazio e anche sulla Terra, già.

La sapienza al rogo

[Il monumento a Giordano Bruno in Campo de’ Fiori a Roma. Foto di Benjamin Dahlhoff, opera propria, CC BY-SA 3.0; fonte qui.]

[…] Non è la tragica conclusione della vicenda umana di Bruno il significato dell’anniversario, quanto l’inizio della catastrofe. Nel 1633, trent’anni dopo il rogo di Bruno, l’esito del processo a Galileo, lo scienziato più famoso d’Europa, sancisce la fine del pensiero scientifico in Italia. […] L’odio per la scienza, per il ragionamento che aborre la metafisica e valida le ipotesi attraverso verifica sperimentale, hanno origine in quegli anni. Odio furibondo che condanna il nostro paese al disprezzo del pensiero scientifico nel così detto “comune sentire” nonostante la straordinarietà dei risultati ottenuti dai fisici di scuola italiana. Disprezzo che prosegue nei secoli sancito dalla sciagurata riforma Croce-Gentile. Ovvero: fatichi in matematica? Fattene un vanto.
Avremmo forse potuto. Forse. Ma cosa? Nell’anniversario di Piazza dei Fiori facciamo della fantascienza. Ancora alla metà del Seicento la comunità scientifica europea (e più in generale le persone colte) dialogano in latino, “l’inglese internazionale” dell’epoca, come testimoniano i “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” capolavoro di Isaac Newton pubblicato nel 1687. Pur litigiosi come scimmie di Benares, lontanissimi dall’idea di stato unitario mentre altri già lo erano, avremmo potuto essere il felice paese della bellezza e della sapienza. Bologna è la più antica università del mondo, e anche Padova, Napoli e Siena hanno i loro anni. Lo studio il sapere, la libertà di ricerca, insieme al paesaggio, all’arte classica, al buon cibo, al sole e mandolino… Purtroppo santa romana chiesa fu di diverso avviso. E così, anno dopo anno, declinammo sino all’insignificanza.

Sono alcuni passaggi, questi, di un prezioso articolo di Giuseppe Ravera pubblicato ieri nel suo blog “Le Nuove Madeleine” (dal quale traggo di frequente contenuti sempre interessanti), in occasione dell’anniversario della morte di Giordano Bruno, il 17 febbraio di quattrocentoventuno anni fa.

Articolo prezioso dacché capace di offrire, con parole forti, chiare e illuminanti, alcune riflessioni sulle quali mi trovo totalmente d’accordo e che non parlano d’una vicenda (o di vicende) di quattro secoli fa ma dell’oggi, del tempo presente, di un paese (l’Italia, sì) che veramente da allora, come sostiene Ravera, ha mandato al rogo non solo scienziati, filosofi, intellettuali, liberi pensatori e quante altre figure extra-ordinarie ma pure, e in modo crescente fino ai giorni nostri, il proprio buon futuro.

E coloro che oggi sono qui a chiedersi «ma come mai?» oppure a sostenere «ci pensiamo noi!» sono proprio gli eredi di quelli che se ne stavano compiaciuti da parte ai secolari roghi di santa romana chiesa a godere del “bel” tepore effuso. Già.

Le Corbusier, Venezia, le grandi navi

«Venezia […] è un miracolo. Organizzate il turismo, ma un turismo adorabile, ammirevole, umano, fraterno, per la povera gente come per gli aristocratici e i miliardari […]. Voi avete un tesoro a scala umana che sarebbe atrocemente criminale trasgredire, saccheggiare! È presto fatto! Fate dei regolamenti precisi sugli aspetti biologici dell’architettura: “aprire”, “aerare”, “ventilare”. E bisogna ancora vincere le zanzare (io ho ottenuto dei risultati in un clima difficile!)»

Quanto sopra lo scriveva Le Corbusier (Charles-Édouard Jeanneret-Gris) in una lettera datata 5 ottobre 1962 – ma in questo passaggio ancora assolutamente contemporanea, in tema di turismo e non solo – e inviata all’allora sindaco di Venezia Giovanni Favaretto Fisca, nella quale invocava attenzione per il patrimonio artistico e per la fragilità della città lagunare. La citazione l’ho tratta da Alessandra Dolci, Un uomo dalla personalità poliedrica, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” nr.142, aprile 2020. Per la cronaca, Favaretto Fisca nel 1962 aveva contattato, con propria personale (e controversa) iniziativa, Le Corbusier per affidargli l’incarico di sviluppare un progetto per il nuovo ospedale civile cittadino, nell’area del dismesso vecchio macello comunale. L’architetto elvetico accettò ma il suo progetto, pur arrivando allo stadio esecutivo, rimase irrealizzato, anche a seguito della sua morte avvenuta nel 1965.

Nelle immagini: Piazza San Marco a Venezia a fine Ottocento, tratta da qui, e oggi, tratta da qui. Ecco, a proposito di attenzione per la città lagunare: e le “grandi navi” dentro Venezia? Terminata la pandemia che ne ha bloccato il transito, torneranno a passare, a “trasgredire” e “saccheggiare” la bellezza tanto inimitabile quanto fragile della città, nonostante le tante belle parole, le promesse, le assicurazioni di altrettanti amministratori pubblici che quanto sopra non avverrà più?

Si accettano scommesse, eh!

P.S.: della questione “grandi navi a Venezia” nel mio piccolo ne scrivevo già più di sei anni fa, qui sul blog. Inutilmente, ovvio.