[Un torrente nei boschi vicino casa, qualche giorno fa.]In questo periodo, dalle mie parti, c’è un motivo di gioia in più per vagabondare sui monti: quello generato dal vedere i ruscelli e i torrenti belli pieni d’acqua, in forza delle frequenti e abbondanti piogge delle ultime settimane. Quasi ogni corso d’acqua, da quelli maggiori ai rigagnoletti nascosti nel sottobosco, si è riattivato rianimando di conseguenza l’intero circondario che così appare più vivo, vibrante di energia, fremente come l’acqua che scroscia e fluisce e dona a chi passeggia uno dei più piacevoli sottofondi sonori che la natura sappia elargire.
Scrivo che ogni ruscello o torrente si è ri-attivato perché è proprio grazie a questa vitale rinascita idrica che nella mia mente tornano i ricordi di come solo un paio d’anni fa quegli stessi corsi d’acqua fossero invece inattivi, vuoti, secchi, sterili, tremendamente desolanti nel loro aspetto di lunghe colate di massi grigi e polverosi, completamente prive di acqua, che tagliavano i territori ferendone la bellezza e devitalizzandone l’ambiente, dopo la prolungata mancanza di piogge e di nevicate sui monti che quasi tutte le Alpi avevano dovuto registrare. Quest’anno per fortuna è andata bene (anche troppo!) ma l’estremizzazione delle conseguenze del cambiamento climatico in corso fa purtroppo temere che altre siccità, con relative emergenze idriche, potranno manifestarsi di nuovo nelle stagioni future e chissà in quale entità. Per questo trovo così bello il poter godere di tutta quest’acqua nei “miei” torrenti montani: sto acquisendo una memoria che manterrò sempre vivida, sperando che nel frattempo torni a essere l’immagine di una normalità e non il ricordo di un periodo eccezionale.
[Il segretario Loki è sempre estremamente contento di trovare acqua abbondante nei torrenti.]D’altro canto la carenza o la mancanza di acqua nei torrenti della mia zona e di altre non è che una delle manifestazioni di un problema parecchio critico anche perché ormai pressoché cronico: il generale abbassamento dei livelli delle acque di falda e dunque delle sorgenti, che alimentano la gran parte di quei torrenti. Ricordo, quand’ero ragazzino, che con mamma e papà si veniva a camminare la domenica lungo i sentieri dei monti sui quali oggi vivo e, salendo in quota, incontravo numerose sorgenti con fiotti d’acqua copiosi e sempre presenti i quali, oltre alla mia borraccia, alimentavano i ruscelletti che a valle s’allargavano diventando veri e propri torrenti. Poi, col passare del tempo, ho visto quei getti d’acqua diminuire costantemente d’intensità e in modo crescente negli ultimi anni, anche in forza della visione più frequente, e alcuni di essi, magari nei periodi estivi più afosi e meno piovosi, perdere del tutto l’acqua fino alle piogge autunnali. Oggi, molte di quelle sorgenti appaiono attive per brevi periodi legati esclusivamente alle precipitazioni stagionali; di neve in inverno ne cade pochissima e il suo apporto alle falde, una volta fusa, è minimo; i nubifragi, anch’essi in palese aumento, sono talmente violenti da non dare il tempo al terreno di assorbire la pioggia e trasferirla alle falde sotterranee; inoltre, come detto, stanno comparendo fenomeno meteo-climatici come le prolungate siccità che fino a qualche anno fa si ritenevano impossibili nelle zone alpine e prealpine, naturalmente ricche di risorse idriche.
Tuttavia, non è soltanto un problema meteoclimatico legato alla quantità di precipitazioni o alle temperature in aumento. C’è anche una causa prettamente antropica che l’immagine qui sotto, trovata in giro sul web, spiega perfettamente:
Sulle montagne di casa (ma, ripeto, il problema è generale e diffuso ovunque sulle montagne), dove una volta c’erano così tanti ruscelli, torrenti e sorgenti ricche di acqua mentre oggi molto meno, si è scavato e costruito molto e di frequente – come mi hanno confermato pure alcuni conoscenti che di territori e di acqua si occupano per professione – con gli scavi si è andati a intercettare i livelli di falda, posti non di rado a scarsa profondità rispetto alla superficie del terreno. Un po’ come aver bucato un contenitore pieno d’acqua, la quale lentamente ma inesorabilmente è fluita fuori lasciandolo così vuoto e ugualmente privi di alimentazione i ruscelli a valle la cui vitalità idrica da quel “contenitore” per buona parte dipendeva. Il “contenitore” magari lo si può anche riparare, ma l’acqua che conteneva è ormai andata persa e per recuperarla bisogna immetterne altrettanta: ovvero, per rianimare la falda che ha perso la propria acqua servono periodi prolungati di pioggia abbondante, proprio come quello in corso nel nord Italia ma che, nella realtà meteoclimatica attuale, rappresenta un’eccezione. Se piove tanto il livello di acqua nella falda risale, se piove poco o nulla ovviamente no, al netto che eventuali escavazioni del terreno realizzate in corrispondenza dell’acquifero sotterraneo non ne abbiano compromesso la capacità di tenuta della propria riserva idrica.
[Il torrente Terrò, tra Orsenigo e Cantù in Brianza (Como), completamente in secca a fine inverno 2023. Immagine tratta da www.quicomo.it.]Ecco, io non sono un tecnico del settore idrico o una figura assimilabile, dunque non entro nel merito degli aspetti geologici e idrologici della questione: mi occupo di territori, paesaggi e relazioni antropiche con essi. Quindi, il rilievo primario che in queste circostanze cerco di cogliere e analizzare nello studio di essi è proprio l’effetto della carenza ormai ordinaria di acqua nei torrenti sulla percezione materiale e immateriale del rispettivo paesaggio, la quale assume anche valenze psicogeografiche dacché va a influire direttamente sull’elaborazione culturale di quel paesaggio nella persona che vi ci si trova e vi interagisce. Basti pensare, molto banalmente, a come un bosco attraversato da un torrente in secca appaia meno vitale e animato nonché più malinconico di un altro che goda del transito d’un torrente vispo d’acqua abbondante. La sola visione della colata di massi e pietrisco inaridita “devia” i sensi e la percezione d’animo verso suggestioni piuttosto meste (anche se inconsce, forse) e d’altro canto l’acqua è l’elemento per eccellenza che rappresenta e manifesta primariamente la vita in natura e la vitalità dei suoi ambienti: è inevitabile che la sua assenza susciti sensazioni opposte in chiunque.
[Così si presentava il torrente Pioverna, corso d’acqua principale della Valsassina (Lecco), a giugno 2022. Immagine tratta da www.leccoonline.com.]Dunque, se qualcuno in questi giorni si lamenta delle piogge così frequenti e abbondanti (anche al netto di malaugurati danni che purtroppo l’intensità di certi nubifragi attuali purtroppo provoca), beh… non ha tutti i torti. Però sappia che, almeno, tutta questa pioggia ha ridato vita a molti corsi d’acqua che l’avevano persa e dunque “rifocillato” molte falde sotterranee rialzandone i livelli, speriamo per lungo tempo, con benefici per quelli come me che abitano e vagabondano sui monti in prossimità di quei torrenti ma anche, e soprattutto, per le pianure e le loro città verso le quali dalle montagne i torrenti fluiscono facendosi fiumi che portano l’acqua in innumerevoli case, industrie e campi agricoli. Mi auguro che anche laggiù questa temporanea abbondanza di acqua possa rimarcarne l’importanza fondamentale e contribuire a tenere viva la memoria esperienziale dei recenti anni di inopinata e inquietante emergenza idrica: quest’anno, come detto, le cose al riguardo ci stanno andando bene, in futuro chissà.
[Per ingrandire l’immagine e leggere meglio, cliccateci sopra.]Nel 2020, per la seconda edizione di ALT[R]O Festival, creai lungo un tratto del Sentiero Rusca una sorta di “percorso letterario” denominato “Suggestioni di lettura di strada. Camminare sulle parole” dotato di “segnavia” fatti da citazioni tratte da libri variamente dedicati ai temi della montagna e al paesaggio “stencilate” direttamente sul sentiero, nella parte dotata in certi tratti di un (discutibile, in verità) manto asfaltato per farsi anche ciclovia di fondovalle.
La prima delle citazioni che formavano il percorso è quella che mostra l’immagine lì sopra e che spiego di seguito (così come feci di persona in quei giorni del Festival accompagnando i partecipanti). Le altre le potete trovare qui.
Tullio Dandolo (la cui citazione ho tratto da Paolo Paci, L’Orco, il Monaco e la Vergine. Eiger, Mönch, Jungfrau e dintorni, storie dal cuore ghiacciato d’Europa, Corbaccio, 2020, pagg.12-13) è stato uno dei numerosi che, nel suo viaggio attraverso le Alpi (una sorta di Grand Tour alla rovescia, dall’Italia verso Nord), ne ebbe un’impressione terribile, niente affatto “bella” (anzi, gli parvero un «ributtante spettacolo», persino!), scrivendo quelle sue impressioni nel 1829, dunque proprio all’inizio della moderna “era” turistica alpina che stava costruendo e sviluppando i suoi immaginari estetico-culturali. D’altro canto un personaggio ben più celebre e importante, Hegel, a sua volta delle Alpi scrisse: «Dubito che il teologo più credulo oserebbe qui, su questi monti in genere, attribuire alla natura stessa di proporsi lo scopo dell’utilità per l’uomo, che invece deve rubarle quel poco, quella miseria che può utilizzare, che non è mai sicuro di non essere schiacciato da pietre o da valanghe durante i suoi miseri furti, mentre sottrae una manciata d’erba, o di non avere distrutta in una notte la faticosa opera delle sue mani, la sua povera capanna e la stalla delle mucche.»
Invece oggi il paesaggio alpino e montano rappresenta per chiunque una delle quintessenze terrene del concetto di bellezza. Peccato che, come indirettamente Dandolo e Hegel riportano, prima dell’avvento del turismo, il concetto di “bellezza” in montagna non esisteva: l’hanno portato e imposto nelle Alpi i viaggiatori dei Grand Tour dall’Ottocento in poi, conformandolo su stilemi estetici pittorici (e pittoreschi), romantici, industriali, metropolitani e meramente ludico-ricreativi che con i monti non c’entravano (e non c’entrano nemmeno oggi) granché. Semmai, per i montanari era “bello” ciò che era funzionale, che serviva a sopravvivere in quota: ad esempio il bosco perché dava la legna, non perché fosse misterioso e affascinante, il prato perché consentiva il pascolo del bestiame, non per la vividezza del verde dell’erba, eccetera. Ecco, forse si dovrebbe tenere più presente questa evidenza, quando decidiamo di stabilire cosa sia bello e cosa no nel paesaggio montano. D’altronde, al riguardo: e se le nostre convinzioni circa ciò che è “bello” o “brutto” non fossero così giustificate e giustificabili come crediamo? Se dovessimo rimetterle in discussione, noi per primi che le formuliamo e le usiamo come ordinari metri estetici di paragone, per capire se siano effettivamente sostenibili?
[Panorama estivo dell’alta Valmalenco. Immagine tratta da www.montagnaestate.it.]Non che per quanto sopra si debba tornare a (non) considerare il bello come facciamo oggi ma come facevano i montanari d’un tempo (la cui vita assai grama probabilmente toglieva pure la voglia e la sensibilità verso il “bello estetico” e la conseguente emozione verso i quali noi oggi siamo così sensibili!) e additare i monti come “spettacoli ributtanti”. Ma, appunto, potrebbe essere interessante cercare di giustificare, noi con e per noi stessi, le nostre valutazioni estetiche, di supportarle con riscontri oggettivi e con considerazioni culturali, di percepire l’emozione del bello e non mantenerla in “superficie” nel nostro animo ma sprofondarla in esso ovvero approfondirla, comprenderla maggiormente, acuirne il senso e il valore. Potrebbe diventare, quella bellezza che stiamo valutando, ancora più bella, oppure svelarsi come altro, chissà!
Potremmo ad esempio scoprire che aveva ragione, al riguardo, un altro grande personaggio dell’arte e della cultura umane più contemporaneo a noi, John Cage, quando scrisse che «La prima cosa che mi chiedo quando qualcosa non sembra bello è perché credo che non sia bello. Basta poco per capire che non ce n’è motivo.» (citato in AA.VV., Il libro della musica classica, Gribaudo, 2019, pag.304.) Un’osservazione sagace e illuminante, vero?
Da tempo seguo sul web Alessandro Fort, psicologo, formatore e scrittore (l’ultimo libro edito è Ansia e stress, vedete la copertina qui sotto), per la mirabile capacità divulgativa attraverso la quale veicola la propria esperienza professionale e – dal mio punto di vista soprattutto – perché lo fa prendendo spesso come dimensione contestuale la montagna e l’ambiente naturale. In sostanza, Alessandro riprende a modo suo quel motteggio vecchio e, se mediato con eccessiva superficialità, fin troppo retorico che recita «La montagna è una scuola di vita» riportandolo con prezioso pragmatismo al presente e a quel valore generale di bene ecosistemico fondamentale, in senso materiale e immateriale, che la Natura possiede e offre a chiunque vi instauri una relazione culturale la quale, inevitabilmente, godrà anche dei benefici psicologici indotti dal quel valore. Che d’altro canto è attivo anche quando non si abbia la consapevolezza della sua sussistenza, come può accadere a chi viva e frequenti la Natura con fini meramente ludici o ricreativi, seppur comprenderne l’effetto ne accresce(rebbe) largamente i benefici.
Ho chiesto ad Alessandro di spiegarmi rapidamente come nasca la correlazione tra montagna e psicologia che propone, e così mi ha risposto:
La montagna è per me la natura senza alcuna gara con niente e nessuno, è il luogo in cui ignoro l’orologio e mi regolo con il giro del sole. La montagna dà spazio alla parte primitiva del mio essere dove bevo l’acqua del ruscello, osservo il cielo per sentire l’arrivo della pioggia o raccolgo il mugo. Lì ci sono cose vere come terra, acqua, aria, legno…tutti elementi che riporto nel mio lavoro quale strumento di contrasto dell’ansia e dello stress, ma più in generale per mantenere l’equilibrio interiore mio e delle persone che a me si affidano. Camminare sui sentieri è riscoprire quell’animo avventuriero in via di estinzione, sostituito dalla frenetica omologazione sportiva, ed è il modo migliore per contrastare la fretta che il mondo impone, spingendo a non vedere nulla di ciò che sta attorno. Una cosa che mi rattrista poiché chi non vede la natura e le sue creature non vede neppure gli esseri umani.
Posto tutto ciò, ho formulato ad Alessandro il desiderio di poter proporre a chi legge queste mie pagine qualche suo contributo sulle tematiche delle quali si occupa, e molto gentilmente mi ha concesso un articolo (sublime, ma è la mia opinione personale) che è stato originariamente pubblicato sul magazine “Treviso Città&Storie” – essendo lui trevigiano di adozione (e mestrino di nascita) – dall’intrigante titolo Cosa significa naturale?
Lo potete leggere di seguito, e ringrazio ancora Alessandro Fort per tale concessione e per la preziosa amicizia.
Cosa significa naturale?
Tutti si dicono amanti della natura, ma che cosa intendono esattamente per natura?
Per alcuni l’attraversare il giardinetto in città è già entrare nella natura selvaggia e pericolosa, comprensibile se li si immagina vivere al quarto piano di un condominio con ascensore che li porta su e giù ogni giorno. Mia madre quando vedeva un campo, un bosco o comunque un’area non edificata diceva che gli faceva tristezza.
La maggior parte delle persone la pensa come lei, nel senso che quando non c’è nessun oggetto, intervento o costruzione derivante dall’azione umana, ritiene non vi sia niente di bello da vedere e interessante da fare. Da tale prospettiva un bosco è solo un bosco, ma se ci si piazza un po’ di corde su cui arrampicarsi e una ventina di cartelli illustrativi, diventa un bellissimo parco in cui stare a contatto con la natura.
Sul primordiale conflitto uomo natura è cresciuta l’ingordigia commerciale a sua volta alimentata dalla rincorsa delle novità. Il mito della natura diventa pretesto per piazzare giostre di plastica, segnaletiche ridondanti, costruzioni di cemento e aggeggi in acciaio, ma anche strade e mezzi di trasporto (dal fuoristrada alla mountain bike) che rendono il transito veloce e distratto fino a trasformare il bosco, la spiaggia o la campagna sfondi appena percepiti. La cultura della semplice natura non è remunerativa rispetto al mercato di massa, una moltitudine di zombie attratti dai colori di rumorose giostre, che dicono di cercare i silenzi delle vallate e i riflessi delle onde, ma li guardano sulla carta patinata dei dépliant, non nella realtà.
La natura non ha bisogno dell’uomo per sopravvivere, a parte sopravvivere a un uomo predatorio quanto antropocentrico e convinto che l’universo esista in sua funzione e che senza di lui non avrebbe alcun significato. Quando si parla di investimenti per la valorizzazione dell’ambiente significa alimentare l’ingordigia di chi propone strade, costruzioni o parchi a tema, perché il vero modo per favorire la natura è non fare nulla e lasciarle esprimere le sue forme. Se proprio si vogliono spendere soldi, beh.. si potrebbero valutare interventi di deantropizzazione, eliminando qualche strada, qualche cartello e tanto altro. La natura non ha bisogno nemmeno dell’ossessionante smania di sportivizzare tutto, inquinando la natura di colori artificiali, di rumori artificiali, di odori artificiali, di materiali artificiali e di eventi agonistici a suon di fischietti, altoparlanti e classifiche.
Si sta perdendo sempre di più il vero concetto di naturale, fino a quando un giorno qualcuno proporrà di spianare le montagne, asfaltare i sentieri, cementificare gli oceani e pavimentare i deserti, per fare attività colorate, rumorose e protocollate da regole codificate in un rassicurante e omologato ambiente pieno di manufatti in plastica, acciaio, cemento e qualche altro materiale della futura voracità industriale.
Cosa conferisce un particolare fascino al superamento di un valico di montagna? La premonizione del paesaggio che si troverà dall’altra parte, che rischiara la fantasia del viandante – gli elevati sentimenti che si provano nel momento del passaggio, nel punto che segna la linea di demarcazione di acque e popoli -, l’accresciuta percezione del presente e dei luoghi, e tutta una serie di altri motivi che agiscono inavvertitamente su chiunque in misura tanto più forte quanto più cultura e conoscenza ci si porta appresso. Ogni viaggio su un valico di montagna è un viaggio di scoperta.
Ogni volta che leggo questi brani di Spitteler, che hanno più di 120 anni, mi sorprendo di quanto la visione del territorio e del paesaggio che sottendono sia incredibilmente contemporanea, sia in senso scientifico che culturale. In queste così poche righe, ad esempio, vi si ritrova l’attuale concetto di “paesaggio” (il quale, per come viene usato oggi nelle discipline geografiche e umanistiche, ha non più di quarant’anni e non è affatto così risaputo, ancora), l’intuizione chiara della relazione culturale tra uomini, territori abitati e luoghi nonché del relativo valore identitario di essa, degli accenni a quella che oggi chiamiamo psicogeografia, la visione ecostorica (altra disciplina di recente teorizzazione) e quella geopoetica, così ben sviluppata dall’amico Davide Sapienza, ad esempio.
Insomma, in tal senso è quasi impareggiabile, Carl Spitteler. Tenetene conto, visto quanto sconosciuto o quasi sia, al di qua del Gottardo e a sud di Lugano.
Mentre nel giro di solo un paio di giorni, nel nord Italia, si è passati dai 25°C e più di un’estate troppo tardiva alla neve poco oltre i 1000 m di quota di un inverno inopinatamente precoce, e nel frattempo che l’Organizzazione Meteorologica Mondiale pubblica un rapporto – ripreso da molti media internazionali, come il “The Guardian”, e da pochissimi media italiani (un’eccezione qui) – nel quale si dimostra che l’aumento medio delle temperature in Europa è doppio rispetto al resto del pianeta, viene da riflettere in merito allo stress biologico al quale l’ambiente naturale viene sottoposto in forza dei cambiamenti climatici in corso e delle loro bizzarre, imprevedibili variazioni. Ma, considerando che piante e animali hanno una capacità di resilienza differente e per molti versi maggiore del genere umano, che semmai la basa in gran parte sulla propria tecnologia e poco sull’adattabilità biologica, ancor più viene da pensare a quali conseguenze il clima che affrontiamo e in futuro sempre di più subiremo sarà sottoposto l’uomo, anche per come la sua “civiltà” – non tutta, ma molta – continui a mantenere un atteggiamento, verso la situazione climatica in corso, di sostanziale disinteresse diffuso.
È un tema che studia l’ecopsicologia, disciplina ancora relativamente giovane – è nata negli USA a fine anni Ottanta – ma che è destinata a diventare sempre più importante nell’analisi della nostra relazione comportamentale con il mondo in cui viviamo e con la sua dimensione ecologica così scossa dalla crisi climatica. Se è risaputo che il luogo con il quale interagiamo e le sue caratteristiche ambientali condizionano noi e la nostra presenza in esso sia dal punto di vista fisico che psichico, è ben difficile considerare e stabilire quanto la variabile climatica, un tempo marginale ma ormai destinata a diventare una condizione sempre più presente e impattante sull’ambiente, influisca e influirà sull’uomo. Certo l’entità del cambiamento climatico in corso non lascia ben sperare al riguardo, d’altro canto la comunità umana possiede(rebbe) gli strumenti culturali necessari a sviluppare una maggiore e proficua resilienza nei confronti del clima, a partire dalla presa di coscienza compiuta sulla realtà climatica sulla quale fondare qualsiasi evoluzione sociale, tecnologica, antropologica ovvero quell’intelligenza ecologica – altro concetto recente ma assai importante – che ci consenta di vivere al meglio e in armonia con il pianeta e la sua realtà. Nella speranza che l’ecopsicologia serva anche negli anni prossimi a indagare e comprendere meglio la nostra relazione con l’ambiente e non ad analizzare e curare un disagio psichico legato al clima divenuto drammaticamente grave e diffuso.
P.S.:qui c’è un interessante report da leggere sui temi sopra citati, redatto dall’Italian Institute for Planetary Health e intitolato Cambiamenti climatici, studio IIPH: impatto allarmante sulla salute pubblica. L’immagine in testa al post è tratta da questo articolo di “Greenreport.it” che rimanda allo studio dell’IIPH.