[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc. ]Sì, avete letto bene: anche dalla capitale belga, sede del Parlamento Europeo, il Vallone delle Cime Bianche da qualche giorno si “vede” benissimo e se ne conosce altrettanto bene la bellezza, il valore e il pericolo al quale viene sottoposto.
Infatti una delegazione valdostana del Comitato Insieme per Cime Bianche ha partecipato, nella giornata di mercoledì 31 gennaio, al convegno organizzato dall’eurodeputata Maria Angela Danzì nella sede del Parlamento Europeo di Bruxelles per portare ai massimi livelli istituzionali del Vecchio continente la cruciale battaglia di conservazione del Vallone della Val d’Ayas dal devastante progetto funiviario che gli enti locali valdostani vorrebbero imporgli nonostante il suo status di territorio protetto da normative nazionali e comunitarie.
A introdurre l’incontro gli ideatori del Progetto fotografico“L’Ultimo Vallone Selvaggio – In difesa delle Cime Bianche”Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti i quali, oltre a dipingere le peculiarità e l’eccezionalità del Vallone attraverso le loro fotografie, hanno portato all’attenzione dei presenti lo studio di fattibilità del collegamento intervallivo e le iniziative già intraprese per informare l’opinione pubblica. Inoltre Erika Guichardaz, consigliera regionale della Valle d’Aosta e l’avvocata Emanuela Beacco, legale del Comitato, hanno evidenziato come, nonostante la mancanza della percorribilità giuridica per la realizzazione del progetto del collegamento funiviario, il governo valdostano in carica continui a procedere come se nulla fosse, programmando di spendere ingenti risorse pubbliche (si parla di decine di milioni di Euro!) per devastare uno degli ultimi territori d’alta quota incontaminati di questa porzione delle Alpi Occidentali.
Al convegno hanno partecipato relatori, politici ed esperti della montagna provenienti da diversi Paesi dell’UE: si sono trovati tutti concordi nell’idea che zone come quelle della Val d’Ayas vadano tutelate incentivando un turismo dolce, estensivo e inclusivo che prediliga il contatto diretto con la natura, il rispetto della natura, la sostenibilità ambientale, sociale ed economica e rinunci a grandi infrastrutture costose ed impattanti.
L’evento è stato ripreso e seguito dalla stampa e dalla televisione regionale e, nelle prossime settimane, il Comitato Insieme per Cime Bianche organizzerà una serata dove verranno diffusi gli interventi del convegno.
In ogni caso, per saperne di più sulla vicenda del Vallone potete leggere e seguire la pagina Facebook del Progetto Fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio – In difesa delle Cime Bianche” e partecipare alla petizione lanciata al riguardo su change.org (firmate, vi prego! È un gesto piccolo ma fondamentale!), ricevendone così gli aggiornamenti.
(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)
Dalla mia postazione di lavoro quotidiana vedo la strada statale che unisce i capoluoghi di due delle provincie più antropizzate e industrializzate della Lombardia, entrambe pedemontane, e il suo traffico incessante, composto in buona parte da TIR e mezzi pesanti. A fianco c’è la linea ferroviaria che collega gli stessi territori, sulla quale da anni non vedo transitare nemmeno un convoglio merci. Ho chiesto a conoscenti che a loro volta ci abitano accanto: nemmeno di notte di treni merci ne passano.
Quante volte ci lamentiamo del traffico insopportabile che da automobilisti “forzati” dobbiamo affrontare su molte strade italiane di primaria importanza, e di tutte le conseguenze materiali e immateriali che esso comporta – tanto più in territori ambientalmente pregiati tanto quanto delicati come quelli alpini e pedemontani? La risposta che viene dalla politica è sostanzialmente la stessa da sempre: costruire nuove strade! Peccato che da decenni è stato scientificamente provato che la realizzazione di nuove strade ha come diretta conseguenza l’aumento del traffico, non il contrario – ma i politici nostrani con le scienze (applicate) hanno sempre molta poca dimestichezza, ormai è cosa risaputa. Al contempo, sono ben più scarse le risposte della politica circa lo sviluppo della rete ferroviaria, sia in senso logistico industriale che dell’incremento del traffico passeggeri e della mobilità sostenibile in sostituzione di quella stradale (eccetto che per l’Alta Velocità che fa molto “immagine” e marketing, d’altro canto): la disastrosa TreNord, per restare in Lombardia, lo dimostra perfettamente. Anche pensando a queste evidenze ho scritto poco sopra «automobilisti “forzati”»: sì, potremmo e dovremmo utilizzare maggiormente i trasporti pubblici, se fossero efficienti come un paese realmente avanzato dovrebbe vantare; purtroppo la realtà è ben diversa, appunto, e non solo in Lombardia.
Dal rapporto – che io leggo su “Swissinfo.ch” – si viene a sapere che «Le gallerie di base del San Gottardo e del Monte Ceneri – opere nevralgiche del corridoio “Alp Transit”, il progetto delle nuove trasversali ferroviarie alpine – hanno permesso di aumentare il trasporto passeggeri e merci su ferrovia e accelerato lo sviluppo economico e territoriale, secondo l’ultimo rapporto del Monitoraggio dell’Asse del San Gottardo (MAG) dell’Ufficio federale dello sviluppo territoriale (ARE). Nel periodo precedente la pandemia (dal 2016 al 2019) il numero di passeggeri della ferrovia è aumentato del 28% e al contempo è calato del 2% il numero di viaggiatori che ha varcato il San Gottardo su strada (galleria stradale e strada di valico), precisa un comunicato. Dopo la pandemia, nel 2022, il traffico viaggiatori è ulteriormente aumentato sulla linea del San Gottardo. La crescita è stata particolarmente marcata per la ferroviaria, che ha registrato 4’000 passeggeri in più al giorno rispetto al 2016, pari a un +48%. Su strada si sono registrati 2’000 viaggiatori in più al giorno rispetto al 2016 (+8 %), una crescita dovuta principalmente al traffico turistico, afferma l’ARE. Per quanto riguarda il trasporto merci la linea del San Gottardo ha contribuito al trasferimento dalla strada alla ferrovia non solo del traffico di transito, ma anche del traffico merci ferroviario regionale tra il Ticino e la Svizzera tedesca. Dopo l’apertura della galleria di base del San Gottardo (2016) e, soprattutto, di quella del Ceneri (2021), tutti i terminal ticinesi hanno registrato un aumento del numero di container trasbordati. Il volume complessivo dal 2016 è aumentato di circa il 38%. Il nuovo asse ferroviario ha anche accelerato lo sviluppo economico e territoriale, afferma la nota. In Ticino i centri urbani risultano rafforzati. Il rapporto sottolinea che la crescita economica e demografica è particolarmente visibile nelle aree intorno alla stazione ferroviaria di Bellinzona, che hanno beneficiato maggiormente dell’apertura della galleria del Ceneri. Nel Cantone di Uri, la nuova stazione ferroviaria di Altdorf ha permesso la crescita degli insediamenti nella pianura della Reuss e aumentato i flussi di pendolari in direzione nord, verso i centri della Svizzera tedesca.»
[Un convoglio in uscita dal portale nord del Tunnel di Base del San Gottardo. Foto di Zacharie Grossen, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Come vanno invece le cose sul lato italiano del corridoio AlpTransit? Lo potete constatare continuando la lettura dell’articolo su “L’AltraMontagna”, qui.
Qualsiasi tema, questione, dibattito che finisca nelle mani della politica italiana diventa caciara.
Non importa quanto si tratti di cose più o meno importanti, quanta dignità manifestino e se siano poco o tanto meritorie d’attenzione condivisa: una volta che la politica e ciò che vi sta intorno se ne impossessa le trasforma in gazzarra demenziale, grottesca, degradante. E i media che a quelli vanno pedissequamente al seguito ne ingigantiscono a dismisura la grettezza e l’indegnità, rendendola totalmente insopportabile a chiunque abbia a cuore il buon senso, la serietà, la coerenza e la correttezza, l’onestà intellettuale.
Il tutto, ovviamente, è funzionale al generare quella cortina di fumo (altamente tossico) che finendo negli occhi dell’opinione pubblica nasconde ad essa la realtà di fatto dell’ambito politico nazionale, semplicemente indegno per qualsiasi paese civile.
Nonostante ciò, dovendo gioco forza fare parte di questo paese, non si può non restare incessantemente basiti e sconfortati dalla constatazione di continuo come come, in Italia, la caciara sia cosa ormai normale e accettata da così tante persone. Accettata, sì, e anzi, a volte, resa una pratica della quale vantarsi. È la manifestazione di un disagio psicosociale collettivo, grave e alquanto pernicioso che, se non risolto, manderà sempre più alla deriva il paese. Inesorabilmente.
Un vecchio proverbio dice che «In bocca chiusa non entran mosche». Be’, da queste parti invece in certe bocche ci entrano perché sanno benissimo cosa vi trovano, e a colpo sicuro.
[Eugenio Monti e Renzo Alverà durante la gara di bob a due delle Olimpiadi Invernali di Cortina del 1956.]
La pista di bob è fondamentale per Cortina, il Cio non potrà che prenderne atto.
Questo è quanto il Presidente della Regione Veneto ha di nuovo sostenuto, solo un paio di giorni fa, in merito alla sconcertante querelle sulla pista olimpica cortinese – sulla quale tocca tornare, visto quanto diventi ogni giorno di più grottesca.
Fondamentale, già.
Bene: facciamo un rapido ragionamento in due punti, al riguardo.
Primo punto, di piste di bob in Italia ne sono state costruite tre: nel 1963 quella del Lago Blu di Cervinia, chiusa nel 1991; quella di Cesana Pariol, inaugurata nel 2005 per i Giochi Olimpici di Torino 2006 e chiusa nel 2011; infine la pista “Eugenio Monti” di Cortina, costruita nel 1923 e chiusa nel 2008.
Tre piste, tutte chiuse e finite in rovina. Com’è che ora sarebbe così «fondamentale» realizzarne una nuova, spendendo più di 81 milioni di Euro di soldi pubblici, se per lo stesso Comitato Olimpico Internazionale si possono utilizzare piste già esistenti? Forse che l’Italia non sia un paese per bobbisti e slittinisti? Altrimenti ben tre piste su tre non sarebbero state mandata alla malora, no?
Secondo punto: la pista di Cortina è chiusa dal 2008, più di 15 anni. Cortina ha subito ripercussioni negative nei propri flussi turistici? Ha subìto danni d’immagine? Qualcuno non l’ha più frequentata e ha preso a disdegnarla perché non c’era più la “sua” pista di bob?
Non mi pare proprio, anzi. E perché dunque ricostruirne una nuova ora sarebbe così «fondamentale»? Solo per una manciata di gare olimpiche che si possono tranquillamente disputare altrove per giunta risparmiando un bel po’ di soldi pubblici?
[La pista di Cortina abbandonata e in rovina, in un’immagine recente tratta da https://primabelluno.it.]Or dunque: non è che la questione della nuova pista di bob di Cortina si riduca infine a una mera manifestazione di arroganza e vanagloria da parte di figure alle quali non interessa nulla del luogo e della sua comunità ma interessa solo il lustro della propria immagine per evidenti fini propagandistici oltre che chissà quali altri ulteriori secondi fini?
Detto ciò, posso anche capire le istanze del movimento nazionale del bob e dello slittino (18 atleti in totale nel bob, 23 nello slittino, 15 nello skeleton), che probabilmente non si potrà sviluppare adeguatamente senza un impianto di allenamento e di gara nazionale (ma chiedo di nuovo: dove sono stati fino a oggi i suoi praticanti? Dove si sono allenati e si allenano, visto che poi non di rado vincono gare?), e dunque posso comprendere la necessità di un impianto del genere: ma fatto con criterio, la giusta calma, un bel piano di sviluppo del movimento che vada di pari passo alla gestione dell’impianto, senza biechi spintoni politici di qualsiasi sorta e relative pretestuosità, al giusto costo e con un consono piano di gestione a lungo termine economicamente sostenibile.
Chiedere ciò significa pretendere troppo? Ovvero pretendere troppo buon senso?
Magari sì, visto quanto sta accadendo dalle parti di Cortina e anche altrove in questo paese quando doti quali onestà morale, senso civico, visione politica, logica e raziocinio diventino doti troppo fastidiose ovvero ignorate, dimenticate, disprezzate. Di contro, ormai abbiamo imparato bene che la distanza tra «fondamentale» e fondamentalista può essere molto breve ma i conseguenti danno sono sempre alquanto grandi e prolungati, già.
[Veduta della Valvarrone verso occidente, con il paese di Premana.]Mi fa molto piacere leggere su “Valsassina News” (vedi qui sotto) del dibattito pubblico avviatosi in seguito al mio articolo riguardante il paventato progetto di un nuovo ponte tibetano turistico in Valvarrone, pubblicato dalla testata lo scorso 23 gennaio e nello stesso giorno qui sul blog. Articoli come quello da me scritto devono servire proprio anche per tale fine: sollecitare la condivisione pubblica delle informazioni e la loro conseguente considerazione. È sempre dal confronto anche acceso delle idee e delle opinioni che si può elaborare la più compiuta comprensione dei fatti, ovviamente al netto degli eccessi che qualcuno non riesce a non manifestare o delle prese di parte meramente strumentali (ovvero strumentalizzate).
Il mio articolo sul progetto di Tremenico deriva dalla mia ormai lunga esperienza di studio e lavoro nei territori montani, in particolar modo di analisi sulle loro problematiche di sviluppo (e d’altro canto anch’io vivo in un paese di montagna che ne presenta numerose), e non voleva affatto essere una dichiarazione contraria a prescindere sul progetto ma un appello accorato all’osservazione condivisa della realtà contemporanea peculiare della Valvarrone attraverso uno sguardo ben più ampio e articolato, il quale abbia innanzi tutto al centro della sua visione la comunità che la abita, i suoi residenti, i loro bisogni, le necessità nonché il capitale territoriale e quella place experience, come la definisce la sociologia contemporanea con definizione anglosassone difficilmente traducibile in italiano ma che in ogni caso evidenzia il valore primario del luogo prima di qualsiasi altro, che si contrappone alla ormai obsoleta e sovente fallimentare customer experience, quella che mette al centro di tutto le volontà del turista-visitatore a scapito dei bisogni dei residenti. Come ho già detto, purtroppo al solito qualcuno preferisce buttare tali dibattiti in caciara ma tant’è, basta non curarsi di costoro e andare oltre.
A proposito di quanto ho appena denotato, “Valsassina News” ha pubblicato le considerazioni di un residente della Valvarrone – che ho molto gradito e apprezzato nella loro pacata articolazione – nelle quali si ricorda «la lotta dei valligiani ad ottenere risorse per poter continuare a vivere decentemente con i servizi del proprio paese, ottenendo a fatica ben poco». È giusto quanto ho rimarcato io nell’articolo citato, osservando la questione dall’altra parte, per così dire: la mancanza ormai cronica dei servizi di base a sostegno dei residenti della valle, e la conseguente necessità di rimediare a tale situazione per non aggravare ulteriormente la realtà socioeconomica locale.
[Immagine tratta da “Salire” nr.47.]Bene, a fronte dei soldi che verranno eventualmente spesi per il ponte e per la valorizzazione turistica della Valvarrone – se mai questi interventi saranno realizzati e a prescindere che il denaro sia di provenienza pubblica, privata o mista – veramente è questo che potrà agevolare la vita quotidiana degli abitanti della valle? Veramente è ciò che sarà in grado di soddisfare i loro bisogni quotidiani? Magari sì, non posso dire il contrario per nessun partito preso e, d’altro canto, non possiedo alcuna verità su nulla, ma in forza della mia attività vorrei promuovere sempre la necessaria e quanto più ampia comprensione riguardo tali circostanze, soprattutto quando esse coinvolgano un territorio prezioso e delicato come quello della Valvarrone. Esiste un piano di sviluppo socioeconomico legato alla possibile realizzazione del ponte, oppure il tutto si lega alla sola fruizione turistica dell’area mineraria? E’ stata fatta un’analisi dell’impatto del flusso turistico che si potrebbe generare sul territorio e sulla quotidianità di chi lo vive e vi lavora, possibilmente senza subire ulteriori disagi da qualsivoglia iniziativa? Esistono alternative al progetto proposto che possano apportare maggiori vantaggi ai residenti e al contempo sviluppare una frequentazione turistica equilibrata con il territorio e le sue peculiarità? A mio parere ce ne sarebbe una che mi sembra assolutamente consona alla realtà della Valvarrone: l’istituzione di una cooperativa di comunità, il cui progetto potrebbe tranquillamente considerare anche lo sviluppo turistico del territorio ma da subito relazionandolo e contestualizzandolo a quello, integrato e strutturato nel medio-lungo periodo, di ogni altro soggetto e portatore di interesse locale, rigenerandone la vitalità socioeconomica territoriale attraverso modalità onnicomprensivamente sostenibili. Sarebbe anche un progetto di notevole immagine e appeal per la zona, il primo della provincia di Lecco, e contribuirebbe a moltiplicare i potenziali benefici previsti e generati dalla Strategia Nazionale delle Aree Interne per l’area «Alto Lago di Como e Valli del Lario», nella quale è compresa anche la Valvarrone. Non si potrebbe quantomeno considerare un’idea del genere per la Valvarrone, anche a prescindere da qualsiasi altra?
Ecco, queste sono alcune delle ulteriori e, a mio parere, inevitabili domande che mi pongo, nel leggere del progetto del ponte tibetano di Tremenico. Non certezze, convinzioni o verità, ma domande, ribadisco, che tuttavia credo debbano ricevere delle risposte logiche e motivate.
Dunque, come qualcuno ha giustamente invocato, serve un confronto ampio, aperto e ben articolato tra più soggetti possibili – cosa che d’altro canto dovrebbe essere la norma in questioni del genere ma, purtroppo, non lo è quasi mai – che mi auguro si possa realizzare presto. È vero, nessun progetto al riguardo esiste ancora o è stato presentato pubblicamente, tuttavia, mi viene di considerare, non di rado è successo il contrario e progetti che non hanno goduto di alcun dibattito pubblico sono stati realizzati, salvo poi constatarne a giochi fatti la discutibilità se non la nocività per i luoghi coinvolti. Credo sia una circostanza che per il bene delle nostre montagne sarebbe bene evitare il più possibile.