Cosa si può fare per contrastare l’overtourism in montagna (e non solo lì)?

[Immagine tratta da Reddit.com, user u/lonely-rider.]
In tema di iperturismo, o overtourism, sovente si legge che una delle soluzioni proposte sarebbe l’aumento della qualità dell’offerta turistica, dunque dei prezzi sia delle strutture ricettive e sia del soggiorno in sé, anche con l’applicazione di tasse di soggiorno, ticket di accesso, parcheggi a pagamento, eccetera.

Ma è una “soluzione” che comporta il rischio concreto di passare da un opposto all’altro, cioè da un modello turistico troppo aperto e inclusivo, accessibile pressoché a chiunque, a uno esclusivo che invece privilegia le fasce più benestanti e con potere di spesa maggiore. Dall’accoglienza alla discriminazione, in pratica, senza contare che già l’iperturismo genera da sé aumenti dei prezzi, in primis legati alle strutture ricettive private – l’ormai noto problema degli affitti brevi.

No, questa non è una soluzione, è più una furbesca strategia commerciale, come sono solo palliativi i vari provvedimenti con i quali si pensa di limitare il sovraffollamento, come la regolamentazione degli accessi, le prenotazioni on line, i ticket di accesso: utili nell’emergenza ma superflui senza una ben determinata strategia di gestione dei flussi turistici a medio-lungo termine. Leniscono il dolore ma non guariscono la malattia.

A mio modo di vedere sono tre le principali azioni da mettere in atto per costruire una efficace gestione delle presenze turistiche entro limiti che tengano a distanza i rischi di overtourism:

  1. Rendere obbligatorio, come elemento sostanziale del piano regolatore locale, il calcolo della capacità di carico turistica della località o del territorio, sia a livello generale che di singole “attrazioni” (comprensori sciistici o escursionistici, luoghi naturali di pregio, nuclei abitati), i cui rilievi, espressi in dati numerici chiari, devono diventare parte integrante della gestione politico-amministrativa del territorio interessato.
  2. Integrare l’economia turistica locale e i suoi modelli imprenditoriali in un piano di sviluppo generale del territorio in questione, nel quale ogni elemento che forma la sua realtà sociale, politica, economica, culturale, ambientale deve essere considerato, gestito, armonizzato con ogni altro – nessuno troppo preponderante, tutti reciprocamente cooperanti – al fine di ricavarne una strategia a lungo termine perfettamente consona al territorio, alle sue specificità, alle potenziali e alle criticità che presenta, alle necessità e alle aspirazioni della comunità residente e alle prerogative sulle quali elaborare l’offerta turistica.
  3. Rendere altrettanto strutturale e “istituzionale” l’interlocuzione costante con la comunità locale – e intendo tutta la comunità, non solo la parte formata dai soggetti in vario modo legati alla filiera del turismo, monitorandone altrettanto costantemente il sentore diffuso nei confronti della presenza turistica. Così come, dall’altra parte, deve partecipare all’interlocuzione tutta la platea di soggetti le cui azioni e decisioni in un modo o nell’altro determinano un effetto per il territorio in questione, ponendo in relazione e in dialogo sullo stesso piano non tanto le diverse volontà quanto le rispettive responsabilità, univoche e reciproche, nei confronti del territorio.

Sono tre azioni per le quali, inutile rimarcarlo, serve la volontà, la visione, la mediazione della politica e la sua sensibilità nei confronti del luogo amministrato. D’altro canto la gran parte delle situazioni di iperturismo constatabili, innanzi tutto sulle montagne, scaturiscono proprio dal prolungato disinteresse, dalla noncuranza ovvero dall’ipocrisia dei soggetti politici locali anche più che da dinamiche contingenti ai modelli turistici massificati. E pure certe presunte “soluzioni” annunciate, come quelle di cui ho scritto lì sopra, sovente non sono altro che un’ulteriore manifestazione di disinteresse infido nel quale si nasconde la reiterata volontà di ricavare tornaconti di vario genere dallo status quo, tutt’al più rimodulato per adattarlo meglio a quegli scopi materiali.

Ribadisco: è una questione di responsabilità, di sensibilità, di lungimiranza, di attaccamento autentico ai propri territori, di capacità di comprenderne pienamente il valore, l’importanza, l’identità culturale, l’anima peculiare. Tutte cose che solitamente l’iperturismo vede come fastidiosi  ostacoli sulla strada del proprio business e della sottomissione totale del territorio alle proprie strategie commerciali. Perché se in un territorio vince l’overtourism, a perdere – e perdersi – è la sua comunità, inesorabilmente.

P.S.: di iperturismo/overtourism in montagna di recente ne ho parlato anche alla tivù, su Italia 1 (e Focus TV) e su Bergamo TV. Cliccate sulle rispettive immagini per vedere tutto quanto:

L'”overtourism accidentale” di Roccaraso, e quello sistematico di altre località montane

[Immagine tratta da www.informazione.it.]
Un paio di amici che nutrono fin troppa considerazione nello scrivente mi hanno chiesto perché, dato che mi occupo spesso di overtourism in montagna, non abbia scritto nulla su Roccaraso e l’invasione di gitanti napoletani – vicenda della quale avrete certamente letto da qualche parte (altrimenti su “L’AltraMontagna” trovate forse la migliore analisi su quanto accaduto).

Be’, non ho scritto nulla semplicemente perché nella sostanza non mi sembra un caso così eclatante e preoccupante come è apparso nella forma. Trovo che sia stata più una pazziata – per dirla proprio alla napoletana – la quale, insieme all’inevitabile indignazione diffusa, ha suscitato pure l’immediata reazione degli amministratori locali i quali, al netto che la zona sia legata a triplo filo (per non dire soggiogata) al modello sciistico di massa (Roccaraso è parte del più grande comprensorio sciistico dell’Italia centro-meridionale, con tutto ciò che ne consegue), hanno preso subito contromisure al riguardo che spero concrete e non solo di facciata.

Sinceramente, più che l’estemporanea invasione di Roccaraso e dalla fenomenologia specifica che sottende, sono ben più preoccupato dalle situazioni di iperturismo ormai croniche di altre località montane italiane contro le quali invece la politica locale non fa nulla, anzi, ci marcia sopra magari fingendo ogni tanto di dirsi preoccupata e impegnata a trovare soluzioni. Belle parole alle quali tuttavia al momento non seguono fatti concreti: un caso emblematico al riguardo – del quale mi sono occupato proprio di recente grazie a un eloquente comunicato stampa di Mountain Wilderness Italia – è quello delle Tre Cime di Lavaredo, un territorio che gli stessi amministratori locali ritengono «compromesso da decenni di flussi eccessivi di turisti. Servono soluzioni per limitare gli accessi. Nella situazione attuale ci rimettiamo tutti» (si veda qui). Ma se è “compromesso da decenni”, dove sono stati tali amministratori fino a oggi? Evidentemente la situazione andava bene così com’era (ed è ancora, al momento) e in loco si è soprattutto pensato a svendere il territorio al fine di ricavarci più tornaconti possibile per poi, a danni fatti (speriamo non irreversibili) sostenere che servano «soluzioni per limitare gli accessi». Già, dopo aver ormai reso il luogo una discarica del turismo più massificato, della cultura identitaria alpina e del buon senso.

[Iperturismo cornico tra Misurina e le Tre Cime di Lavaredo. Immagine tratta da qui.]
In ogni caso sapete bene che al riguardo di casi similari, cioè di situazioni di iperturismo degradante ma bene accette dai locali per meri tornaconti materiali, se ne potrebbero citare molte, sulle nostre montagne. A volte più gravi e croniche, a volte meno ma comunque caratterizzate dalle stesse dinamiche e, francamente, da simili ipocrisie. Come ha rimarcato Mountain Wilderness Italia in chiusura al proprio comunicato, riguardo le montagne (le Dolomiti e non solo) «il patrimonio da tutelare è dichiarato valore universale. E come tale va gestito». E accettare che un tesoro collettivo così inestimabile possa essere svenduto, consumato e degradato come un qualsiasi banale oggetto è una circostanza che la nostra tanto “colta”, “emancipata” e “progredita” società non può e non deve permettere.

La bellezza delle montagne come preziosa speranza, in questo mondo difficile

[La Val Morteratsch, Engadina, Svizzera. Foto di Matthias Speicher su Unsplash.]
Viviamo in un mondo difficile, sconvolto da guerre atroci e da troppe tragedie, in balìa di un cambiamento climatico che chissà a quali conseguenze ci sottoporrà, scosso e confuso da innumerevoli criticità e altrettante variabili che deprimono la nostra fiducia nel futuro. Non ci restano molte certezze sulle quali fare affidamento, ma una che abbiamo sicuramente a disposizione è il mondo stesso cioè la Natura, la bellezza dei tanti luoghi e dei paesaggi che ce la sanno donare a profusione: le montagne, ad esempio.

Ecco, anche per questo motivo, forse soprattutto per esso, dovremmo avere sempre la massima cura di questa preziosa bellezza. Per ciò dovremmo continuamente manifestare verso di essa attenzione, sensibilità, competenza ed evitare di degradarla e rovinarla con azioni, opere, progetti e immaginari decontestuali e impattanti, quando non palesemente scriteriati, come molti di quelli che alle montagne si vorrebbero imporre. L’elenco è lungo, lo sapete bene: un elenco che sarebbe da ridurre e cancellare depennando una alla volta ogni sua singola voce, quando si riferisca a opere che quella bellezza la trasformano in bruttezza sia dal punto di vista materiale – a danno del territorio e del paesaggio, appunto – sia da quello immateriale, nella visione perversa e pericolosa attraverso la quale guardano alle montagne imponendo quelle opere.

[Sbancamenti nel comprensorio sciistico di Ovindoli-Monte Magnola, Abruzzo, Italia. Al riguardo ne ho scritto qui. Immagine tratta dalla pagina Facebook di Stefano Ardito.]
Non possiamo sprecare così stupidamente questo patrimonio di bellezza che le montagne ci donano: è veramente quella che – con poche altro, ribadisco – può salvare il mondo. Ma affinché lo possa fare sta a noi salva(guarda)rla, prima: godendone con attenzione, rispetto, cura, consapevolezza. È un dovere che abbiamo perché al contempo è un diritto: avere cura delle montagne per godere della loro bellezza. E per molti aspetti è pure una garanzia per il nostro futuro. Che non possiamo sciupare dato che, appunto, non ne abbiamo molte altre.

Nel frattempo, a Ovindoli…

Nelle immagini (di ieri, 1 novembre), che trovo sulla pagina Facebook di Stefano Ardito – preziosa e illuminante figura del mondo della montagna italiano, che delle immagini è l’autore -, vedete i lavori per i nuovi impianti e piste nella Valle delle Lenzuola, nel comprensorio di Ovindoli-Monte Magnola (provincia dell’Aquila), nel territorio del Parco Naturale Regionale Velino-Sirente.

Non mi fa tanto specie ciò che le immagini mostrano quanto che il territorio ritratto in esse possa ancora definirsi «montagna» e tale essere presentato e “venduto”, al netto che l’infrastrutturazione sciistica contemporanea questo impone, non meno.

Dunque, chiedo anche a voi: è ancora «montagna», quella visibile nelle immagini?

 Le parole sono importanti perché trasmettono definizioni che sovente identificano ciò che siamo e ci identifichiamo rispetto al mondo in cui viviamo. Tale principio vale ancora di più per le parole che definiscono i luoghi, il cui significato ne rapprende sia il valore storico-geografico che quello antropologico e culturale: un significato che può anche risultare mutevole ma la cui determinatezza primigenia non può venir meno, dacché se ciò accade si sta parlando di e definendo qualcos’altro.

Per questo chiedo se ciò che vedete nelle immagini di Stefano Ardito sia ancora definibile come «montagna». Magari per qualcuno sì e per altri no: ecco, sarebbe bene parlarne, prima che quella parola – e ogni altra in circostanze simili – perda qualsiasi senso e significato scollegandosi totalmente e definitivamente dalla realtà che rappresentava.

N.B.: al riguardo Stefano Ardito ne scriverà a breve, come preannuncia su Facebook presentando le immagini, «più ampiamente e con qualche riflessione, spero non scontata». Pericolo che non sussiste mai, con lui.