Centodiciottomilioniquattrocentoventiquattromila Euro

Dunque, il costo complessivo della nuova pista olimpica di bob di Cortina ad oggi è di 118.424.000 Euro.

Ecco, segnatevi questa cifra e salvatevi, o ricordatevi, l’immagine lì sopra, scattata da Giovanni Ludovico Montagnani il 23 marzo scorso.

Peraltro ad avvio lavori, poco più di un anno fa,  avevano detto che la pista sarebbe costata 81,61 milioni di Euro. Siamo a più del 45% di aumento, e non è ancora finita.

Bene, ribadisco: appuntiamoci e ricordiamoci tutto quanto. Ne riparleremo tra qualche anno: secondo me sarà l’ennesima vergogna italiana. Secondo voi come finirà?

Cortocircuito a 3000 metri di quota, sopra il Passo del Tonale

[La conca del Presena come si presenta oggi, con quel che resta del ghiacciaio. Si notano l’omonimo Rifugio Capanna e la stazione della telecabina che sale dal Passo del Tonale.]
Di nuovo per la serie “Eventi fatti in montagna che con la montagna non c’entrano nulla”, ecco il Presena Music Festival” in programma dal 19 al 21 aprile prossimi a 2800 metri di quota, presso la Capanna Presena e ai piedi dell’omonimo, morente ghiacciaio sopra il Passo del Tonale.

Tutto legittimo, anche se il luogo è a poche decine di metri dai confini del Parco Regionale Adamello (e poco di più da quelli del Parco Naturale Adamello-Brenta); d’altro canto la zona è ampiamente turistificata e degradata soprattutto in estate, quando viene trasformata in una discarica di quei teli di plastica (detti geotessili) con i quali si finge di salvaguardare ciò che resta della superficie glaciale – ovviamente in corrispondenza delle piste da sci, non un millimetro oltre. Cosa del tutto falsa, come ampiamente dimostrato da tempo.

Ma è tutto legittimo, ribadisco: sappiamo ormai bene che i margini della legittimità montana diventano alquanto laschi quando, ad esempio, «natura, musica ed emozioni si fondono per offrirvi un experience nuova ed incredibile direttamente sul Ghiacciaio Presena» (clic). A parte che il ghiacciaio Presena lì non c’è più, come detto, ma non sono contrario all’evento. E vi spiego perché.

Visito il sito web della Capanna Presena, ex rifugio (no, ormai non è più un “rifugio”!) al servizio dello sci estivo quando ancora esisteva il ghiacciaio e ora bellissimo hotel che offre svariati comfort, al quale fa capo l’evento in questione, e leggo cose così:

Nell’abbraccio di vette selvagge tra rocce, neve e ghiaccio. Benvenuti a Capanna Presena, dove l’armonia silente dell’ambiente montano circostante…

Su, dove la quiete è ancora di più…

Tra affascinanti paesaggi e pace assoluta…

Un vero e proprio paradiso per gli amanti della montagna…

Il magnifico territorio intorno a Capanna Presena è compreso sia nel Parco dell’Adamello che del Brenta… Potrete apprezzare un silenzio immacolato…

Eccetera.

Capite bene che si tratta di un notevole cortocircuito. Delle due l’una: o si promuove la propria attività in modo contestuale alle specificità del luogo e dell’alta montagna, oppure la si trasformi definitivamente in una location di eventi d’ogni sorta ma che con la montagna e le sue specificità non c’entrano nulla e che dunque non possono essere tirate in ballo.

[La stella rossa e gialla in alto a destra indica la posizione del Rifugio Capanna Presena, adiacente ai confini dell’area protetta del Parco Regionale dell’Adamello.]
L’eventuale obiezione che si tratta di eventi temporanei i quali una volta conclusi non lasciano tracce, se può anche essere accettata dal punto di vista ambientale (me lo auguro!), per il resto non sta proprio in piedi: è risaputo che in tali circostanze non conta il “contenitore” ma ciò che contiene, che vi viene messo dentro e al quale, dunque, viene affidata la costruzione dell’immagine del luogo e il senso della sua fruizione. Se il contenuto fosse quanto dichiarato in quei passaggi nel sito web della Capanna Presena, non avrebbe senso l’organizzare eventi del genere; se lo si fa è perché si cerca di deviare dal contesto, cioè dal contenitore, per cambiargli la funzione, la destinazione d’uso. Ma così facendo si finisce per svilire e degradare il contesto, cioè il luogo montano nel quale si opera, avviandone una inesorabile decadenza turistica e culturale (dacché invece i veri appassionati di montagna già se ne staranno ben lontani da situazioni del genere, continuando a percepirne e riconoscerne l’anima autentica).

[La conca del Presena in veste invernale.]
È un gran cortocircuito, lo rimarco, nonostante la legittimità formalmente incontestabile dell’evento. E lo è nel bene e nel male: perché il suo non senso assoluto, che scaturisce proprio dal citato cortocircuito e lo palesa come una cosa completamente fuori contesto a detta degli stessi organizzatori, la rende un boomerang che si ritorcerà innanzi tutto contro di loro.

Per questo – lo dico provocatoriamente – sono “contento” che questi eventi abbiano luogo. Devono essere constatati per capire al meglio la loro incongruità rispetto al contesto nel quale vengono organizzati e quanto vi appaiono totalmente antitetici. E queste caratteristiche sono ciò che li renderanno rapidamente invisi ai più e ben poco attrattivi a chiunque. Con buona pace dei loro organizzatori che si dovranno ricredere presto circa queste iniziative.

[In “comoda” contemplazione del ghiacciaio agonizzante.]
Nota finale per i gestori della Capanna Presena: la celeberrima frase «Chi più in alto sale, più lontano vede. Chi più lontano vede, più a lungo sogna» che si legge nel sito non è di Walter Bonatti, egli non l’ha mai pronunciata e tanto meno scritta da nessuna parte. È di Marco Bonaiti, industriale lecchese dalla cui azienda di famiglia è nata la Kong, che produce attrezzature alpinistiche.

So bene che si tratti di un errore indotto da quello d’altri, come sovente accade. Ma in fondo anche questo è un cortocircuito che sarebbe bene riallineare – qui e altrove.

N.B.: tutte le immagini fotografiche presenti in questo articolo sono tratte dalla pagina Facebook del Rifugio Capanna Presena.

«Un progetto impattante che sperpera risorse pubbliche». Il CAI Lombardia sulla questione Colere-Lizzola (e sugli altri “assalti” alle Alpi lombarde)

Il report “Neve Diversa” 2025, curato da Legambiente e presentato lo scorso 13 marzo a Milano, propone come caso emblematico in un capitolo significativamente intitolato “Quando la montagna non guarda oltre: brutti progetti e cattive idee” il paventato collegamento sciistico tra i comprensori di Colere e Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, che da qualche tempo sta alimentando un vivacissimo dibattito in forza dell’enorme costo previsto (quasi 80 milioni di Euro, la gran parte pubblici) per un comprensorio piccolo, quasi interamente a quote inferiori ai 2000 metri, privo di capacità concorrenziale con altri e notevolmente impattante sul territorio coinvolto.

Al dibattito ha partecipato anche il Club Alpino Italiano di Bergamo con le proprie sezioni e sottosezioni, che hanno assunto con sollecita e ammirevole determinazione una presa di posizione sostanzialmente contraria ma aperta al dialogo sul tema delle alternative possibili per il territorio in questione e ben più consone del modello monoculturale sciistico proposto.

Da subito a fianco dei Cai bergamaschi si è posto il Gruppo Regionale del Cai Lombardia il quale, sotto la guida dell’attuale presidente Emilio Aldeghi, ha messo in atto una ben determinata attività a supporto di istanze per la salvaguardia di luoghi della montagna lombarda minacciati da progetti di turistificazione invernale e estiva particolarmente impattanti dal punto di vista ambientale.

Di questi temi e dell’emblematico caso di Colere-Lizzola ne ho parlato proprio con il presidente Aldeghi per “L’AltraMontagna” (cliccate sull’immagine per leggere l’intervista):

Il Monte Legnone… ma nel senso di “grosso legno”?

[Il Monte Legnone visto da Domaso, sulla sponda occidentale del Lago di Como.]
Se a dover citare le montagne più note delle Prealpi Lombarde – e probabilmente di tutte le Alpi afferenti al territorio della Lombardia, ma anche oltre – molti nominerebbero le Grigne o il Resegone, soltanto poco meno celebre di esse è il Monte Legnone nonché altrettanto “ammirato”, vista la sua posizione geografica preminente come poche altre che lo rende visibile da chiunque (o quasi) visiti il Lago di Como o si diriga verso la Valtellina e la Valchiavenna.

Il Legnone infatti è il ciclopico fulcro piramidale attorno al quale l’ampio solco morfologico della Valtellina piega verso sud e forma il bacino del Lario, a seguito di ciò che fece il Ghiacciaio dell’Adda nell’era Quaternaria fluendo verso la pianura. Visto invece dal versante opposto, quello bergamasco-lecchese, rappresenta il pilastro d’angolo della catena delle Alpi Orobie che dal monte piegano verso mezzogiorno affiancando il solco del Lago di Como. In buona sostanza, chiunque  dalla pianura lombarda si muova verso il Lario e le valli retiche – Valtellina, Valchiavenna, Val Bregaglia – o al contrario discenda da esse verso Milano, prima o poi se lo ritrova di fronte ovvero…  sopra la testa! In effetti il Monte Legnone può vantare una delle maggiori prominenze in assoluto della catena alpina: se si considerano le rive del lago come il punto più basso del territorio prossimo al monte, a una quota media di 197 m, la prominenza del versante Nord Ovest del Legnone è di ben 2.412 m: una delle più rilevanti di tutte le Alpi, appunto. Una peculiarità già rilevata dai viandanti medievali, al punto che qualcuno di essi riteneva addirittura il Legnone una delle vette alpine più elevate in assoluto.

[L’eccezionale panorama visibile dalla vetta del Legnone, qui verso nord-ovest. Immagine tratta dal volume “Dol dei Tre Signori“.]
Invece la sua sommità si ferma a “soli” 2.609 metri: ben poco in confronto ai giganti retici più a nord, ma abbastanza – anche grazie al suo isolamento – per offrire a chi giunga in vetta una delle esperienze panoramiche più incredibilmente ampie e spettacolari dell’intera catena alpina, una veduta che come poche altre fa pensare di trovarsi a bordo di un velivolo per quanto ci si senta “alti” sul territorio circostante e la sua osservazione non sia limitata da alcun ostacolo (gli altri monti della zona nel raggio di qualche chilometro sono tutti più bassi).

[Il Legnone dalla bassa Valchiavenna. Immagine tratta da visitcolico.it.]
Non è un caso dunque che il Monte Legnone fu tra le prime montagne alpine ad essere dotate di un proprio nome, ben prima che sorgesse qualche tipo di interesse verso le vette nelle popolazioni che abitavano ai loro piedi o transitavano nelle vicinanze. Ma in fin dei conti perché si chiama “Legnone”? Da dove deriva il suo nome? C’entra il legno come si potrebbe ritenere, dunque alberi o boschi particolari presenti sul monte?

No, anzi: in realtà l’origine dell’oronimo deriva probabilmente da un’altra e diversa risorsa naturale montana, l’acqua. Pare infatti che in epoca pre-romana il monte veniva denominato Lineo, dal termine celto-ligure «lin», che significa proprio “acqua”: la conformazione dei suoi versanti, infatti, con profondi canaloni che intercettano e incanalano le acque meteoriche e la neve che cadono sulla zona, lo rendono un naturale serbatoio di accumulo idrico alimentante numerosi corsi d’acqua che dal Legnone defluiscono a valle. Successivamente i Romani lo denominarono Tricuspide, perché dalla zona di Mandello del Lario, ai tempi un importante porto lacustre cui approdavano le imbarcazioni in navigazione da Como e da Samolaco, dove allora arrivavano le acque del Lario, sembrava culminare in tre diverse cime. Poi, nell’alto Medioevo, riaffiorò l’antica radice Lineo: in un documento dell’anno 879 risulta come monte Lineone, forma accrescitiva del nome originario chissà se per ragioni morfologiche o per abbondanze idriche. In ogni caso da Lineone a Legnone il passo fu breve e anche il dotto lessico latino si allineò a tale forma volgare, denominandolo in un documento del 1256 Mons Legnonum.

[L’alto Lago di Como con il Legnone, sulla destra, l’imbocco della Valtellina al centro e i monti delle Alpi del Bernina tra Valchiavenna e Val Masino sulla sinistra. Immagine tratta da terrealteoutdoor.com.]
A proposito di acqua, tra le numerose specificità – tanto naturali quanto culturali – che contraddistinguono il Legnone così come tutte le montagne dotate di particolare valore georeferenziale (il monte è ricco di leggende d’ogni sorta, ad esempio), è doveroso citare la presenza del nevaio di Valorga (Valurga nella parlata locale), considerato da molti il ghiacciaio più basso d’Europa – lo vedete nelle immagini sottostanti. Posto intorno agli 800 metri di quota, alimentato quasi unicamente dalle valanghe che cadono dall’alto percorrendo il profondo canalone nel quale si annida e preservato dalla corrente d’aria fredda che vi scorre nonché dalla copertura di detrito e di alberi abbattuti dalle slavine, fino agli anni Sessanta del Novecento rappresentava la “ghiacciaia pubblica” dei residenti in zona al punto che vi si prelevava il ghiaccio per preparare le granite alla vaniglia consumate nella sagra di San Rocco, il 16 agosto. Oggi temo sia ormai estinto, salvo che per quale residuo di valanga che un’eventuale primavera fresca come quelle d’un tempo permette di conservare fino ai mesi estivi. D’altro canto si può immaginare che i tanti valloni d’ogni taglia che incidono il ciclopico versante nord del Monte Legnone, il quale garantisce ombra prolungata e un microclima più freddo che quello del territorio d’intorno, ospitassero molti piccoli ghiacciai come quello di Valorga: realtà peraltro documentata a fine Ottocento da Giacomo Brisa, uno dei fondatori del Circolo “Stella delle Alpi” di Delebio (nonché medico condotto del paese) che nel 1897 pubblicò la prima guida escursionistico-alpinistica della montagna, il quale rimarcò appunto che «nelle riposte insenature del monte le nevi eterne formano dei piccoli ghiacciai».

Insomma, il Legnone è un monte dal fascino secondo a nessun altro e dal Genius Loci potente e particolare il quale – cito ancora Giacomo Brisa – «racchiude in sé le bellezze imponenti e severe delle Alpi e quelle gaie e civettuole delle Prealpi». Quando vi capiterà di passare al suo cospetto, transitando dall’alto Lago di Como verso la Valtellina o la Valchiavenna, guardate verso l’alto alla vostra destra e, nonostante la sua soverchiante imponenza, apparentemente severa, sappiate che invece saprà raccontarvi un sacco di storie particolari e affascinanti invitandovi a esplorare consapevolmente il suo peculiare piccolo/grande mondo alpestre.

N.B.: buona parte delle informazioni toponomastiche sul Legnone le ho tratte da www.paesidivaltellina.eu, il benemeritissimo sito web di Massimo Dei Cas, vera e propria enciclopedia storico-geografica on line sul territorio della provincia di Sondrio; le altre fonti utilizzate sono linkate nel testo. Le immagini del “ghiacciaio” di Valorga sono tratte da it.wikiloc.com.