Un “ticket” che fa di un paese un “borgo”

[Foto di Emibuzz, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
La recente introduzione di un biglietto d’ingresso (di 3 Euro) per visitare Corenno Plinio, meravigliosa località dalla lunga e affascinante storia sulle rive del Lago di Como, sinceramente mi lascia alquanto perplesso. I promotori dell’iniziativa – ovvero le amministrazioni pubbliche locali con il supporto di quelle regionali – sostengono che il denaro ottenuto dovrà servire per la manutenzione della località, piccola ma ricca di emergenze storiche e artistiche (a partire dal fascinoso Castello Andreani), a conseguente vantaggio del suo sviluppo turistico, il che parrebbe una motivazione comprensibile per l’introduzione del “pedaggio”. Tuttavia, è notizia delle ultime ore che la stessa Soprintendenza ai Beni Culturali pare lo abbia bocciato adducendo il fatto che «non rispetta le norme del Codice dei Beni Culturali», ovvero che «il regolamento non può considerarsi redatto secondo l’art. 103 del Codice dei Beni Culturali, in quanto il borgo di Corenno, secondo quanto definito dallo stesso Codice dei Beni Culturali, non può essere considerato “luogo pubblico della cultura” né “complesso monumentale”, e non vi è stata alcuna intesa col Ministero della Cultura.»

Ora, al di là delle conseguenti, immancabili beghe politiche che ne stanno scaturendo, trovo che far pagare un “pedaggio” per la visita di un luogo pubblico per giunta ordinariamente abitato – quantunque lo si definisca «museo a cielo aperto» ma in modo piuttosto superficiale nonché culturalmente discutibile, dal momento che una località abitata, pur pregevole, non può certo essere definita “museo” – sia un metodo parecchio arbitrario e per questo inevitabilmente controverso e controvertibile, il quale interpreta in modo fin troppo funzionale sia la pratica di tutela del patrimonio artistico e storico pubblico sia il concetto di place experience elaborato dalla sociologia del turismo contemporanea, ovvero un porre il luogo al centro delle strategie turistiche non per sostenerne i bisogni fondamentali e di conseguenza la vitalità sociale e civica (cioè quanto fa della località un luogo, un soggetto vivo e non un mero oggetto fruibile) quanto per sfruttarne troppo materialmente il richiamo turistico. Inoltre si crea un precedente che di sicuro è ben difficile da coniugare a realtà che pur possano sembrare apparentemente simili: il paragone con Civita di Bagnoregio è comprensibile ma piuttosto fuorviante e, in ogni caso, il pagamento del biglietto lì in vigore sta generando notevoli criticità culturali e di banalizzazione del luogo. D’altro canto ogni luogo fa a sé, possiede proprie caratteristiche e proprie esigenze anche dal punto di vista turistico: il pensare l’opposto è una delle grandi colpe imputabili al turismo di massa contemporaneo e a chi lo gestisce politicamente. È un precedente che genera il rischio effettivo per il quale ogni luogo che possa vantare anche minime attrattività spendibili in senso turistico finisca per pretendere un proprio “innegabile” pedaggio – seppur quanto sostenuto dalla Soprintendenza dovrebbe disinnescare tale rischio: ma siamo in Italia, paese nel quale ogni campanile suona le proprie campane come vuole pur quando vi siano norme specifiche al riguardo.

Un rischio invece ben concreto che ho già potuto riscontrare altrove, in circostanze assimilabili, è che alla base di iniziative come quella di Corenno Plinio si nasconda un sostanziale smarcamento degli enti pubblici di primo e secondo livello (province e comuni, in sostanza) sia “morale” che materiale, che si concretizza in una deresponsabilizzazione verso il luogo e le sue esigenze totalmente poste a carico degli enti locali, in primis i comuni, all’apparenza resi economicamente in grado di sostenersi in modo autonomo. Ciò consentirebbe ai soggetti pubblici superiori di risparmiare sui finanziamenti da destinare al luogo adducendo al riguardo una buona scusa (peraltro in un panorama generale di tagli dei contributi statali al settore culturale ormai “storicizzato”). D’altro canto, l’eventuale elargizione di finanziamenti pubblici a località e comuni dotati di queste entrate “turistiche” creerebbe una palese disparità nei confronti di altri comuni che ne sono privi, peraltro sia da una parte che dall’altra: il comune che ha il ticket può e deve ottenere meno soldi pubblici di chi non lo ha? E come si può quantificare una proporzione che sia equa e determinata, se per sua natura l’introito dei ticket è di misura variabile?

Insomma: pagare un pedaggio per accedere ad un luogo pubblico le cui valenze culturali pur significative risultano accessorie alla principale funzione residenziale (sia essa soddisfatta anche solo da pochi abitanti) mi sembra realmente una forzatura sotto molteplici aspetti e un’imposizione le cui motivazioni a sostegno risultano ben più deboli delle effettive obiezioni e delle problematiche che si generano. Non voglio dire che sia un sistema da cassare tout court ma, senza alcun dubbio, così imposto e giustificato, appare culturalmente e civicamente forzato nonché potenzialmente nuocente l’immagine turistica del luogo, anziché risultare per essa attrattivo. Infine, temo che queste pratiche di autosostentamento finanziario messe in atto dai soggetti pubblici non siano altro che l’ennesima conseguenza dell’arretratezza dell’Italia in tema di stanziamenti a sostegno del settore culturale (vedi sopra), che il recente Art Bonus ha solo parzialmente mitigato e al quale si lega l’atavico scollamento nostrano tra mondo imprenditoriale e panorama culturale per il quale, da noi, è assai rara – e non viene nemmeno granché coltivata – una pratica filantropica a sostegno di beni di pregio della collettività da parte di soggetti privati, che invece in molti paesi esteri è una parte importante del sostentamento economico  e dell’attività degli enti culturali. A tal riguardo, un luogo come Corenno Plinio, autentico piccolo ma prezioso gioiello del Lario, forse meriterebbe un’attività più condivisa e coordinata di gestione e sviluppo della sua attrattiva culturale, e di rimando turistica, tra pubblico e privato, che sappia attivare pure un proficuo fundraising tra quei soggetti – i cosiddetti portatori d’interesse o stakeholders – che potrebbero essere coinvolti nel sostegno filantropico, ribadisco, delle emergenze storiche, architettoniche e artistiche del borgo, così come di tante altre località di pregio assimilabili di cui l’Italia è ricca – ma verso le quali fin troppo carente di cura.

In ogni caso, ticket o non ticket, di sicuro ciò che più conta è che Corenno Plinio – per citare la visione illuminante dell’antropologo Vito Tetinon venga trasformato in un mero “borgo” ma resti un paese vero, ovvero rimanga un luogo vivo e vissuto, non un «posto illusorio, un piccolo paradiso in cui vivere da turisti, con tutti i comfort, e poi tornare a casa» (cito sempre Teti) per di più “musealizzato” con tanto di biglietto d’ingresso: una tale eventualità non rappresenterebbe la valorizzazione della località ma la sua rovina. E credo che nessuno, a fronte di tanta bellezza, storia, paesaggio naturale e umano, cultura, voglia e vorrà correre un rischio così grande.

Nesolio, un gioiello di architettura montana

Nei boschi montani della Val San Martino (provincia di Lecco), sopra l’abitato di Erve e in vista del versante meridionale del Resegone, si nasconde un altro piccolo ma mirabile gioiello di storia e architettura montane, il villaggio di Nesolio. “Nasconde” è termine improprio ma geograficamente indicativo, visto come il nucleo di case resti sostanzialmente invisibile dal fondovalle, celato dalla morfologia locale e dai vecchi e vasti castagneti che lo circondano; inoltre la bella mulattiera che vi giunge non si trova sulle direttrici turistiche che da Erve, durante tutto l’anno, portano numerosi escursionisti verso il Resegone. Tale posizione discosta accentua la condizione di “oblio” di Nesolio, che come numerosi altri nuclei di montagna simili ha subìto nel Novecento uno  spopolamento inesorabile, mitigato solo dalla trasformazione di alcune abitazioni in dimore per il fine settimana dei locali; d’altro canto, quella condizione ne ha cristallizzato il fascino antico e profondo dal quale c’è da augurarsi che si possa generare una sensibilità particolare e costante verso la salvaguardia del luogo e della sua lunga nonché emblematica storia.

Già citato nel Cinquecento ma risalente nella sua porzione più antica e secondo indagini condotte sulle murature al secolo XIV, il nucleo di Nesolio è disposto su vari piani che seguono la linea di crinale e si articola lungo un asse viario principale pavimentato, alla cui sommità si apre una piazzetta. Esempio rappresentativo dell’architettura montana e delle sue connessioni urbanistiche e socio-economiche, oggi quasi del tutto abbandonato, è posto a 695 m poco sopra l’abitato di Erve, al quale è unito dalla citata bella mulattiera selciata che vi sale dalla contrada Torre.

L’insediamento, ufficialmente attestato nel secolo XVI, si ritiene sia il centro originario della Val d’Erve. La tradizione orale (invero non avallata da riscontri oggettivi) narra che siano state genti di presunta origine franco-gallica di stanza in Valle Imagna, più precisamente nella zona di Valsecca,  in cerca di nuovi terreni agricoli a calare dall’alto e fondare il primigenio nucleo abitativo, costruito ai margini di una vasta area che venne disboscata per ricavarne prato, chiamata Prà Ratto. Denominati “quelli di Valsecca” e quindi i Valsec, avrebbero poi dato origine alla prima e tutt’oggi più numerosa casata della valle, i Valsecchi [1]. Il toponimo Nesolio deriverebbe invece da “nissoi”, noccioli, mentre l’origine dall’unione dei termini francesi “nes” nato, e “Soleil”, Sole, cioè “luogo da dove nasce il Sole” è parte di quelle tradizioni orali ad oggi non convalidate.

Il tipo di abitato alpino, compatto intorno ad un asse e comprendente senza soluzione di continuità dimore, fienili e stalle, si compone come un grappolo di edifici disposto secondo il risalire della costa, dove i ripiani si allargano, e lungo una direttrice che sale ai pascoli e ai boschi del Monte Ocone e al passo del Pertüs. È ragionevole ipotizzare che la scelta di ubicare l’insediamento ove si trova sia derivata da una molteplicità di fattori quali la buona esposizione al sole su un crinale appena al di sopra del pendio più ripido, la presenza di un paio di sorgenti, l’affioramento di roccia destinata a fornire materiale da costruzione e la buona solidità alle fondazioni. Bisogna peraltro ricordare che a quei tempi non era usanza solita (come verrebbe da pensare oggi) edificare insediamenti abitati nei fondivalle, soprattutto in presenza di corsi d’acqua, col fine primario di preservarli da possibili inondazioni oltre che per garantire ai nuclei una posizione di maggior sicurezza generale.

I caseggiati maggiori si distinguono per l’elevazione, dovuta generalmente a sopralzi ottocenteschi; predomina la doppia falda nord-sud, con affaccio verso valle di complessi ballatoi in legno, a volte intagliati e decorati negli accessi e nei ripiani inferiori contigui all’abitazione. Peculiare è pure l’uso delle pareti divisorie in rami di castagno, o ciliegio, ricoperti di malta. Gli edifici più antichi (secolo XIV) sono quelli che rivelano una migliore tecnica costruttiva, impregnata ancora di saperi che si rifanno alle esperienze dell’età romanica. Tra di essi la mulattiera procede con slarghi, ripiani, gallerie, si muove con prospettive mutevoli dovute all’adattarsi delle costruzioni secondo spazi e altimetrie; nella parte più alta si apre una piazzetta comunitaria, con resti del lastricato originario e una fontanina addossata al montante della mulattiera. Dalla piazzetta dipartivano altri percorsi che permettevano di raggiungere con agiatezza sia i boschi delle montagne circostanti, sia l’altipiano ai piedi del Resegone, sia quello di Mònico, (il Pian Munik), dove insistevano gli alpeggi ora in gran parte rioccupati dal bosco ma attivi, secondo fonti orali, fino alla metà del Novecento.

Agli inizi del XX secolo, Nesolio contava 170 abitanti distribuiti in una ventina di unità abitative ed altrettante famiglie, dedite all’allevamento degli animali e allo sfruttamento delle risorse del bosco. Ancora negli anni Cinquanta le famiglie residenti erano 17, ma a partire da allora il nucleo è stato progressivamente abbandonato salvo per i pochi che vi salgono per risiedervi temporaneamente, accudire agli animali domestici e curare piccole coltivazioni. In effetti ancora oggi un sistema articolato di appezzamenti di terreno per colture o prati si distribuisce tutto attorno all’abitato. A valle, il versante ripido era utilizzato per piccoli orti e per il prato stabile; a monte, il versante meno scosceso in parte venne terrazzato sia con scarpate inerbate sia con muri a secco che denotano differenti tecniche costruttive e, in altra parte, era tenuto a prato misto con castagni.

Oggi Nesolio, nonostante l’inesorabile degrado di alcune delle sue costruzioni conseguente anche alla difficoltà di recupero e manutenzione del nucleo, rappresenta senza alcun dubbio uno dei migliori esempi di borgo rurale montano dell’intera Lombardia, sia dal punto di vista architettonico che storico-antropologico (parimenti al vicino nucleo di Colle di Sogno, in territorio comunale di Carenno), oggetto di studio nonché di alcune iniziative culturali e artistiche tese a valorizzare il dialogo tra contesto ambientale, rilevanze storiche e presenze contemporanee, nel potenziale tentativo di recuperare l’antica e peculiare ruralità urbana del borgo. Caratteristiche per le quali, tuttavia, è necessaria l’attenzione e la sensibilità di tutti, residenti locali o visitatori occasionali, perché in fondo Nesolio “appartiene” alle sue montagne ma la sua dimensione, la sua storia, l’atmosfera, la bellezza e il suo fascino sono patrimonio di tutti.

[1] In verità tale ipotesi sull’origine principale del familonimo “Valsecchi” è controverso, dacché alcuni elementi storici farebbero ritenere un’origine milanese e dunque, nel caso, sarebbe stata la famiglia a dare il nome alla località valdimagnina giungendovi da Erve.

P.S.: il testo che avete appena letto, redatto in origine da Fabio Bonaiti e qui da me integrato, è tratto dal volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato nel 2015 per la sezione CAI di Calolziocorte. Per saperne di più, cliccate qui.

(Crediti delle immagini, ove non di proprietà dello scrivente: Paola Clarissa / commons.wikimedia.org; valsanmartinospot.it; Ecomuseo Val San Martino; Agnese Econimo/Orobie.it.

Un emblematico paesaggio industriale

I processi di industrializzazione che dal Settecento in poi hanno interessato buona parte dell’Europa si sono fatti particolarmente significativi nei territori alpini, innescando dinamiche che hanno profondamente ridefinito le realtà socioeconomiche locali, precedentemente ancora determinate da economie rurali meramente sussistenziali e innescando una trasformazione generale, spesso anche troppo rapida, delle geografie fisiche e umane. Per questo la loro considerazione è pressoché ineludibile, in territori come questi, rappresentando una narrazione ecostorica alquanto emblematica e d’altro canto strettamente legata alla realtà presente e ai suoi sviluppi. Anche la Val San Martino, territorio prealpino pur assai vicino alla pianura maggiormente antropizzata e a suoi centri importanti in rapido sviluppo (Bergamo, Lecco, ovviamente Milano), ha conosciuto l’effetto dei citati processi e delle conseguenti dinamiche, che hanno comportato altrettanto rapide transazioni esperienziali e professionali dalle figure di contadino a quelle di contadino-operaio, poi operaio-contadino e quindi operaio puro, in un contesto comunitario già alquanto portato a sviluppare la più ingegnosa laboriosità certamente per ragioni sussistenziali, in principio, ma rapidamente anche per spiccata vivacità imprenditoriale. Sotto questo aspetto la valle ha presentato alcune specificità post-rurali, o pre-industriali, importanti: la lavorazione del legno nella parte montana, la tradizione edile dell’alta valle, l’industria tessile e serica, particolarmente sviluppata in tutto il circondario lecchese, per citare alcuni esempi storicizzati, fino alla forte presenza metalmeccanica contemporanea il cui sviluppo infrastrutturale ha inevitabilmente contraddistinto in maniera fondamentale la territorializzazione e l’urbanizzazione dello spazio, dunque la costruzione del paesaggio. A tal proposito per la Val San Martino si può tranquillamente affermare di essere in presenza, anche, di un paesaggio industriale: tanto in senso visivo, generato dallo spandersi più o meno ampio e quasi continuo dei capannoni industriali – in base a un disegno urbanistico non sempre virtuoso, c’è da ammetterlo – quanto in senso antropologico e culturale, per come le dinamiche legate all’industralizzazione e in alcuni casi alla deindustrializzazione (ma qui in maniera minore rispetto ad altre realtà territoriali affini) hanno determinato pure un ripensamento via via più profondo, ovvero più discosto dall’origine storica, dell’identità locale.

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Nel bene e nel male (ed è arduo stabilire quale delle due componenti sia maggioritaria), quello industriale è uno dei paesaggi (plurale, sì) che più caratterizza buona parte dei nostri territori sotto diversi aspetti, materiali e immateriali, ma è pure quello forse meno meditato e indagato, se non dal mero punto di vista urbanistico o infrastrutturale. Certamente conta il fatto che è il paesaggio che – sostanzialmente – dà da vivere a buona parte degli abitanti del suo territorio e per questo è considerato di default “necessario”, d’altro canto è anche quello che spesso e con maggior evidenza segnala uno scollamento tra l’ambito economico e quello ecologico del territorio stesso, cioè tra la visione prettamente funzionale del territorio e quella principalmente culturale – ne scrissi anche qui al riguardo, proprio in relazione alla Val San Martino. Ecco, forse questo è il tema che dovrebbe essere meglio analizzato e indagato, per la sua valenza storica e la conseguente, potenziale importanza futura. Un tema che d’altro canto coinvolge tre elementi imprescindibili del nostro vivere quotidiano: l’industria (ovvero il fare umano), la cultura (il sapere umano) e quello che comprende e compendia entrambi, il paesaggio, cioè il mondo umano.

Ci tornerò, più avanti, su questo tema, sperando di saper formulare qualcosa di interessante e costruttivo; nel frattempo vi (ri)consiglio la lettura di questo libro, assolutamente illuminante al riguardo.

Selvatici per istituzione e per costituzione

[La camera picta di Casa Vaninetti a Sacco, in Val Gerola (Sondrio), con la celebre raffigurazione dell’Homo Salvadego. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
A proposito di creature mitologiche di montagna e di Homo Salvadego, da alcuni considerato lo “Yeti” delle Alpi – tema del quale ho scritto qualche giorno fa in questo post – è interessante e affascinante notare che la sua presenza nelle credenze delle genti alpine dei secoli scorsi è stata talmente forte e ritenuta così certa da venire persino “istituzionalizzata”. Infatti la raffigurazione di un “uomo selvatico” è presente nello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni, una delle “Tre Leghe Grigie” dalle quali si è originato l’attuale cantone svizzero dei Grigioni e che dal 1512 al 1797 dominarono anche la Valtellina, territorio nel quale non a caso si ritrovano alcune delle più emblematiche raffigurazioni della mitologica creatura, in primis quella del citato Homo Salvadego di Sacco in Val Gerola, laterale della Valtellina. Interessante anche rilevare che, ai tempi, i reggenti della Lega delle Dieci Giurisdizioni motivarono la presenza nel proprio stemma evidenziando che la figura dell’“uomo selvatico” rimanderebbe «agli albori del carattere nazionale retico, alla scaturigine dei sentimenti spirituali dell’era precristiana», dunque a una relazione più diretta e meno mediata con la montagna e con il suo Genius Loci, del quale peraltro l’uomo selvatico può ben rappresentare un’identificazione. D’altro canto il fatto che esso, nella stemma grigionese, regga un albero sradicato è un chiaro riferimento alla sua forza sovrumana ovvero “animalesca”, dote che evidenzia le similitudini con altre creature mitologiche montane come lo Yeti himalaiano, appunto, o il Bigfoot americano.

Oggi tali presenze un tempo così tanto considerate probabilmente strappano un sorriso: sì, non ci sono bizzarri uomini scimmieschi nei boschi e sui monti delle Alpi, tuttavia quello che essi rappresentavano, cioè – in poche parole – l’essenza primordiale dell’ambiente naturale e la sua cultura ancestrale, non dovrebbe scomparire, essere ignorato o dimenticato come è accaduto e accade ancora. La dualità tra Natura selvaggia e spazio umanizzato o antropizzato è fondamentale, l’equilibrio tra i due elementi è ciò che dà valore vicendevole a entrambi e rappresenta anche oggi – e domani pure – la base ineludibile per costruire una relazione con le montagne proficua per chiunque: per chi le abita, per chi le vive da visitatore e turista, per chiunque sia parte integrante del loro ecosistema e, ovviamente, per le montagne stesse. Dovremmo essere un po’ selvatici anche noi uomini iper-tecnologicizzati del ventunesimo secolo, insomma, e non dei “selvaggi” nel senso più negativo del termine, come sovente dimostriamo di essere con le azioni che contraddistinguono il nostro rapporto con i monti (d’altro canto gli uomini selvatici leggendari erano custodi di antiche e preziose sapienze che trasmettevano ai montanari che si dimostravano amichevoli con essi: ad esempio il metodo per ricavare burro e formaggio dal latte). In fondo, a questo proposito, mettono meno inquietudine la grossa clava del Salvadego di Sacco o l’albero sradicato di quello grigionese che, per dire, certe borse di pelle pregiata di civilissimi uomini contemporanei dalle quali fuoriescono progetti inopinatamente insensati e pericolosi per le montagne: anche perché se i primi sono probabilmente solo il frutto di antichi miti popolari e dunque elementi di fantasia ma con un nucleo di altrettanto antica e grande sapienza, i secondi sfortunatamente lo sono di moderne “politiche” deviate, quindi fin troppo reali nonché espressioni di sconcertante insensatezza. E non di rado devastanti, appunto.

L’abominevole uomo delle (nostre) nevi

[Il famoso filmato “Patterson-Gimlin”, del 1967, nel quale sarebbe stato ripreso un Bigfoot. Fonte dell’immagine: https://it.wikipedia.org.]
In un articolo di qualche settimana fa, “Il Post” ha raccontato la leggendaria storia dei cosiddetti abominevoli uomini delle nevi, in particolare del Bigfoot o Sasquatch, del celebre Yeti e di altre creature selvagge di aspetto antropomorfo, i cui miti sono presenti un po’ ovunque sul pianeta e soprattutto nei territori di montagna. Infatti, anche sulle Alpi “dimorano” molte di queste creature misteriose, soprattutto nelle fogge degli uomini selvatici o wilder mann, le cui testimonianze vernacolari si possono ritrovare in ogni angolo della regione alpina. I territori della Dol dei Tre Signori, tra lecchese, bergamasca e Valtellina non fanno eccezione, d’altro canto offrendo un alto tasso di elementi leggendari e mitografici; anzi, le montagne della Dol custodiscono la presenza di una delle più celebri di tali creature, l’Homo Salvadego, raffigurato in un altrettanto celebre affresco (lo vedete qui sotto) a Sacco in Val Gerola, laterale orobica della Valtellina. Dunque, noi  autori (Sara Invernizzi, Ruggero Meles e lo scrivente) della guida “Dol dei Tre Signori”, nella quale abbiamo raccontato per quanto possibile l’intero territorio in questione, non potevamo certamente esimerci dal segnalare – pur succintamente, per inesorabili ragioni di spazio – questa leggendaria e affascinante presenza, tanto peculiare del territorio quanto assolutamente affine all’iconografia e all’archetipo classico dell’uomo selvatico diffusi in tutte le Alpi:

[L’Homo Salvadego della Val Gerola; ingrandite l’immagine per apprezzarla meglio. Fonte: www.ecomuseovalgerola.it.]

Ecco, caro viaggiatore, stai per arrivare a Sacco, e questa volta il cammino senza indugi attraversa il paese e ti porta proprio nella piazza della Chiesa Parrocchiale di San Lorenzo. Sei a due passi da uno dei gioielli più preziosi dell’Ecomuseo della Val Gerola: la famosa Camera Picta di Casa Vaninetti, fatta affrescare nel 1464 da “Augustinus de Zugnonibus” a tali “Simon et Battestinus pinxerunt”, l’uno il committente e gli altri autori dell’opera i cui nomi consunti si possono intuire sopra e sotto la stessa. Oggi è un accogliente museo che racconta la ricchezza e il livello di civiltà di questa contrada e della valle nel Quattrocento. Il gioiello più stupefacente custodito in esso è il dipinto, sito accanto alla porta d’ingresso, che raffigura tra le altre cose un’immagine dell’“Homo Salvadego”, ricoperto di folto pelo e con un nodoso bastone tra le mani nel mentre che declama la famosa frase “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura” scritta come fosse un fumetto accanto al suo volto irsuto. L’Homo Salvadego è uno dei personaggi leggendari di cui si narra nell’intero arco alpino con diverse denominazioni ma uguale essenza, simbolo di una Natura che sa essere amica o nemica a seconda di come la si tratti: spesso è a questa figura che si attribuisce di aver insegnato agli uomini che si sono insediati sulle montagne i segreti dell’arte casearia e anche lui, come il Gigiat che forse incontrerai e di cui parleremo quando sarai giunto più a valle, è spesso collegato ai cicli vitali della Natura, dunque alla relazione sussistenziale degli abitanti dei monti con l’ambiente naturale.

Tale necessaria ma meditata brevità di cenni è d’altronde ben bilanciata dalla presenza di numerose notizie in rete sull’Homo Salvadego dei monti della Dol: le migliori delle quali, comprensibilmente, sono quelle riferite dal sito web dell’Ecomuseo della Val Gerola, e le trovate qui; riguardo il mito dell’Uomo Selvatico in generale e sul suo valore culturale in relazione ai territori alpini, potete invece trovare un altro mio contributo qui. Sull’altra creatura leggendaria citata nel brano sopra pubblicato, il Gigiat, a sua volta peculiare e archetipica, magari tornerò più avanti. Infine, per saperne di più sulla guida “Dol dei Tre Signori” e su come/dove/perché acquistarla, date un occhio qui o cliccate sull’immagine qui accanto.

Ah, un’ultima cosa: nonostante la cospicua frequentazione delle montagne della Dol da parte di creature misteriose e in certi casi apparentemente spaventose, non si segnalano negli ultimi anni incidenti o episodi spiacevoli a persone e cose, dunque potete camminare tranquillamente lungo la Dol e meravigliarvi della bellezza dei suoi paesaggi senza timore alcuno, ecco. Semmai, se d’improvviso un Homo Salvadego spunterà dal folto del bosco e vi si parerà davanti, non ofendetelo, appunto, e vedrete che lui non ve farà pagura!