La nuova funivia tra Cervina e Zermatt: un “dato di fatto” e una “bugia di fatto”

[Immagine tratta da www.matterhornparadise.ch.]
Il nuovo collegamento funiviario “Matterhorn Alpine Crossing” tra Zermatt e Cervinia, enfaticamente inaugurato lo scorso 30 giugno, oltre ai tanti temi riguardanti la presenza e l’impatto di un’infrastruttura del genere in alta montagna, dei quali si può leggere un po’ ovunque, sulla stampa e sul web, si porta pure appresso due altre cose, ovvero un dato di fatto e una bugia di fatto, entrambe ineluttabili.

Parto da questa seconda: nei vari articoli dedicati al nuovo collegamento funiviario si legge che permette a tutti di «conoscere la montagna, capire cosa vuol dire vivere a 3.500 metri e vedere le tre pareti del Cervino, la sud, la est e la nord da vicino, standosene comodamente seduti». Un’affermazione palesemente ossimorica se non proprio grottesca: come si possa «capire cosa vuol dire vivere a 3.500 metri» – posto che nessuno sulle Alpi vive a tale quota e chi lo fa altrove, sui monti di altre parti del mondo, vive in condizioni imparagonabili a quelle alpine – «standosene comodamente seduti», come se si fosse sul bus di un sightseeing tour cittadino, appare un bel mistero e sembra il testo di una bizzarra gag comica. In generale, la “conoscenza” della montagna proposta in questo modo avviene tramite un’esperienza di trasporto a bordo di una sorta di metropolitana su funi diversa solo nella forma da quella urbana e molto affine nella sostanza, mediata tecnologicamente senza alcun contatto materiale diretto con la montagna vera se non facendo due passi sul ghiacciaio sempre che le sue condizioni lo permettano – cosa che avviene e avverrà con sempre meno frequenza – e dunque senza alcuna autentica percezione di matrice culturale della stessa, cioè quella che può veramente fornire una cognizione dell’ambiente nel quale ci si trova. Ma, appunto, è come non esserci nemmeno, in quell’ambiente di alta quota: si sale in funivia a Cervinia o Zermatt, si transita da stazioni intermedie che sembrano proprio quelle di una metropolitana in città, con tanto di bar e negozi lungo i corridoi di trasferimento, si giunge su una vetta – il Klein Matterhorn / Piccolo Cervino – la quale credo che, in proporzione alla sua altitudine e alle dimensioni della sommità, si possa definire lo spazio più cementificato delle Alpi, tra stazioni funiviarie, ristoranti, scale, ascensori, tralicci per telecomunicazioni e altre infrastrutture (l’immagine là sotto rende piuttosto bene l’idea)… Se qualcuno giungesse lassù e la meteo non fosse favorevole al punto da sconsigliare di uscire all’aperto (ovvero se non lo si volesse fare a prescindere), la “conoscenza” e la “visione” della montagna avverrebbe soltanto da dietro un vetro e muovendo non più di qualche decina di passi. Magari indossando dei sandali, come qualcuno ha ironicamente osservato. A questo punto tanto varrebbe restarsene a casa e godersi il luogo grazie a un bel video su qualche piattaforma social, così pure risparmiando l’esborso di 240 Franchi o 260 Euro a testa per il solo biglietto!

Insomma: che “esperienza” di alta montagna può mai essere questa? Cosa mai potrà insegnare di ciò che è realmente la montagna, cosa ci si potrà capire?

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Ecco perché quelle dichiarazioni sopra citate rappresentano una sostanziale “bugia di fatto”. Va bene, sarà pure marketing e di quello parecchio spinto come sovente se ne intercetta in giro (anche in altre località montane), dettato dal dover lanciare la nuova attrazione alla clientela. Ma pure a tali pratiche commerciali c’è un limite, soprattutto quando esse vanno a corrompere e degradare gli aspetti culturali che comunque la relazione antropica con l’ambiente montano – ancor più quello d’alta quota – porta con sé, anche quando si tratti di una relazione fugace e meramente ludico-ricreativa. E se quel processo di degrado culturale si avvia, determina inevitabilmente anche il degrado ambientale del luogo proprio perché non lo si riconosce e comprende più in tali sue valenze fondamentali. Mi auguro che ciò non avvenga lassù in forza del nuovo collegamento funiviario e che le dichiarazioni in tal senso dei responsabili dell’impianto siano ben più concrete e fattuali di certe altre.

A tal proposito, vengo al dato di fatto che il “Matterhorn Alpine Crossing” evidenzia, legato all’aspetto dell’impatto della nuova funivia nel luogo e nel paesaggio tra il Plateau Rosa e il Klein Matterhorn. Capisco bene i tanti che denunciano la pesantezza di tale impatto e le sue criticità ambientali, tanto più in considerazione della funzionalità dell’impianto, prettamente turistica e nemmeno in chiave sciistica. Di contro, obiettivamente, la nuova funivia è inserita in un contesto certamente d’alta montagna ma già pesantemente infrastrutturato, con un ghiacciaio sofferente sul quale insistono tralicci e cavi d’ogni sorta e altri manufatti funzionali alla sua fruizione turistica. Salendo a Plateau Rosa e osservando tutt’intorno, ovunque lo sguardo intercetta qualcosa di antropico e artificiale, che spesso di pone inframezzo la veduta delle meravigliose vette, quasi tutte superiori ai 4000 m, che ornano l’orizzonte. Voglio dire: bella o brutta che possa apparire la nuova funivia, e visto che ormai c’è (e che l’opposizione alla sua realizzazione, se mai c’è stata, ha perso la sua battaglia), meglio che sia stata realizzata lì piuttosto che in un altro territorio montano ben più integro ovvero ancora pressoché intatto nel suo aspetto naturale, paesaggistico e ambientale. In tal senso il pensiero inevitabilmente corre al vicino e incontaminato Vallone delle Cime Bianche e agli impianti funiviari che vi si vorrebbero installare, questi sì una devastazione ex novo di un ambiente e un paesaggio ormai più unici che rari, in questa zona delle Alpi: una cosa inammissibile sotto ogni punto di vista se non da quello che vede e concepisce le montagne soltanto come uno spazio da trasformare in “bene” da consumare e dunque in denaro, senza alcuna cura verso la loro bellezza e nessuna tutela dell’ambiente naturale. Come fossero una periferia cittadina da infrastrutturare dacché altrimenti inutile, ne più ne meno.

[Immagine tratta da https://www.rainews.it/tgr/vda.]
Insomma: opere come il “Matterhorn Alpine Crossing”, al netto del marketing enfatico che le accompagna, oggi sono da un lato quasi sempre insostenibili ambientalmente e dall’altro motivabili solo da strategie turistico-commerciali che poco hanno a che vedere con la “montagna” e che nascono già obsolete – infatti lo stesso collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt è un’idea nata quasi un secolo fa – se non per un pubblico turistico esotico che le Alpi le conosce solo per nome, e magari nemmeno per quello. Ma è un pubblico danaroso, disposto a spendere tanto senza fare domande su ciò che acquista, basta che sia qualcosa di “spettacolare”: dunque rappresenta una platea ideale da poter sfruttare, posta anche la maturazione pressoché compiuta del turismo sciistico invernale. Il punto ora è determinare il necessario, ineludibile equilibrio tra queste opere, visto che ormai ci sono, e l’ambiente nel quale sono state realizzate e inserite, ricavandone un parametro analitico da rendere organico agli altri che determinano l’efficienza e la funzionalità dell’impianto; al contempo, tutelare rigidamente gli altri spazi ancora integri da qualsiasi infrastrutturazione di tal genere e da qualsiasi forma di messa a profitto del territorio montano che determini qualsivoglia detrimento, anche minimo, delle sue valenze ambientali e culturali. Il che rappresenterebbe a sua volta una pratica di riequilibrio tra spazi antropizzati e non, fondamentale se vogliamo continuare a definire e vivere le montagne per ciò che realmente sono e non per dei simulacri ludici in quota del mondo iperurbanizzato.

In fin dei conti è proprio questo il punto nodale attorno al quale orbitano tanto opere ultra turistiche come il “Matterhorn Alpine Crossing” quanto le iniziative di salvaguardia ambientale e le pratiche di turismo montano sostenibile: antropizzare la montagna, come ha sempre fatto l’uomo, in modo consono al luogo nel quale si interviene e sincronico alla realtà ambientale del momento, come è ormai ineludibile fare ovunque, sulle Alpi e altrove. Lo può fare, lo sa fare una funivia come quella tra Cervinia e Zermatt? Chissà.

In Italia con la cultura si continua a non (poter) mangiare

L’apertura al pubblico di tre importanti poli culturali del territorio della Valle Camonica, una delle vallate alpine più ricche di storia e di palinsesti antropici millenari inscritti sui fianchi delle sue montagne – incluso il ben noto Parco nazionale delle incisioni rupestri di Naquane, riconosciuto dall’UNESCO nel 1979 “Patrimonio mondiale dell’umanità” (sito n. 94 “Arte Rupestre della Valle Camonica”, primo sito italiano iscritto) – è garantita dalla presenza di 11 lavoratori “esterni” il cui contratto prevede una paga oraria lorda di 6,25 euro l’ora.

Già, avete letto bene: sei-virgola-venticinque, lordi. E si consideri che in occasione dell’ultimo rinnovo dell’appalto di gestione del Parco, a fine 2022, i lavoratori si sono visti sottoporre un contratto peggiorativo rispetto a quello precedente da parte della cooperativa che si era aggiudicata il bando regionale. Ovvero una proposta iniziale fissata a 5,37 euro lordi all’ora, i quali poi, dopo parecchie proteste dei lavoratori, sono stati aumentati (!) ai suddetti 6,25 euro l’ora. Il tutto, nella provincia della “Capitale Italiana della Cultura” 2023, insieme a Bergamo. Fate voi!

[Veduta della “Rock number 1” al Parco nazionale delle incisioni rupestri di Naquane. Foto di Avihu, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
La vicenda, raccontata nei dettagli da questo articolo di “Altræconomia”, è veramente vergognosa, sotto ogni punto di vista e innanzi tutto da quello che palesa perfettamente la considerazione delle istituzioni italiane verso la cultura, anche quando essa rappresenti una manifestazione profondamente identitaria della (e per la) coscienza culturale locale e nazionale – un tema al quale la parte politica oggi dominante dovrebbe essere particolarmente sensibile (ma, sia chiaro, non che l’altra parte abbia dimostrato maggiore sensibilità: in queste circostanze la par condicio politica è perfettamente realizzata e si fa dimostrazione emblematica dell’insipienza istituzionale generale).

Si dice di voler difendere, promuovere, sviluppare la cultura, e poi la si mantiene forzatamente in una condizione di totale volubilità, deprivandola delle sue fondamentali valenze e per ciò mantenendola ai margini dell’azione e dell’interesse istituzionali, come fosse qualcosa di fastidioso e irritante e nel diffuso disinteresse al riguardo dell’opinione pubblica (della quale la politica è sempre espressione compiuta, d’altra parte).

Nel frattempo, l’articolo 9 della Costituzione Italiana continua a sostenere che «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura». Be’, a quanto sembra è una “promozione” scaduta da un sacco di tempo. Ecco.

“Il miracolo delle dighe” sul nr.117 del magazine “Dislivelli”

È veramente un grande onore, per chi vi sta scrivendo, vedere il proprio ultimo libro Il miracolo delle dighe, ospitato sul numero 117 – dedicato proprio al tema dell’acqua – del magazine dell’Associazione Dislivelli, uno dei soggetti italiani che lavora nei campi della ricerca e della comunicazione sulla montagna tra i più avanzati e innovativi – non solo da questa parte della catena alpina. Ciò grazie alla considerazione e all’attenzione dedicata al libro da Luca Serenthà, che per Dislivelli cura il podcast “Dislivelli Fatti” in partnership con il sito “Fatti di Montagna” – sul quale Il miracolo delle dighe è già apparso.

Per leggere il magazine cliccate sull’immagine in testa al post: le pagine dedicate al libro sono le 39 e 40.

Dunque ringrazio di cuore Luca Serenthà per quanto ha fatto e la redazione del magazine per aver concesso un tale prestigio al libro, sul quale potete avere ogni informazione utile cliccando sull’immagine qui sotto:

“Il miracolo delle dighe” su “La Repubblica”

Anche l’edizione di Torino de “La Repubblica” di lunedì 26 giugno dedica un breve ma compiuto articolo a Il miracolo delle dighe, il mio ultimo libro. Ringrazio molto la redazione per la considerazione e lo spazio concessi al libro, nella speranza di poter essere presto in Piemonte per presentarlo dal vivo e discutere un po’ di montagne e paesaggi alpini. Nel frattempo, cliccate sull’immagine qui sopra per leggere l’articolo.

Ne approfitto anche per ringraziare di cuore l’Ufficio Stampa Due Punti del prezioso lavoro che sta svolgendo a favore del libro e della sua conoscenza.

P.S.: mi fa molto piacere anche essere ospitato, sulla pagina de “La Repubblica”, insieme al caro amico (nonché mirabile autore, ma questo non dovrebbe servire scriverlo) Tiziano Fratus e al suo ultimo libro Agreste, da pochi giorni nelle librerie.

Croci sui monti? No, sull’intelligenza e il buon senso

[La sconcertante croce sulla vetta del Pizzo Formico, nelle Prealpi Bergamasche, alta ben 19 metri(!)]
Il recente “dibattito” sulla questione delle croci sulle vette dei monti – che in verità è un non dibattito, visto che in esso si discute del nulla – dimostra nuovamente (come se ce ne fosse bisogno!) che razza di paese rozzo sia l’Italia su molte, troppe cose. Il libro Croci di vetta in Appennino di Ines Millesimi, che ha scatenato la caciara – suo malgrado, dato che è uscito a dicembre 2022, non ora, ed è un volume di raro equilibrio e sensibilità sul tema (qui ne scrive Luigi Casanova) – non dice niente di ciò del quale lo accusano certi personaggi pubblici che è bene nemmeno nominare per non sentirsi lerci di sostanze nauseabonde, parimenti come nulla di nuovo ha detto il CAI, la cui posizione al riguardo è la stessa da lustri. Ma, appunto, chi ha fatto e fa del nulla la propria cifra personale e poi lo riempie delle suddette sostanze, non perde mai occasione di palesarlo. Per fortuna, sotto certi aspetti.

Siccome sull’argomento ho scritto molto in passato (da qui in giù), esprimendo una posizione da sempre ben determinata e ferma, aggiungo solo le parole di chi, in tema di croci sui monti, ha messo in guardia dai «tentativi di ostentazione di una religiosità urlata, imposta, gridata. Essa non aiuta certamente a riflettere, a meditare, a contemplare la natura del creato con animo religioso». Chi è stato? Qualche mangiapreti, anticlericale, nemico dei “valori cristiani” e dell’identità nazionale? No, sono parole della Commissione Pastorale dell’Arcidiocesi di Trento.

Ecco: ancor prima che di croci sui monti bisognerebbe finalmente discutere di certe figure che sull’intelligenza e sul buon senso ci hanno messo da tempo una croce sopra. Amen.