Gianni Celati

Dicono che ognuno corre dietro a certe illusioni e nessuno può farne a meno, perché tutto fa parte d’uno stesso incantesimo. Dicono che alcuni miraggi sono mortali o procurano guai, altri danno l’impressione di soddisfare la fame o la sete, le voglie carnali o i sogni di gloria. E i miraggi del deserto sono particolari solo per questo: perché mostrano che inseguendo le illusioni ci si sbaglia sempre, e non c’è modo di non sbagliarsi, e la vita non è che un perdersi in mezzo ad allucinazioni varie.

[Fata morgana, Feltrinelli, 2005.]

[Gianni Celati in un disegno di Riccardo Mannelli (part.), tratto da questo articolo de “La Repubblica”.]
Gianni Celati è un altro di quegli autori del quale da tempo mi dico di dover approfondire la conoscenza e poi, come accade in questi casi, all’atto della loro dipartita il non averlo fatto appare d’improvviso come una “colpa” personale. D’altro canto di Celati, forse anche più delle sue opere, o prima di esse, mi ha sempre incuriosito il fatto che fosse uno dei nomi più citati, e in modi variamente elogiativi, dai colleghi, ovvero da altri scrittori e autori, ove disquisissero di letteratura nel corso di interviste, articoli, cronache, memorie, testi di qualsiasi genere. Una cosa niente affatto scontata tra contemporanei nell’ambito letterario, manifestazione evidente della sua riconosciuta importanza e del valore della sua opera – nonché, ovviamente, motivo ulteriore per colmare quella mia colpa di troppo lunga data.

P.S.:Doppiozero” ha una bella e ricca sezione di contributi di e dedicati a Gianni Celati, qui, la quale peraltro dimostra bene quanto ho appena scritto lì sopra.

Il senso (woodyalleniano) della vita

Io non credo nella vita dopo la morte, e quindi, data la cupa visione che ho della condizione umana e della sua dolorosa assurdità, perché andare avanti? Alla fine, non sono stato in grado di trovare un motivo plausibile, e sono giunto alla conclusione che noi uomini siamo semplicemente programmati per resistere alla morte. Il sangue è più forte del cervello. Non c’è motivo logico per cui rimanere attaccati alla vita, ma chi se ne importa di quello che dice la testa. Il cuore dice: hai visto Lola in minigonna? Per quanto ci lamentiamo e insistiamo, a volte in modo del tutto persuasivo, che la vita è un incubo di lacrime e di sofferenza, se uno entrasse improvvisamente nella nostra stanza con un coltello e intenzioni omicide, reagiremmo subito. Lotteremmo con tutta la nostra energia per disarmarlo e sopravvivere. (Nel mio caso, scapperei.)

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.21.)

Una foto struggente e un buon auspicio

Credo che la foto che vedete qui sopra – e che magari avrete già trovato, in giro per il web* – sia una delle più belle, nel suo essere così struggente e commovente, che abbia mai visto. In effetti non riesco a guardarla senza che mi si inumidiscano gli occhi. Ritrae Ndakasi, una gorilla di montagna orfana dei genitori prima di morire per malattia tra le braccia del suo custode e “padre adottivo” André Bauma il 26 settembre 2021, in un centro per gorilla rimasti orfani nel Parco Nazionale dei Virunga, Repubblica Democratica del Congo. Potete saperne di più sulla sua storia qui.

Negli occhi ormai quasi spenti di Ndakasi io ci vedo la coscienza primordiale e imperitura della Terra. Un pianeta dominato da un’altra razza che purtroppo troppo spesso gli ha dimostrato totale e scellerata incoscienza, e nei cui occhi – spiace dirlo, ma tant’è – non vedo una simile virtù assoluta e fondamentale.

Ma vorrei anche che questa foto dell’anno appena concluso risulti, a suo modo (che parrà “paradossale” ma forse non lo è affatto, anzi), di buon auspicio per un anno nuovo, e per un futuro in generale, prossimo o lontano, di maggiore armonia tra ogni creatura che vive su questo nostro pianeta, sia essa animale (dunque anche umana), vegetale, pluricellulari o unicellulari o di qualsiasi altra natura. Un’armonia come quella che Ndakasi e André Bauma hanno saputo intessere e rendere così emblematica.

Tutto ciò con un’eccezione: per quegli umani che cagionano morte e sofferenze in modi efferati e arbitrari ad altre creature viventi, come i bracconieri che uccisero i genitori di Ndakasi. Ad essi, e agli altri individui come loro, posso solo augurare una sorte assolutamente paritetica a quella delle loro vittime. La. Stessa. Sorte. Ecco.

*: la foto io l’ho tratta dalla pagina Facebook del Virunga National Park.

L’irrefrenabile pandemia delle parole

P.S. (Pre Scriptum): scrivevo il post sottostante più di nove mesi fa, a marzo 2021, e mi pare che ancora oggi, forse anche più di allora, sia assolutamente, drammaticamente valido. E non mi sembra che siano in vista sviluppi positivi al riguardo: troppi sulla pandemia di parole inutili intorno al Covid ci stanno marciando – e magari pure guadagnando – alla grande. D’altro canto, da che mondo è mondo per le malattie prima o poi la cura la si trova, per certi cinismi e cert’altre meschinità è ben più difficile, purtroppo.

Comunque, se fin dall’inizio della pandemia la scienza si è impegnata nell’indagare la correlazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del Covid-19, trovando significativi riscontri oggetto di un articolato dibattito scientifico (qui trovate una buona cronaca al riguardo), io credo che sarebbe finalmente il caso di indagare anche la correlazione tra propagazione del Coronavirus e sproloquiare mediatico, già. Dacché una cosa che io ritengo pressoché inconfutabile, generata dalla pandemia in corso, è stata l’aumento spropositato di parole a vanvera da parte di chiunque (o quasi) si sia ritrovato a parlare ad un media pubblico, le quali hanno generato un tale caos comunicativo e informativo da – io credo – aver influito inesorabilmente sulla situazione dei contagi rilevata in questi mesi.

Solo che io, be’, non sono virologo, epidemiologo, medico, scienziato o che altro, dunque mi verrebbe da invocare, alla comunità scientifica, la suddetta ricerca obiettiva e razionale al fine di comprendere meglio la questione. Una ricerca necessaria proprio in forza dell’irrazionalità della comunicazione che abbiamo subìto in questo ultimo anno, ecco.

Detto ciò, temo poi che anche stavolta da una tale ricerca e dalle sue potenziali evidenze non sapremo imparare nulla di buono e utile per il futuro: ma qui si tratta di un altro tipo di “pandemia”, di natura mentale, ormai congenita nell’uomo contemporaneo. Purtroppo.

L’Engadina necessaria

[Foto di Jörg Vieli da Pixabay.]
Tra le prime immagini viste sui social, questa mattina, ve n’era una assai suggestiva dei laghi engadinesi ormai quasi del tutto ghiacciati e subito ho pensato, più con l’animo che con la mente, che l’Engadina è uno di quei luoghi che, quando ci sei, non vorresti più andare via, e quando ne sei lontano vorresti andar via da dove stai per tornarci immediatamente. È una Heimat assoluta, ineluttabile, a prescindere da ogni altra possibile e pur importante, foriera d’una bellezza ontologica che ti sorprende per come metta in armonia ogni cosa nel tuo intimo.

Per anni l’ho esplorata palmo a palmo, d’estate e d’inverno, ho salito molte delle sue vette, esplorato valloni reconditi, visitato i più ignorati nuclei rurali e ogni volta, prima di svalicare dal Maloja e tornare a casa, mi sono fermato lungo le rive del Lago di Sils, in un angolino lontano dal traffico, dai turisti e da ogni altro rumore, e sono rimasto lì una mezz’oretta, seduto, in silenzio, semplicemente a osservare il paesaggio. Una contemplazione sospesa tra realtà e sogno senza capire quale fosse l’una e l’altro e, in fondo, senza volerlo capire. Un esercizio minimo ma necessario, vitale. Che ora, per vari motivi, impegni, impellenze, è da tempo che non faccio più e mi manca. Molto.