«È cosa comune l’errare; è solo dell’ignorante perseverare nell’errore» scrive Cicerone nelle Filippiche: affermazione che precede quella più d’uso comune, oggi, che indica il perseverare nell’errore come atto diabolico. Be’, quale iniziativa più rappresentativa e consona a queste antiche saggezze se non l’ostinarsi nel piazzare in cima alle montagne orribili manufatti di varia natura e imponenza a forma di croce?
Iniziativa vergognosa, biecamente strumentale, oltraggiosa sotto ogni punto di vista e, per paradosso d’altro canto culturalmente congenito all’ambito dal quale proviene, svilente il concetto stesso di “fede”. E altrettanto rappresentativo dell’ignominia di queste opere è il progetto della croce, alta ben 18 metri, che si vorrebbe piazzare su una delle sommità del Monte Baldo. Uno scempio assoluto, materialmente e immaterialmente ovvero nel senso, nel concetto, nei principi alla base di queste realizzazioni, alle quali da tempo, nel mio piccolo-piccolo, mi oppongo in ogni modo – potete leggere qui, ad esempio, una mia iniziativa al riguardo e qui un altro articolo sul tema.
Veramente i credenti (?) pensano di promuovere e salvaguardare il proprio credo (?) con cose del genere, così primitive, così insulse, prepotenti e infestanti? Un’assurdità totale, ribadisco, anche e soprattutto dal punto di vista religioso.
Invito chiunque tenga alla salvaguardia dei territori di pregio che abbiamo a disposizione, all’ambiente, al paesaggio, alla sua bellezza, alla valenza culturale e alla relazione fondamentale che possiamo e dobbiamo avere con esso, a firmare la petizione attiva sulla piattaforma Change.org (anche cliccando sull’immagine in testa a questo post) per fermare quel folle progetto nonché, mi auguro, ogni altro simile in qualsiasi altro luogo. Questo sì, è un atto sacrosanto da compiere, e un’azione di alto valore civico e culturale. O se preferite, più semplicemente, di umanissimo buon senso, ecco.
[Foto di Federica Zappalà, CC BY-SA 3.0 it, fonte qui. Cliccateci sopra per ingrandirla.](A proposito e seguito di quanto ho scritto qui…)
“Abitare”: un concetto fondamentale nell’analisi della nostra presenza nel mondo – di noi come civiltà umana, intendo dire; anzi, IL concetto par excellence, visto che la nostra relazione con i luoghi in cui viviamo si manifesta principalmente proprio con l’atto dell’abitarli, eppure ancora molto poco pensato, meditato, analizzato, elaborato, se non attraverso i suoi aspetti più concretamente tecnici. Quello dell’abitare è invece un concetto che io concepisco in senso ben più umanistico – filosofico, sociologico e antropologico in primis – che tecnico, anche per come, in mancanza di una ponderata consapevolezza del primo aspetto, facilmente il secondo ne risulta zoppicante se non proprio fallimentare – di esempi al riguardo ve ne sono innumerevoli, non serve rimarcarlo e uno lo vedete nell’immagine lì sopra. Ma, appunto, di dissertazioni di genere filosofico et similia, salvo il Costruire abitare pensare di Heidegger (del 1951, in Italia pubblicato da Mursia nel 1976) oppure il più recente Costruire e abitare. Etica per la città del sociologo Richard Sennett e pochi altri brevi scritti (tra cui certi lavori di Marc Augé, seppur non direttamente mirati al tema), non ve ne sono, mentre l’antropologia ha affrontato in vari modi la questione ma forse mai in modo veramente organico e strutturato, ovvero riconoscendo al tema e al suo valore fondamentale la relativa e necessaria valenza pratica, oltre che teorica. L’architettura, invece, è quasi sempre rimasta sul lato tecnologico della questione, mentre l’urbanistica più su quello logistico (nel senso primario del termine): forse inevitabilmente, forse per mancanza di verve culturale, a parte alcune illuminanti eccezioni (Alberto Magnaghi e la Società dei Territorialisti, ad esempio – ma questa e le altre sono le prime cose che mi vengono in mente) e denotando che comunque vi sono interessanti “segnali di ripresa”.
In ogni caso, voglio ribadire che la più profonda, articolata e strutturata riflessione culturale, in senso ampio, sul concetto e sul senso dell’abitare è realmente un qualcosa di ineludibile alla concezione e, bisogna dire, alla rivitalizzazione dell’altrettanto fondamentale relazione tra l’uomo e i luoghi ovvero, se preferite, tra gli spazi abitati/antropizzati e le genti che li abitano. Perché se manca questa relazione che in primis è culturale, non tecnologica o economica o ecologica (è anche tutto questo ma sulla base del primo valore), se non è viva, attiva e consapevole, se non è costantemente coltivata e contestualizzata allo spazio e al tempo vissuti cioè mai data per scontata e conseguita, ancor più in periodi difficili come quello che stiamo vivendo su scala planetaria (ciò rappresenterebbe la sua rapida estinzione, nel caso), be’, l’uomo potrà costruire le più belle e funzionali città, i più suggestivi villaggi, i più ordinati e ameni territori e in generale le più fantastiche architetture ma tutti questi spazi mai diventeranno luoghi autentici e saranno condannati a una veloce e inesorabile decadenza, prima culturale, poi ambientale e infine architettonica, rovine prive di identità di un’archeologia della postmodernità o, tutt’al più, scenografie artificiose per paesaggi fake.
Ecco, a proposito dei citati interessanti “segnali di ripresa” da parte dell’architettura circa la riflessione culturale sul tema dell’abitare, ho trovate un recente articolo (dell’ottobre 2020) su “weArch” a firma Mariola Peretti, intitolato Rigenerare l’abitare, il quale riflette in particolar modo su come sta cambiando, o potrebbe cambiare, lo spazio abitato a seguito degli stravolgimenti imposti dalla pandemia in corso. Tuttavia, pur in modo obbligatoriamente poco approfondito, vista la sua brevità, il testo propone anche alcune stimolanti osservazioni sul tema dell’abitare, come nel seguente passaggio:
[…] E sono altri i temi fondamentali che abbiamo potuto capire attraverso l’esperienza di questi giorni.
Il primo, fondamentale, che quando si parla di abitare nessun punto è in sé, isolabile e autonomo rispetto al resto del territorio. Ogni punto è parte di un sistema di relazioni all’interno di una logica che è quella dei vasi comunicanti. Nessuna parte dell’hardware territoriale può essere considerata semplicemente come un dato statico, ma deve essere approcciata come elemento dinamico, collegato alle strade, ai sistemi di trasporto, ai flussi che genera. La sua esistenza e il suo funzionamento creano onde che si propagano come quelle di un sasso gettato nel lago. La riapertura delle scuole ci ha fatto ben comprendere che sostituire e diradare i banchi all’interno delle aule non può di certo bastare se non si affronta il tema dei trasporti e dello scaglionamento dei turni di entrata e uscita dall’edificio, laddove si manifestano le principali azioni dinamiche.
Insomma, è una succinta ma buona lettura (cliccate qui per leggere l’articolo nella sua interezza) che può certamente servire per stimolare la riflessione riguardo l’abitare e l’approfondimento dei suoi vari, fondamentali aspetti. I quali, lo ribadisco, non sono solo “roba” da architetti, urbanisti, filosofi, antropologi e così via ma sono cultura di tutti noi, in quanto base “intrinseca” e chiaramente ineluttabile del nostro vivere il mondo.
[Henri de Toulouse-Lautrec, “M. Fabre, Officier de reserve”, olio su tela, 1891, Buenos Aires, Museo Nacional de Bellas Artes: uno dei rari dipinti di Toulouse-Lautrec che ritrae un “paesaggio”.]
Non esiste che la figura, il paesaggio è nulla, non dovrebbe che essere un accessorio. Il paesaggio dovrebbe essere usato solo per rendere più intelligibile il carattere della figura.
(Henri de Toulouse-Lautrec, citato in Douglas Cooper, Toulouse-Lautrec, Edizione d’Arte Garzanti, Milano, 1963, pag.6.)
Trovo molto interessante questa citazione del grande Toulouse-Lautrec in quanto del tutto contestuale alla sua peculiare arte, così capace di raffigurare la comédie humaine del suo tempo che viveva nel chiuso delle sale da ballo, dei casino o delle case d’appuntamento parigine, quasi sempre di notte e praticamente mai all’aperto, costruendo così un immaginario ambientale che non aveva bisogno di “paesaggi” ma, nel caso ve ne fosse qualche accenno, li rendeva funzionali e accessori ad esso. Altrettanto interessante, riportando le parole di Toulouse-Lautrec all’interno di un punto di vista “paesaggistico” e partendo dall’assunto che ho appena rimarcato, è che il principio “anti-paesaggio” espresso dal grande pittore francese è in fondo simile a quello che sta alla base dello sfruttamento dei paesaggi a scopo turistico, resi ugualmente funzionali e accessori a una fruizione meramente ludica, da comédie humaine contemporanea. Con una differenza, però: il godereccio popolo notturno ritratto da Toulouse-Lautrec non ricercava nemmeno il paesaggio, anzi, in qualche modo lo riteneva superfluo e lo sostituiva con i luoghi del divertimento cittadino; l’altrettanto godereccio (per così dire) popolo turistico contemporaneo invece pretende un paesaggio che faccia da sfondo alle proprie attività ludiche, ma lo usa come fosse similmente un luogo di mero divertimento, una scenografia senza senso ne forma e con solo una forzata sostanza ricreativa, facendone di fatto qualcosa di parimenti superfluo. Ah, be’, ce n’è pure un’altra, di differenza: almeno allora c’era un mirabile artista come Toulouse-Lautrec a fissare il tutto sulla tela e sulla carta in dipinti e disegni memorabili; oggi invece ci sono dei banalissimi smartphone e l’immagine evanescente dei social, a fare ciò.
In verità, oggi, dalle scienze umane e della Terra è risaputo il contrario di quanto affermato dal pittore francese: le figure umane, con la loro presenza e la relativa relazione, sono quelle attraverso le quali si può rendere più intelligibile il paesaggio. E pure, a ben vedere, nel paesaggio inteso come rappresentazione culturale del territorio l’uomo non è che un accessorio. Che può generare (ovvero concepire e significare) il paesaggio, certamente, ma che, se non è in grado di compiere tale azione culturale, non è affatto indispensabile a esso.
Con quell’affermazione, Serafini vuole rimarcare che, nella città contemporanea, nonostante quanto sta accadendo a livello planetario segnali con tutta evidenza la necessità di una rinascita della relazione profonda e consapevole tra il luogo abitato e i suoi abitanti, «continuiamo a rafforzare le strutture ma non miglioriamo la vita politica, nel senso di partecipazione (sociale e civica, n.d.s.) delle città.»
Usando come pretesto argomentativo il tema delle installazioni di funivie in ambito urbano, che molti ritengono una soluzione al movimento metropolitano delle persone ma che invero è un’idea ormai vecchia di qualche decennio e che continua a essere proposta dalle amministrazioni pubbliche oggi per mera mancanza di altre idee più innovative e rivolte al futuro (ovvero per mancanza di programmazione, pianificazione e visione futura da parte di quegli amministratori cittadini), il dubbio dunque che Serafini pone è tanto semplice quanto gigantesco, nella sua portata: «Per una città del domani, i modelli di ieri sono ancora validi?»
Perché se ogni luogo abitato, anche il meno territorializzato e più sperduto, deve essere pensato (e gestito) dai suoi abitanti sulla base di una visione necessariamente rivolta al futuro, questo non può che valere massimamente per le città, che dei luoghi abitati dall’uomo rappresentano l’esempio fondamentale e, a volte, più deviato e deviante. Se ciò non avviene, la decadenza è soltanto una questione di tempo, proprio come alcune città stanno drammaticamente palesando – nonostante certi progetti “innovativi” ma, appunto, in realtà nati nel passato e concettualmente (ma pure concretamente) incapaci di andare oltre il presente e dunque, alla fine, civicamente sterili.
È una questione di importanza radicale, posto anche quanto denotavo qui al riguardo, che non può e non deve essere (più) trascurata, a partire dall’amministratore pubblico più alto in carica fino al singolo cittadino.
Il paesaggio è un elemento culturale, dunque la sua salvaguardia rappresenta pienamente un’azione culturale, anche nel senso politico del termine: sostengo ciò ad ogni buona occasione, qui e altrove, e non mi stancherò mai di farlo.
Posto ciò, resto sempre assolutamente incantato nonché stupito – nel bene e nel male – ogni qualvolta abbia modo di constatare cosa fossero (e in parte cosa sono tutt’oggi) le Regole, il sistema di gestione autonomo della proprietà rurale collettiva diffuso nelle zone dolomitiche di Veneto, Trentino e Friuli (nonché in minima parte, ovvero con forme parzialmente assimilabili, in altre zone delle Alpi).
Fin dal XIII secolo, quando le prime Regole nacquero, hanno permesso un’ottimale amministrazione collettiva di quasi tutto il patrimonio agro-silvo-pastorale di proprietà comune delle famiglie originarie e destinato sia al godimento diretto sia al finanziamento delle opere di pubblica utilità, il tutto caratterizzato da inalienabilità e da indivisibilità. Non solo, ma anche grazie a queste ultime peculiarità citate, le Regole hanno permesso l’ideale conservazione delle caratteristiche del territorio, con indubbi vantaggi dal punto di vista ecologico oltre che, ovviamente, paesaggistico.
Tale regime tradizionale non era esente da pecche – come, ad esempio in alcune (ma non in tutte), il divieto per le donne di partecipare alla gestione di esse nonché alla trasmissione dei diritti regolieri, prescrizione eliminata solo in tempi recenti – tuttavia, nella pratica, per secoli è stato uno dei migliori esempi sulle Alpi di rapporto armonico tra la Natura e le attività antropiche sussistenti in essa, al punto che i regolieri ancora oggi – ove le Regole conservino una qualche valenza giuridica – difendono la loro autonomia dall’amministrazione pubblica di matrice statale, che più volte ha manifestato la tendenza a cercare di assimilare queste terre comuni a quelle di un demanio comunale: a ciò i regolieri hanno tenacemente opposto il principio che invece la Regola si tratti di una proprietà privata esclusiva degli abitanti originari.
Una sorta di antico senso civico rurale a salvaguardia di un territorio inalienabile e indivisibile, il tutto difeso da un forte reclamo di autonomia – se non autodeterminazione – e libertà consapevole, come quella di chi vive e conosce un paesaggio da secoli. Una cosa stupefacente, appunto, nel bene – per i mirabili risultati ottenuti e da tutti visibili – e nel male, per tutte le innumerevoli volte nelle quali viceversa si può constatare come il paesaggio naturale, messo invece nelle mani di amministratori incompetenti, incapaci, menefreghisti, truffaldini quando non criminali, venga puntualmente distrutto, sia nelle sue forme naturali che nella sua essenza culturale e antropologica, con i risultati che poi abbiamo di fronte sempre più frequentemente: sfruttamenti impropri e rovinosi delle risorse naturali, scempi ambientali, dissesti idrogeologici, frane e alluvioni, eccetera eccetera eccetera.
Eppure, di metodi, sistemi, principi e idee per fare bene qualcosa, soprattutto se qualcosa di interesse collettivo, e dunque dai vantaggi dei quali tutti possiamo/potremmo usufruire, la storia antica e recente, ma pure la realtà contemporanea, ne offre a iosa. Basta (ri)prenderli e (ri)metterli in pratica: una cosa estremamente semplice e lampante. Probabilmente troppo, per chi invece mira ad ottenere tornaconti personali o lobbistici cercando di tenere nascosto il tutto. In fondo, la cultura diffusa in una società si soffoca anche così: corrompendo e/o eliminando gli elementi primari e alla portata di tutti che la possono agevolare – anche perché, poi, serve almeno un poco di cultura per comprendere che è in atto un tale scellerato meccanismo… Sarebbe finalmente il caso di capirlo, una volta per tutte!