Cartoline “temporali” dalle Grigne

Circa 90-100 milioni di anni fa, quando già da qualche milione di anni l’Oceano Tetide che un tempo ricopriva totalmente l’Europa meridionale – e in particolare il nord Italia con il suo braccio denominato Oceano Ligure-Piemontese – prese a ritirarsi agevolando l’orogenesi della catena alpina, se si fosse potuta sorvolare la zona delle Grigne, nelle Alpi bergamasche occidentali al di sopra del Lago di Como la veduta sarebbe stata praticamente quella che vedete lì sopra, riprodotta con sorprendente consonanza da un mare di nubi posto a circa 1800 m di quota che pare in tutto e per tutto una superficie liquida di acqua spumeggiante. Un mare dal quale spuntano come isole, in primo piano, le vette della Grigna Settentrionale e della Grigna Meridionale, le quali infatti nacquero come scogliere di quell’Oceano antico: al riguardo fece scalpore, qualche anno fa, la scoperta di una stella marina perfettamente conservata nelle bancate rocciose sottostanti la Grigna Settentrionale – d’altro canto queste montagne sono ricchissime di fossili, ritrovato un po’ ovunque.

La fortunata e suggestiva veduta, una vera e propria immagine da “viaggio nel tempo”, è stata catturata da un aereo in volo sulla zona, e pubblicata dal quotidiano on line “Lecco Notizie”. Per la cronaca, oggi la zona in questione si presenta come nell’immagine sottostante, sempre ripresa da un aereo e da una posizione leggermente più a nord ovest: ma pure in quest’altra fotografia le due Grigne, riconoscibili dal colore chiaro della dolomia che le compone, sono ben evidenti. Tra le due vedute, l’Oceano si è ritirato, la morfologia del territorio si è assestata, il grande ghiacciaio dell’Adda discendente dalla Valtellina (il cui solco è visibile in entrambe le immagini, dacché nella prima il mare di nubi non vi penetra se non per un breve tratto allo sbocco della valle) ha modellato i fianchi montuosi e scavato il letto che oggi contiene i due rami del Lago di Como. Circa 130 milioni di anni condensati tra l’una e l’altra immagine, insomma, oltre al “compendio” del grande fascino per la mirabile geografia di questo lembo di Alpi la cui lettura sa continuamente raccontare innumerevoli e intriganti storie – come sa fare ogni altra montagna, se si è capaci di ascoltarla.

“L’Extraterrestre” sul Monte San Primo

Anziché buttare via questi milioni, sarebbe meglio investirli per rimuovere gli impianti abbandonati, e poi potenziare tutta una serie di attività assolutamente sostenibili come pastorizia ed agricoltura di montagna, una buona manutenzione dei sentieri, investire nella biodiversità provvedendo a rimboschimenti con essenze autoctone. Molto meglio che costruire parcheggi, pensati per favorire il trasporto privato, evitare di consumare altro suolo, e magari istituire delle navette. Insomma, ci troviamo di fronte a due visioni contrapposte della montagna. Una, già fallita, che pensa a valorizzare nei termini di una spesa pubblica dissennata, investimenti a pioggia ancora puntati sulla cementificazione del territorio, e l’altra, dolce, rispettosa della montagna, da vivere in armonia, in accordo con i tempi, pensandola come un patrimonio prezioso di flora, fauna, di acque, di un paesaggio unico da lasciare in eredità alle generazioni future.
Giovedì 15 dicembre, sull’inserto “L’Extraterrestre” de “Il Manifesto”, è uscito un bell’articolo firmato da Teodoro Margarita sulle iniziative contro lo scriteriato progetto di “sviluppo turistico” del Monte San Primo messe in atto dal Coordinamento nato appositamente e composto da decine di associazioni del mondo della montagna e dell’ambientalismo lombardo. Nelle scorse settimane ne ho scritto spesso sul blog, qui trovate l’elenco degli articoli pubblicati. L’articolo de “L’Extraterrestre” lo potete leggere interamente cliccando sull’immagine del titolo oppure in pdf qui. Ora, a fronte della sempre più grande e decisa mobilitazione generale di così tante associazioni e persone a favore della salvaguardia del San Primo e di un suo sviluppo autentico, realmente valorizzante le innumerevoli peculiarità del suo territorio e non degradante nonché ambientalmente impattante come quello proposto in primis dalla Comunità Montana del Triangolo Lariano e del Comune di Bellagio – con il mefistofelico supporto di Regione Lombardia – si attende non solo un confronto serie tra le parti ma pure una presa di coscienza generale, civica e culturale innanzi tutto, di certa politica locale così avulsa, nei propri pensieri e nelle relative azioni, dallo stesso territorio che amministra e dalle sue realtà. Sarebbe una cosa assolutamente apprezzabile, se ciò avvenisse; sarebbe viceversa inquietante se gli enti suddetti perseverassero nelle loro dissennate idee, e lo sarebbe non solo per il Monte San Primo ma, emblematicamente, per tutte le nostre montagne e per il loro – il nostro futuro.

Un “orizzonte” e un libro imprescindibili

«A metà tra sogno e appello urgente, Horizon è un libro incantevole e crudo, una storia della condizione umana universale, che ha come sfondo alcuni dei luoghi più incantevoli del pianeta» (“The New York Times Book Review”).

«Reportage, memoir e diario di viaggio: un libro così coinvolgente da meritare una categoria a sé» (“Washington Post”).

«Il coronamento dell’opera di un autore leggendario» (“Outside Magazine”).

Barry Lopez è una figura imprescindibile. In senso generale, sì, non solo per chi si occupa di Natura e paesaggi o per gli appassionati di tali temi oppure per i viandanti negli ambienti naturali, ma lo è per tutti. Perché pochi come Lopez hanno saputo scrivere del nostro pianeta, e della relazione che la civiltà umana intesse con esso, con maggiore sensibilità, lucidità, passione, intensità, intelligenza. E sapere che da qualche settimana anche in Italia è disponibile Horizon, uno dei suoi volumi più importanti (pubblicato da Black Coffee: applausi!) e che ha la traduzione e la cura dell’amico Davide Sapienza, a sua volta una figura fondamentale negli ambiti suddetti oltre che confidente di lunga data di Barry Lopez, è qualcosa di bello e, a suo modo per così dire, di imprescindibile – sicuramente lo è la lettura del volume, tutto il resto lo sarà di conseguenza.

[Barry Lopez, foto di David Littschwager. Fonte qui.]

Fra le pagine di Horizon viaggiamo in compagnia di Barry Lopez attraversando sei regioni del mondo, sei paesaggi agli antipodi: dall’Oregon all’Artico, dalle Galápagos ai deserti africani, da Botany Bay in Australia alle calotte di ghiaccio in Antartide. In queste esplorazioni l’autore, considerato il grande cantore del paesaggio americano, ci invita a osservare i dettagli minuti e le questioni imperative della nostra epoca, e a ripercorrere il passato – passando da Cape Foulweather, dove avvenne il primo approdo di James Cook sulla costa occidentale del Nord America, alle isole che duecento anni fa videro nascere la teoria evoluzionista di Darwin. Muovendosi sulle tracce dei popoli preistorici, dei coloni e dei nativi, Lopez ci porta infine a guardare in faccia il presente, e a domandarci chi siamo e quale speranza ci resta per il futuro.

Horizon, pubblicato negli Stati Uniti appena prima della morte di Barry Lopez (avvenuta nel dicembre 2020) e considerato dalla critica il suo capolavoro, ci aiuta a osservare il mondo in maniera diversa, conservando un senso di ottimismo per ciò che attende noi e il posto che chiamiamo casa.

Ribadisco: Horizon è un libro di lettura imprescindibile – come tutti gli altri di Lopez, d’altro canto. Per capire meglio il mondo in cui viviamo, per viverci meglio, per capire e vivere noi stessi meglio.

P.S.: un ringraziamento colmo di ammirazione va anche a Davide Sapienza, il cui lavoro di traduzione e curatela del volume so essere stato a dir poco imponente ma, anche per ciò, oltre modo prezioso.

Se ci manca la terra da sotto i piedi (letteralmente)

Le recenti ondate di maltempo, con le disastrose conseguenze che hanno interessato le diverse aree del nostro Paese, hanno riportato all’attenzione la fragilità del suolo italiano con i rischi idrogeologici sempre più frequenti, marcati e, sfortunatamente, causa di distruzione e morte. A tal proposito, lo scorso lunedì 05 dicembre si è celebrata la Giornata Mondiale del Suolo, in occasione della quale l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato un report aggiornato proprio sul consumo di suolo in Italia. Da tale dato è emerso che nell’ultimo anno l’Italia ha perso circa 2,2 metri quadri di suolo al secondo e che nel 2021 si è raggiunto il picco di 19 ettari di suolo persi ogni giorno, che rappresenta il valore più alto registrato negli ultimi dieci anni. Tra le cause principali vi sono la cementificazione incontrollata e l’agricoltura intensiva. Grazie al grande lavoro di analisi e di osservazione effettuato dall’ISPRA è possibile consultare una mappa digitale estremamente dettagliata del rischio idrogeologico dell’Italia, ovvero la piattaforma “IdroGeo”, che consente la consultazione e la condivisione di dati, mappe, report e documenti sull’inventario dei fenomeni franosi in Italia e dei livelli di pericolosità per frane e alluvioni, con annessi indicatori di rischio per ogni comune italiano. La sua consultazione, grazie a un’infografica molto semplificata e intuitiva, consente agli utenti, dai semplici cittadini, agli operatori economici fino agli amministratori locali, di conoscere i livelli di rischio e pericolosità da frane e alluvioni per ogni area di interesse.

Da “Il Supplemento Geografico” sulla pagina Facebook della Società Geografica Italiana. Per consultare la piattaforma “IdroGeo” si possono utilizzare i seguenti link: per i livelli di pericolosità e rischio https://bit.ly/3Y1kYkc, per quelli relativi all’inventario dei fenomeni franosi https://bit.ly/3gVnPe4. Oppure potete iniziare dalla homepage del sito di “IdroGeo” cliccando sull’immagine qui sotto:

Nella foto in testa al post: il versante di Casamicciola del Monte Epomeo, a Ischia, come si presentava negli anni Trenta del Novecento, ben terrazzato e con adeguati canali di regimentazione e scarico delle acque superficiali, cioè prima che la montagna venisse ampiamente cementificata, e sovente in modo abusivo, con le conseguenze tragiche verificatesi nella notte tra il 25 e il 26 novembre scorso che hanno provocato 12 vittime, evento sul quale ho scritto qui.

«Te lo ricordi, il Ghiacciaio dell’Adamello?»

[Veduta parziale del Ghiacciaio dell’Adamello dal Corno di Cavento: a sinistra nel 1917, a destra nel 2017. Foto tratta da meteobook.it.]
Il progetto ClimADA, realizzato grazie ad una ampia collaborazione tra enti scientifici e istituzionali coordinati da Fondazione Lombardia per l’Ambiente, si pone il rilevante obiettivo di ricostruire l’evoluzione climatica degli ultimi secoli, l’impatto antropico nell’area di alta montagna alpina, e anche la dinamica delle specie vegetali, dei grandi incendi avvenuti negli ultimi secoli e in generale degli impatti antropici in tutte le aree montane. Da questa attività il progetto ricava studi e ricerche e offre competenze scientifiche per aiutare le amministrazioni locali, le istituzioni pubbliche e private a prendere decisioni sul territorio. Nell’ultimo biennio ClimADA ha focalizzato la propria attenzione scientifica sul Ghiacciaio dell’Adamello, il più vasto e profondo apparato glaciale delle Alpi italiane: tra le varie attività messe in atto, i ricercatori del progetto hanno analizzato e prospettato la futura evoluzione del ghiacciaio dell’Adamello fino quasi a fine secolo secondo le previsioni attuali, rappresentando efficacemente il tutto in questo video:
Converrete che è un video spaventoso. In pratica, nei prossimi decenni quello che è ad oggi il più grande ghiacciaio italiano scomparirà totalmente. Degli 870 milioni di metri cubi di ghiaccio rilevati a fine millennio, già nel 2019 se n’erano fusi quasi la metà e nel corso del 2022, già unanimemente definito “disastroso” per i ghiacciai alpini, la fusione è risultata doppia rispetto alla media degli ultimi 15 anni. Si noti bene: non sta scomparendo solo un ghiacciaio tra i più importanti delle Alpi ma sta svanendo una delle maggiori riserve di acqua potabile a nostra disposizione che tra qualche decennio non avremo più, sta cambiando il paesaggio di un’ampia regione alpina, sta cambiando di conseguenza la nostra relazione con il territorio in questione e si sta modificando la percezione culturale che avremo di questi spazi d’alta quota. Quello che per generazioni a scuola è stato studiato come «il più grande ghiacciaio delle Alpi italiane» non esisterà più, sparirà anche come nozione, come conoscenza, come referenza identitaria. Giusto o sbagliato (formalmente) che possa essere, accadrà ineluttabilmente, a meno che si metta in atto un cambiamento così radicale da poter modificare tale nefasta sorte. Qualcuno dice che siamo ancora in tempo, qualcun altro ritiene invece di no: ma nell’uno o nell’altro caso, siamo pronti ad agire oppure a subire di conseguenza? O continuiamo a fare come se nulla sia?