Domani sera il Vallone delle Cime Bianche è… a Verona!

[Veduta del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Nelle numerose volte in cui mi sono occupato e ho scritto della causa a difesa del Vallone delle Cime Bianche dai devastanti progetti funiviari che vi ci si vorrebbero realizzare, ho sostenuto spesso che quella del Vallone è una delle iniziative più emblematiche tra quelle in atto sulle montagne italiane a tutela dei loro territori ancora liberi da infrastrutture turistiche impattanti. Questo per numerosi motivi: ad esempio perché il Vallone delle Cime Bianche è l’ultimo rimasto senza impianti in questa sezione delle Alpi occidentali, perché la sua bellezza e il suo valore naturalistico sono protetti da regolamenti regionali nazionali e comunitari che si vorrebbero bellamente ignorare, perché le funivie che si vorrebbero realizzare non hanno alcun senso se non quello meramente finanziario, legate a un’idea di sfruttamento consumistico delle montagne rimasta agli anni Settanta del secolo scorso e oggi totalmente obsoleta e priva di logica, perché il progetto non apporterebbe alcun vantaggio pratico alle comunità dei territori coinvolti ma anzi ne andrebbe a discapito e perché, last but not least, distruggere il Vallone delle Cime Bianche costerebbe ben più di 100 milioni di Euro di soldi pubblici, sperperati per devastare un patrimonio naturale di interesse collettivo – per questo giuridicamente tutelato, appunto – solo per accontentare le brame commerciali di un’industria sciistica sempre più alienata dalla realtà.

Dunque, è una bellissima cosa che il progetto fotografico di conservazione “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” porti la conoscenza della propria causa e il suo fondamentale messaggio, grazie ai suoi portavoce Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, di fronte a pubblici e in contesti sempre più numerosi, variegati e lontani da quelli geograficamente affini: come avverrà domani sera presso la sede del CAI di Verona, nell’ambito della Rassegna Culturale “I martedì del CAI” – 21a serata del progetto, un numero (che aumenterà ancora, a breve) il quale dimostra bene la sua importanza. Perché, come ripeto, quella per il Vallone delle Cime Bianche” è una battaglia emblematica per ogni altro territorio montano minacciato da progetti di turistificazione impattante e per tale motivo esemplare tanto quanto ispirante. Difendere il Vallone equivale nel principio e in spirito a difendere tutte le nostre montagne e rappresenta uno stimolo fondamentale per agire in loro tutela quando la manifestazione della mancanza di buon senso, di sensibilità, di cura unite alla mera e bieca volontà di far soldi da un patrimonio inestimabile, insostituibile e di tutti, rischia di fare ai territori montani danni irreparabili che oggi e per il futuro non ci possiamo più permettere.

[Le “Cime Bianche” che danno il nome al Vallone. La massima elevazione è la cima a destra, il Bec Carré, 3004 m. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Per saperne di più sulla serata di Verona cliccate qui oppure consultate il sito del CAI veronese qui.

Per contribuire concretamente alla causa in difesa delle Cime Bianche:

Il Monte San Primo, la neve (che non c’è) e il freddo (che è caldo)

Andremo a sostituire gli impianti di risalita con un tapis roulant proprio perché è più sostenibile, ovvero il tracciato della pista Baby che si trova in un canalone. Per inciso oggi sul San Primo c’è la neve e in quel tratto che si trova a nord la temperatura è di -5/-7 gradi.

Così si è espresso più volte sui media (ad esempio qui il 5 dicembre scorso) il Sindaco di Bellagio riguardo il progetto di sviluppo turistico (e, in particolare, di nuove infrastrutture sciistiche) sul Monte San Primo, per il quale si vorrebbero spendere un tot di milioni di Euro di soldi pubblici.

Ecco qui sotto, nelle immagini dello scorso 23 dicembre, il “canalone” citato dal Sindaco dove «c’è la neve e in quel tratto che si trova a nord la temperatura è di -5/-7 gradi»:

[Fotografie di Nunzia Rondanini, tratte dalla pagina Facebook “Per il Monte San Primo“.]
Domanda: i responsabili degli enti pubblici (Comune di Bellagio, Comunità Montana del Triangolo Lariano, Regione Lombardia) che sostengono il suddetto progetto, ci sono o ci fanno? Con tutto il rispetto del caso, sia chiaro, ma è inevitabile chiederne conto vivendo tutti quanti – anche il Sindaco di Bellagio, spero – nella realtà e non in una finzione dove valga tutto.

Be’, posto quanto sopra, personalmente resta il dubbio che mi si formulò in testa la prima volta che lessi sulla stampa di questo progetto sul San Primo, cioè che si trattasse di uno scherzo ben congegnato – d’altro canto quelle prime notizie uscirono intorno al 1° di aprile, il dubbio era più che legittimo. Perché veramente non si può essere (e apparire) seri proponendo un progetto talmente scriteriato.

La sospensione “ufficiale” dei lavori al Lago Bianco del Gavia: una vittoria importante (forse)

Solo pochi giorni fa, finalmente, il Comitato “Salviamo il Lago Bianco” che sta lottando per la difesa del meraviglioso bacino naturale posto sul Passo di Gavia e del territorio circostante dal criminale (non mi viene che definirlo così) progetto di posa delle tubature per le quali il lago sarebbe trasformato in un mero serbatoio di alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva, in piena area di massima tutela ambientale del Parco Nazionale dello Stelvio, ha ottenuto il documento che impone lo stop formale al dissennato cantiere, disposto in data 11 ottobre 2023 dal Direttore del Parco Franco Claretti e del quale avevo scritto qui. Il documento lo potete leggere cliccando sulle immagini qui sotto. Uno stop peraltro non spontaneo ma giunto a seguito della diffida legale a interrompere il cantiere per la posa delle tubature depositata dallo stesso Comitato con le firme di CAI LombardiaMountain Wilderness Italia, il Comitato Civico Ambiente di Merate ed il Comitato Attuare la Costituzione. Per saperne di più al riguardo potete leggere quanto dichiarato dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco” sulle proprie pagine social, cliccando qui.

Senza dubbio si tratta di una prima importante vittoria a favore della tutela del Lago Bianco e contro la prepotente devastazione che ha dovuto subire negli scorsi mesi, la cui illegittimità è ora direttamente certificata dal documento ottenuto. Di contro, non si può non constatare che si tratta ancora di una vittoria parziale e incerta: innanzi tutto perché la sospensione dei lavori è giunta dopo aver causato al Lago e alle sue rive danni già profondi in forza delle escavazioni, delle perforazioni, della perdita di liquidi inquinanti nell’aera del cantiere, della distruzione del terreno e delle sue fasce vegetative superficiali – in un luogo, ribadisco, che i regolamenti vigenti del Parco Nazionale dello Stelvio avrebbero dovuto tutelare integralmente. Non si potrebbe toccare nulla, al Lago Bianco, e invece è stato devastato tutto, con il tacito consenso del Parco oltre che degli Enti Pubblici mandatari dei lavori – Comune di Valfurva e Regione Lombardia – e nel silenzio degli altri soggetti amministrativi operanti sul territorio. Una vergogna inaccettabile, senza alcun dubbio.

In secondo luogo, la vittoria è parziale perché purtroppo la cronaca dimostra, con numerose evidenze, che non c’è da fidarsi di quanto viene affermato, anche pubblicamente e pur attraverso documenti formali e formalmente ufficiali, dagli enti pubblici di questo nostro bizzarro paese. I lavori sono sospesi, non soppressi e/o aboliti: potrebbe andare così, ma potrebbero pure riprendere per chissà quale ulteriore bieca mossa politico-amministrativa. D’altro canto i lavori sarebbero stati comunque materialmente sospesi, vista la stagione invernale che li rende impossibili, e qualcuno paventa che quello messo in atto sia solo un tentativo di confondere le acque, lasciar passare i mesi invernali, far calare l’attenzione sulla questione e così, nella prossima primavera, riaprire il cantiere e finire i lavori prima che l’attività di contrasto si rimetta in moto e agisca al riguardo.

Peraltro, a riprova di tutto ciò, proprio a pochi km dal Gavia ovvero a Bormio (Comune a sua volta coinvolto nei lavori al Lago Bianco), la famigerata, contestatissima “Tangenzialina dell’Aluteè stata formalmente sospesa nel suo iter burocratico lo scorso agosto per poi essere resuscitata e autorizzata poche settimane fa, con una plateale giravolta da voltagabbana olimpici (!) degli enti politici coinvolti che ha tanto sconcertato quanto indignato tutti, alimentando di conseguenza la diffidenza al riguardo.

Insomma, a fronte dell’importante risultato raggiunto, non si può che concordare con quanto scritto dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco” sui social a commento del documento ottenuto, cioè che se da un lato «le varie e sterili rassicurazioni ricevute diverse volte dagli enti pubblici coinvolti non possono essere considerate attendibili e che, come nel 2005, non ci accontentiamo della cantilena “ci sono tutte le autorizzazioni, state tranquilli”», tipica degli enti pubblici che hanno numerosi scheletri nei loro armadi istituzionali, dall’altro che lo stop ai lavori è «comunque assolutamente tardivo e parziale dato che non entra nel merito delle infinite difformità rilevate al cantiere né delle altrettanto numerose storture dell’iter autorizzativo, ma pone lo stop unicamente a causa dello sversamento di reflui sconosciuti in habitat protetto».

C’è ancora molto lavoro da fare e, temo, molte battaglie da sostenere per difendere e salvare il Lago Bianco: ma sono certo che un caso del genere, così grave, sconcertante e talmente emblematico, continuerà a sensibilizzare sempre più appassionati di montagne e persone dotate di buon senso civico e a far confluire un sostegno crescente al lavoro del Comitato e di qualsiasi soggetto che si adopererà per salvaguardare il lago e il suo meraviglioso oltre che inestimabile paesaggio alpino.

Lassù, a vegliare il lago ora che l’inverno se lo tiene stretto nel proprio gelido abbraccio (speriamo il più a lungo possibile), restano gli abitanti del suo mondo come il bellissimo ermellino fotografato dall’amico Simone Foglia (è sua anche l’immagine in testa al post, entrambe tratte dalla sua pagina Facebook). Di lui ci si può certamente fidare, avrà a cuore le sorti del Lago Bianco ben più di tanti deludenti esseri umani.

P.S.: tutti gli articoli che ho scritto negli ultimi mesi sulla questione del Lago Bianco li trovate qui.

Anche “La Verità” si schiera in difesa del Monte San Primo!

Anche il quotidiano “La Verità” si schiera al fianco del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo” e a difesa del territorio della meravigliosa montagna lariana con un articolo di grande sarcasmo, genialmente scritto come se esprimesse l’opposto, con il quale prende in giro le recenti dichiarazioni televisive del Sindaco di Bellagio, il Comune che con la Comunità Montana del Triangolo Lariano – i «pappagalli italiani» del titolo, ovviamente – ha presentato e sostiene il folle progetto di sviluppo turistico sul San Primo. A riprova di ciò, bene fa l’articolista a mettere tra le parentesi nel sottotitolo ciò che ovviamente la “riqualificazione” non è, cioè «ecosostenibile»: difatti i due enti pubblici sopra citati stanno cercando di non assoggettare alla Valutazione Ambientale Strategica (VAS) la variante al PGT vigente, necessaria a portare avanti il progetto proposto: naturalmente ben sapendo che nessuna valutazione ambientale potrebbe darvi parere positivo, visto l’impatto delle infrastrutture proposte sulla montagna. D’altronde è un sarcasmo inevitabile, quello del quotidiano milanese verso il Sindaco di Bellagio, per come le sue dichiarazioni televisive vengano smentite da egli stesso ovvero da quanto recitano i documenti ufficiali del progetto presentato dal “suo” Comune.

Dunque grazie a “La Verità” per questo importante e originale sostegno alle istanze di difesa del Monte San Primo e, in ogni caso, potete trovare tutte le delucidazioni utili a comprendere meglio la questione – e ciò che ha scritto “La Verità” – nel sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”. Avanti così!

Bormio si sta giocando con un bluff il proprio paesaggio?

Lo scorso 11 agosto pubblicavo un articolo intitolato “La piana dell’Alute a Bormio è salva. Forse.” a seguito della notizia circa la sospensione dell’iter burocratico per la realizzazione della “tangenzialina dell’Alute”, la famigerata nuova strada che, nella località dell’Alta Valtellina sede olimpica dei giochi di Milano-Cortina 2026, al fine di collegare più rapidamente gli impianti sciistici alla viabilità ordinaria distruggerebbe l’omonima piana, unica area agricola rimasta nella conca bormina, degradandone il paesaggio e rendendo possibili (se non pressoché certe) future cementificazioni immobiliari – probabilmente il vero motivo alla base d’una tale strada altrimenti pressoché inutile.

Scrivevo forse, già, e nell’articolo rimarcavo che «Sembrerebbe una buona notizia, senza dubbio, ma siamo in Italia e avendo a che fare con le istituzioni nostrane i verbi al condizionale sono d’obbligo: infatti ho scritto che “per il momento” l’iter è sospeso. Leggendo tra le righe delle dichiarazioni rilasciate dagli amministratori pubblici sul tema, contraddistinte dalla solita inquietante fumosità, i dubbi sulla reale presa di coscienza civica riguardo la pericolosità dell’opera (che già ha fatto guadagnare a Bormio la “Bandiera Nera” di Legambiente) non si dipanano affatto. Anzi.»

Difatti, ecco qui:

D’altro canto non serve essere dei Nostradamus per prevedere che certi politici contemporanei basino la loro attività amministrativa locale su false promesse, pressapochismo, voltagabbanismo, incompetenza politica, scarsa onestà intellettuale nonché, se interrogati per chiedere conto di tali loro comportamenti, sul rifiuto del dibattito democratico. Ancor più ciò accade quando di mezzo vi siano tanti soldi da spendere e grazie ai quali farsi belli di fronte alla stampa – che in vista delle prossime Olimpiadi invernali sarà non solo locale o nazionale ma internazionale.

Peccato che quei soldi da spendere siano denaro pubblico, dunque di noi tutti; peccato che la strada dell’Alute la si voglia realizzare in «aree dalla pericolosità alluvionale classificata come “scenario frequente” del Frodolfo (come accaduto nell’agosto 2023, n.d.L.) o in dissesto idraulico e idrogeologico. La rotonda d’ingresso alla strada ricadrà addirittura all’interno della fascia di rispetto del Frodolfo di 10 metri, e parte del territorio in cui insisterà la tangenziale è classificato come “area prioritaria per la biodiversità” nonché “insieme paesistico di eccezionale importanza”» (per avere maggiori dettagli al riguardo potete leggere l’articolo di “Altreconomia” cliccando sull’immagine lì sopra); peccato quindi che quei soldi saranno l’ennesimo spreco di risorse pubbliche per un’opera non solo inutile ma pure mal progettata oltre che degradante il territorio e foriera di ulteriori spese pubbliche per i danni che inevitabilmente potrebbe subire.

Peccato che i destini delle nostre montagne, dei loro territori meravigliosi tanto quanto delicati, dei paesaggi preziosi e inestimabili e delle comunità che li abitano e li vivono quotidianamente siano nelle mani di amministratori locali così palesemente disinteressati ad agire con buon senso e con autentica sensibilità verso quelle (loro) montagne. Il Comune di Bormio si sta giocando a poker sul tavolo olimpico il proprio territorio e vuole bluffare: ma se perde lui, in concreto perderà tutto il territorio e la sua gente, nessuno escluso, con conseguenze la cui gravità è difficile prevedere.

[Come si evince dalla mappa nell’immagine sopra, la strada dell’Alute passerebbe proprio dove il torrente Frodolfo è esondato la scorsa estate. Immagine tratta dall’articolo di “Altreconomia” citato nel post.]
Il Comitato “Bormini per l’Alute”, che con numerose iniziative sta promuovendo la salvaguardia della piana, ha già annunciato che ricorrerà legalmente contro le decisioni dei Comune. Una decisione doverosa, ovviamente. Tuttavia, come rimarcavo qualche giorno fa in questo altro post, è desolante e irritante constatare che in Italia, stato di diritto e costituzionalmente democratico (quella Costituzione che all’articolo 9 «Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni», è bene rimarcarlo), per dirimere questioni per le quali basterebbe il più ordinario buon senso bisogna ricorrere alle vie legali e affidarsi al sostegno di un buon avvocato.

È una questione non tanto e non solo politica o giuridica ma soprattutto culturale. Di manifestazione d’una autentica cultura della montagna, di valide e consapevoli competenze, di attenzione, cura, sensibilità, visione verso i territori montani e le loro comunità. Tutte cose indispensabili che tuttavia troppo spesso la politica non è proprio in grado di manifestare, con le tristi conseguenze che puntualmente ci si trova a dover constatare.