Piani Resinelli, la solita storia: turisti privilegiati, residenti trascurati. Così il luogo muore (ma tanto c’è il bel panorama, no?)

[Panorama dei Piani Resinelli dai contrafforti della Grigna Meridionale o Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]

Un bel giorno, consultando gli orari degli autobus dall’app mobile della tua città, scopri che la fermata dietro casa è stata soppressa. Non per un giorno, non per qualche settimana. Per sempre. Stordita, cerchi informazioni sulle fermate della zona. Tutte soppresse. Ti domandi come farai a cucinare qualcosa per pranzo, dato che il frigo è quasi vuoto e il primo supermercato dista da te più di 25 km. Non ci sono alimentari nelle vicinanze, tutte le attività sono state chiuse e sostituite da alberghi, ristoranti e attrazioni per turisti.
In effetti ti chiedi come farai a lavorare, visto che anche la connessione internet è debole e la fibra non funziona. Sei completamente isolata, senza mezzi pubblici e senza connessione web. Ti accorgi che anche l’acqua ha smesso di uscire dal rubinetto della cucina: la tua casa non è più allacciata all’acquedotto comunale. Dovrai arrangiarti.
Ora, tutto questo, è la quotidianità di chi vive in montagna. Non in qualche valle sperduta ma qui, ai Piani Resinelli, a un’ora da Milano. Cerchiamo di ripeterlo, alle istituzioni, che su queste montagne ci sono persone che ci vivono. Famiglie. Cittadini e cittadine che pagano regolarmente i contributi, proprio come tutti gli altri a quote inferiori o sul lago. A differenza degli altri, però, queste cittadine e cittadini sono soli. E scoprire così, un mattino, che i mezzi pubblici sono stati cancellati, senza un avviso, senza uno scrupolo, perché bisogna fare dei tagli, perché quella tratta non raccoglie grandi numeri e quindi non è importante, lasciamoli lassù a brontolare, i montanari. Lasciamoli lassù, che c’è l’aria buona. L’aria che piace tanto ai turisti, quella che profuma di soldi e fatturato.
Noi siamo i cittadini sacrificabili. Quelli che tanto è una scelta loro. Quelli che vabè, tanto hanno il panorama. Quelli che tanto vivere in montagna è come stare sempre in vacanza. Un giorno questo luogo sarà finalmente come lo vogliono: deserto. Un circo per i turisti della domenica. Disabitato e spettrale per tutto il resto del tempo. Ci siamo già vicini. Notizie come questa sono passi sempre più decisi che muoviamo in questa direzione. Dobbiamo esserne consapevoli.

Riproduco tale e quale e rilancio la testimonianza/denuncia che ha pubblicato sulla propria pagina Instagram Resinelli Tourism Lab riguardo la situazione della località montana ai piedi delle Grigne, dacché sono pienamente d’accordo con quanto vi è espresso (la potete leggere in originale cliccando sull’immagine qui sotto.). La situazione dei Piani Resinelli, località meravigliosa e ricolma di infinite possibilità di frequentazione turistica sostenibili e virtuose a beneficio di tutti, turisti, residenti e villeggianti, ma che da alcuni degli amministratori pubblici locali viene considerata solo come una meta da turismo giornaliero di massa, un divertimentificio dove conta solo la quantità di persone che ci possono stare, non la qualità della fruizione del luogo, e per ciò viene offesa e degradata – una situazione sulla quale ho scritto spesso, peraltro – sta diventando sempre più paradossale oltre che pericolosa per la sopravvivenza sociale e culturale della località stessa. Il menefreghismo nei suoi confronti è ormai palese, il disinteresse nel suo futuro anche, il fastidio verso chi comprende le grandi valenze dei Piani e vorrebbe che i turisti vi ci si trovassero bene innanzi tutto perché bene ci si sentono i residenti altrettanto.

A proposito di trasporto pubblico poi – uno dei servizi di base del quale un luogo di montagna e la sua comunità hanno bisogno, per giunta – notate il paradosso (appunto): si chiama “trasporto pubblico” perché è della collettività, è di tutti, ma la politica, che dovrebbe rappresentare la collettività, si comporta come se il trasporto fosse privato, roba sua e dunque della quale disporre a piacimento e in base a qualsiasi motivazione, peraltro usurpando il valore funzionale delle tasse pagate della collettività. Se dunque il trasporto è pubblico e le tasse le paga il pubblico, se non ci sono i soldi e per ciò il trasporto viene tagliato non è un problema del pubblico ma della politica che, evidentemente, i soldi delle tasse non li sa gestire al meglio così come non sa gestire al meglio i servizi di base che vanno (andrebbero) garantiti alla collettività. Garantiti, ripeto, senza se e senza ma così come senza giustificazioni d’alcun genere. Garantiti e basta.

[Evidentemente a certi amministratori pubblici locali i Piani Resinelli piacciono solo così, ingolfati di auto e sovraffollati di turisti-mordi-e-fuggi.]
Dunque, la suddetta politica che dice? Che fa? Come intende agire? Ovviamente con i fatti, non solo con le belle parole che sa sempre ben spendere e altrettanto bene sa non concretizzare. Quella politica che in gran parte, per dire, da anni diffonde promesse, intenzioni, impegni a favore dei Piani Resinelli (così come in innumerevoli altre località delle montagne italiane), e poi lascia che i servizi essenziali alla comunità vengano tagliati. Quindi, che ha da dire ora al riguardo?

C’è una grande piramide nel mezzo delle Alpi svizzere!

(Questo post fa parte della serie “Cartoline dalle montagne“; le altre le trovate qui.)

[Foto di Lauretta3654, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
No, un attimo: gli Egizi non c’entrano e nemmeno gli Elvezi di millenni fa ne costruirono, di piramidi, almeno per quanto se ne sa.

Spiego meglio.

Quando dobbiamo disegnare una montagna, per convenzione logica e inevitabile tracciamo una sagoma triangolare, quella che meglio riproduce il profilo di essa. In effetti la forma delle montagne per certi aspetti ricorda spesso una piramide, anche se la gran varietà di profili e morfologie rende altrettanto variegate le conformazioni montane. Ma se ci fosse una graduatoria attraverso la quale stabilire quale montagna del pianeta s’avvicina alla perfezione geometrica d’una piramide propriamente detta, il Niesen ha molte possibilità di risultare vincitrice!

Il Niesen è una vetta delle Prealpi Bernesi, in Svizzera, alta 2362 metri e sovrastante le rive meridionali del Lago di Thun, celebre a livello internazionale proprio per la sua forma piramidale pressoché perfetta, in particolar modo se osservata dai paesi posti sulla riva opposta del lago. Da qui la regolarità del suo profilo è straordinaria, al punto da aver affascinato grandi artisti come Ferdinand Hodler o Paul Klee che la raffigurarono nelle loro opere così come, di sicuro, affascina chiunque se la trovi di fronte, magari nel momento in cui il Niesen nasconde dietro di sé il Sole la cui luce in tal modo esalta ancora di più la perfezione dei profili.

[Foto di Lauretta3654, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Questa circostanza peraltro genera un fenomeno conseguente assolutamente suggestivo: una gigantesca ombra di forma triangolare altrettanto perfetta che s’allunga verso nord adombrando la gran parte del versante del monte fino al centro di Spiez, posto sulle rive del lago. Il fenomeno è assai “regolare” anche dal punto di vista cronologico: avviene esattamente per 60 giorni, tra il 20 novembre e il 20 gennaio (dunque con apice proprio nei giorni del solstizio d’inverno), quando il Sole scompare dietro il Niesen intorno alle ore 14.00 per poi ricomparire dall’altro versante, dando così ai presenti in zona l’impressione di vivere due tramonti al giorno.

[Un confronto piuttosto significativo, vero?]
In realtà, se si osservano gli altri versanti, il Niesen perde la sua straordinaria peculiarità geometrica e diventa una montagna dalle forme ordinarie. La sua “fortuna” è stata che tali versanti si affacciano su territori storicamente molto meno frequentati dal turismo: si può dire che l’orogenesi alpina ha dato modo di mostrare il proprio “profilo migliore” dalla parte giusta, lì dove da secoli transitano i maggiori flussi turistici di questa parte di Svizzera!

[Paul Klee, Der Niesen, 1915.]
Ovviamente il Niesen è una montagna “speciale” non solo dal punto di vista geometrico ma pure da quello geografico e dunque turistico. Essendo parecchio elevata rispetto al territorio circostante, posto ben 1700 metri più in basso rispetto alla vetta, rappresenta un punto panoramico di grande fascino soprattutto verso le alte vette dell’Oberland Bernese e la zona dei laghi di Thun e Brienz con le montagne circostanti. Per questo motivo fin dal 1856 vi fu una locanda sulla vetta ad accogliere i gitanti che affrontavano la lunga ascesa (i più benestanti a dorso di mulo o a bordo di portantine; nel 1886 vi salì anche il celebre compositore tedesco Johannes Brahms ma pare che si lamentò non poco della fatica sopportata per giungere in cima), mentre nel 1910 fu completata e aperta la Niesenbahn, funicolare di notevole arditezza ingegneristica che con i suoi 3,5 km di percorso è tutt’oggi annoverata tra le più lunghe al mondo. Ma il Niesen presenta un altro primato, in tal caso assoluto: la scala più lunga del mondo, che costeggia i binari della funicolare ed è dotata di ben 11.674 gradini, ufficialmente riconosciuti dal Guinness dei Primati. La scala è ovviamente chiusa al pubblico ma ogni anno vi si svolge una gara di corsa (la Niesen-Treppenlauf) che la percorre integralmente: i migliori impiegano meno di un’ora per arrivare in vetta.

Tuttavia credo proprio che la gran parte dei visitatori del Niesen preferiranno arrivare sulla vetta con maggior calma, a piedi lungo i sentieri che la raggiungono o comodamente seduti nei veicoli della funicolare oppure, viceversa, ammirandone la perfetta piramide dalle attraenti rive del Lago di Thun. A ben vedere il Niesen, come visto, è una di quelle montagne che per certi versi è più affascinante “conquistare” ammirandola dal basso invece di salire fin sulla vetta!

In montagna i rifugi sono una cosa, hotel e ristoranti un’altra!

[Sopra: l’interno di un “rifugio” – come da sua denominazione – a 2000 di quota sulle piste da sci di Arabba; immagine tratta da www.dolomiticlass.it. Sotto: la sala da pranzo del rifugio Pradidali, a 2278 m di quota nelle Pale di San Martino; immagine tratta da www.mountbnb.com.]
Personalmente trovo che sia quanto mai necessario e urgente sostenere la richiesta che ormai numerose figure del mondo della montagna, e da tempo propone con particolare forza Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige (si veda ad esempio l’articolo qui sotto de “Il Dolomiti” del 6 settembre), di normare istituzionalmente – e più nettamente di quanto accade ora – la differenza tra “rifugi” di montagna propriamente detti e tutte le altre strutture di alloggio e ristorazione che hanno nel nome il termine “rifugio” ma nei fatti sono hotel o ristoranti e offrono servizi di conseguenza.

Queste strutture – bellissime, accoglienti, ben gestite, dotate di mille comfort per i clienti – non sono rifugi: potrebbe sembrare una questione di poco conto, una mera faccenda lessicale, invece è ormai appurato che sta generando numerosi problemi innanzi tutto proprio ai veri rifugi e ai loro gestori. Problemi che di rimando, e inevitabilmente, si riversano poi sulla qualità della frequentazione turistica delle montagne che li ospitano distorcendone l’equilibrio quanto mai necessario in territori così pregiati e delicati – anche dal punto di vista culturale.

Credo che occorra da un lato la precisa volontà, da parte di tutti i rifugisti (che sovente già manifestano), di ripristinare quanto più possibile la dimensione montana genuina del rifugio, la quale ovviamente non impone mancanza di comodità o accoglienze eccessivamente spartane ma nemmeno deve imporre ai rifugisti di soddisfare le pretese di certi ospiti che reclamano servizi da hotel a 2000 e più metri di quota, dimostrando di non aver capito dove sono e come si devono comportare. E credo che dall’altro lato serva l’altrettanto ferma volontà di pretendere, da parte di noi tutti frequentatori consapevoli delle montagne, di poter vivere la più autentica esperienza del rifugio “vero”, quella che ti fa pienamente sentire in montagna e non al bar sotto casa o nell’hotel a più stelle nel quale magari si sta trascorrendo la vacanza.

In forza di ciò, per tornare a quanto detto in principio, bisogna chiedere alle istituzioni locali di contrastare e impedire al più presto, nei modi che le normative a vari livelli possono consentire, l’uso del termine “rifugio” da parte degli esercizi di alloggio e ristorazione che non lo sono affatto e che, attraverso ciò, pensando di garantirsi un’aurea di “montanità” francamente ipocrita e ingannevole.

Un’aurea, peraltro, che io credo finisca per danneggiarli invece di favorirli. Di sicuro danneggia i rifugi veri, e per quanto mi riguarda ciò basta per richiedere e sostenere la più chiara e netta differenziazione tra le due tipologie di strutture.

P.S.: Carlo Alberto Zanella l’ho citato di recente riguardo lo stesso tema, qui.

Il grosso problema del cicloescursionismo sulle montagne

[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi. Vedete altre immagini del percorso lì sotto.]
Scopro l’acqua calda nell’affermare che il cicloescursionismo è ormai diventato un problema, per le montagne. D’altro canto era inevitabile che accadesse: alla nascita e al rapido sviluppo del fenomeno turistico, favorito dalla diffusione delle e-mtb che consentono a taluni cicloamatori di giungere dove altrimenti mai sarebbero arrivati, non è seguita alcuna gestione da punto di vista politico e ambientale, come spesso accade in Italia. Non solo: molti, troppi soggetti pubblici e privati hanno invece pensato solo a ricavare tornaconti di varia natura dal fenomeno, spacciandolo come un “grande sostegno” alle economie dei territori montani interessati. Niente di più falso: la gran parte del fenomeno è ascrivibile all’ambito del turismo mordi-e-fuggi che poco o nulla lascia nei territori che frequenta, ma nel frattempo quei territori sono stati sconquassati da ciclovie d’ogni genere e sorta, funzionali a fare affari, spendere soldi pubblici e generare propagande elettorali ma spesso realizzate in maniera maldestra e distruttiva per le montagne: le immagini sopra pubblicate lo dimostrano perfettamente (e di esempi al riguardo ce ne sono a iosa, per le montagne italiane).

Intanto in Norvegia, paese che ha conosciuto la grande diffusione delle e-mtb prima dell’Italia e dunque è più avanti di noi anche nella constatazione delle conseguenze, «una proposta di legge che potrebbe vietare le ebike nei percorsi fuoristrada. Mai più gravel o MTB elettriche nei boschi norvegesi» (fonte qui). Ovviamente tale proposta sta agitando i bikers italiani e non solo, d’altro canto la realtà dei fatti impone al più presto, e definitivamente, una regolamentazione generale dell’attività cicloescursionistica negli ambienti naturali, soprattutto in quelli montani, concordata tra tutti i soggetti pubblici e privati interessati: per tutelare i bikers che praticano l’attività in maniera consapevole, salvaguardare ambientalmente i territori che ospitano i percorsi, impedire l’ormai diffuso conflitto tra bikers e camminatori lungo i sentieri, rendere la pratica ciò che dall’inizio doveva essere cioè una bella opportunità per le montagne, non un grosso problema per giunta in crescente aggravamento.

Si riuscirà a conseguire questo importante obiettivo, oppure tutto quanto resterà confinato al solito pour parler utile solo ad peggiorare la situazione fino a renderla definitivamente irrisolvibile?

P.S.: le immagini qui pubblicate me le ha gentilmente fornite Michele Comi, che ringrazio di cuore.

«Benvenuti nell’era dell’overtourism!»

[Immagine proveniente dalla Val Badia, tratta dalla pagina Facebook di Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige.]

Non esiste più differenza tra mare, montagna o città. Quello che conta oggi è ostentare quello che si fa, purché sia un posto famoso da esibire come trofeo di viaggio. Nella testa delle persone questo dà un certo prestigio, che a volte viene esternato tramite le reti sociali. Il meccanismo psicologico è lo stesso, per questo si è appiattito tutto: non si riesce più a comunicare che la montagna, per tanti motivi, è diversa dal mare e dalla pianura.
Si tratta di un turismo che in sociologia si chiama “di performance”, di prestazione, che viene amplificato secondo diversi canali. Un turismo di consumo, che però non rappresenta una novità: saranno almeno trent’anni che è in atto, probabilmente anche molto di più andando indietro nella storia. Già in passato sono subentrate nel lessico comune frasi come “Ho fatto il Messico, ho fatto il Brasile”. C’era già il germe della prestazione, che in una società come la nostra, che assegna un enorme valore all’individualità, premia le imprese individuali. Il turismo non bisogna studiarlo solo dal punto di vista economico, delle ricadute, dell’indotto, dei guadagni, ma anche dal punto di vista delle scienze umane. Rispecchia gli orientamenti della nostra società, che non è messa molto bene, a mio parere.

Duccio Canestrini, docente universitario e antropologo culturale, in alcuni passaggi dell’intervista di Alessandro Michielli in Benvenuti nell’era dell’overtourism sul “Corriere delle Alpi” (corrierealpi.gelocal.it) del 15 agosto 2024, ripresa su “GognaBlog” di Alessandro Gogna il 5 settembre 2024, dove la potete leggere nella sua interezza.

Canestrini, uno che il turismo e le sue fenomenologie li conosce come pochi altri in Italia dato che li studia (e insegna) da decenni, offre una illuminante – seppur succinta, dato lo spazio concesso dal quotidiano – analisi del turismo montano contemporaneo e dell’impatto culturale, sociologico e psicologico che ormai sta cagionando alle zone coinvolte dai flussi turistici più ingenti.

La sua analisi mi fa pensare a come per le comunità di montagna, già alle prese con problemi diversi e a volte annosi (in Italia le montagne continuano a restare territorio al margine del “paese reale”) e per le quali il turismo è stato e potrebbe ancora rappresentare un elemento variamente benefico, lo stesso sia ormai diventato un ennesimo elemento di frizione quando non già di rottura. Da una parte chi con il turismo ci lavora, e vorrebbe lavorare (cioè guadagnare) sempre di più, e molte amministrazioni pubbliche che lo utilizzano come strumento di politica e di propaganda, dall’altra i residenti che invece non ci lavorano oltre a quelli che, a prescindere da interessi economici diretti, restano sensibili alla salvaguardia – non solo ambientale – dei luoghi e dei territori abitati.

È un contrasto per certi versi inevitabile, anche per come ancora poco si faccia in concreto per regolamentare realmente i flussi turistici troppo ingenti, per altri versi esacerbato strumentalmente, per altri ancora che sarebbe largamente scansabile se, appunto, le comunità in questione non fossero già tribolate da altre criticità minanti la coesione sociale e civica e riuscissero a convergere su un pensiero e una strategia comuni che consentano flussi turistici consoni ai luoghi al contempo salvaguardandone l’integrità materiale e immateriale, quella che poi contribuisce a definire l’identità stessa delle comunità coinvolte e dunque, guarda caso, agevolandone la coesione nonché, facilmente, la consonanza d’intenti.

In ogni caso, la cosa più certa di tutte è che tale situazione si è ormai fatta problema sempre più critico col passare delle stagioni turistiche, e che dunque diventa ormai urgente una sua gestione finalmente razionale, elaborata, approfondita, indipendente dai “desiderata” di questa o quella categoria e innanzi tutto attenta ai territori, ai paesaggi e alle geografie umane che li abitano. Attenta soprattutto alle montagne, insomma.