Il Vallone a quota 17.000

[Immagine tratta dalla pagina Facebook Varasc.it. In Val d’Ayas dal 2004.]
Gli ultimi giorni del 2022 hanno portato una bellissima “notizia”: la petizione per dire NO al folle progetto funiviario nel Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, uno degli ultimi territori d’alta quota incontaminati e non ancora turistificati in questa parte delle Alpi, ha raggiunto e superato i 17.000 firmatari – al momento in cui scrivo questo post ne conta 17.136. E crescono continuamente, giorno dopo giorno: sempre più persone alle quali sta a cuore il meraviglioso Vallone così come ogni altro territorio naturale ancora intatto, sulle montagne e non solo, che decidono di manifestare la propria opinione e dimostrano come sia giunta inevitabilmente l’ora di cambiare certi paradigmi turistico-imprenditoriali con i quali ancora oggi, come fossimo fermi a cinquanta o sessant’anni fa, vorrebbero sfruttare e svendere il territorio naturale patrimonio di tutti per ricavarci meri tornaconti a vantaggio di pochi, in barba a qualsiasi considerazione sulla realtà che stiamo vivendo e che dovremo affrontare nel prossimo futuro.

Se non l’avete ancora fatto, vi invito a sottoscrivere la petizione (la raggiungete anche cliccando sull’immagine qui sotto): come ho scritto altre volte, non si tratta solo di salvaguardare “un” Vallone sui monti valdostani ma di mettere le basi per la protezione di tutte le nostre montagne da qualsiasi pericolosa speculazione e per sviluppare una frequentazione turistica consona, sensibile, rispettosa e pienamente consapevole della grande e delicata bellezza che lassù si trova e che, ribadisco, è un patrimonio di tutti noi.

Cronache del cambiamento (climatico): Splügen, Svizzera

Purtroppo, a causa delle temperature elevate, siamo costretti a chiudere il nostro comprensorio sciistico da domani 2 gennaio 2023 fino a nuovo avviso. La poca neve rimasta è molto bagnata non permette l’utilizzazione dei gatti delle nevi e di conseguenza non è più possibile preparare adeguatamente le piste.

(Spluegen.ch”, 01 gennaio 2023. Cliccate sull’immagine per ingrandirla e qui leggerla in originale nel sito web.)

La fantasia insuperabile della natura

Come è possibile questa diversità nella natura? Quando si guarda un albero coperto di neve: chi ha una fantasia tale da riuscire a realizzare queste strutture, questi movimenti?

Vagabondando di frequente nei paesaggi naturali, e cercando di intessere con essi una relazione il più possibile armonica e profonda pur nella sua temporaneità, le sensazioni che elaboro sono le stesse condensate nelle parole lì sopra citate di Franz Gertsch, il grande pittore iperrealista svizzero scomparso pochi giorni fa. Non a caso Gertsch veniva definito “artista camminatore”, come leggo qui: il camminare per lui «era un atto di riflessione e contemplazione» che concretizzava il senso delle sue opere: «l’esperienza visiva e spirituale della natura come espressione del vivente». Sono percezioni del tutto similari alle mie, quando vago per monti, boschi, terre alpestri, con la sola compagnia di Loki (il mio segretario personale a forma di cane, sì) e senza alcun’altra presenza umana, così che la relazione con l’ambiente naturale d’intorno risulti la più genuina e meno ostacolata possibile. La bellezza che così colgo, ben più ambia di qualsiasi canone estetico immaginabile, appare in tutta la sua poliedrica forza, e la sensazione che spesso ne ricavo è quella di un momento di “massimo sublime” nel quale ogni elemento è nel posto giusto al punto che, come sosteneva Gertsch, è impensabile ritenere di poter fare di meglio di quanto sa fare la natura. Non un momento di “perfezione”, come qualcuno potrebbe considerare: penso che associare una tale idea all’ambito naturale non sia granché corretto perché, nel caso, ogni momento sarebbe allora da considerare perfetto, non fosse altro per il fatto che non saremmo in grado di ritenerlo diversamente. Ciascun momento lo sarebbe, altrimenti, dunque nessuno lo potrebbe essere veramente. È semmai la percezione, e la considerazione – se così posso definirlo, ordinariamente ma comprensibilmente – di “un momento giusto nel posto giusto”, della manifestazione di un’armonia superiore allo spazio e al tempo per come li definiamo noi che piuttosto sa rivelare in un solo istante, minimo e insieme massimo, l’anima del luogo dal quale scaturisce in tutta la sua intensità.

A me non resta altro che alimentarmi d’una così vibrante forza naturale provando a accumularla e trasformarla in energia vitale, nel frattempo provando banalmente a fissare quei momenti – malgrado la mia inabilità fotografica – in immagini le quali descrivono e condensano ben poco di quella «fantasia» naturale (la composizione in testa al post si riferisce a un’uscita recente sui monti di casa) ma che quanto meno testimoniano l’attimo altrimenti inesorabilmente fuggente ed esprimono il valore dell’esperienza che custodirò nel mio bagaglio vitale.

Una cartolina dal Passo del Bernina (quello vero)

Da grande appassionato di geografia sotto ogni punto di vista – disciplina fondamentale da conoscere e da apprezzare per il mio lavoro di studio sul paesaggio, inutile rimarcarlo – sono particolarmente affascinato da quei luoghi “minimi” che, nell’esiguo spazio che li caratterizza, rappresentano un cambio “massimo” di dimensione geografica, il punto di contatto tra due “versanti” non solo di un monte ma di un continente intero, ma per tali peculiarità restando pressoché ignoti ai più.

Uno di questi luoghi è il Passo del Bernina, in Svizzera, non lontano dal confine italiano e dalla Valtellina. Innanzi tutto quello che tutti credono il “passo”, ovvero il valico dal quale transita la strada percorsa dalle automobili – uno dei percorsi turistici più frequentati delle Alpi – non è il vero Passo del Bernina. Il valico stradale in realtà scende in una valle laterale, la Val Laguné, che solo più in basso si ricongiunge al solco principale della Val Poschiavo che caratterizza il versante meridionale del passo. Il vero Bernina Pass è invece la stretta striscia di pascolo erboso che divide i due laghi che caratterizzano la sella, il Lej Alv (Lago Bianco) e il Lej Neir (Lago Nero), idronimi in lingua romancia (nella variante ladin putér parlata in alta Engadina) che segnalano la differente tonalità delle acque, sulle cui rive transita la linea ferroviaria del celeberrimo “Trenino Rosso del Bernina” (ovvero la Ferrovia Retica, il suo vero nome), altra attrazione turistica di fama mondiale. Ciò anche se, in effetti, dal punto di vista geomorfologico si può considerare “Passo del Bernina” l’intera ampia sella compresa tra il gruppo montuoso omonimo e quello a nord est che ha la sua massima sommità nel Piz Languard – lo rimarco per i geografi più meticolosi.

Fatto sta che quei 100 metri scarsi (vedi qui sopra) di erba tra un lago e l’altro non separano solo il bacino dell’Engadina da quello della Valtellina (della quale la Val Poschiavo è una laterale), non dividono solo l’area elvetica-germanofona da quella italofona e culturalmente italiana, ma in verità fendono il continente europeo in due. Infatti, le acque che defluiscono dal Lej Alv / Lago Bianco scendono verso la Valtellina, dunque nell’Adda, quindi nel Po e poi nel Mar Mediterraneo, per il cui bacino il Mar Adriatico rappresenta un braccio secondario; le acque che defluiscono dal Lej Neir / Lago Nero, invece, scendono in Engadina e vanno nell’Inn, poi nel Danubio e dunque nel Mar Nero. Per allargare ancor più lo spettro geografico immaginifico, potrei anche dire che l’acqua del Lago Bianco finirà per bagnare l’Africa, quella del Lago Nero bagnerà l’Asia.

In buona sostanza, se passeggiate a piedi lungo l’esigua striscia di terra tra i due laghi, potete tranquillamente dire di essere in mezzo a un intero continente se non a un’ampia parte di mondo!

Un luogo “minimo” ma veramente speciale, insomma, ancorché ignorato in queste sue doti da chiunque o quasi transiti da quelle parti. D’altro canto posso comprendere il disinteresse al riguardo, vista la grande bellezza alpina offerta dal territorio d’intorno, delle imponenti vette e dai ghiacciai del gruppo del Bernina, dalla meravigliosa valle omonima che scende verso l’Engadina e porta a Sankt Moritz o di quella opposta e altrettanto bella che transitando da Poschiavo porta in Italia, dalle altre montagne sovrastanti… Un territorio alpino tra i più mirabili nel quale c’è di che lustrarsi gli occhi e infervorare l’animo, ma pure così geograficamente “potente” da… scindere in due l’Europa!

N.B.: e poco lontano c’è un altro minimo ma fondamentale “luogo-fulcro” del continente europeo, sul quale ho scritto qui.

Un altro mondo

Nonno ogni tanto trascorre qualche giorno da una delle figlie, a San Moritz da Ottilia o a Sent da Hermina. Quando viene da noi si porta sempre anche la falce per dare una mano sui prati. Solo che ormai fa fatica, si stanca da morire, sparisce nell’erba alta e non va avanti. «Riposati un po’», gli dice mamma; lui si siede ai bordi del prato e si asciuga il sudore. Una volta arriva anche a San Moritz con la falce e la famiglia si mette a ridere. Lui sembra completamente perso: non ha pensato che là non c’è praticamente niente da tagliare. San Moritz, sebbene sia nella stessa vallata, è un altro mondo. Già i grandi alberghi come palazzi, il traffico, le fisionomie straniere. Per la strada la gente non si saluta, non si vedono mucche né capre, ma cavalli e vetturini, si sente lo scampanellio delle slitte. Ogni tanto lui si ferma e le guarda passare.

(Oscar PeerIl rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.107. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la mia “recensione” e, se non conoscete Peer, leggete qualche suo libro: è uno scrittore sublime, quanto le montagne che ha raccontato nelle sue storie.)