Annibale Salsa e i “Panchinoni”

Annibale Salsa è uno dei più importanti antropologi italiani, in particolar modo riguardo i temi legati alla montagna. È autore di alcuni testi fondamentali per chi si occupi di territori montani e di loro cultura, ed è stato Presidente Generale del Club Alpino Italiano; la sua figura gode di unanime e altissima considerazione.

Di recente Salsa ha messo nero su bianco le proprie considerazioni in merito alla questione “panchine giganti/big bench”, contro la cui proliferazione è ormai in atto una sorta di sollevazione popolare, poliedrica e crescente (come ho denotato qui.) Il testo di Salsa, che vi propongo qui sotto, è oltre modo significativo non solo in sostegno a chi si oppone al fenomeno suddetto ma in generale ai temi della salvaguardia del paesaggio e del suo valore culturale rispetto alla fruizione turistica: una questione a dir poco fondamentale, per il futuro delle montagne.

Unica correzione da considerare, nel testo: le panchinone non sono 143 ma ormai ben 223. Un numero sconcertante e sconfortante, non c’è altro da dire.

Buona lettura e buone conseguenti riflessioni.

PANCHINONI

Come sperimentiamo ogni giorno, la nostra è una società dominata dagli eccessi, espressioni di una cultura egemone capillarmente diffusa. Tra questi eccessi si va diffondendo in maniera pervasiva, per effetto di rapida emulazione, il fenomeno dei «panchinoni». Si tratta di panchine giganti e policrome, del tutto fuori scala, installate in luoghi di grande panoramicità e di pregio paesaggistico. Ma, a causa di tale invadenza seriale, i luoghi di eccellenza dove i panchinoni («Big Bench» in versione anglofona dominante) sono collocati, corrono il rischio di diventare anonimi non-luoghi che ti fanno sentire dappertutto e da nessuna parte. La qualità paesaggistica dei siti ne risente in maniera pregiudizievole. Gli spazi destinati a queste installazioni si stanno deteriorando nel trasformarsi sovente in pattumiere e perdere così quelle peculiarità che li rendevano attraenti. Siamo al trionfo del «kitsch». La nascita del turismo nelle Alpi a fine Ottocento, in Svizzera e sulle Dolomiti, aveva indotto gli operatori turistici di quelle località a collocare graziose panchine, leggere e discrete, in posizioni atte a favorire la contemplazione di paesaggi dotati di elevata qualità estetica. In quegli anni caratterizzati dalla nascita del turismo alpino (e non solo), la dominante culturale non era la fretta compulsiva del mordi e fuggi da fissare attraverso un selfie con cui segnalare una presenza effimera e diffonderla in tempo reale agli amici del proprio gruppo Facebook. La cultura dei turisti di allora era ben diversa rispetto a quella di molti turisti (?) di oggi. Era la cultura del «vedere» consapevole, ricca di intenzionalità empatica, corroborata dalla pratica della contemplazione. Oggi – viceversa – all’atto del vedere, che è un atto della mente prima ancora di quello dell’apparato organico, si è sostituito lo «sguardo» di sorvolo, come scriveva il filosofo Maurice Merleau-Ponty che di percezione paesaggistica se ne intendeva. Vedere e guardare non hanno un significato equivalente in quanto il primo è orientato alla profondità mentre il secondo alla superficialità. A questo punto è lecito domandarsi quale sia l’origine del fenomeno. Tutto è riconducibile all’idea del designer americano Chris Bangle (una delle tante americanate di cattivo gusto da cui siamo circondati) il quale, ritenendo di inventare qualcosa di stravagante, ha lanciato l’idea che, grazie all’emulazione incoraggiata dai «media», ha già interessato ben 143 (vedi sopra – n.d.Luca) installazioni in Italia, di cui tre in Trentino, nei territori di Romallo (terza sponda anaune), Ledro e Buffaure (Val di Fassa) a 2000 metri di altitudine. Fin qui ho espresso riserve di ordine estetico relative al carattere effimero di queste strutture. Tuttavia, un altro problema da non sottovalutare riguarda i profili relativi alla sicurezza. Trattandosi di manufatti di una certa altezza da terra vi è da preoccuparsi del pericolo che possono correre i bambini nell’innato bisogno di arrampicarsi su tali strutture all’apparenza così seducenti per i più piccoli. In molti siti questi panchinoni sono collocati su piattaforme di calcestruzzo destinate a un lento quanto inevitabile degrado non appena la moda si sarà esaurita perdendo l’attrattiva dell’originalità. Negli ultimi due anni, durante i mesi estivi segnati dalla pandemia, la comprensibile quanto legittima voglia di evadere dalla clausura sanitaria, ha innescato vere e proprie invasioni di massa su territori ambientalmente e paesaggisticamente fragili. Frotte di sedicenti turisti, molti dei quali senza una precisa conoscenza dei luoghi che andavano a visitare, si sono riversati in montagna o sui laghi alpini creando situazioni che con il turismo esperienziale e consapevole avevano ben poco da spartire. Il fenomeno è destinato ad amplificarsi e già si parla di «Overtourism» (sovraffollamento turistico) che, in base alla definizione data dall’Organizzazione mondiale del turismo (UNWTO), si caratterizza per: «l’impatto del turismo su una destinazione, o parti di essa, che influenza eccessivamente e in modo negativo la qualità della vita percepita dei cittadini e/o la qualità delle esperienze dei visitatori». Nel territorio delle Dolomiti, in particolare, è rimbalzato il caso del Lago di Braies, in Val Pusteria, a seguito della pubblicità diffusa da un noto serial televisivo o recentemente quello del Lago di Carezza. Altre realtà riguardano l’area delle Tre Cime di Lavaredo e i passi dolomitici. Con le nuove modalità di approccio ai territori di interesse turistico la dimensione reale dei luoghi è costretta ad arretrare per fare posto alla dimensione virtuale nella quale siamo immersi in questo nostro alienante mondo dominato dall’assenza del limite.

Annibale Salsa

L’autoreferenzialità della politica, in montagna

Se è sostanzialmente superfluo (ma forse non così ovvio come sembrerebbe) affermare che le opere umane in ambito pubblico si possono (anche) catalogare in due principali categorie, quelle autoreferenziali e quello no, lo è pure rimarcare che l’appartenenza all’una o all’altra è spesso determinata dalla tipologia dei soggetti che ne sono artefici e fautori, il che rende pressoché lapalissiano denotare che, quando la tipologia in questione è quella dei politici, la natura autoreferenziale delle opere suddette è – lo affermo con sarcasmo amaro – praticamente dominante [1].

Ciò che invece risulterebbe meno scontato ma lo diventa in forza della relativa realtà di fatto, al punto da apparire tanto fenomenologicamente significativo quanto inquietante, è che le opere più autoreferenziali risultano spesso quelle che meno dovrebbero esserlo in relazione al contesto nel quale vengono realizzate. In montagna, ad esempio, ambito naturalmente “referenziale” per eccellenza (nel senso che gli elementi della geografia alpestre non possono certo essere tacciati di autoreferenzialità!): i territori montani dovrebbero richiedere interventi armonici e in relazione con le referenze del paesaggio culturale in loco – cioè referenziati ad esso, appunto – e invece troppo spesso si assiste a interventi assolutamente disarmonici e decontestuali, che appaiono «esclusivamente basati su se stessi e sui propri desideri, non curandosi dei rapporti con altre realtà» – è la definizione di “autoreferenziale” che si può leggere su un dizionario, guarda caso.

Perché, maledizione, la politica si dimostra così miope, così imprevidente e gretta, tanto più in ambiti le cui delicatezza geografica e identità culturale, nonché la cui bellezza emblematica, imporrebbero ben più attenzione e coscienziosità alla base di qualsiasi intervento? Quale sia nella forma non conta poi: non è questione di cosa si fa ma di come si fa, e subito dopo di perché si fa. Se le risposte a queste domande tornano in un modo o nell’altro alla stessa fonte originaria, cioè a chi se le dovrebbe porre (a prescindere che probabilmente nemmeno lo faccia, temo), vuole dire che l’autoreferenzialità è assicurata, in modo inversamente proporzionale al valore delle peculiari referenze in loco. Ancor più, poi, se quella natura autoreferenziale viene smaccatamente nascosta dietro proclami di “virtù” e “armonie” a favore del luogo, solitamente declamati nella forma di slogan simil-propagandistici – pratica nella quale la categoria dei politici sopra citata è maestra assoluta, altra cosa che è superfluo denotare.

Esempi palesi – visto che sto disquisendo di montagne – sono molti interventi a scopo turistico-commerciale realizzati nelle località montane, fatti apposta perché l’amministrazione pubblica di turno se ne possa vantare, appuntare al petto come sfavillante medaglia e li possa “vendere” nella propria prossima campagna elettorale, ma circa i quali una rapida analisi mette subito in luce l’assenza di qualsiasi riflessione culturale alla base di essi, la percezione vivida di un’operazione priva di relazione e rapporti con il contesto d’intorno (salvo quelli forzati e appositamente falsati, dunque da omettere e semmai da considerare come ulteriori pecche) e la palese autoreferenzialità, funzionale al conseguimento di meri scopi di propaganda.

Cari amministratori pubblici che vi occupate di cose di montagna: le vostre opere spesso così palesemente autoreferenziali, che realizzate ordinando a esse di farvi ottenere dei rapidi (dunque rapidamente spendibili) tornaconti materiali e d’immagine, la montagna ha il potere di renderle subitamente insensate o grottesche se non proprio ridicole. Non ve ne rendete conto? Può darsi, ci mancherebbe: dunque sarebbe bene che, prima di realizzarle, provaste a meditarci sopra un poco di più e magari a farvi consigliare non solo dai soggetti del vostro entourage che probabilmente sanno già di dovervi dire ciò che voi volete sentirvi dire. Di gente competente al riguardo ce ne tanta, in giro, e con numerose idee brillanti: basta osservare un attimo fuori dal vostro guscio nel quale a volte vi rintanate e la vedrete (forse la riconoscerete per come vi stia guardando, con quello sguardo accigliato o magari un po’ torvo). Statene certi: da queste reiterate meditazioni partecipate potranno uscir fuori idee, progetti e opere ben più belle e virtuose di tante altre così autoreferenziali dacché poco o nulla ponderate e, per questo, così da subito palesemente malfatte. Voi stessi ne trarrete dei gran vantaggi e non aleatori come i vostri attuali ma pure duraturi, ben oltre le prossime elezioni. Inoltre, e soprattutto, ne gioverà grandemente il territorio del quale siete i primi (o tra i principali e più politicamente autorevoli) rappresentanti. Un do ut des virtuoso e nobilitante, insomma.

Scommettiamo?

[1] Ciò, sia chiaro, non significa automaticamente che l’opera e le azioni dalle quali scaturisce sia qualcosa di negativo o riprovevole, tuttavia anche qui si può affermare che la statistica al riguardo delinea una situazione piuttosto chiara, almeno per quanto riguarda la realtà italiana.

Una “sollevazione popolare” inevitabile

Ciò che non poteva non accadere sta accadendo – inevitabilmente, appunto.

È in corso infatti una piccola ma appassionata sollevazione popolare contro le panchine giganti, o “big bench” che dir si voglia, che giorno dopo giorno sta diventando sempre più grande, decisa e condivisa. D’altro canto chiunque abbia solo un minimo di sensibilità nei confronti della montagna e del valore dei suoi paesaggi, oltre che un ordinarissimo buon senso, sta capendo che un oggetto come la panchina gigante, così palesemente fuori contesto, inutile e degradante qualsiasi luogo di pregio nel quale viene piazzato con la pretesa di “valorizzarlo” (un termine, «valorizzazione», che sta diventando abusato e sempre più travisato come forse mai, prima d’ora), è sostanzialmente inaccettabile: una sorta di “raggiro turistico” che puntualmente genera l’esatto contrario di quello che, a parole, vorrebbe suscitare. È qualcosa di inesorabilmente brutto, sotto ogni punto di vista, che rischia di rovinare la bellezza delle montagne e la loro cultura, anche per come tali manufatti decontestuali finiscano per attirare un pubblico a sua volta fuori contesto, verso il quale non si produce nessuna opera di conoscenza e di sensibilizzazione nei confronti del paesaggio ove viene richiamato ma, anzi, se ne stimola la fruizione più superficiale e banalizzante. Un fenomeno che, sul momento, forse fa gridare i suoi sostenitori al “successo” ma che in breve tempo, e con modalità del tutto prevedibili, ci dovrà far constatare il degrado di tanti, troppi luoghi affascinanti delle nostre montagne, trasformati in altrettanti anonimi e deprimenti non luoghi.

Ma la sollevazione popolare, come detto, diventa sempre più grande e pure più autorevole: è il segno della sua solida fondatezza e non di meno la prova che, al contrario di quel celebre passaggio manzoniano, il “senso comune” non può e non deve vincere sempre sul buon senso. Per dire, lo scorso 13 giugno “Il Dolomiti” ha ripreso e rilanciato un ottimo articolo di Pietro Lacasella, pubblicato in origine qualche settimana fa su “Alto-Rilievo / Voci di montagna”:

Ieri (27 giugno) invece “BergamoNews” dà conto del sondaggio lanciato dal sito “ruralpini.it” circa il gradimento o meno delle panchine giganti – potete partecipare al sondaggio quii cui risultati al momento sono inequivocabili:

Ruralpini.it peraltro anticipa la prossima messa a punto di una petizione unitaria che punta a far dichiarare una “moratoria”, uno stop a questa moda delle panchinone, da sottoporre agli amministratori pubblici dei territori interessati.

Infine, sempre ieri “L’Adige” ha riportato le osservazioni di Annibale Salsa, uno dei più importanti antropologi italiani soprattutto in tema di montagne (è stato anche Presidente Generale del CAI) e autore di molti saggi illuminanti al riguardo, che a loro volta risultano inequivocabili e peraltro rimarcano quanto ho scritto poco sopra in tema di nuovi non luoghi:

Ma se ne trovano molte altre, di opinioni e osservazioni contrarie alle panchine giganti, altrettanto autorevoli: basta fare una rapida ricerca sul web (e qui trovate un buon sunto al riguardo, curato da ruralpini.it).

Insomma, non si capisce proprio sulla base di quali convinzioni i promotori delle panchine giganti e chi li sostiene, innanzi tutto a livello politico-amministrativo locale, possano giustificare la loro installazione, non si capisce come possano avallare tali opere con animo apparentemente così leggero e con tanta – mi permetto, con tutto il rispetto – superficialità nei confronti dei loro territori, siano essi di montagna oppure no. E non si capisce nemmeno come non capiscano, essi, che a venir danneggiati dalle megapanchine non sono solo i luoghi amministrati e le loro valenze culturali ma pure la reputazione nei loro confronti e – nel caso di cariche politiche – il loro stesso consenso elettorale, appena al di fuori dalla personale schiera dei sodali. D’altro canto, nemmeno le montagne capirebbero perché, per contemplare e comprendere la loro bellezza, così palese, ci debba essere bisogno di una specie di giostra che nulla c’entra con tale bellezza e anzi, ribadisco, la degrada inesorabilmente. Non si capisce proprio, già.

[Uno dei miei primi contributi sul tema, lo scorso 26 gennaio sul quotidiano “La Provincia di Lecco”.]
(Per tutte le immagini presenti nel post: cliccateci sopra per ingrandirle o per leggere l’articolo originario.)

Due idee diverse di “montagna”

Ringrazio di cuore la redazione de “La Provincia di Lecco” e in particolar modo Fabio Landrini per aver dato spazio alle mie osservazioni sui lavoro in corso nel comprensorio dei Piani di Bobbio, pubblicate qui sul blog venerdì scorso (24 giugno), al punto da onorarle dell’ottimo articolo uscito sull’edizione cartacea del quotidiano di sabato 25.

Ugualmente ringrazio “ValsassinaNews” che a sua volta ha ripreso quelle mie osservazioni in un articolo pubblicato nella stessa giornata, nel quale è ospitata anche la “replica” di Massimo Fossati, amministratore delegato di ITB ovvero la società che gestisce il comprensorio sciistico dei Piani di Bobbio: ringrazio anche lui per le opinioni espresse e per la pacatezza della sua replica.

Posso capire che il signor Fossati non “capisca” – mi permetto tale gioco di parole – il senso autentico del mio articolo, che non mira direttamente al “bersaglio” ai lavori in corso, seppur la posizione personale al riguardo sia chiara e inconfutabile, e parimenti “capisco” che le sue opinioni siano basate principalmente sull’utilità di quei lavori dal punto di vista del gestore della società che ne beneficerà e della quale è il CEO. Semplicemente, abbiamo due visioni differenti della montagna: quella di Fossati, inesorabilmente mediata e condizionata dal suo incarico, guarda ai territori montani (ovvero ai Piani di Bobbio nello specifico) come a un bene economico da far godere mettendolo in vendita nel modo migliore possibile, a vantaggio di chi lo gestisce; io, e quelli come me, guardo alla montagna (qualsiasi essa sia e ovunque sia) come a un bene culturale del quale godere preservandolo da ogni possibile svendita materiale e da opere banalizzanti, a vantaggio di chiunque. Il mio punto di vista non esclude affatto interventi antropici – fin dal primo momento nel quale ha cominciato ad abitarla, l’uomo ha modificato la montagna per poterci (soprav)vivere meglio, lo ribadisco – basta che quegli interventi siano consoni, contestuali alle caratteristiche del luogo, realmente utili all’intero territorio interessato, sensati e sostenibili da ogni punto di vista, non soltanto quello ambientale. Il punto di vista di chi oggi gestisce un comprensorio sciistico come quello dei Piani di Bobbio sembra invece quello di escludere ormai a priori qualsiasi consonanza, contestualità, sensatezza, sostenibilità di un’opera, se questa porterà un vantaggio all’attività di gestione imprenditoriale e economica – di natura privata, sia chiaro – del comprensorio stesso. Posizione comprensibile, dal punto di vista dell’imprenditore, ma forse non da molti altri e, soprattutto, una posizione che non giustifica in nessun modo opere e interventi che palesemente risultino oltre il limite di sostenibilità – e di tutto il resto – che il territorio in oggetto può ammettere, sia geograficamente che culturalmente.

Quello che il signor Fossati non capisce – ma uso il termine metaforicamente, con tutto il rispetto del caso – e ha determinato le osservazioni riportate da “ValsassinaNews”, è proprio quanto ho appena espresso, cioè il senso vero del mio articolo originario: non una critica diretta ai lavori in corso (che è presente nelle mie parole e semmai è indiretta) ma un’analisi preoccupata sull’impatto antropologico (mi permetto la “parolona”) e culturale in genere di quel tipo di gestione d’un territorio montano – prealpino, di media montagna, dotato di caratteristiche peculiari, in inevitabile balia dei cambiamenti climatici in corso – sul luogo, sul suo paesaggio, sulla percezione di esso da parte di chi lo fruisce, sulla sua storia e sulla sua identità anche rispetto al territorio circostante. Per tali motivi nel mio articolo ho chiesto, retoricamente, se quella dei Piani di Bobbio sia ancora montagna. La questione non è se a lavori finiti l’erba crescerà più o meno bella di prima, ma se quell’erba, quel terreno, quella morfologia possano ancora essere definiti un valore originale dei Piani di Bobbio o se diventino soltanto il risultato artificiale di una progettazione meramente mirata, ripeto, a adattare il luogo alle esigenze economiche di chi lo gestisce commercialmente e, dunque, a venderlo meglio. Secondo me, una montagna del genere non è più montagna, è un simulacro di essa sia geomorfologicamente, sia culturalmente e sia come “idea” stessa di montagna ovvero di ambiente naturale montano pur antropizzato. Naturale, appunto: dov’è ormai la Natura, lì (e in tutte le altre località simili), se la forma della montagna è stata modificata, l’erba seminata e non spontanea, la neve è artificiale e non caduta dal cielo, lo specchio d’acqua in mezzo alle piste un bacino artificiale inaccessibile e dunque nemmeno vendibile come “laghetto alpino”… ripeto, di nuovo: è ancora montagna, questa? E, per essere chiari, non è nemmeno una questione di vetustà sciistica dei Piani, come asserisce il signor Fossati: forse perché una qualsiasi opera umana è ormai da ritenersi “storicizzata” si può pensare di protrarla a oltranza anche quando le condizioni che un tempo c’erano e ora non più la rendono ormai perniciosa per il territorio (e per i bilanci della società stessa che la promuove) oltre che – lo dico con tutta la tristezza del caso – inesorabilmente prossima alla fine?

Personalmente temo che quelli che un tempo erano i Piani di Bobbio, luogo altrimenti meraviglioso al quale sono molto legato, stiano diventando l’ennesimo parco divertimenti turistico-sciistico in quota (lo erano già, ora lo sono fin troppo platealmente) cioè un non luogo montano, per usare la celebre definizione di Marc Augé: uno spazio ormai privato della sua identità originaria e reso banalmente uguale a tanti altri. Forse è giusto così, forse ricercare ancora la loro bellezza originaria del luogo e il grande valore culturale del loro paesaggio è soltanto un esercizio da poveri idealisti, forse pensare a una transizione turistica che renda il luogo più resiliente al clima che ci aspetta nei prossimi anni e non forzatamente incatenato alla monocultura sciistica fino alla fine, che il cambiamento climatico in corso fa presupporre come vicina, è un progetto troppo difficile da attuare. Sia quel che sia, e che sarà, vi chiedo, un’ultima volta: è ancora montagna, vera montagna, Natura autentica, questa?

Neanche Dio

Cosa? La Gaglinera senza vento? Non capita quasi mai. La cagna è sempre arruffata nella Gaglinera, il cappello sempre in mano. Quando vai nella Gaglinera metti il berretto bianco o la fascia, Giacumbert! Mica vai nella Gaglinera per tenere sempre il cappello in mano? Hai altro da fare che rincorrere sempre il cappello. Ricordati che la tua cagna bianca è sempre arruffata nella Gaglinera. Vestiti per avere caldo e non correre come un pazzo perché altrimenti sudi. E se ti metti il cappello nero invece del berretto bianco lo tieni più in mano che sulla testa dura, e si potrebbe pensare che stai recitando il padrenostro, pieno di fervore. L’angelodelsignorehaportatoilsalutoamaria. Non avere paura, Giacumbert! Nella Gaglinera non vedi nessuno. Non c’è neppure un cristiano nella Gaglinera. Nessuno pensa che tu dica il Padre Nostro. Neanche Dio ti sente gridare al bestiame. Perché Dio non esiste.

[Leo Tuor, Giacumbert Nau. Libro e appunti della sua vita vissuta, Edizioni Casagrande, Bellinzona, 2008, traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello. pag.60. Per la cronaca, la Gaglinera, in italiano Gaglianera, è l’ampio versante alpestre sottostante all’omonima vetta che chiude a nord il famoso Piano della Greina, tra Canton Ticino e Grigioni, luogo alpino assolutamente speciale del quale vi ho già parlato qui.]