Stop (per ora) alle sevizie inferte al ghiacciaio – come volevasi dimostrare

Ecco qui. Come volevasi dimostrare, come tanti hanno denunciato (tra i quali nel suo piccolo lo scrivente, ad esempio qui pochi giorni fa) e come, in fondo, suggeriva il più ordinario buon senso.

Così riferisce la RSI (cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo, ma ovviamente anche molti altri media ne stanno parlando):

Stop parziale ma immediato ai lavori preparatori in vista delle prove di Coppa del Mondo di sci in calendario a metà novembre a Zermatt. Lo ha imposto la Commissione cantonale delle costruzioni del Vallese. Sono interessati – precisa un comunicato di cui ha dato notizia Le Temps – “tutti i lavori eventualmente intrapresi sul ghiacciaio del Théodule, al di fuori del perimetro omologato per la pratica dello sci in territorio svizzero”. Uno stop totale, si spiega, sarebbe stato invece un provvedimento sproporzionato.

Gli organizzatori faranno ricorso, come è loro concesso, e probabilmente lo vinceranno ma non perché ciò che stanno facendo sul Ghiacciaio del Teodulo, o per meglio dire ciò che stanno imponendo con la violenza di ruspe e escavatori alla massa glaciale nonostante l’ennesima stagione estiva di fusione e di generale sofferenza, sia del tutto regolare: non lo è per diversi motivi, è palese. Lo vinceranno perché, al momento, certi biechi e ipocriti interessi riescono ancora a prevalere sulla tutela delle nostre montagne e del loro paesaggio, perché ci si metterà di mezzo certa politica che teme di perdere i propri tornaconti, perché in certi responsabili della gestione dei territori montani mancano competenze culturali autentiche al riguardo, visione del futuro, sensibilità, rispetto per la montagna.

Ma, lo ribadisco e d’altro canto è sempre più evidente, la situazione sta cambiando, una parte sempre più ampia e ormai maggioritaria della società civile non è più disposta a svendere e consumare quel prezioso patrimonio comune naturale, ambientale, ecosistemico e culturale che è la montagna nella realtà climatica in divenire che ci tocca – e ci toccherà sempre più nei prossimi anni – di affrontare. Contro certi interventi così indecenti si può, si deve, bisogna, è necessario alzare la voce da parte di chiunque abbia a cuore le montagne: è una questione di non solo di senso civico ma pure di consapevolezza e di forza d’animo, e quando si è in numerosi a farlo i risultati cominciano a venire, come vedete.

Coloro i quali antepongono interessi, tornaconti, marketing e politica al bene delle nostre montagne, alla loro realtà e alla quotidianità delle comunità che le abitano hanno i giorni contati, statene certi.

Arno Camenisch, “Anni d’oro”

Siamo abituati a pensare e ritenere che siano le grandi città i “centri” del mondo contemporaneo, quelli da cui e attorno ai quali, nasce, scorre e fluisce ogni cosa che conta e tutto il resto che vi orbita intorno, inesorabilmente. All’apparenza non può che essere così: nelle città ci abita la maggioranza della gente, hanno sede i poteri politici, amministrativi e finanziari, generano tendenze, mode, costumi, attraggono ogni cosa che può avere un valore. Sono le città a osservare il mondo attorno a loro, insomma.

E se invece, per certi versi e non così secondari, accadesse che sia un piccolo villaggio di montagna a osservare il mondo, con una vista lunga a sufficienza da arrivare alle grandi città, ai loro abitanti e a ciò che vi accade? Improbabile, se non fosse che lassù, ai piedi delle alte vette alpine, l’aria è pura e più rarefatta, più salubre anche per la mente, che ad osservare le cose che si ritrova davanti magari riesce a coglierle in maniera più nitida che se osservate dalle città, cin tutto il loro caos, la vitalità fin troppo brulicante, le innumerevoli distrazioni, convenzioni, devianze… e nonostante una certa tipica ruvidità montanara, a volte meno urbana, meno compita tuttavia più avveduta e saggia.

Ecco, Arno Camenisch il “centro” del mondo l’ha trovato dalle sue parti, tra le montagne del Canton Grigioni, e questo centro ha a sua volta un centro speciale, la Surselva – una delle zone più belle e autentiche delle Alpi svizzere, sua terra natìa. Qui sono ambientati molti dei suoi romanzi incluso quest’ultimo Anni d’oro (Keller Editore, 2023, traduzione di Elisa Leonzio; orig. Goldene Jahre, 2020), storia assolutamente camenischiana ovvero forgiata in quello stile narrativo, letterario e linguistico (che anche nella traduzione italiana si può ben intuire) che ha fatto dello scrittore grigionese uno dei più peculiari non solo per il panorama svizzero contemporaneo nonché esponente di spicco di quella autentica e probabilmente unica (come genere) letteratura di montagna che trova ineguagliabili origine, anima e spirito tra le montagne elvetiche []

(Potete leggere la recensione completa di Anni d’oro cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

 

Tre anni di acqua potabile persi per sempre

Quando si disquisisce della situazione climatica corrente, a supporto delle considerazioni sul tema sovente si snocciolano dati e relativi grafici tanto inequivocabili quanto, a volte, di primo acchito complicati per chi non ne sia abituato, dunque a volte respingenti. Le immagini fotografiche – magari se riprodotte in timelapse come quello (spaventoso, dal mio punto di vista) qui sopra riprodotto – sono molto più immediate e comprensibili ma pure qui, se non si conosce almeno un poco l’ambiente montano, che un ghiacciaio avesse uno spessore di 200 metri e oggi solo di 100, oppure che un tempo fosse lungo 2 km e oggi solo uno, per molti non significa molto anche visivamente: il paesaggio in questione non sembra così cambiato, se non si ha l’occhio di coglierne le differenze.

Il tutto rimanda alla questione di come trasmettere i dati scientifici riguardanti i cambiamenti climatici per farne strumento di informazione e, ancor più, di generazione di un’adeguata consapevolezza diffusa che supporti le necessarie azioni atte a mitigare gli effetti del riscaldamento globale e strutturare la migliore resilienza possibile. È una questione delicata, inutile dirlo, sulla quale il dibattito è aperto e ampio.

Una sorta di soluzione indiretta al riguardo la propone Matthias Huss, glaciologo del Politecnico di Zurigo, illustrando nel servizio della RSI che potete vedere cliccando sul frame qui sopra lo stato dei ghiacciai svizzeri in questo 2022 climaticamente drammatico.
In pratica, Huss rivela che i ghiacciai elvetici quest’anno hanno perso il 6% della loro massa, un valore mai registrato prima. Il sei per cento: ok, e che significa?

Il 6% di perdita di massa, significa che nel 2022 i ghiacciai svizzeri hanno perso ben tre km3 di ghiaccio, ovvero tre cubi di ghiaccio dai lati – lunghezza, larghezza, altezza – di un km. Tanta roba, è facile comprenderlo… ma più concretamente, che vuol dire?

Vuol dire che tre cubi da un km3 ciascuno contengono l’acqua potabile che la popolazione svizzera (quasi 8,7 milioni di abitanti nel 2020) consuma in tre anni. Per dirla in altro modo: con lo scioglimento dei ghiacciai registrato quest’anno, la Svizzera ha perso per sempre 3 anni di acqua da bere.

Ora, credo, sarà ben più comprensibile e concreta la gravità della situazione dei ghiacciai in forza dei cambiamenti climatici in corso. E, appunto, sto dicendo dei soli ghiacciai svizzeri: la situazione è la stessa negli altri paesi alpini se non più grave, ad esempio in Italia in forza della sua esposizione a meridione cioè sul versante alpino più caldo.

Quanta acqua potabile hanno perso nel complesso i paesi alpini, in un anno come questo? Quanta ne hanno già persa negli anni scorsi, e quanta ne perderanno ancora nei prossimi? Ovvero, per arrivare al punto: quanto siamo sottoposti al rischio di non avere più riserve di acqua potabile da bere e da utilizzare per la nostra vita e il lavoro quotidiani entro breve tempo?

Ecco.

Non è catastrofismo, questo, ma semplice e obiettiva lettura della realtà. Cosa possiamo farci? Nulla per l’acqua ormai persa; tanto, forse, per quella che ancora i nostri ghiacciai conservano sulle Alpi. Ma bisogna fare subito: attivisti e scienziati lo dicono da lustri, ormai, e più passa il tempo più quel “subito” diventa immediatamente. O forse che, per capire quanto sia necessario agire senza altro indugio, dovremo arrivare a non avere più abbastanza acqua da bere? Come la glaciologia dimostra, questa drammatica ipotesi non è più così lontana: a questo punto sì, il presunto “catastrofismo” non sarà più tale ma diventerà la normalità quotidiana. Vogliamo che finisca veramente così?

Un grattacielo sulle Alpi (oppure no)

Qualche tempo fa, precisamente nel 2015, venne presentato il progetto per la realizzazione di un grattacielo alto ben 381 metri – tra i più elevati d’Europa, dunque – nel piccolo villaggio termale di Vals, nel Canton Grigioni, meno di mille abitanti a 1300 m di quota, in una delle vallate più intatte delle Alpi svizzere. Ovviamente il progetto scatenò da subito critiche ferocissime e, salvo informazioni a me ignote, non è mai stato realizzato né avviato e forse pure lo si è accantonato; di contro, molti lo hanno subito etichettato come una mera provocazione, un “mostro” inimmaginabile in un paesaggio come quello in questione e dunque, in quanto tale, fin dal principio irrealizzabile, anzi in qualche modo apprezzando l’intento provocatorio della proposta atto a ravvivare il dibattito intorno a tali interventi in ambienti delicati come quelli montani. Qui trovate qualche notizia in più al riguardo e qui alcune considerazioni apparse all’epoca sul magazine di arte contemporanea “Artribune”.

In effetti il mostruoso progetto di Vals (dove è stato realizzato un altro progetto viceversa ritenuto tra i più armoniosi nell’ambito dell’architettura alpina, il Centro Termale di Peter Zumthor) ha generato discussioni interessanti protratte nel tempo e costantemente valide, in tema di antropizzazioni montane e in generale di «cose belle e fatte bene vs cose brutte e fatte male» nei territori alpini. Ad esempio, due tra i quesiti di natura provocatoria suscitati da un progetto del genere che più di altri trovo alquanto interessanti e stimolanti sono i seguenti:

  1. Ma, in fin dei conti, in un territorio particolare come quello di montagna, è più impattante (da ogni punto di vista materiale e immateriale) un solo grattacielo, enorme ma occupante uno spazio limitato, oppure tanti piccoli edifici sparsi ovunque, magari in modo entropico e senza troppa logica urbanistica, nel territorio stesso? Ovvero, per farla semplice: meglio (peggio) un solo enorme grattacielo di 300 piani che occupa un’unica area o 60 piccole palazzine di 5 piani che insistono su altrettanti terreni?
  2. Più in generale, e al di là di estremismi progettistici come quello ipotizzato a Vals, in un luogo che risulta già antropizzato in maniera evidente, pur senza mostruosità ma comunque con un consumo di suolo rilevante, ci si può permettere una maggiore libertà progettuale rispetto a un luogo invece poco antropizzato e per questo verso il quale è necessario osservare una particolare e maggiore salvaguardia, oppure deve accadere il contrario?

Proprio in Svizzera, tempo fa, disquisendo su temi simili con amici elvetici in relazione a nuove infrastrutture sulle vette dei monti (credo fossero gli anni in cui si pensava a un altro “mostro” alpino, una torre alta 117 metri sulla vetta del Piccolo Cervino, ove già arrivano funivie e skilift da Zermatt e da Cervinia, per innalzare la quota di 3883 m fino alla fatidica soglia dei 4000 m), mi era stata presentata un’opinione certamente particolare, per certi versi opinabile ma forse per altri no: è meno dannoso un intervento anche volumetricamente importante sulla vetta di un monte sulla quale esistono già infrastrutture significativamente impattanti (come può essere la stazione di arrivo di una grande funivia con infrastrutture turistiche annessi, ad esempio) che un’opera di minore entità su di una vetta che invece risulta ancora “integra”. Cioè, in poche parole: libertà di costruire dove si è già costruito (e dove per ciò il luogo è stato ormai culturalmente “consumato”) per poter preservare dove non lo si è fatto. Polarizzazione dell’antropizzazione piuttosto di frammentazione, insomma.

Sono temi che trovo parecchio interessanti, ribadisco, per chi come me si occupa di relazioni culturali tra territori, luoghi, paesaggi e genti, residenti, visitatori – oltre che naturalmente per i tecnici, architetti, progettisti, urbanisti eccetera, ai quali giro queste mie riflessioni: magari le troveranno a loro volta interessanti e mi farà sicuramente molto piacere se vorranno esprimere la loro opinione al riguardo, ecco.

(Le immagini del posto sono di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org, e tratte da www.archdaily.com.)

Friedrich Dürrenmatt, il caricaturista

[Friedrich Dürrenmatt, Battaglia di Sempach tra artisti e critici*, 1963, inchiostro su carta, 35,4 × 26,8 cm, Collezione Centro Dürrenmatt Neuchâtel.]
Friedrich Dürrenmatt è stato uno dei più grandi scrittori del XX secolo, e molti dei suoi libri sono considerati dei capolavori della letteratura europea contemporanea. Ma quello che in tal senso si coglie dalla loro lettura non è che la manifestazione del genio di un artista poliedrico, dotato di molti talenti espressivi e tutti originali. Affermo ciò ammettendo di essere parecchio di parte – Dürrenmatt è tra i miei autori preferiti in assoluto e di lui ho disquisito spesso qui sul blog – e a quelli che come me apprezzano il grande autore svizzero il Centro Dürrenmatt di Neuchâtel offre l’occasione per approfondire uno di quei suoi tanti talenti, quello di caricaturista.

Come si legge nella presentazione della mostra Caricature, in allestimento presso il Centro Dürrenmatt fino al 15 maggio prossimo, «Dürrenmatt aveva una predilezione particolare per la caricatura come forma d’arte. La considerava un’arma dell’animo umano e amava puntarla contro gli abusi e le aberrazioni della società e della politica. Una settimana prima di morire affermò che il divario tra il modo in cui vive la specie umana e il modo in cui potrebbe vivere è sempre più ridicolo, a tal punto che siamo ormai nell’era del grottesco e della caricatura.»

In questo articolo di “Swissinfo.ch” si parla della mostra e vi trovate una piccola ma significativa galleria di caricature di Dürrenmatt. Qui invece trovate la pagina dedicata alla mostra nel sito web del Centro Dürrenmatt e io spero di poterci andare a visitarla, anche perché è un luogo e un’istituzione che meritano una visita a prescindere.

*: La battaglia di Sempach, avvenuta nell’omonima località del Canton Lucerna nel 1386 è un episodio decisivo nella storia della Svizzera. Le truppe della Confederazione sconfissero quelle del Ducato d’Austria e ciò permise ai cantoni originari di espandersi sui territori prima governati dagli austriaci, dando forma a quella che è diventata poi la Svizzera odierna. Il disegno di Dürrenmatt che vede lì sopra è “caricatura” anche di un celebre affresco seicentesco presente proprio a Sempach, nella cappella che commemora la battaglia: questo.