[Veduta della Valvarrone verso occidente; il grosso centro abitato visibile a destra è Premana.]In Valvarrone (provincia di Lecco) sono iniziati i lavori per un nuovo ponte sospeso, già annunciato come «il ponte pedonale più alto d’Europa». Un’opera contro la quale mi sono espresso più volte, vedi qui, e insieme a me altri soggetti del mondo della montagna, ad esempio la Commissione Tutela Ambiente Montano del CAI Lombardia (vedi sotto) oppure il magazine “Le Montagne Divertenti” con un bell’articolo pubblicato sul numero 69 – estate 2024, oltre a tanti frequentatori e appassionati delle montagne che hanno manifestato dubbi vari e assortiti.
Ma si sa che al giorno d’oggi, quando ci sono di mezzo opere del genere, l’interlocuzione tra le amministrazioni locali e la società civile, anche quando competente sui temi in questione, è pressoché pari a nulla. Ed ecco che già il nuovo ponte «nelle intenzioni dei promotori, proietterà la Valvarrone in una dimensione internazionale, attirando visitatori da tutto il mondo e trasformandosi in un simbolo di innovazione e valorizzazione del territorio». Affermazioni ovviamente tanto belle da sentire nella forma quanto campate per aria nella loro sostanza: in concreto quella della Valvarrone sarà l’ennesima giostra da “instagrammazione” del luogo, una mera attrazione turistica da luna park alpestre che nulla di vantaggioso e benefico apporterà al territorio e alla comunità locale. Con tutta probabilità nei primi tempi attirerà numerosi visitatori, ovviamente molto interessati all’attrazione in sé e poco o nulla al contesto territoriale e alla cultura del luogo – ormai questo è un modello di fruizione consumistica dei luoghi ben risaputo il cui funzionamento si conosce bene –, ma saranno risultati peraltro più d’immagine che d’altro i cui effetti nel medio-lungo periodo svaniranno rapidamente nel nulla.
[Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.][Immagine tratta da “Lecco Today“.]Non mi pare che intorno all’opera si sia elaborato un progetto articolato di sviluppo del territorio e di messa in rete delle sue valenze paesaggistiche, dei suoi soggetti economici, delle esigenze della sua comunità, di riattivazione e salvaguardia dei beni ecosistemici, della tutela dell’identità locale: tutte cose indispensabili a fare che una giostra turistica come quella in questione non si “mangi” il territorio consumandone ogni energia fino a che, una volta passata la “moda”, il territorio si ritroverà ancora più povero, degradato e privo di futuro di prima, oltre che con un manufatto inutile e da smantellare. D’altro canto la Valvarrone è un territorio particolarmente difficile e delicato tanto morfologicamente quanto socio-economicamente, come aveva ben rimarcato il documento dal titolo Il ritratto territoriale dell’alto Lago di Como e Valli del Lario curato dal gruppo di lavoro del DAStU – Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, e pubblicato nel 2023: in esso, insieme a molti elementi significativi riguardo la realtà locale, si metteva in chiaro come non tanto l’attrattività turistica fosse importante per la Valvarrone ma che «Sono tre i temi posti all’attenzione degli attori locali: la transizione demografica: accesso ai servizi, spopolamento tra relazioni transfrontaliere e processi di polarizzazione locale; la cura del territorio e la prevenzione dei rischi ambientali, in relazione alle economie radicate nell’area e ai loro possibili sviluppi; un ultimo tema è quello della governance e della capacità istituzionale». Solo all’interno di questo quadro territoriale, e nella gestione organica e coordinata dei temi indicati atta alla risoluzione delle relative criticità, il turismo può rappresentare un’economia aggiuntiva importante e benefica: ma non certo attraverso iniziative da luna park come quella del ponte sospeso, semmai con una frequentazione turistica variegata consona ai luoghi, alle sue possibilità d’accoglienza, alle peculiarità del territorio, alla cultura locale, all’interazione con la comunità residente. Invece, così come è stato presentato il progetto in Valvarrone e sta per essere realizzato, saranno di sicuro più gli svantaggi che i benefici per il territorio. È inevitabile che finirà così.
Posto tutto ciò, non mi resta che augurare alla Valvarrone di non subire troppe conseguenze negative da quanto gli sta per essere imposto, e ai suoi abitanti di continuare la riflessione sul futuro del loro territorio, su cosa veramente essi chiedono e vogliono per le loro montagne e i loro paesi, continuando di concerto a coltivare e alimentare la relazione culturale con i luoghi abitati e vissuti. Anche ora che un enorme manufatto d’acciaio funzionale solo al mero divertimento turistico spezzerà l’armonia naturale e disturberà la visione del peculiare paesaggio della valle. Paesaggio che è fatto anche dei suoi abitanti, i quali dunque è come se ora si ritrovassero “addosso” quel ponte. Spero almeno che se ne rendano conto di ciò e di cosa potrà comportare in futuro.
Qual è di preciso la patologia pandemica – perché di questo si tratta, ne sono certo – che, diffusasi in Italia e solo in Italia, permette la diffusione di questi oggetti turistici tanto insulsi e degradanti, nonché oggettivamente brutti, mentre nel resto del mondo – in tutto il resto del mondo, preciso bene – di “panchine giganti” ce ne sono solo 14?
Forse che c’entri il livello di cognizione e consapevolezza culturale diffusi riguardo il paesaggio?
Chiedo, sempre in tutta semplicità – e franchezza. Ecco.
[Immagine tratta da Reddit.com, user u/lonely-rider.]In tema di iperturismo, o overtourism, sovente si legge che una delle soluzioni proposte sarebbe l’aumento della qualità dell’offerta turistica, dunque dei prezzi sia delle strutture ricettive e sia del soggiorno in sé, anche con l’applicazione di tasse di soggiorno, ticket di accesso, parcheggi a pagamento, eccetera.
Ma è una “soluzione” che comporta il rischio concreto di passare da un opposto all’altro, cioè da un modello turistico troppo aperto e inclusivo, accessibile pressoché a chiunque, a uno esclusivo che invece privilegia le fasce più benestanti e con potere di spesa maggiore. Dall’accoglienza alla discriminazione, in pratica, senza contare che già l’iperturismo genera da sé aumenti dei prezzi, in primis legati alle strutture ricettive private – l’ormai noto problema degli affitti brevi.
No, questa non è una soluzione, è più una furbesca strategia commerciale, come sono solo palliativi i vari provvedimenti con i quali si pensa di limitare il sovraffollamento, come la regolamentazione degli accessi, le prenotazioni on line, i ticket di accesso: utili nell’emergenza ma superflui senza una ben determinata strategia di gestione dei flussi turistici a medio-lungo termine. Leniscono il dolore ma non guariscono la malattia.
A mio modo di vedere sono tre le principali azioni da mettere in atto per costruire una efficace gestione delle presenze turistiche entro limiti che tengano a distanza i rischi di overtourism:
Rendere obbligatorio, come elemento sostanziale del piano regolatore locale, il calcolo della capacità di carico turistica della località o del territorio, sia a livello generale che di singole “attrazioni” (comprensori sciistici o escursionistici, luoghi naturali di pregio, nuclei abitati), i cui rilievi, espressi in dati numerici chiari, devono diventare parte integrante della gestione politico-amministrativa del territorio interessato.
Integrare l’economia turistica locale e i suoi modelli imprenditoriali in un piano di sviluppo generale del territorio in questione, nel quale ogni elemento che forma la sua realtà sociale, politica, economica, culturale, ambientale deve essere considerato, gestito, armonizzato con ogni altro – nessuno troppo preponderante, tutti reciprocamente cooperanti – al fine di ricavarne una strategia a lungo termine perfettamente consona al territorio, alle sue specificità, alle potenziali e alle criticità che presenta, alle necessità e alle aspirazioni della comunità residente e alle prerogative sulle quali elaborare l’offerta turistica.
Rendere altrettanto strutturale e “istituzionale” l’interlocuzione costante con la comunità locale – e intendo tutta la comunità, non solo la parte formata dai soggetti in vario modo legati alla filiera del turismo, monitorandone altrettanto costantemente il sentore diffuso nei confronti della presenza turistica. Così come, dall’altra parte, deve partecipare all’interlocuzione tutta la platea di soggetti le cui azioni e decisioni in un modo o nell’altro determinano un effetto per il territorio in questione, ponendo in relazione e in dialogo sullo stesso piano non tanto le diverse volontà quanto le rispettive responsabilità, univoche e reciproche, nei confronti del territorio.
Sono tre azioni per le quali, inutile rimarcarlo, serve la volontà, la visione, la mediazione della politica e la sua sensibilità nei confronti del luogo amministrato. D’altro canto la gran parte delle situazioni di iperturismo constatabili, innanzi tutto sulle montagne, scaturiscono proprio dal prolungato disinteresse, dalla noncuranza ovvero dall’ipocrisia dei soggetti politici locali anche più che da dinamiche contingenti ai modelli turistici massificati. E pure certe presunte “soluzioni” annunciate, come quelle di cui ho scritto lì sopra, sovente non sono altro che un’ulteriore manifestazione di disinteresse infido nel quale si nasconde la reiterata volontà di ricavare tornaconti di vario genere dallo status quo, tutt’al più rimodulato per adattarlo meglio a quegli scopi materiali.
Ribadisco: è una questione di responsabilità, di sensibilità, di lungimiranza, di attaccamento autentico ai propri territori, di capacità di comprenderne pienamente il valore, l’importanza, l’identità culturale, l’anima peculiare. Tutte cose che solitamente l’iperturismo vede come fastidiosi ostacoli sulla strada del proprio business e della sottomissione totale del territorio alle proprie strategie commerciali. Perché se in un territorio vince l’overtourism, a perdere – e perdersi – è la sua comunità, inesorabilmente.
P.S.: di iperturismo/overtourism in montagna di recente ne ho parlato anche alla tivù, su Italia 1 (e Focus TV) e su Bergamo TV. Cliccate sulle rispettive immagini per vedere tutto quanto:
Il turista inconsapevole, esemplare umano che si riproduce in modo seriale su vastissima scala, è concentrato su esperienze prettamente ludiche, con l’unica finalità di riempire il tempo a disposizione. Il viaggiatore consapevole invece, colui che sente, annusa, vede, viaggia per svuotarsi e in questa opera di alleggerimento va incontro al nuovo, allo sconosciuto. Il suo è un tentativo di lasciarsi alle spalle ciò che è conosciuto, un andare per andare. Oggi il turismo, e quindi anche fare turismo, è una sorta di sottoprodotto culturale che strumentalizza la circolazione umana per ridurla a consumo. Si basa su una formula: offrire e ricevere, diventata banale in virtù di uno scambio sempre più stereotipato, duplicato, omologato.
Spesso coloro che si oppongono ai fenomeni di overtourism e alle conseguenze del turismo massificato sui territori coinvolti puntano il proprio dito e il biasimo sui turisti: comprensibilmente, a volte legittimamente – l’inconsapevolezza del turista rispetto ai luoghi che frequenta citata da Costa lì sopra è una colpa senza dubbio. D’altro canto, il turista è a sua volta una vittima a tutti gli effetti dell’iperturismo e non è così facile che se ne possa rendere conto, dal momento che non possiede e non gli vengono offerti (furbescamente, ovvio) gli strumenti per comprenderlo.
Anche perché certi modelli turistici di natura consumistica, quali sono quelli che manifesta l’overtourism, impongono la trasformazione funzionale ai loro scopi del turista (comunque già un livello inferiore rispetto al viaggiatore, Costa ha ragione) in cliente, il quale paga un prezzo e dunque pretende un servizio ovvero acquista un bene, esattamente come accade con gli articoli in vendita in un centro commerciale. È qui il nocciolo della questione e la colpa fondamentale: la mercificazione di territori, luoghi e paesaggi di grande valore ambientale e culturale, per giunta abitati, trasformati in beni di consumo e messi a valore per poter essere agevolmente venduti/acquistati dalla più ampia clientela possibile.
Così, sugli scaffali del grande “centro commerciale” che è ormai il turismo massificato, i beni/luoghi si accumulano sempre più uniformati ai modelli turistici vigenti e indistinguibili gli uni dagli altri se non per il prezzo e per ciò che tale prezzo può offrire al cliente, che viene spinto dentro il centro commerciale e li compra. La circolazione umana diventa consumo, l’offerta turistica consumismo e, inevitabilmente, entrambe finiscono per consumare territori e comunità. E si può solo immaginare – anzi, forse no – con quali conseguenze per luoghi di grande bellezza ma altrettanta delicatezza e fragilità come le montagne.
P.S. per leggere la mia “recensione” al libro FuTurismo di Michil Costa, cliccate qui.
[Uno degli impianti più moderni del comprensorio di Plan de Corones (Bolzano), compreso nel Dolomiti Superski. Immagine tratta da www.superskibook.com.]
Si va dal +28% rispetto a tre anni fa di Livigno e Bormio, dove il costo di uno skipass giornaliero per un adulto in alta stagione raggiunge i 66,5 euro e i 59 euro, al +2% degli impianti sul Monte Rosa (59 euro). Anche quest’anno ci sarà un rincaro dei prezzi per chiunque vorrà sciare sulle vette bianche italiane.
Anche il quotidiano on line “Open”, nell’articolo recentemente pubblicato il cui titolo vedete qui sotto (cliccate sull’immagine per leggerlo), dà conto dei costi sempre più alti che lo sci su pista impone a chi lo voglia praticare.
Fornisce poi un significativo elenco dei rincari subiti dagli skipass di alcune note località sciistiche:
La Thuile (Valle d’Aosta), 56 euro (+19% rispetto a tre anni fa);
Courmayeur (Valle d’Aosta), 67 euro (+20% rispetto a tre anni fa);
Cervinia (Valle d’Aosta), 61 euro (+15% rispetto a tre anni fa);
Monterosa (Valle d’Aosta), 59 euro (+2% rispetto a tre anni fa);
Livigno (Lombardia), 66,5 euro (+28% rispetto a tre anni fa);
Bormio (Lombardia), 59 euro (+28% rispetto a tre anni fa);
Adamello (Lombardia), 65 euro (+11% rispetto a tre anni fa);
Madonna di Campiglio (Trentino-Alto Adige), 79 euro (+13% rispetto a tre anni fa);
Dolomiti Superski (Trentino-Alto Adige), 83 euro (+24% rispetto a tre anni fa);
Val Gardena (Trentino-Alto Adige), 77 euro (+12% rispetto a tre anni fa);
Cortina d’Ampezzo (Veneto), 77 euro (+12% rispetto a tre anni fa).
D’altro canto è una situazione inevitabile. La realtà attuale e in divenire, caratterizzata innanzi tutto dalla crisi climatica ma pure da dinamiche socioeconomiche e culturali in evoluzione, rende la gestione dei comprensori sciistici sempre più onerosa; le nevicate naturali in diminuzione devono essere compensate dalla produzione di neve artificiale i cui costi sono in aumento costante nel mentre che l’aumento delle temperature di anno in anno abbrevia le stagioni sciistiche – ma pure far girare gli impianti continuamente rinnovati per reggere la concorrenza, sempre più potenti e parimenti energivori, costa sempre di più. Di contro il mercato dello sci è considerato “maturo” da anni, non più in grado di crescere se non in percentuali bassissime e comunque insufficienti a consentire ai gestori dei comprensori la copertura finanziaria dei costi crescenti, così come insufficienti sono i contributi pubblici elargiti al settore (al netto della loro opinabilità). Dunque ai gestori non resta far altro che scaricare almeno in parte i costi sostenuti sulla clientela aumentando i prezzi degli skipass, ma in questo modo restringendo ancora di più la platea di clienti (non sono tutti benestanti, gli sciatori!) e così alimentando e aggravando il circolo vizioso sopra descritto.
Morale della storia: lo sci si sta infilando da solo, e suo malgrado, in un cul-de-sac che potrebbe risultargli letale anche più della crisi climatica, e dal quale non lo salverà certo il turismo del lusso al quale sempre di più l’industria sciistica vorrebbe puntare, ma che è appannaggio di poche, rinomate e strutturate località.
La conseguenza inevitabile della storia e della morale suddette? Eccola qui sotto:
«Tanti sciatori hanno imparato a fare a meno degli impianti di risalita». Già.
Insomma: se gli impiantisti proclamano a ogni occasione a loro utile che la montagna «non può fare a meno dello sci», le persone continuano a frequentare la montagna ma abbandonano sempre di più lo sci. Dunque, a breve forse la situazione si ribalterà e sarà la montagna a “proclamare” di poter fare a meno dello sci. Inesorabilmente, ribadisco, nel bene e nel male.
P.S.: già qualche settimana fa a questo tema ho dedicato un articolo con altri dati emblematici, lo trovate qui.